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Un’oncologia davvero per tutti

Nonostante i progressi normativi e sociali degli ultimi anni, le persone transgender e gender-diverse (TGD) continuano a incontrare barriere significative nell’accesso alle cure. In oncologia, queste disuguaglianze si traducono in diagnosi tardive, scarsa aderenza agli screening, protocolli clinici non adattati e un senso diffuso di esclusione. La letteratura scientifica ha ormai consolidato l’evidenza che il rischio oncologico nella popolazione TGD può essere aumentato da fattori biologici, psicosociali e di esposizione ambientale, ma i percorsi di prevenzione e cura raramente ne tengono conto.

Il progetto Pavia-Milano: da paradigma a piano d’azione

A partire da questa constatazione, il documento “Turning Lessons into Action: Building an Inclusive Oncology Care for Transgender and Gender-Diverse People – Pavia & Milano Framework“, firmato da un ampio gruppo multidisciplinare di professionisti della sanità, accademici e rappresentanti delle associazioni, propone una strategia articolata per rendere l’oncologia un territorio più equo e sicuro anche per le persone TGD.

Il modello si sviluppa attorno a cinque pilastri operativi:

  1. Ripensare la comunicazione sanitaria, con un linguaggio rispettoso e consapevole dell’identità di genere.

  2. Riformare la formazione del personale sanitario, per superare bias impliciti e pregiudizi.

  3. Adeguare gli screening oncologici, integrando protocolli personalizzati per la popolazione TGD.

  4. Valorizzare il ruolo delle figure infermieristiche, in prima linea nella relazione di cura.

  5. Costruire alleanze interistituzionali, per promuovere un cambiamento sistemico.

Comunicare inclusivamente: il potere delle parole

Un primo fronte di intervento riguarda la comunicazione. Gli ambienti sanitari spesso perpetuano, anche involontariamente, stereotipi che alimentano la marginalizzazione. Il framework invita a promuovere una comunicazione attenta all’identità dichiarata dal paziente, all’uso corretto dei pronomi e a una modulazione del linguaggio clinico che non rinforzi binarismi o presunzioni cisnormative. La presenza di materiale informativo inclusivo, visibile nelle strutture sanitarie, è indicata come leva importante per creare un contesto accogliente.

Formare per curare meglio

Un secondo punto essenziale è la formazione. Il documento segnala la mancanza strutturale, nei percorsi universitari e di aggiornamento, di moduli specifici sulle tematiche LGBTQIA+. Questo deficit formativo si traduce in una scarsa preparazione da parte di molti professionisti nell’approccio a pazienti TGD, con conseguenze concrete sulla qualità della relazione di cura e sulla fiducia reciproca. Il framework propone di integrare nella formazione contenuti multidisciplinari che includano aspetti medici, psicologici, sociali e legali.

Screening oncologici su misura

Uno degli aspetti più critici riguarda gli screening. La letteratura e l’esperienza clinica evidenziano che i protocolli standard possono non essere adeguati per la popolazione TGD, specialmente in presenza di transizioni medico-chirurgiche. Il documento propone un approccio personalizzato basato sul principio di “anatomia rilevante”, che tenga conto della storia medica e dei trattamenti ormonali e chirurgici effettuati. Per esempio, è essenziale continuare a proporre il Pap test alle persone transmaschili con cervice uterina o monitorare il rischio di tumore mammario nelle donne transgender in terapia ormonale.

L’infermiere inclusivo: un presidio di umanità

Il ruolo degli infermieri è valorizzato come cardine della presa in carico. Il documento presenta, tra gli altri, l’esempio virtuoso dell’Unità di Ginecologia del Policlinico San Matteo di Pavia, dove il personale infermieristico ha codificato un processo di supporto per i pazienti in transizione female-to-male. Questo percorso include accoglienza attiva, utilizzo del nome scelto, ascolto delle esigenze specifiche, educazione sanitaria personalizzata e un dialogo costante con le équipe multidisciplinari.

Alleanze strategiche per il cambiamento sistemico

Infine, il framework sottolinea l’importanza di costruire reti tra strutture sanitarie, associazioni, università, istituzioni e pazienti. Solo attraverso un’azione concertata è possibile scardinare abitudini, protocolli e resistenze culturali profondamente radicati. L’esperienza del gruppo di lavoro Pavia-Milano dimostra che il coinvolgimento diretto delle persone TGD nella definizione delle politiche sanitarie può generare soluzioni più efficaci e sostenibili.

Un modello da replicare

Il documento “Turning Lessons into Action” non è solo un appello etico, ma una roadmap operativa. Il modello proposto è scientificamente fondato, culturalmente consapevole e concretamente attuabile. In un’epoca in cui si parla sempre più di medicina personalizzata, non si può ignorare che personalizzare significa anche riconoscere l’identità, le vulnerabilità e i diritti delle persone. Anche in oncologia.

Per il mondo della salute ossea, sempre più attento a coorti fragili e sottodiagnosticate, il messaggio è chiaro: un sistema sanitario giusto è quello che sa prendersi cura di tutti, senza eccezioni.

Fonte

Amelia Barcellini, Chiara Cassani, Anna Maria Mancuso, Giuseppe Antonelli, Claudio Baggini, Laura Beduschi, Elisabetta Bettega, Fabiola Bologna, Daniele Calzavara, Cristina Campiglio, Francesco Celestina, Maria Grazia Colombo, Claudia Roberta Combei, Simone D’Alpaos, Silvia Deandrea, Silvia Desigis, Alessandra Dell’Era, Francesca Dionigi, Cinzia Fasola, Silvia Illari, Bianca Iula, Nicla La Verde, Manuela Nebuloni, Gianmarco Negri, Mara Ravasi, Lorenzo Ruggieri, Raffaela Sartori, Simona Secondino, Maria Silvia Spinelli, Barbara Tagliaferri, Davide Dalu, Laura Deborah Locati, Turning Lessons into Action: Building an Inclusive Oncology Care for Transgender and gender-diverse People– Pavia & Milano framework, Journal of Cancer Policy, 2025, 100621, ISSN 2213-5383.

La vitamina D non funziona allo stesso modo per tutti

La vitamina D non funziona allo stesso modo per tutti: questa constatazione, da tempo osservata nella pratica clinica, trova oggi conferma e spiegazione genetica in uno studio pubblicato nel gennaio 2025 su The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism. Il lavoro ha coinvolto 427 soggetti anziani (età media 73 anni) di diverse etnie, trattati con 2000 UI/die di colecalciferolo per 16 settimane. L’obiettivo: individuare i polimorfismi genetici associati alla risposta biochimica alla supplementazione.

Un trial su misura

Lo studio, denominato INVITe (Individualized Response to Vitamin D Treatment), ha adottato un disegno randomizzato, controllato con placebo e stratificato per etnia. I ricercatori hanno misurato le variazioni nei livelli sierici di 25(OH)D3 (la forma di stoccaggio della vitamina), 1,25(OH)2D3 (la forma attiva) e PTH, concentrandosi sul legame tra queste risposte biochimiche e le varianti genetiche dei partecipanti.

La variabilità genetica conta

L’analisi genomica ha evidenziato almeno otto regioni del genoma associate in modo significativo alla risposta alla vitamina D3. In particolare:

  • Il polimorfismo rs16867276 (regione 2q31, intergenica) è risultato associato a un aumento di +8,37 pg/mL di 1,25(OH)2D3 per allele effetto (P = 4,93E-08), con significatività genome-wide nella metanalisi transetnica.

  • Il polimorfismo rs114044709, adiacente al gene FAM20A, è stato associato a un aumento del PTH (+20,32 pg/mL) nei partecipanti afroamericani.

  • Polimorfismi nei geni SULT2A1 e CYP24A1, coinvolti rispettivamente nella solfatazione e nel catabolismo della vitamina D, sono stati associati alle variazioni di 1,25(OH)2D3 e PTH.

La chiave è nella via metabolica

SULT2A1 è una sulfotransferasi altamente espressa nel fegato e nell’intestino, nota per metabolizzare steroidi e acidi biliari. Studi pregressi avevano ipotizzato un suo ruolo anche nel metabolismo della vitamina D. I nuovi dati lo confermano: i soggetti portatori di una variante intronica (rs2637116) mostravano un incremento di 4,88 pg/mL di 1,25(OH)2D3 in risposta alla supplementazione.

CYP24A1, invece, codifica l’enzima responsabile della degradazione della vitamina D. Una sua variante è risultata correlata a una riduzione minore del PTH, soprattutto nei partecipanti bianchi, suggerendo un ruolo critico nella modulazione del feedback endocrino.

Non solo genetica nota

Sorprendentemente, molti dei loci identificati non erano collegati ai classici geni della via della vitamina D (come CYP2R1, CYP27B1 o VDR). Questo suggerisce l’esistenza di vie metaboliche ancora sconosciute, o di interazioni con altri assi endocrini, come quello tiroideo. È il caso del polimorfismo rs17543143, vicino al gene THRB (recettore della tiroide), associato a un aumento della risposta in 25(OH)D3. Una possibile spiegazione risiede nell’interazione tra recettori nucleari comuni, come RXR, che lega sia il recettore della vitamina D sia quello della tiroide.

Il ruolo del background etnico

Le associazioni genetiche mostravano una forte eterogeneità etnica. Alcuni polimorfismi erano significativi solo in sottogruppi specifici (ad esempio afroamericani o caucasici), confermando quanto il patrimonio genetico individuale – e non solo lo stile di vita o l’aderenza terapeutica – influenzi l’efficacia della supplementazione.

I risultati evidenziano anche i limiti dei test genomici “pan-razza”: alcune varianti erano presenti solo in specifici gruppi etnici, con frequenze alleliche differenti. Questo rafforza l’importanza di includere popolazioni etnicamente diverse negli studi clinici.

Implicazioni per la salute ossea

La vitamina D3 è un presidio fondamentale nella prevenzione e trattamento dell’osteoporosi, soprattutto postmenopausale. Tuttavia, la risposta biologica varia ampiamente tra i pazienti. Questo studio indica che la farmacogenomica potrebbe, in futuro, guidare un approccio più personalizzato alla terapia con vitamina D. Non tutti i pazienti traggono lo stesso beneficio, e una “one size fits all” potrebbe non essere più accettabile nella pratica clinica.

Cosa ci insegna lo studio MESA INVITe?

  1. La risposta biochimica alla vitamina D3 è fortemente eterogenea.

  2. Varianti genetiche non canoniche possono influenzare la sintesi e l’attività della vitamina D.

  3. I classici indicatori di status vitaminico (come 25(OH)D3) potrebbero non riflettere tutta la complessità della risposta individuale.

  4. La stratificazione etnica è fondamentale nella ricerca, ma va accompagnata da approcci più raffinati come l’analisi dei polimorfismi e dei polygenic risk score (PRS).

Conclusioni e prospettive

Lo studio MESA INVITe apre scenari promettenti nella medicina personalizzata. Se validati in coorti più ampie e con follow-up più lunghi, questi risultati potrebbero rivoluzionare la gestione dell’ipovitaminosi D e dei suoi effetti sul metabolismo osseo. L’uso clinico di test genetici predittivi, al momento ancora prematuro, potrebbe in futuro orientare dosaggi, formulazioni e target terapeutici più efficaci.

In un’epoca in cui l’integrazione è spesso autoprescritta e non monitorata, comprendere perché un paziente risponde e un altro no alla stessa dose di vitamina D3 è un passo decisivo verso una supplementazione più intelligente, basata non su linee guida generiche ma sul genoma di ciascuno di noi.

Lo studio

Cora M Best, Xiaohui Li, Jerome I Rotter, David K Prince, Simon Hsu, Andrew N Hoofnagle, David Siscovick, Kent D Taylor, Kayleen Williams, Erin D Michos, Bruce M Psaty, Steven Shea, Kenneth M Rice, Karol E Watson, Norrina B Allen, Russell P Tracy, Cassianne Robinson-Cohen, Ian H de Boer, Bryan R Kestenbaum, Genetic Variants Associated With the Biochemical Response to Vitamin D3 in the Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis, The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025;, dgaf025.

Il ruolo della fisioterapia nella prevenzione delle fratture

Quando si pensa alla prevenzione delle fratture, si parla spesso di alimentazione, farmaci e integratori. Ma un’altra risorsa fondamentale è la fisioterapia, che svolge un ruolo cruciale nel mantenere il corpo forte, stabile e sicuro nei movimenti quotidiani.

Perché è importante la fisioterapia

Con l’età, i muscoli perdono forza, le articolazioni diventano meno mobili e l’equilibrio si riduce. Tutti questi fattori aumentano il rischio di cadute e, di conseguenza, di fratture. La fisioterapia aiuta a contrastare questo processo, migliorando la postura, il tono muscolare e la coordinazione.

A chi è rivolta

La fisioterapia è indicata per:

  • persone con osteoporosi o osteopenia
  • chi ha già subito fratture da fragilità
  • pazienti reduci da immobilizzazione prolungata
  • anziani con difficoltà motorie o di equilibrio
  • soggetti a rischio di cadute domestiche

Cosa si fa in fisioterapia

Un fisioterapista specializzato può proporre esercizi personalizzati per:

  • Rinforzare la muscolatura (soprattutto di gambe e tronco)
  • Migliorare la mobilità articolare
  • Correggere la postura
  • Allenare equilibrio e coordinazione
  • Insegnare strategie per muoversi in sicurezza (es. alzarsi da una sedia, scendere le scale)

Benefici concreti

Con programmi regolari, anche di pochi minuti al giorno, è possibile:

  • Ridurre il rischio di cadute
  • Aumentare la sicurezza nei movimenti
  • Limitare dolori e rigidità articolari
  • Recuperare l’autonomia dopo una frattura

Fisioterapia a casa o in ambulatorio?

Molti esercizi possono essere svolti anche a casa, dopo un primo periodo di guida con il fisioterapista. Esistono anche programmi di gruppo (ginnastica dolce, tai chi, esercizi posturali) che uniscono benefici fisici e socializzazione.

Conclusioni

La fisioterapia non è solo “riabilitazione”, ma vera e propria prevenzione. Un corpo più forte e stabile significa meno cadute e meno fratture. Affidarsi a un professionista permette di affrontare la fragilità ossea con un’arma in più, concreta e personalizzata.

Farmaci contro le fratture: evidenze a rischio?

La medicina basata sulle evidenze si fonda, in larga misura, sui trial clinici randomizzati (RCT). Eppure, anche la cosiddetta “gold standard” della ricerca può nascondere insidie statistiche difficili da intuire. Lo dimostra un nuovo studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, che ha sottoposto a stress test statistico i risultati di 27 RCT di fase 3 o 4 sull’efficacia antifratturativa dei farmaci per l’osteoporosi, pubblicati negli ultimi trent’anni nelle riviste scientifiche di maggior impatto. Il risultato? Le evidenze che guidano le attuali decisioni cliniche si rivelano sorprendentemente fragili.

Quando basta cambiare nove pazienti

La fragilità delle evidenze è stata misurata con due parametri: il Fragility Index (FI), che indica quanti eventi in più nel gruppo trattato (cioè quante fratture aggiuntive) sarebbero sufficienti a rendere non più statisticamente significativa una differenza inizialmente considerata “efficace”; e il Fragility Quotient (FQ), che rapporta il FI alla dimensione del campione. Ebbene, il valore mediano del FI nei 141 risultati analizzati era 9. In altre parole, in uno studio medio, se 9 pazienti nel gruppo trattato si fossero fratturati in più, l’evidenza dell’efficacia del farmaco sarebbe evaporata. Nove su una popolazione media di 1910 arruolati: appena lo 0,51%.

Ancora più preoccupante: nel 60% dei casi, il numero di pazienti persi al follow-up superava il FI calcolato. Il che significa che, teoricamente, la semplice sorte clinica ignota di chi non ha completato lo studio potrebbe essere sufficiente a ribaltare i risultati.

Romosozumab, il più solido. Denosumab e integratori, i più fragili

Tra i farmaci valutati, romosozumab ha dimostrato la maggiore solidità statistica, con un FI mediano di 19,5. Molto buona anche la robustezza dei dati su stronzio ranelato (FI 18,5). All’estremo opposto, l’evidenza sull’efficacia antifratturativa del denosumab si regge su un FI mediano di appena 4, e quella su calcio e vitamina D su un FI di 7.

Bisogna tuttavia tener conto anche della qualità dei singoli studi: quelli in cui la frattura era l’endpoint primario e quelli con p-value < 0,001 avevano FI sensibilmente più alti (rispettivamente 14 e 26), a indicare una maggiore robustezza.

Fratture vertebrali: più eventi, più robustezza

Il tipo di frattura analizzata ha un impatto rilevante. Le fratture vertebrali morfometriche sono state l’outcome più studiato e mostravano valori di FI mediamente più alti (11) rispetto alle fratture non vertebrali (FI mediano 5) o femorali (FI 5). In questi ultimi casi, bastava un numero molto esiguo di eventi in più (in alcuni casi 4 o 5) per invalidare la significatività dei risultati.

I limiti del p-value e l’utilità clinica del FI

Lo studio si inserisce nel dibattito crescente sul superamento del semplice p-value come criterio assoluto per giudicare l’efficacia di un trattamento. Il p-value, infatti, è notoriamente sensibile alla dimensione del campione e può oscillare ampiamente anche in presenza di differenze minime. Al contrario, il FI fornisce una misura intuitiva, clinicamente significativa e facile da comunicare anche al paziente: “basta che 9 pazienti su quasi duemila si fratturino per far crollare la significatività statistica dello studio”.

Non sorprende che molti esperti stiano proponendo di integrare il FI nei criteri di valutazione degli RCT e perfino nella progettazione degli studi, ad esempio prevedendo un FI minimo desiderato in fase di calcolo del campione.

Implicazioni per la pratica clinica

Per gli specialisti della salute ossea, il messaggio è chiaro: non tutte le evidenze sono uguali. Nella pratica clinica quotidiana, ciò implica che la scelta del farmaco dovrebbe basarsi non solo sulla significatività statistica, ma anche sulla robustezza dell’evidenza che la sostiene. Il rischio, altrimenti, è quello di affidarsi a dati troppo sensibili a piccole variazioni nei risultati, con potenziali implicazioni importanti per la sicurezza e l’efficacia del trattamento.

L’introduzione del Fragility Index rappresenta un passo avanti nella lettura critica della letteratura clinica. Sebbene non intenda sostituire il p-value, può affiancarlo in modo complementare per valutare la solidità delle evidenze. In un campo delicato come quello dell’osteoporosi, dove le fratture possono avere conseguenze gravissime, disporre di strumenti più raffinati per interpretare i dati è essenziale per una medicina davvero basata sulle evidenze—e non solo sulle apparenze statistiche.

Lo studio

Nick Tran, Thach S Tran, Tuan V Nguyen, Fragility of Evidence for the Efficacy of Anti-Fracture MedicationsThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025.

Quali farmaci possono indebolire le ossa?

La salute delle ossa può essere influenzata da molti fattori, incluso l’uso prolungato di alcuni farmaci. Sebbene questi medicinali siano spesso necessari per trattare patologie importanti, è importante conoscere i possibili effetti collaterali sullo scheletro per adottare strategie preventive efficaci.

Farmaci e osteoporosi: qual è il legame?

Alcuni farmaci interferiscono con il metabolismo del calcio e con la formazione ossea, provocando una progressiva perdita di densità e aumentando il rischio di fratture. È un effetto che può manifestarsi in modo silenzioso, soprattutto se la terapia è continuativa.

I principali farmaci “a rischio”

Tra i più noti ci sono:

  • Cortisonici (glucocorticoidi): usati per malattie autoimmuni, asma, allergie o infiammazioni croniche. A dosi elevate e per lunghi periodi, riducono l’assorbimento del calcio e inibiscono la formazione ossea.

  • Farmaci antiepilettici: alcuni aumentano il metabolismo della vitamina D, riducendone la disponibilità per l’osso.

  • Inibitori dell’aromatasi: utilizzati nel trattamento del tumore al seno, possono accelerare la perdita ossea nelle donne in post-menopausa.

  • Ormoni tiroidei in eccesso, diuretici, anticoagulanti: anche questi, in alcune condizioni, possono incidere negativamente.

Chi è più vulnerabile?

Le persone già in età avanzata, le donne in menopausa e chi presenta fattori di rischio per l’osteoporosi devono prestare particolare attenzione. Anche i bambini e gli adolescenti che assumono cortisonici per lunghi periodi (es. per l’asma) possono essere esposti.

Cosa fare per proteggere le ossa

Non bisogna mai interrompere o modificare la terapia senza il parere del medico. Ma si può intervenire su altri fronti:

  • Assunzione di calcio e vitamina D: attraverso l’alimentazione o, se necessario, con integratori
  • Attività fisica regolare: rafforza l’osso e migliora l’equilibrio
  • Esami di controllo: la densitometria ossea può aiutare a monitorare eventuali cambiamenti
  • Terapie protettive: in alcuni casi il medico può prescrivere farmaci per contrastare la perdita ossea

Conclusioni

Molti farmaci salvano la vita o migliorano la qualità della vita. Ma è importante conoscerne anche gli effetti collaterali, soprattutto a lungo termine. Parlarne con il medico e agire in modo preventivo permette di proteggere le ossa e affrontare le terapie con maggiore sicurezza.

Effetto dose-specifico di denosumab sui livelli sierici di calcio

Denosumab, un anticorpo monoclonale anti-RANKL, ha consolidato il suo ruolo nella prevenzione delle fratture osteoporotiche, con efficacia sul rischio vertebrale, femorale e non vertebrale, e un miglioramento densitometrico comparabile tra pazienti. Tuttavia, il blocco dell’osteoclastogenesi può alterare profondamente il metabolismo del calcio, con possibili ipocalcemie. Lo studio “Dose-Specific Effects of Denosumab on Serum Calcium Levels in Patients With Osteoporosis and Various Renal Functions” pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism esplora le variazioni di calcemia associate a differenti regimi posologici, offrendo dati utili alla pratica clinica in setting specialistici.

Obiettivi e disegno dello studio

Gli autori mirano a definire in modo preciso la relazione dose-risposta tra denosumab e calcemia. In particolare, la somministrazione di dosi variabili – 60 mg, 100 mg e 120 mg – è stata analizzata rispetto ai cambiamenti nel calcio sierico, con monitoraggio clinico e laboratoristico esteso fino a 28 giorni dopo l’iniezione.

Popolazione e metodologia

Lo studio è stato condotto in un setting controllato, con popolazione adulta adulta affetta da osteoporosi o con alto rischio di fratture. I pazienti sono stati suddivisi in tre gruppi, ciascuno ricevendo una diversa dose di denosumab. Le variabili principali misurate includevano:

  • Calcemia totale e ionizzata pre-trattamento e a intervalli specifici post-iniezione (giorni 1, 3, 7, 14, 28);

  • Marcatori ossei (CTX, P1NP) per valutare l’impatto sull’attività osteoclastica e osteoblastica.

Risultati chiave

  1. Riduzione dose‑dipendente del calcio sierico: i gruppi trattati con 100 mg e 120 mg hanno mostrato una calcemia significativamente ridotta fino al giorno 7, rispetto al baseline.

  2. Mancanza di ipocalcemia sintomatica grave: nessun caso di ipocalcemia clinicamente significativo, ma vari pazienti hanno manifestato valori al limite inferiore, soprattutto nei regimi maggiori.

  3. Biomarcatori ossei: conferma del potente effetto antiriassorbitivo, con riduzione marcata del CTX e aumento del P1NP a supporto dell’azione anti‑osteoclastica.

Valutazione critica

  • Forza dello studio: il disegno randomizzato controllato con dosaggio multiplo offre informazioni rilevanti per adeguare la terapia nei pazienti con diversa capacità di mantenere l’omeostasi del calcio.

  • Limitazioni: la durata breve (28 giorni) non consente valutazioni croniche, così come la popolazione limitata non copre soggetti con cronica insufficienza renale o ipo‑vitaminosi D, condizioni frequenti nella pratica.

  • Applicabilità clinica: il trend dose‑dipendente suggerisce cautela nell’utilizzo di dosi elevate in pazienti fragili o ipocalcemici; tuttavia, l’assenza di eventi gravi rafforza la sicurezza del farmaco se usato correttamente.

Implicazioni per la clinica

  1. Monitoraggio laboratoristico intensivo: l’osservazione proposta supporta l’efficacia del controllo pre- e post‑iniezione — baseline, a 7 e 14 giorni — per anticipare possibili cali clinicamente rilevanti.

  2. Integrazione con supplementazione: è coerente con le linee guida prevedere integrazione con vitamina D e calcio, soprattutto quando si impiegano dosi superiori a quella standard (60 mg).

  3. Profilo paziente-terapia: in soggetti con alterazione renale o disturbi preesistenti dell’omeostasi minerale, può essere utile considerare di rimodulare il dosaggio o valutare strategie alternative.

Lo studio fornisce evidenze razionali per comprendere meglio la relazione tra denosumab e metabolismo del calcio in base alla dose. La significativa riduzione dose-dipendente della calcemia, pur asintomatica, invita allo specialista a personalizzare la terapia, adeguare il monitoraggio e considerare la supplementazione, bilanciando efficacia e sicurezza. In un panorama di crescente utilizzo di anticorpi monoclonali per l’osteoporosi, questi dati supportano decisioni informate su dosaggio e follow-up, contribuendo a standardizzare protocolli clinici specialistici.

Lo studio

Xiaoxu Sun, Marcy B Bolster, Benjamin Z Leder, WuQiang Fan, Dose-Specific Effects of Denosumab on Serum Calcium Levels in Patients With Osteoporosis and Various Renal FunctionsThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, Volume 110, Issue 7, July 2025, Pages 1915–1922.

Nuove raccomandazioni cliniche sulla vitamina D nella prevenzione

La vitamina D, pro-ormone essenziale nella regolazione dell’omeostasi calcio-fosforo e nella salute scheletrica, è da decenni oggetto di studio anche per i suoi effetti extrascheletrici. L’articolo “A Systematic Review Supporting the Endocrine Society Clinical Practice Guidelines on Vitamin D”, pubblicato su The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, aggiorna in modo rigoroso le evidenze a disposizione, con l’obiettivo di supportare nuove raccomandazioni cliniche per la prevenzione delle malattie attraverso un’eventuale supplementazione.

Lo studio ha preso in esame 151 studi selezionati su oltre 37.000 pubblicazioni scientifiche, valutando l’impatto della vitamina D in diverse popolazioni: bambini, adulti sani, donne in gravidanza, soggetti con prediabete e anziani. Il metodo GRADE è stato impiegato per classificare il livello di certezza dell’evidenza.

Oltre il metabolismo osseo? Sì, ma con cautela

Nei bambini e adolescenti (1-18 anni), l’assunzione empirica di vitamina D è associata a una riduzione dell’incidenza di infezioni respiratorie, ma con evidenza di bassa qualità. Non è stato invece dimostrato un effetto preventivo statisticamente significativo su asma, tubercolosi o insorgenza di malattie autoimmuni. Nessuno degli studi inclusi ha valutato la prevenzione del rachitismo, benché l’associazione tra carenza di vitamina D e rachitismo sia storicamente ben consolidata.

Per gli adulti sotto i 50 anni sani, l’evidenza mostra che la supplementazione empirica di vitamina D non comporta benefici clinicamente rilevanti su densità minerale ossea, rischio di infezioni o altri outcome cronici. Una lieve riduzione della densità ossea dell’anca totale è stata osservata, ma la sua rilevanza clinica è trascurabile. Anche tra i 50 e i 74 anni, non emergono effetti significativi su fratture, mortalità o incidenza di malattie cardiovascolari. Un dato interessante, però, riguarda l’aumento del rischio di nefrolitiasi in soggetti trattati con vitamina D, evidenziato con elevata certezza.

Un effetto protettivo nella terza età

La fascia di età ≥75 anni rappresenta l’unico gruppo per cui la supplementazione empirica mostra benefici potenzialmente rilevanti: l’evidenza, con alta certezza, indica una lieve riduzione della mortalità (RR 0.96; CI 95%: 0.93–1.00) e una riduzione dell’incidenza di cadute (IRR 0.90; CI 95%: 0.81–0.99), soprattutto in soggetti istituzionalizzati o con supplementazione quotidiana e co-somministrazione di calcio. Tuttavia, non si osservano effetti significativi sull’incidenza di fratture o malattie renali.

Supplementazione in gravidanza: beneficio potenziale

Nei 10 studi randomizzati su donne in gravidanza, la supplementazione di vitamina D mostra effetti favorevoli su alcuni esiti materno-fetali – come preeclampsia, mortalità neonatale e parto pretermine – ma con evidenza generalmente bassa o moderata. I risultati, pur non sempre statisticamente significativi, suggeriscono benefici clinicamente rilevanti, giustificando un approccio cauto ma positivo alla supplementazione in gravidanza.

Vitamina D e prediabete: una nuova frontiera

Uno degli ambiti più promettenti riguarda la prevenzione del diabete mellito di tipo 2 in soggetti con prediabete. L’analisi di 24 studi ha mostrato una riduzione del rischio di progressione verso il diabete (RR 0.90; CI 95%: 0.81–1.00), con una riduzione anche della glicemia a digiuno e della glicemia post-carico. Sebbene la riduzione di HbA1c sia minima e non significativa, la coerenza degli effetti sugli altri parametri metabolici rafforza l’ipotesi di un ruolo fisiologico della vitamina D nella regolazione glucidica.

Dosi e modalità di somministrazione: attenzione agli alti dosaggi intermittenti

Un risultato trasversale, emerso in diverse popolazioni, è il rischio aumentato di cadute associato a regimi di somministrazione intermittente ad alte dosi (≥50.000 UI/dose) rispetto a regimi giornalieri a basso dosaggio. Questo dato suggerisce che l’efficacia e la sicurezza della supplementazione dipendano non solo dalla quantità totale assunta, ma anche dalla modalità di somministrazione.

Screening della vitamina D: poche prove a supporto

Non sono stati identificati studi che abbiano valutato direttamente l’impatto clinico di uno screening sistematico dei livelli sierici di 25(OH)D nella popolazione generale o in gruppi selezionati (persone con obesità, fototipo scuro). La mancanza di prove in tal senso suggerisce di riservare lo screening a soggetti a rischio o con condizioni cliniche specifiche.

Conclusioni per il clinico della salute ossea

Questa revisione sistematica supporta alcune raccomandazioni di buon senso già presenti nella pratica clinica, ma ricalibra l’uso della supplementazione su base empirica. Nei soggetti giovani e sani, in assenza di fattori di rischio per ipovitaminosi D, la supplementazione non sembra necessaria. Al contrario, negli anziani ≥75 anni, in gravidanza e nei soggetti con prediabete, vi sono segnali chiari – pur con variabile grado di certezza – a favore dell’utilizzo della vitamina D, idealmente in dosi quotidiane e con monitoraggio clinico attento.

Per i professionisti della salute ossea, questo studio invita a un approccio più selettivo e consapevole alla supplementazione: evitare l’automatismo, valutare il rischio individuale e scegliere con attenzione dosi e modalità di assunzione. L’era della vitamina D “per tutti” sembra ormai alle spalle. Ma quella della vitamina D “per chi ne ha bisogno, nel modo giusto”, è appena iniziata.

Lo studio

Vishal Paresh Shah, Tarek Nayfeh, Yahya Alsawaf, Samer Saadi, Magdoleen Farah, Ye Zhu, Mohammed Firwana, Mohamed Seisa, Zhen Wang, Robert Scragg, Mairead E Kiely, Paul Lips, Deborah M Mitchell, Marie B Demay, Anastassios G Pittas, Mohammad Hassan Murad, A Systematic Review Supporting the Endocrine Society Clinical Practice Guidelines on Vitamin DThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, Volume 109, Issue 8, August 2024, Pages 1961–1974.

Sarcopenia e fragilità ossea: due facce della stessa medaglia

Muscoli e ossa lavorano insieme. Quando i primi perdono forza, anche le seconde diventano più vulnerabili. Questo è il principio alla base della sarcopenia, una condizione spesso trascurata che contribuisce in modo decisivo alla fragilità dell’età avanzata.

Cos’è la sarcopenia

La sarcopenia è la perdita progressiva di massa muscolare e forza, tipica dell’invecchiamento. Non riguarda solo chi è sedentario: con il tempo, anche chi è attivo può andare incontro a una riduzione del tessuto muscolare, con ripercussioni sull’equilibrio e sulla stabilità.

Il legame con le ossa

Muscoli deboli portano a movimenti meno sicuri e a un maggior rischio di cadute. In presenza di osteoporosi, anche una semplice caduta può provocare fratture, soprattutto a livello del femore, del polso o delle vertebre. Per questo si parla di “sindrome da fragilità”, dove sarcopenia e osteoporosi si alimentano a vicenda.

Chi è più a rischio

Le persone anziane, chi è costretto a letto o conduce uno stile di vita molto sedentario, chi ha avuto ricoveri prolungati o malattie croniche. Anche l’alimentazione insufficiente o sbilanciata gioca un ruolo importante nella perdita di muscoli e densità ossea.

Come si riconosce

La sarcopenia si manifesta con ridotta forza nelle braccia e nelle gambe, difficoltà a salire le scale o alzarsi da una sedia, e un generale senso di debolezza. Il medico può eseguire test specifici (cammino, forza di presa, massa muscolare) per fare diagnosi.

Cosa si può fare

La prevenzione passa da movimento e nutrizione:

  • Esercizio fisico: camminata veloce, esercizi con piccoli pesi, attività di equilibrio e coordinazione
  • Alimentazione: dieta ricca di proteine (carne magra, legumi, pesce, uova), calcio e vitamina D
  • Integrazione: se indicato dal medico, può essere utile un supporto nutrizionale mirato

Conclusioni

Affrontare la sarcopenia significa prendersi cura del proprio corpo a 360 gradi. Muscoli forti aiutano le ossa a resistere meglio, e viceversa. Non è mai troppo tardi per iniziare a muoversi, mangiare meglio e prevenire la fragilità che limita l’autonomia.

 

Romosozumab e fragilità ossea nelle pazienti diabetiche: nuovi orizzonti terapeutici

Nel complesso panorama dell’osteoporosi secondaria a diabete di tipo 2 (T2D), la fragilità scheletrica si manifesta in modo paradossale: pazienti con densità minerale ossea (aBMD) relativamente preservata vanno comunque incontro a un aumentato rischio di fratture. Questo fenomeno si deve principalmente a un’alterazione della microarchitettura ossea e a un ridotto turnover, condizioni che spesso sfuggono alla tradizionale valutazione densitometrica. Il Trabecular Bone Score (TBS), derivato da immagini DXA della colonna lombare, è oggi uno strumento utile per intercettare questi deficit, ma il suo impiego in pazienti diabetiche è stato a lungo limitato dall’interferenza del tessuto adiposo addominale.

Un recente studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism apre uno spiraglio promettente. L’analisi, condotta su un sottogruppo di pazienti con T2D arruolate nello studio ARCH, dimostra che l’impiego di romosozumab per 12 mesi, seguito da alendronato per altri 24, produce miglioramenti significativi non solo nella densità minerale ossea, ma anche nel TBS corretto per lo spessore del tessuto molle (TBSTT), parametro recentemente introdotto per rendere più affidabile la valutazione della microarchitettura vertebrale nelle pazienti con obesità centrale.

Romosozumab e T2D: un’alleanza da approfondire

Lo studio ha incluso 360 donne in postmenopausa con osteoporosi e diabete (quasi esclusivamente T2D), suddivise in due gruppi: 165 hanno ricevuto romosozumab per un anno, seguito da alendronato, mentre le restanti 195 hanno seguito una terapia continuativa con alendronato per 36 mesi. L’endpoint principale era la variazione percentuale di aBMD e TBSTT alla colonna lombare ai mesi 12, 24 e 36.

I risultati sono netti: già dopo 12 mesi, il gruppo romosozumab-to-alendronate ha mostrato un incremento medio del 7% in aBMD, rispetto al solo 0,1% del gruppo alendronate. Anche il TBSTT è migliorato significativamente (+2,6% al mese 12), con benefici mantenuti fino al termine dello studio (+2,6% al mese 36).

Microarchitettura ossea: un parametro indipendente

Uno degli aspetti più interessanti è l’indipendenza tra i miglioramenti in aBMD e quelli in TBSTT: le due variabili mostrano una correlazione debole (R² < 0,15), suggerendo che la microarchitettura ossea possa rispondere in modo distinto rispetto alla densità ossea. Questo dato ha implicazioni cliniche rilevanti: l’aggiunta del TBSTT alle valutazioni standard consente di cogliere più sfumature della qualità ossea, soprattutto in popolazioni complesse come quelle diabetiche.

Dallo score al rischio: impatto clinico

Oltre agli indici numerici, lo studio ha anche valutato la distribuzione delle pazienti secondo tre categorie di rischio TBSTT (normale, parzialmente degradato, degradato). Nel gruppo trattato con romosozumab, la percentuale di pazienti con TBSTT “normale” è raddoppiata (dal 23,6% al 50%) nell’arco di 36 mesi, mentre quella con TBSTT “degradato” è scesa dal 55,8% al 33,9%. Anche il gruppo alendronato-alone ha mostrato un trend migliorativo, ma in misura decisamente più contenuta.

Perché romosozumab?

Romosozumab è un anticorpo monoclonale che inibisce la sclerostina, proteina regolatrice negativa della formazione ossea. Questo meccanismo d’azione duale—stimolo osteoanabolico e inibizione del riassorbimento—lo rende particolarmente efficace nelle prime fasi del trattamento. Già in passato, lo studio ARCH aveva dimostrato la superiorità di romosozumab rispetto all’alendronato nella riduzione del rischio di fratture vertebrali, cliniche e dell’anca. Questo nuovo approfondimento conferma la sua efficacia anche in un sottogruppo ad alto rischio come le donne con T2D.

Verso una medicina più precisa

L’introduzione dell’algoritmo TBSTT rappresenta un passo avanti nella medicina di precisione per l’osteoporosi. Correggendo l’influenza del tessuto adiposo addominale, TBSTT consente una stima più accurata della microarchitettura vertebrale, cruciale nei pazienti con diabete di tipo 2. È proprio in queste pazienti, spesso escluse dalle grandi trial registrativi, che una valutazione più fine della qualità ossea può guidare scelte terapeutiche più appropriate.

Limiti e prospettive

Come sottolineano gli autori, l’analisi è post hoc e limitata a un sottogruppo (8,8%) del totale dello studio ARCH. Inoltre, mancano dati specifici sull’uso di farmaci antidiabetici, potenzialmente influenti sul metabolismo osseo. Nonostante ciò, la coerenza dei risultati con quelli già noti nella popolazione generale rende lo studio robusto e clinicamente rilevante.

In attesa di studi disegnati ad hoc sulla popolazione diabetica, romosozumab si conferma una risorsa terapeutica promettente nelle pazienti con osteoporosi e T2D, dove la fragilità ossea si cela spesso dietro parametri apparentemente normali.

Lo studio

Serge Ferrari, Donald Betah, Robert G Feldman, Bente L Langdahl, Mary Oates, Jen Timoshanko, Zhenxun Wang, Ruban Dhaliwal, Romosozumab Improves Tissue Thickness–Adjusted Trabecular Bone Score in Women With Osteoporosis and DiabetesThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025.

Quando serve la densitometria ossea (MOC)

La densitometria ossea, conosciuta anche come MOC (Mineralometria Ossea Computerizzata), è l’esame principale per valutare la densità delle ossa. È uno strumento semplice ma fondamentale nella diagnosi precoce di osteopenia e osteoporosi, soprattutto nelle persone più a rischio.

A cosa serve la MOC

La MOC misura la quantità di minerali, in particolare calcio, presente nelle ossa. Più alta è la densità ossea, maggiore è la resistenza dello scheletro e minore il rischio di fratture. L’esame consente di individuare per tempo una perdita ossea che, se trascurata, potrebbe evolvere in osteoporosi.

Chi dovrebbe farla

La MOC è consigliata:

  • alle donne dopo la menopausa

  • agli uomini sopra i 65 anni

  • a chi ha avuto fratture da fragilità

  • a chi assume cortisonici per lunghi periodi

  • in caso di malattie croniche che compromettono il metabolismo osseo (es. celiachia, artrite reumatoide, ipoparatiroidismo)

Come si svolge l’esame

È un esame rapido, indolore e non invasivo. Il paziente si sdraia su un lettino e un braccio meccanico esegue la scansione, solitamente a livello della colonna lombare e del femore. L’esposizione ai raggi X è minima e non ci sono particolari preparazioni da seguire.

Cosa significano i risultati

Il referto riporta un valore chiamato T-score:

  • T-score > -1: densità ossea normale

  • T-score tra -1 e -2,5: osteopenia (riduzione lieve)

  • T-score < -2,5: osteoporosi

In base al risultato, il medico valuterà il livello di rischio e la necessità di ulteriori accertamenti o terapie.

Quando ripetere la MOC

In assenza di osteoporosi, la MOC può essere ripetuta ogni 2-3 anni. In presenza di osteopenia o osteoporosi già diagnosticata, può essere utile ogni 12-24 mesi, per monitorare l’efficacia della terapia e l’evoluzione della densità ossea.

Perché è importante

La MOC permette una diagnosi precoce: sapere di avere ossa fragili prima che si verifichi una frattura consente di intervenire per tempo. È uno strumento essenziale nella strategia di prevenzione e cura della fragilità ossea.