Ogni farmaco viene prescritto con un obiettivo preciso: controllare una malattia, ridurre un sintomo, prevenire una complicanza. È naturale quindi concentrarsi soprattutto sul beneficio che quella terapia deve produrre. Alcuni trattamenti, però, possono avere effetti anche su parti dell’organismo apparentemente lontane dalla condizione per cui vengono utilizzati. Tra queste ci sono le ossa.
Questo non significa che quei farmaci siano pericolosi o che debbano essere evitati. In molti casi sono indispensabili e i benefici della terapia superano ampiamente i possibili effetti sulla salute scheletrica.
Significa semplicemente che, soprattutto quando un trattamento deve proseguire a lungo, può essere utile considerare anche le ossa nel quadro complessivo della salute.
Il cortisone è il caso più conosciuto
Tra i farmaci che possono influenzare maggiormente il metabolismo osseo, i corticosteroidi rappresentano probabilmente l’esempio più noto.
Sono utilizzati per trattare numerose condizioni infiammatorie e autoimmuni, alcune malattie respiratorie e molte altre patologie. In determinate situazioni possono essere essenziali per controllare la malattia.
Quando vengono assunti per via sistemica per periodi prolungati, tuttavia, possono favorire una perdita di massa ossea e aumentare il rischio di frattura. Il rischio dipende dalla dose, dalla durata del trattamento e dalle caratteristiche individuali.
Per questo, quando è prevista una terapia corticosteroidea prolungata, il medico può valutare fin dall’inizio anche il rischio scheletrico e indicare le eventuali misure di prevenzione.
Il messaggio importante è che il cortisone non deve essere sospeso autonomamente. Una modifica improvvisa della terapia può avere conseguenze anche importanti sulla malattia per la quale è stato prescritto.
Anche alcune terapie oncologiche possono interessare lo scheletro
Il rapporto tra ormoni e ossa è molto stretto. Gli estrogeni nella donna e gli androgeni nell’uomo contribuiscono infatti al mantenimento della massa ossea.
Alcune terapie utilizzate per tumori sensibili agli ormoni agiscono proprio modificando questi equilibri. Gli inibitori dell’aromatasi impiegati in alcune forme di tumore della mammella, per esempio, possono determinare una riduzione dei livelli di estrogeni e favorire una perdita di densità ossea. Un problema analogo può presentarsi negli uomini sottoposti a terapia di deprivazione androgenica per il tumore della prostata.
In questi casi la salute delle ossa può essere valutata già all’inizio del percorso oncologico e monitorata nel tempo.
È un esempio molto chiaro di medicina integrata: curare efficacemente la malattia principale prestando contemporaneamente attenzione alle possibili conseguenze del trattamento.
Farmaci molto comuni e rischio osseo
Esistono poi medicinali che utilizziamo per condizioni molto diffuse e che, in alcune circostanze, sono stati associati a un aumento del rischio di frattura.
Tra questi rientrano alcuni farmaci antiepilettici, alcuni antidepressivi e gli inibitori di pompa protonica, utilizzati per ridurre l’acidità gastrica e trattare disturbi come reflusso e ulcera. È importante però comprendere bene che cosa significa questa associazione.
Non vuol dire che chiunque assuma uno di questi farmaci svilupperà osteoporosi. Per alcuni trattamenti il rischio è modesto e diventa più rilevante soprattutto con l’uso prolungato, dosaggi elevati, età avanzata o presenza contemporanea di altri fattori di rischio.
Inoltre, non sempre è semplice distinguere quanto del rischio dipenda direttamente dal farmaco e quanto dalla malattia per la quale viene assunto o dalle condizioni generali della persona.
Anche gli ormoni tiroidei richiedono il giusto equilibrio
La terapia sostitutiva con ormone tiroideo è fondamentale per le persone con ipotiroidismo e, quando correttamente dosata, consente di ristabilire un equilibrio fisiologico.
Il problema può presentarsi quando l’organismo riceve quantità di ormone superiori a quelle necessarie per periodi prolungati. Un eccesso può accelerare il turnover osseo e contribuire alla perdita di massa scheletrica.
Per questo i controlli periodici prescritti dal medico servono anche a verificare che il dosaggio continui a essere appropriato nel tempo. Ancora una volta, quindi, non è il farmaco in sé a rappresentare il problema: ciò che conta è utilizzarlo nella dose necessaria e monitorarne gli effetti.
Il rischio dipende anche dalla persona
Lo stesso trattamento può avere un significato diverso in persone differenti. Una donna giovane senza altri fattori di rischio e una persona di 75 anni che ha già avuto una frattura da fragilità partono da condizioni molto diverse. Età, menopausa, familiarità, densità minerale ossea, precedenti fratture, peso corporeo, alimentazione, attività fisica e altre malattie contribuiscono tutti a determinare il rischio complessivo.
Per questo non esiste una lista di farmaci che consenta automaticamente di stabilire chi svilupperà osteoporosi.
La domanda utile è piuttosto: questa terapia, insieme alle mie caratteristiche personali, rende opportuno valutare la salute delle ossa?
Cosa può fare chi segue una terapia di lunga durata
Il primo passo è molto semplice: informare il medico di tutti i farmaci che si assumono, compresi quelli prescritti da specialisti differenti.
Quando una terapia potenzialmente rilevante per l’osso deve essere utilizzata a lungo, il medico può valutare il rischio di frattura e decidere se siano indicati ulteriori controlli, come una densitometria ossea.
Anche le abitudini quotidiane continuano ad avere un ruolo importante. Un’alimentazione adeguata, attività fisica compatibile con le proprie condizioni, attenzione alla forza muscolare e all’equilibrio, assenza di fumo e un consumo moderato di alcol contribuiscono alla salute scheletrica.
Non esiste però una strategia identica per tutti: la prevenzione deve essere proporzionata al rischio individuale.
La regola più importante è non sospendere da soli
Scoprire che un farmaco può avere effetti sulle ossa può generare una reazione comprensibile: chiedersi se sia meglio smettere di assumerlo. È proprio ciò che non bisogna fare autonomamente.
Molti dei medicinali associati a un possibile aumento del rischio di osteoporosi o frattura vengono utilizzati per trattare malattie importanti. Interromperli senza indicazione medica può comportare conseguenze ben più immediate e rilevanti del possibile effetto sullo scheletro.
Se esiste un rischio osseo, il medico può valutare se il trattamento sia ancora necessario, se dose e durata siano appropriate e quali misure adottare per proteggere le ossa.
Una domanda in più durante la visita
Quando una terapia deve accompagnarci per mesi o anni, può essere utile aggiungere una domanda a quelle che normalmente facciamo al medico: questo farmaco può avere conseguenze sulla salute delle mie ossa?
Non serve conoscere tutti i nomi dei medicinali associati alla fragilità scheletrica né leggere con preoccupazione ogni riga del foglietto illustrativo. Serve sapere che farmaci, malattie e salute delle ossa possono essere collegati e che questo legame può essere valutato.
La prevenzione nasce anche da qui: non dalla paura di una terapia necessaria, ma dalla possibilità di continuare a curarsi occupandosi contemporaneamente di tutto ciò che può essere protetto.

