L’acromegalia è una malattia rara, ma le sue conseguenze interessano molti più organi di quanto il suo nome lasci intuire. L’eccessiva produzione di ormone della crescita, GH, e di insulin-like growth factor 1, IGF-1, modifica il metabolismo, il sistema cardiovascolare, i tessuti molli e lo scheletro.
Un nuovo studio nazionale svedese offre un’ulteriore misura di questa complessità. I ricercatori hanno confrontato 348 persone con diabete associato ad acromegalia con 3.480 persone con diabete di tipo 2, osservando nei primi un rischio di morbilità cardiovascolare superiore del 55%. In particolare, risultavano più frequenti embolia polmonare, tromboembolismo venoso e aritmie. La mortalità cardiovascolare, invece, non risultava significativamente aumentata.
Lo studio mostra quanto l’acromegalia debba essere considerata una condizione sistemica, nella quale gli effetti dell’eccesso ormonale si sovrappongono e si accumulano nel tempo. Ed è proprio nello scheletro che emerge uno degli aspetti più controintuitivi della malattia.
Un osso apparentemente forte
GH e IGF-1 hanno un ruolo fisiologico fondamentale nella crescita e nel rimodellamento osseo. Quando però la loro esposizione diventa cronica ed eccessiva, il normale equilibrio tra formazione e riassorbimento dell’osso viene alterato.
Il risultato non è necessariamente una riduzione evidente della densità minerale ossea. Anzi, in alcune persone con acromegalia la BMD misurata con DXA può essere normale o persino relativamente elevata. Questo dato può essere rassicurante solo in apparenza.
Le evidenze accumulate negli ultimi anni mostrano infatti che l’acromegalia può compromettere soprattutto la qualità dell’osso, alterando sia la componente trabecolare sia quella corticale. Una meta-analisi su oltre 2.400 pazienti ha rilevato un rischio di fratture vertebrali significativamente superiore rispetto ai controlli, nonostante l’assenza di una riduzione corrispondente della densità minerale lombare.
È uno dei casi nei quali il concetto di osteoporosi basato prevalentemente sulla quantità di minerale presente nello scheletro mostra i propri limiti.
Le fratture vertebrali possono essere silenziose
La complicanza scheletrica più caratteristica dell’acromegalia è rappresentata dalle fratture vertebrali.
Il nuovo consenso internazionale sulle complicanze dell’acromegalia, pubblicato nel 2026, considera la fragilità scheletrica una complicanza frequente della malattia e indica una prevalenza mediana delle fratture vertebrali morfometriche intorno al 40%.
Molte di queste fratture non provocano un trauma evidente e possono non determinare sintomi immediatamente riconoscibili. Per questo una normale densitometria non è sufficiente a escludere il problema.
Anche la struttura dell’osso aiuta a spiegare il fenomeno. Studi sulla microarchitettura hanno documentato riduzione dello spessore e del numero delle trabecole, maggiore separazione trabecolare e aumento della porosità corticale. In altre parole, la massa ossea può essere conservata mentre l’organizzazione interna del tessuto diventa meno resistente alle sollecitazioni.
Perché la DXA può non bastare
Nell’osteoporosi primaria la densitometria DXA rappresenta uno degli strumenti centrali per stimare il rischio di frattura. Nell’acromegalia la situazione è più complessa.
L’aumento delle dimensioni ossee e le alterazioni degenerative vertebrali tipiche della malattia possono contribuire a sovrastimare la densità della colonna. Inoltre, la DXA misura principalmente la quantità minerale e non descrive direttamente la microarchitettura.
Il consenso pubblicato nel 2026 sottolinea quindi che BMD e FRAX non sono strumenti sufficientemente affidabili, da soli, per prevedere il rischio di frattura vertebrale nell’acromegalia. Raccomanda invece di valutare anche la qualità dell’osso attraverso strumenti come il Trabecular Bone Score, TBS, ricavabile dalle immagini DXA.
È un cambiamento di prospettiva significativo: non chiedersi soltanto “quanto osso c’è”, ma anche “come è fatto”.
La morfometria vertebrale entra nello screening
Proprio perché molte fratture possono rimanere inosservate, le nuove raccomandazioni suggeriscono di eseguire già alla diagnosi una valutazione morfometrica delle vertebre mediante radiografia della colonna oppure attraverso l’immagine laterale acquisita durante la DXA.
Viene inoltre raccomandata la valutazione dello stato della vitamina D. Nei pazienti senza fratture vertebrali il follow-up può comprendere BMD e TBS; quando invece sono già presenti fratture, ridotta densità o qualità ossea, malattia ancora attiva o ipogonadismo non trattato, può essere opportuno ripetere nel tempo anche la morfometria vertebrale.
L’obiettivo è intercettare una fragilità che altrimenti rischierebbe di diventare evidente soltanto dopo una nuova frattura.
Controllare l’acromegalia protegge anche lo scheletro
La durata dell’esposizione all’eccesso di GH e IGF-1 rappresenta uno dei principali determinanti del danno scheletrico. La malattia attiva e un lungo ritardo diagnostico sono stati associati a un rischio maggiore di fratture vertebrali.
Il controllo endocrinologico dell’acromegalia diventa quindi parte integrante della prevenzione della fragilità ossea.
Alcuni studi suggeriscono che il trattamento della malattia possa migliorare alcuni parametri di qualità ossea, mentre la letteratura sugli specifici farmaci antifratturativi nell’acromegalia rimane ancora meno robusta rispetto a quella disponibile per l’osteoporosi primaria. Una review del 2025 evidenzia inoltre come le terapie dirette contro GH e IGF-1 possano influenzare indirettamente anche il rischio scheletrico, sebbene molti aspetti debbano ancora essere chiariti.
Guardare oltre il numero
L’acromegalia mostra con particolare chiarezza perché la salute dell’osso non possa essere ridotta a un singolo valore densitometrico.
Una DXA normale non significa necessariamente un osso resistente. La storia clinica, il controllo della malattia, la presenza di fratture vertebrali e gli indicatori della microarchitettura devono essere letti insieme.
È una distinzione che vale soprattutto nelle forme di fragilità secondaria: la densità descrive una parte dell’osso. La sua capacità di resistere a una frattura dipende anche dalla qualità della struttura che quella densità contiene.
Lo studio
Angelo Milioto, Oskar Ragnarsson, Diego Ferone, Martin Adiels, J Gustav Smith, Annika Rosengren, Gudmundur Johannsson, Daniela Esposito, Cardiovascular morbidity and mortality in acromegaly-associated diabetes: a Swedish Nationwide study, The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2026; dgag322.

