venerdì, Aprile 4, 2025
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Aspetti endocrini delle malattie neuromuscolari

L’approccio diagnostico e terapeutico alle malattie neuromuscolari chiede al clinico di valutare diverse condizioni di malattie che vanno oltre il quadro neuromuscolare specifico che ha portato il paziente all’osservazione del neurologo. Tra gli aspetti extraneurologici sono particolarmente frequenti le alterazioni endocrino-metaboliche, che sono in alcuni casi determinate dalle alterazioni genetiche che causano la malattia neuromuscolare come nelle distrofie miotoniche tipo 1 e tipo 2, in cui frequente e spesso precoce è la comparsa di infertilità e ipogonadismo. Inoltre gli studi più recenti dimostrano che il muscolo è caratterizzato da una funzione endocrina, mediata dal rilascio di miokine, la cui integrità è fondamentale per l’omeostasi di altri metabolismi, come quello osseo e quello glucidico. In questa presentazione si illustrano le acquisizioni più recenti relative a tali aspetti nelle più comuni patologie neuromuscolari.



Ipoparatiroidismo: dalla diagnosi alla terapia

L’ipoparatiroidismo cronico è una condizione caratterizzata da una ridotta o assente secrezione di paratormone, con conseguente ipocalcemia e sintomi ad essa correlati. La terapia si basa sull’assunzione di calcio e forma attiva della vitamina D e, in un prossimo. Futuro, del paratormone umano ricombinante che rappresenta l’ultima terapia sostitutiva delle insufficienze ghiandolari endocrine, in Italia ancora mancante.

Presentiamo una completa disamina della patologia dall’epidemiologia, alla distinzione tra la forma primaria e quella secondaria, per arrivare alla corretta diagnosi. La presentazione di casi clinici aiuta a comprendere come il goal sia quello di mantenere il paziente asintomatico nel tempo con l’impostazione della corretta terapia.


Osso e muscolo: effetti dell’ipovitaminosi D

Approccio multidisciplinare alla gestione del paziente osteoporotico sarcopenico


Chirurgia protesica nell’osteoporosi

L’osteoporosi rappresenta una sfida significativa nell’impianto di protesi ortopediche, in particolare per le articolazioni maggiormente colpite da degenerazione e fratture, come anca e ginocchio. La ridotta densità minerale ossea (DMO) comporta un aumento del rischio di complicanze sia intraoperatorie che postoperatorie, influenzando la stabilità dell’impianto e il successo dell’intervento. Tuttavia, l’osteoporosi non costituisce di per sé una controindicazione assoluta all’artroplastica, purché vengano adottate specifiche precauzioni cliniche e chirurgiche.

Selezione dei pazienti osteoporotici per la chirurgia protesica

La selezione accurata dei pazienti è fondamentale per ottimizzare gli esiti della chirurgia protesica. L’obiettivo è identificare quei pazienti nei quali il beneficio della sostituzione articolare superi i rischi legati alla fragilità ossea.

Criteri di valutazione preoperatoria

Il processo decisionale si basa su una serie di parametri clinici e strumentali:

  • Densitometria ossea (DXA): Il T-score inferiore a -2,5 SD è indicativo di osteoporosi, ma va integrato con altri dati clinici. Studi come quelli di Kanis et al. (Osteoporosis International, vol. 34, 2023, pp. 121-137)sottolineano che la DXA da sola non è sufficiente a predire il rischio di fallimento dell’impianto.
  • FRAX score: Questo strumento consente di stimare il rischio di frattura a 10 anni, integrando dati clinici con la DMO. Secondo Harvey et al. (Journal of Bone and Mineral Research, vol. 38, 2023, pp. 987-1001), il FRAX può essere utilizzato per stratificare il rischio nei pazienti candidati a chirurgia ortopedica.
  • Qualità ossea con TAC a bassa dose: Permette una valutazione più dettagliata della struttura ossea trabecolare e corticale. Studi recenti (Bouxsein et al., Bone, vol. 173, 2024, pp. 115397) dimostrano che la densità trabecolare misurata con TAC è predittiva della stabilità dell’impianto.
  • Esame morfometrico delle vertebre: Può rivelare fratture vertebrali occulte, indicativo di una fragilità ossea sistemica.
  • Biomarcatori di turnover osseo: Marker come il CTX (C-telopeptide) e il P1NP (propeptide del collagene di tipo 1) possono fornire informazioni sulla qualità del rimodellamento osseo.

Precauzioni nella selezione

Non tutti i pazienti osteoporotici sono candidati ideali alla protesizzazione. Sono da considerare con attenzione:

  • Pazienti con osteoporosi severa(T-score < -3,5 SD e fratture recenti): richiedono una terapia osteo-anabolica preoperatoria (teriparatide o romosozumab) per almeno 6 mesi prima dell’intervento (Cosman et al., JBMR, vol. 37, 2022, pp. 1342-1354).
  • Pazienti con storia di fratture periprotesiche pregresse: possono necessitare di impianti rinforzati e tecniche di osteosintesi associate.
  • Terapie croniche con corticosteroidi: associate a un rischio aumentato di osteoporosi secondaria e ritardo di consolidazione ossea.

Osteoporosi e biomeccanica dell’impianto protesico

L’osso osteoporotico presenta una minore resistenza meccanica e una compromissione della capacità di ancoraggio della protesi, con un aumento del rischio di mobilizzazione asettica e fratture periprotesiche. I chirurghi ortopedici devono valutare con attenzione la qualità ossea preoperatoria attraverso tecniche di imaging avanzate, come DXA, TAC a bassa dose e radiografia con valutazione morfometrica.

Strategie chirurgiche e scelta dell’impianto

Per migliorare gli esiti nei pazienti osteoporotici, vengono adottate diverse strategie:

  • Protesi cementate vs. non cementate:
    • Le protesi cementate offrono un miglior ancoraggio in ossa osteoporotiche. Lo studio di Springer et al. (JBJS, vol. 103, 2021, pp. 456-467) ha dimostrato che riducono il rischio di mobilizzazione precoce.
    • Le protesi non cementate possono essere utilizzate in pazienti con osteoporosi lieve, con steli rivestiti in idrossiapatite per favorire l’osteointegrazione (Brown et al., Clinical Orthopaedics, vol. 480, 2022, pp. 789-804).
  • Tecniche di rinforzo osseo:
    • Innesti ossei autologhi o sintetici
    • Scaffold bioattivi
    • Cementazione arricchita con fosfato di calcio(Zhang et al., Acta Orthopaedica, vol. 93, 2023, pp. 132-145).
  • Uso di impianti modulari per un adattamento personalizzato all’anatomia ossea residua (Wilson et al., Bone & Joint Research, vol. 11, 2022, pp. 654-667).

Fratture periprotesiche: incidenza, prevenzione e trattamento

Le fratture periprotesiche rappresentano una complicanza temibile nei pazienti osteoporotici, con un’incidenza che varia dal 2 al 5% dopo artroplastica totale d’anca (Haddad et al., The Lancet Rheumatology, vol. 6, 2023, pp. e97-e108).

Fattori di rischio

  • Osteoporosi avanzata e scarsa qualità ossea
  • Tecnica chirurgica inadeguata(eccessiva fresatura ossea)
  • Cadute post-operatorie

Strategie di prevenzione

  • Terapia osteo-anabolica preoperatoria (teriparatide) per migliorare la qualità ossea
  • Uso di impianti a stelo lungo e rinforzati
  • Programmi di prevenzione delle cadute post-operatorie (Mak et al., Journal of Geriatric Orthopedics, vol. 12, 2023, pp. 211-225).

Gestione delle fratture periprotesiche

  • Classificazione di Vancouverper guidare il trattamento
  • Riduzione e sintesi con placche e viti
  • Revisione protesica con impianti rinforzatiin caso di mobilizzazione.

L’osteoporosi non esclude l’impianto di una protesi ortopedica, ma richiede un approccio multidisciplinare. L’uso di tecniche chirurgiche avanzate, impianti specifici e una gestione preoperatoria mirata sono elementi chiave per garantire risultati ottimali. Il follow-up attento e una prevenzione delle fratture periprotesiche sono essenziali per garantire il successo a lungo termine dell’intervento.

 

Resistenza agli estrogeni e fragilità ossea

Una rara variante missense del gene ESR1, responsabile della codifica del recettore degli estrogeni α (ERα), è stata identificata in una giovane donna affetta da resistenza agli estrogeni. Lo studio, condotto su un follow-up di 8 anni, offre nuove evidenze cliniche e biologiche sulla correlazione tra difetto recettoriale e grave osteoporosi, nonché alterazioni metaboliche sistemiche. L’analisi degli effetti di etinil-estradiolo e tamoxifene mette in luce i limiti attuali delle opzioni terapeutiche e suggerisce nuovi orizzonti nella comprensione delle vie estrogeno-dipendenti.

Profilo fenotipico e diagnosi molecolare

La paziente, una donna africana di 20 anni, si è presentata con amenorrea primaria, assenza di sviluppo mammario (Tanner B1) e statura molto elevata (+3 SD a 28 anni). L’età ossea risultava gravemente ritardata (13 anni). Le indagini ormonali hanno rivelato ipergonadotropinemia (FSH e LH elevati), iperestrogenemia paradossale e iperandrogenismo, compatibili con una sindrome di resistenza agli estrogeni.

Il sequenziamento del gene ESR1 ha individuato una nuova variante missense (p.M543T) localizzata nel dominio AF-2 del recettore, fondamentale per l’attività trascrizionale estrogeno-dipendente. Studi funzionali in vitro hanno dimostrato una drastica riduzione dell’attività trascrizionale dell’ERα, pur conservando una parziale funzione del dominio AF-1.

Osteoporosi grave e turnover osseo accelerato

Il dato più drammatico è emerso dalla valutazione della densità minerale ossea (BMD): Z-score di −3.9 a livello lombare già a 21 anni, con peggioramento progressivo fino a −5.6 nonostante trattamento. Il femore mostrava osteopenia (−1.8), poi evoluta in osteoporosi severa (−4.4). I marcatori di turnover osseo (ALP ossea, osteocalcina, deossipiridinolina) erano persistentemente elevati, suggerendo un bilancio osteo-remodeling fortemente sbilanciato verso il riassorbimento.

Insulino-resistenza e profilo metabolico alterato

Parallelamente, la paziente presentava un importante quadro di insulino-resistenza (HOMA-IR 11.5), adiposità addominale e iperleptinemia, con adiponectina ridotta. Tuttavia, la funzione epatica, il profilo lipidico e l’assetto cardiovascolare risultavano conservati, con assenza di aterosclerosi precoce.

L’assenza di alterazioni glicemiche rilevanti contrasta con casi precedenti in maschi, ma conferma il ruolo dell’ERα anche nella modulazione della sensibilità insulinica e dell’omeostasi energetica, come osservato nei modelli murini Esr1 knockout.

Prove terapeutiche: etinil-estradiolo e tamoxifene

La somministrazione per os di etinil-estradiolo (EE) ad alte dosi ha prodotto effetti parziali: miglioramento dell’indice di sensibilità insulinica, riduzione dei livelli di leptina e aumento di proteine epatiche estrogeno-dipendenti (SHBG, CBG). Tuttavia, non si è osservata alcuna risposta a livello osseo: la BMD è peggiorata e i marcatori di turnover osseo sono rimasti invariati. Né si sono avuti effetti sull’endometrio o sullo sviluppo mammario.

Successivamente, la paziente ha ricevuto tamoxifene (SERM), con l’obiettivo di stimolare selettivamente la via AF-1, parzialmente conservata. Anche in questo caso, tuttavia, non si sono riscontrati benefici né sul metabolismo osseo, né sull’apparato riproduttivo o il profilo metabolico.

Considerazioni fisiopatologiche

I risultati clinici suggeriscono che la variante p.M543T abolisce completamente l’attività del dominio AF-2, indispensabile per la trascrizione genomica mediata da ERα. La funzione residua del dominio AF-1 non è sufficiente a garantire l’omeostasi ossea, anche se potrebbe contribuire, assieme agli alti livelli androgenici, alla crescita staturale continua osservata nella paziente.

L’elevata leptinemia potrebbe giocare un ruolo modulante sul turnover osseo, attraverso vie neuroendocrine ancora non del tutto chiarite. L’assenza di effetti del trattamento con tamoxifene potrebbe derivare dalla prevalenza del difetto a livello AF-2, o da una dose insufficiente o durata troppo breve della terapia.

Questo caso clinico fornisce nuove evidenze del ruolo centrale del recettore ERα, e in particolare del dominio AF-2, nella salute scheletrica. La severa osteoporosi in giovane età, non responsiva al trattamento estrogenico, evidenzia l’urgenza di sviluppare strategie terapeutiche alternative, mirate su altri recettori o vie non genomiche (es. GPER).

La descrizione dettagliata di questo caso arricchisce la letteratura sulle patologie rare da resistenza agli estrogeni, sottolineando l’importanza del follow-up a lungo termine, e la necessità di esplorare opzioni terapeutiche basate su una migliore comprensione delle vie di segnalazione estrogeno-dipendenti.

Lo studio

Eva Feigerlova, Novel estrogen receptor-α gene inactivating missense variant in a woman: Therapeutic challenge and long-term follow-up data, Bone, Volume 194, 2025,
117427,ISSN 8756-3282,

Salute muscolo-scheletrica: il mondo si riunisce a Roma per il WCO-IOF-ESCEO 2025

L’edizione 2025 del WCO-IOF-ESCEO, co-organizzata dalla International Osteoporosis Foundation (IOF) e dalla European Society for Clinical and Economic Aspects of Osteoporosis, Osteoarthritis and Musculoskeletal Diseases (ESCEO), si terrà a Roma dal 10 al 13 aprile presso il Rome Convention Center – La Nuvola.

Il congresso rappresenta uno dei principali appuntamenti mondiali dedicati alle patologie dell’apparato muscolo-scheletrico, con particolare attenzione a osteoporosi, osteoartrosi, sarcopenia, fragilità, dolore cronico e disturbi correlati all’invecchiamento.

Come ogni anno, si prevede un’elevata partecipazione da parte della comunità medico-scientifica internazionale, con oltre 4000 delegati attesi, provenienti da tutti i continenti.

Focus scientifico: dalla fisiopatologia alle terapie innovative

Il programma scientifico dell’evento, consultabile nella sua interezza sul sito ufficiale (www.wco-iof-esceo.org), è costruito attorno a un approccio integrato e multidisciplinare alle malattie muscolo-scheletriche, combinando le prospettive della ricerca di base, della clinica, dell’epidemiologia e della valutazione costo-efficacia degli interventi.

Tra i principali filoni tematici dell’edizione 2025:

  • Nuove terapie osteoattive: dati clinici su farmaci anabolici e anti-riassorbitivi, incluse molecole di ultima generazione come romosozumab, abaloparatide e analoghi del PTH.

  • Biomarcatori e diagnostica avanzata: imaging ad alta risoluzione, strumenti predittivi, tecnologie digitali e modelli di intelligenza artificiale applicati alla stratificazione del rischio.

  • Sarcopenia e osteosarcopenia: aggiornamenti su definizione, criteri diagnostici, strumenti di screening e opzioni terapeutiche integrate.

  • Trattamento della fragilità e della frattura da fragilità: gestione multidisciplinare, percorsi FLS (Fracture Liaison Services), prevenzione secondaria e long-term care.

  • Comorbilità e medicina dell’invecchiamento: focus su pazienti complessi, polipatologici, e gestione del rischio nelle popolazioni geriatriche.

  • Approcci nutrizionali e interventi non farmacologici: esercizio fisico, supporto dietetico, integrazione mirata e strategie comportamentali.

Una sezione specifica sarà dedicata alla valutazione clinico-economica delle strategie terapeutiche, con particolare attenzione all’impact modelling e alla sostenibilità dei percorsi di cura in ottica di sanità pubblica.

Un’occasione strategica per la comunità scientifica italiana

L’edizione romana del congresso costituisce un’occasione particolarmente significativa per il mondo accademico e clinico italiano. La presenza sul territorio nazionale faciliterà la partecipazione di numerosi specialisti in endocrinologia, geriatria, reumatologia, ortopedia, medicina interna e riabilitazione, promuovendo il dialogo tra le diverse discipline coinvolte nella gestione delle patologie muscolo-scheletriche.

Inoltre, il WCO-IOF-ESCEO rappresenta da sempre un importante volano per la presentazione di studi multicentrici, esperienze cliniche e trial nazionali, grazie anche a sessioni dedicate alle comunicazioni orali e ai poster scientifici.

BoneHealth.it seguirà i lavori del congresso

Il team editoriale di BoneHealth.it sarà presente a Roma per seguire da vicino i lavori congressuali, offrendo alla comunità dei lettori un aggiornamento puntuale e autorevole sui temi più rilevanti emersi durante l’evento.

Attraverso articoli e approfondimenti, daremo voce ai protagonisti italiani e internazionali del dibattito scientifico, con particolare attenzione alla ricaduta clinica delle nuove evidenze e all’evoluzione delle strategie terapeutiche.

Microbiota intestinale e osteoporosi postmenopausale: un nuovo asse patogenetico

L’osteoporosi postmenopausale è una delle condizioni più impattanti sulla salute femminile dopo la menopausa, caratterizzata da una progressiva perdita di massa ossea dovuta al calo estrogenico. Le implicazioni cliniche sono note: aumentato rischio di fratture, riduzione della qualità della vita e incremento della mortalità e dei costi sanitari. Ma la comprensione dei meccanismi alla base della PMOP resta ancora incompleta.

Lo studio cinese ha coinvolto 104 donne in postmenopausa, 45 con diagnosi di osteoporosi e 59 con massa ossea normale. Attraverso un’analisi integrata che ha combinato indicatori metabolici, funzionalità della barriera intestinale e sequenziamento del DNA fecale (16S rRNA), i ricercatori hanno delineato un quadro fisiopatologico sorprendentemente coerente, che mette in relazione alterazioni del microbiota intestinale con la patogenesi dell’osteoporosi.

Microbiota, dieta e metabolismo osseo: un triangolo patologico

Le pazienti affette da PMOP presentavano un’attività fisica inferiore, un’assunzione più elevata di grassi e una minore assunzione di calcio e proteine rispetto al gruppo di controllo. Dal punto di vista biochimico, mostravano livelli significativamente ridotti di vitamina D (25(OH)D), con contestuale incremento del paratormone (PTH) e del marker di riassorbimento osseo β-CTX. Tali parametri sono ben noti nella pratica clinica come indicatori di disequilibrio metabolico osseo.

Ma l’aspetto innovativo dello studio risiede nella correlazione di questi dati con la disbiosi intestinale. L’analisi del microbiota ha rivelato una ridotta diversità α (ACE, Shannon, Simpson) nelle donne con PMOP, e una chiara separazione delle composizioni batteriche (diversità β) rispetto al gruppo di controllo.

Intestino più permeabile, ossa più fragili

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dallo studio è la compromissione della barriera intestinale nelle pazienti osteoporotiche. Rispetto alle donne con normale densità ossea, il gruppo PMOP mostrava livelli significativamente più alti di diamina ossidasi (DAO), acido D-lattico e lipopolisaccaridi (LPS) — tutti marker di alterata permeabilità intestinale.

Questa “leaky gut”, favorita anche dal deficit estrogenico, potrebbe favorire l’ingresso sistemico di endotossine batteriche, innescando una risposta infiammatoria cronica di basso grado in grado di influenzare negativamente il metabolismo osseo. Non è un caso che i livelli aumentati di LPS siano associati a un’accelerata attività osteoclastica e a una ridotta formazione ossea.

Roseburia e Bacteroides: nuove sentinelle per la salute dell’osso

L’approccio bioinformatico (modello random forest e curva ROC con AUC di 0,93) ha permesso di identificare alcuni generi batterici discriminanti tra i due gruppi. Tra questi, Roseburia, Bacteroides, Streptococcus e Dorea. In particolare, l’abbondanza di Roseburia ha mostrato una correlazione negativa con il T-score dell’anca, suggerendo che un’elevata presenza di questo genere potrebbe essere predittiva di una bassa densità ossea.

L’interpretazione di questo dato è complessa: Roseburia, generalmente considerato un produttore benefico di acidi grassi a catena corta (SCFA), potrebbe avere un ruolo differente in contesti estrogeno-carenti. La modulazione ormonale, infatti, influisce non solo sull’osso ma anche sulla composizione microbica intestinale.

Verso nuove strategie terapeutiche: prebiotici, probiotici e oltre

I dati dello studio supportano un’ipotesi già in fase di esplorazione in modelli animali: la manipolazione del microbiota intestinale potrebbe rappresentare un approccio terapeutico innovativo per la prevenzione e il trattamento della PMOP. Esperimenti su topi ovariectomizzati hanno mostrato che l’assunzione di Lactobacillus paracasei e L. plantarum è in grado di ridurre significativamente la perdita ossea e migliorare la densità minerale.

L’integrazione mirata con probiotici o simbiotici, l’utilizzo di prebiotici selettivi e la personalizzazione della dieta potrebbero diventare strumenti utili per influenzare positivamente l’asse intestino-osso, soprattutto in soggetti con fattori di rischio noti (sedentarietà, dieta iperlipidica, carenza di vitamina D).

Limiti dello studio e prospettive future

Pur essendo uno studio ben disegnato, il lavoro presenta alcuni limiti: la natura osservazionale e trasversale non consente di stabilire una causalità certa tra disbiosi intestinale e PMOP. Inoltre, le fluttuazioni stagionali della vitamina D e il numero relativamente limitato di pazienti suggeriscono la necessità di ulteriori conferme attraverso studi longitudinali e interventistici.

Tuttavia, il messaggio clinico è forte: la salute dell’osso non può più essere considerata un fatto esclusivamente ormonale o meccanico. L’intestino, con la sua popolazione microbica e la sua funzione barriera, è parte integrante dell’equilibrio osteo-metabolico.

Conclusioni

Lo studio di Zhu et al. rappresenta un’importante tappa nell’identificazione del microbiota intestinale come biomarcatore e possibile bersaglio terapeutico nella gestione dell’osteoporosi postmenopausale. Se confermato da ulteriori ricerche, questo asse intestino-osso potrebbe aprire la strada a strategie preventive non invasive, personalizzate e basate sulla modulazione del microbiota — in perfetta sintonia con i principi della medicina di precisione.

Lo studio

Zhu, C., Zhang, Y., Pan, Y., Zhang, Z., Liu, Y., Lin, X., … Nie, H. (2025). Clinical correlation between intestinal flora profiles and the incidence of postmenopausal osteoporosis. Gynecological Endocrinology41(1). https://doi-org.pros1.lib.unimi.it/10.1080/09513590.2025.2465587

Oltre la biomimesi, una nuova generazione di scaffold ceramici per la rigenerazione ossea

Una recente ricerca guidata da Shumin Pang presso la Technische Universität di Berlino ha messo a punto una strategia innovativa per la produzione di scaffold ceramici osteomimetici ad alta fedeltà. Utilizzando una combinazione di stampa 3D rotazionale e tecnica di replica a spugna, i ricercatori hanno ottenuto strutture che replicano sia la componente trabecolare che corticale dell’osso umano, incluse le caratteristiche canalicolari come i canali di Havers. Oltre alla somiglianza morfologica, gli scaffold in Cu-DIO/BCP mostrano resistenze meccaniche compatibili con quelle del tessuto osseo naturale e ottime proprietà osteogeniche e angiogeniche, candidandosi come soluzione per difetti ossei complessi e piattaforme in vitro per la ricerca farmacologica.

Un nuovo standard per gli scaffold biomimetici

Il trattamento dei difetti ossei di grandi dimensioni – derivanti da traumi, neoplasie o patologie degenerative – rappresenta ancora una sfida clinica rilevante. Mentre l’ingegneria tissutale ha fatto progressi significativi negli ultimi decenni, la riproduzione fedele della complessa gerarchia strutturale dell’osso umano in materiali biocompatibili e funzionali resta un obiettivo ambizioso. La recente pubblicazione di Pang et al. sull’International Journal of Extreme Manufacturing propone un sistema avanzato che supera i limiti delle attuali tecnologie: scaffold ceramici basati su una combinazione di rame-diopside (Cu-DIO) e fosfato di calcio bifasico (BCP), stampati con un approccio rotazionale integrato alla tecnica di replica a spugna.

Dalla replica trabecolare alla stampa rotazionale corticale

La chiave dell’innovazione sta nell’accoppiamento tra due tecniche complementari: la struttura trabecolare viene ottenuta impregnando spugne in poliuretano con slurry ceramici e successivamente sinterizzate, mentre la parte corticale viene costruita sovrapponendo filamenti cavi (che simulano gli osteoni) tramite una stampante 3D rotazionale. I filamenti sono estrusi attraverso un ugello quadrato che incorpora un canale centrale – analogo al canale di Havers – e possono essere disposti secondo angolazioni diverse (0°, 15°, 30°, 45°) rispetto all’asse centrale, influenzando così le proprietà meccaniche finali dello scaffold.

Una ceramica ingegnerizzata per forza e bioattività

Il materiale scelto – una miscela al 60% di Cu-DIO e 40% di BCP – è stato selezionato per l’equilibrio tra resistenza meccanica e biocompatibilità. La diopside dopata con rame fornisce robustezza, effetto antibatterico e capacità angiogeniche, mentre il BCP favorisce la degradabilità e l’osteointegrazione. Gli scaffold risultanti mostrano una porosità complessiva del 55% (con un picco del 76% nella zona trabecolare), un’ottima capacità di trasporto fluidico e resistenze a compressione che, nelle configurazioni a 15° e 30°, raggiungono rispettivamente 150 e 125 MPa in direzione assiale – valori comparabili a quelli dell’osso corticale umano.

Validazione in vitro: osteogenesi e angiogenesi dimostrate

L’attività biologica degli scaffold è stata valutata tramite colture cellulari con cellule mesenchimali umane (hBMSCs) e cellule endoteliali (HUVECs), sia in monocultura che in co-coltura. Le prove XTT hanno mostrato una vitalità cellulare significativamente più alta nei campioni trattati con estratti degli scaffold, soprattutto in co-coltura. Le analisi SEM e di microscopia a fluorescenza hanno evidenziato un’adesione e proliferazione efficace in entrambe le porzioni dello scaffold. A livello molecolare, le espressioni geniche e proteiche di BMP2, RUNX2 e VE-caderina sono risultate aumentate, confermando l’effetto osteo- e angioinduttivo della matrice ceramica.

Anche la differenziazione osteoblastica è stata confermata mediante test di attività ALP e mineralizzazione con Alizarina Red, mentre la potenzialità angiogenica è stata dimostrata con saggi di formazione tubulare su Matrigel, dove le HUVECs hanno formato strutture ramificate più complesse e dense rispetto al controllo.

Un passo verso la medicina personalizzata

Un aspetto cruciale dello studio è l’adattabilità del processo a geometrie irregolari. Utilizzando modelli anatomici derivati da difetti ossei femorali, i ricercatori hanno prodotto scaffold personalizzati perfettamente adattati alle sedi lesionali, mantenendo la doppia architettura ossea e le caratteristiche canalicolari. Questo apre alla possibilità di integrare la tecnologia in flussi clinici di stampa personalizzata, basata su imaging paziente-specifico.

Implicazioni cliniche e prospettive future

La capacità di replicare fedelmente l’architettura ossea e di garantire al contempo forza meccanica, permeabilità, osteoconduzione e angiogenesi rende questi scaffold un candidato promettente per affrontare la rigenerazione di difetti ossei critici. Ma non solo: la fedeltà strutturale, unita alla riproducibilità del processo, li rende adatti alla costruzione di modelli in vitro per lo studio di patologie ossee e il testing farmacologico.

In prospettiva, lo sviluppo di scaffold multifunzionali personalizzabili rappresenta un tassello essenziale per la medicina rigenerativa e la chirurgia ortopedica di nuova generazione. L’integrazione con canalicoli accessori (come i canali di Volkmann), la validazione in vivo e l’accoppiamento con biomolecole osteoinduttive potrebbero ulteriormente amplificare il potenziale di questa tecnologia.

Lo studio

Shumin PangDongwei Wu*Dorian A H HanaorAstrid HaibelJens Kurreck and Aleksander Gurlo, Osteomimetic bioceramic scaffolds with high-fidelity human-bone features produced by rotational printing, IMMT
International Journal of Extreme ManufacturingVolume 7Number 3 , Published 6 February 2025 • © 202

Densità minerale ossea alveolare e tipi di denti, nuove prospettive per la diagnosi dell’osteoporosi?

La diagnosi dell’osteoporosi si basa principalmente sulla densitometria ossea (DXA), che valuta la BMD a livello del femore e della colonna lombare. Tuttavia, diversi studi hanno suggerito che la struttura ossea della mandibola e del mascellare potrebbe fornire informazioni utili sulla salute scheletrica generale.

La densità minerale ossea alveolare (al-BMD) rappresenta un parametro emergente nella valutazione della qualità ossea del distretto orale. L’al-BMD potrebbe essere misurata in modo semplice ed economico attraverso radiografie dentali di routine, rendendola potenzialmente utile per lo screening precoce dell’osteoporosi.

Un recente studio condotto dall’Università di Kumamoto, in Giappone, ha analizzato l’al-BMD in pazienti osteoporotici trattati con bifosfonati, mettendo in evidenza variazioni significative in base alla tipologia dei denti esaminati.

Valutazione della densità ossea alveolare nei pazienti osteoporotici

Lo studio ha coinvolto 54 pazienti di sesso femminile affetti da osteoporosi, in trattamento con bifosfonati, sottoposti a estrazione dentaria. La densità minerale ossea alveolare è stata misurata con il sistema DentalSCOPE®, una tecnologia avanzata per la valutazione quantitativa dell’al-BMD mediante radiografie intraorali. Il campione è stato confrontato con un gruppo di controllo costituito da 12 donne sane senza patologie dentali.

I risultati hanno mostrato che:

  • L’al-BMD varia significativamente a seconda del tipo di dente, con valori più elevati nei molari inferiori rispetto ai premolari e agli incisivi.
  • I molari superiori presentano un’al-BMD più alta rispetto agli altri denti della mascella.
  • Non sono state riscontrate differenze significative tra i pazienti osteoporotici trattati con bifosfonati e il gruppo di controllo sano, suggerendo che il trattamento farmacologico potrebbe avere un effetto positivo sulla densità ossea locale.
  • L’al-BMD è risultata tendenzialmente più bassa nei denti affetti da parodontite, sebbene senza raggiungere una significatività statistica.

Implicazioni cliniche, uno strumento per la valutazione dell’osteoporosi?

I risultati dello studio suggeriscono che la densità minerale ossea alveolare potrebbe rappresentare un indicatore utile per valutare la salute ossea sistemica e monitorare l’efficacia del trattamento con bifosfonati. La possibilità di rilevare alterazioni della BMD attraverso comuni radiografie dentali apre prospettive interessanti per l’integrazione della diagnosi dell’osteoporosi in ambito odontoiatrico.

In particolare, la rilevazione di una bassa al-BMD in pazienti senza diagnosi di osteoporosi potrebbe segnalare la necessità di ulteriori accertamenti diagnostici, come la DXA. Inoltre, il monitoraggio dell’al-BMD potrebbe essere utile per valutare il rischio di osteonecrosi della mandibola nei pazienti in terapia con bifosfonati, permettendo di adottare strategie preventive più mirate.

Limiti dello studio e prospettive future

Nonostante i risultati promettenti, lo studio presenta alcune limitazioni. Il campione analizzato è relativamente ridotto e composto esclusivamente da donne osteoporotiche in terapia con bifosfonati, rendendo necessari studi su gruppi più ampi e diversificati. Inoltre, non è ancora chiaro quale sia il miglior sito di misurazione per l’al-BMD e quali siano i valori soglia per identificare il rischio di osteoporosi.

Futuri studi dovranno esplorare l’uso della radiografia dentale come strumento standardizzato per la diagnosi precoce dell’osteoporosi, valutandone l’efficacia in diversi contesti clinici. L’integrazione tra odontoiatria e medicina specialistica potrebbe rappresentare un passo avanti nella prevenzione delle complicanze legate alla fragilità ossea.

Conclusioni

L’analisi della densità minerale ossea alveolare potrebbe costituire un nuovo strumento per lo screening e il monitoraggio dell’osteoporosi, con implicazioni importanti nella pratica clinica. La radiografia dentale, già ampiamente utilizzata nella routine odontoiatrica, potrebbe assumere un ruolo chiave nella valutazione della salute ossea, favorendo un approccio interdisciplinare nella gestione dell’osteoporosi.

Lo studio

Kubo RYoshida RBaba-Tajiri RNakamura-Yamada HMiyahara TOoyama T, et al. Differences in alveolar bone mineral density by tooth type in female osteoporotic patients treated with bisphosphonatesOral Sci Int202522(1):e1285.

La regolazione ormonale nel rischio di osteoporosi nei pazienti con disfunzioni tiroidee

Le malattie della tiroide, come l’ipotiroidismo e l’ipertiroidismo, sono da tempo riconosciute come fattori di rischio per l’osteoporosi. Tuttavia, la relazione causale tra queste patologie e il deterioramento della salute ossea non è mai stata studiata in modo sistematico.

Fino ad oggi, però, i meccanismi esatti attraverso cui le alterazioni tiroidee influenzano la salute ossea non erano stati chiaramente definiti. Un recente studio di randomizzazione mendeliana ha analizzato il ruolo degli ormoni tiroidei nella relazione tra disfunzioni tiroidee e osteoporosi, offrendo nuove prospettive sulla prevenzione e il trattamento della fragilità ossea nei pazienti affetti da queste condizioni.

Difatti, le disfunzioni tiroidee (TDFDs), tra cui ipotiroidismo, ipertiroidismo e tiroiditi autoimmuni come il morbo di Hashimoto, alterano profondamente il metabolismo osseo. È noto che l’ipertiroidismo accelera il turnover osseo, riducendo la BMD, mentre l’ipotiroidismo inibisce il riassorbimento e la formazione ossea, aumentando il rischio di fragilità.

Nuove evidenze: TSH e FT4 come mediatori del rischio di osteoporosi

Lo studio ha analizzato dati genetici provenienti da popolazioni europee utilizzando la randomizzazione mendeliana, una tecnica che consente di stabilire relazioni causali riducendo i bias osservazionali. I risultati hanno dimostrato che:

  • L’ipertiroidismo aumenta il rischio di osteoporosi del 8% e favorisce le fratture patologiche.
  • L’ipotiroidismo incrementa il rischio di osteoporosi del 18%, con un effetto particolarmente marcato nelle donne in post-menopausa.
  • Il TSH (ormone tireotropo) è un mediatore chiave nella relazione tra ipotiroidismo e osteoporosi, spiegando il 5,3% dell’effetto totale.
  • Il FT4 (tiroxina libera) media il 9,7% dell’associazione tra ipertiroidismo e osteoporosi, suggerendo che un eccesso di FT4 sia direttamente responsabile della perdita di massa ossea.

Questi dati confermano che non è solo la disfunzione tiroidea in sé a danneggiare la salute ossea, ma anche le alterazioni nei livelli di specifici ormoni tiroidei.

Conseguenze cliniche e strategie di prevenzione

I risultati dello studio evidenziano la necessità di un approccio multidisciplinare nella gestione dei pazienti con disfunzioni tiroidee, con un monitoraggio attento della salute ossea. Alcune strategie chiave includono:

  1. Monitoraggio endocrino e osteoporotico integrato

  • Nei pazienti con ipertiroidismo, è fondamentale monitorare i livelli di FT4 per individuare precocemente un rischio aumentato di osteoporosi.
  • Nei pazienti con ipotiroidismo, il controllo del TSH può fornire informazioni cruciali sulla vulnerabilità ossea.
  1. Personalizzazione delle terapie ormonali

  • Nei pazienti con ipotiroidismo, l’uso della levotiroxina dovrebbe essere attentamente dosato per evitare un’eccessiva soppressione del TSH, che potrebbe accelerare la perdita di BMD.
  • Nei pazienti con ipertiroidismo, trattamenti mirati per stabilizzare FT4 potrebbero ridurre il rischio di fratture osteoporotiche.
  1. Strategie di prevenzione della perdita ossea

  • L’integrazione di calcio e vitamina D è essenziale per contrastare gli effetti delle disfunzioni tiroidee sulla struttura ossea.
  • L’esercizio fisico con carico (come il sollevamento pesi o la camminata veloce) è fortemente raccomandato per preservare la densità minerale ossea.

Conclusioni

Questa ricerca fornisce una nuova comprensione dei meccanismi biologici che collegano le disfunzioni tiroidee all’osteoporosi, evidenziando il ruolo cruciale degli ormoni tiroidei FT4 e TSH. I dati suggeriscono che una gestione ottimale della funzione tiroidea potrebbe rappresentare una strategia efficace per ridurre il rischio di osteoporosi e fratture nei pazienti con ipotiroidismo e ipertiroidismo.

Alla luce di queste evidenze, l’approccio clinico ai pazienti con disfunzioni tiroidee dovrebbe essere ripensato in ottica preventiva, con un’integrazione tra endocrinologia e osteologia. Mantenere un equilibrio ormonale stabile e monitorare la salute ossea non solo migliora la qualità della vita, ma può prevenire complicanze gravi legate alla fragilità ossea.

Lo studio

Liu, R., Fan, W., Hu, J. et al. The mediating role of thyroid-related hormones between thyroid dysfunction diseases and osteoporosis: a mediation mendelian randomization studySci Rep 15, 4121 (2025).

Screening dell’osteoporosi, nuove raccomandazioni e implicazioni cliniche

Secondo le ultime linee guida pubblicate dalla US Preventive Services Task Force (USPSTF), la diagnosi precoce attraverso lo screening può ridurre il rischio di fratture, specialmente nelle donne anziane e nelle pazienti in postmenopausa con fattori di rischio elevati. Tuttavia, la raccomandazione non si estende agli uomini, per i quali l’evidenza è ancora insufficiente.

L’importanza dello screening

L’osteoporosi è una patologia caratterizzata da una riduzione della densità minerale ossea (BMD) e da un aumento della fragilità ossea, che predispone a fratture, in particolare all’anca, alla colonna vertebrale e al polso. Le fratture osteoporotiche sono associate a una maggiore morbilità, perdita di indipendenza e aumento del rischio di mortalità. Il riconoscimento precoce della malattia attraverso lo screening permette di intervenire con trattamenti farmacologici e strategie preventive adeguate.

Le nuove raccomandazioni della USPSTF

La USPSTF ha confermato le seguenti raccomandazioni:

  • Screening raccomandato per le donne dai 65 anni in su con densitometria ossea (DXA) per prevenire le fratture osteoporotiche.
  • Screening raccomandato per le donne in postmenopausa sotto i 65 anni con fattori di rischio, utilizzando strumenti di valutazione clinica del rischio per determinare la necessità di una DXA.
  • Evidenza insufficiente per lo screening negli uomini, a causa della mancanza di studi che dimostrino un chiaro beneficio in termini di riduzione del rischio di frattura.

Valutazione del rischio e strategie di screening

La USPSTF suggerisce un approccio in due fasi per identificare le donne sotto i 65 anni a rischio:

  1. Identificare la presenza di fattori di rischio come basso peso corporeo, storia familiare di fratture dell’anca, fumo e consumo eccessivo di alcol.
  2. Utilizzare strumenti di valutazione del rischio come il FRAX (Fracture Risk Assessment Tool) per stimare il rischio di frattura e decidere se sottoporre la paziente a una DXA.

La DXA rimane il test di riferimento per la diagnosi di osteoporosi e la previsione del rischio di fratture. Tuttavia, l’uso combinato di strumenti di valutazione del rischio può migliorare l’efficacia dello screening.

Trattamento e gestione delle pazienti a rischio

Per le donne che ricevono una diagnosi di osteoporosi a seguito dello screening, le linee guida suggeriscono un approccio terapeutico basato su:

  • Bisfosfonati (alendronato, risedronato, zoledronato) come prima linea di trattamento per ridurre il rischio di frattura.
  • Denosumab per le pazienti ad alto rischio di frattura.
  • Terapie osteoanaboliche (romosozumab, teriparatide) in casi selezionati.

Parallelamente, è essenziale adottare misure di prevenzione come un’adeguata assunzione di calcio e vitamina D, esercizi di resistenza e strategie per ridurre il rischio di cadute.

Implicazioni cliniche e sfide aperte

Queste nuove raccomandazioni rafforzano il ruolo dello screening nella prevenzione delle fratture, ma sollevano anche alcune questioni irrisolte:

  • L’assenza di una raccomandazione chiara per gli uomini pone il problema di identificare strategie di screening alternative per questa popolazione.
  • Il miglioramento dei modelli predittivi di rischio potrebbe ottimizzare la selezione delle pazienti da sottoporre a DXA.
  • L’aderenza ai trattamenti rimane una sfida cruciale per ridurre l’incidenza di fratture osteoporotiche.

Conclusioni

Le raccomandazioni aggiornate della USPSTF rafforzano l’importanza dello screening per l’osteoporosi nelle donne ad alto rischio, evidenziando il valore della DXA e degli strumenti di valutazione del rischio clinico. Tuttavia, permangono incertezze riguardo allo screening negli uomini e alla scelta dei criteri ottimali per la stratificazione del rischio. La ricerca futura dovrà colmare queste lacune per migliorare ulteriormente la prevenzione delle fratture e la gestione dell’osteoporosi nella popolazione generale.

Lo studio

US Preventive Services Task Force. Screening for Osteoporosis to Prevent FracturesUS Preventive Services Task Force Recommendation StatementJAMA. 2025;333(6):498–508.

Autogestione dell’osteoporosi, quali esperienze e comportamenti?

Considerata una “malattia silenziosa” poiché spesso asintomatica fino alla comparsa di fratture, l’osteoporosi necessita di un approccio multidimensionale per la gestione da parte dei pazienti stessi. La ricerca suggerisce che la capacità di autogestione possa migliorare significativamente l’aderenza al trattamento, ridurre i rischi di complicanze e aumentare la qualità di vita.

Dimensioni dell’autogestione dell’osteoporosi

Lo studio ha individuato tre principali dimensioni dell’autogestione dell’osteoporosi:

1. Mantenimento

Il mantenimento della salute ossea comprende tutte le strategie che i pazienti adottano per prevenire il peggioramento della patologia. Tra le azioni più diffuse vi sono:

  • Aderenza alla terapia farmacologica: molti pazienti riconoscono l’importanza della terapia, ma alcuni interrompono il trattamento a causa di effetti collaterali o di una percezione errata della malattia.
  • Dieta e integrazione di calcio e vitamina D: sebbene il ruolo di questi nutrienti sia ben noto, persistono dubbi e difficoltà nella loro assunzione corretta.
  • Attività fisica: esercizi di carico e resistenza sono considerati fondamentali per mantenere la densità ossea, ma molti pazienti faticano a integrarli nella loro routine.
  • Relazione con gli operatori sanitari: il supporto medico è determinante per incentivare l’autogestione. Tuttavia, molti pazienti riferiscono di ricevere informazioni frammentarie e non sempre chiare.

2. Monitoraggio

Il monitoraggio riguarda il controllo regolare della malattia attraverso test diagnostici e l’osservazione dei sintomi.

  • Test diagnostici: esami come la densitometria ossea sono strumenti fondamentali per valutare l’andamento della patologia, ma alcuni pazienti faticano a comprenderne i risultati.
  • Percezione dei sintomi: la difficoltà di riconoscere i segnali precoci della malattia può portare a una sottovalutazione del rischio di fratture.
  • Ruolo dei medici: un’interazione più attiva con gli specialisti può favorire un miglior monitoraggio della patologia e prevenire complicanze.

3. Gestione

La gestione dei sintomi e delle complicanze è cruciale per migliorare la qualità della vita dei pazienti con osteoporosi.

  • Controllo del dolore: i pazienti utilizzano analgesici, fisioterapia e terapie complementari per alleviare il dolore.
  • Adattamento dello stile di vita: molti pazienti sviluppano strategie per evitare cadute e gestire le limitazioni fisiche.
  • Barriere e facilitatori della gestione: la mancanza di informazioni adeguate rappresenta un ostacolo significativo, mentre il supporto familiare e l’accesso a risorse educative migliorano l’autogestione.

Implicazioni cliniche e prospettive future

La sintesi delle esperienze di autogestione evidenzia la necessità di interventi personalizzati per supportare i pazienti con osteoporosi. I programmi educativi, la formazione di operatori sanitari specializzati e l’uso di strumenti di autovalutazione possono contribuire a migliorare l’aderenza terapeutica e la qualità di vita. Inoltre, l’implementazione di modelli di assistenza basati sull’autogestione potrebbe ridurre il carico sanitario associato alla malattia.

Conclusioni

L’autogestione dell’osteoporosi è un elemento chiave per il controllo della malattia e la prevenzione delle complicanze. L’adozione di strategie efficaci di mantenimento, monitoraggio e gestione può migliorare la qualità di vita dei pazienti, ridurre il rischio di fratture e favorire un approccio più consapevole alla malattia. È fondamentale che gli operatori sanitari promuovano interventi educativi e strategie di supporto personalizzate per incentivare una gestione attiva e responsabile dell’osteoporosi.

Lo studio

Tedesco C, Bernalte-Martí V, Pucciarelli G, Vellone E, Basilici Zannetti E, Cittadini N, Pennini A, Tarantino U, Alvaro R. Self-care experiences and behaviors in people with osteoporosis: A meta-synthesis. Maturitas. 2025 Feb 5;195:108213. Epub ahead of print. PMID: 39914137.

Osteoporosi negli uomini anziani, nuove strategie per una gestione efficace

L’osteoporosi è tradizionalmente considerata una malattia femminile, ma gli uomini non sono immuni da questa condizione. Dopo i 75 anni, il rischio di fratture da fragilità aumenta significativamente negli uomini, con conseguenze spesso più gravi rispetto alle donne. Studi recenti evidenziano che gli uomini hanno un tasso di mortalità più elevato dopo una frattura dell’anca rispetto alle donne, rendendo essenziale un intervento tempestivo per la diagnosi e il trattamento.

Diagnosi: l’importanza di un approccio combinato

La diagnosi precoce dell’osteoporosi negli uomini è cruciale per prevenire le fratture. L’esame di riferimento è la densitometria ossea con DXA, che consente di valutare la densità minerale ossea (BMD). Tuttavia, la sola misurazione della BMD non è sufficiente: il calcolo del FRAX (Fracture Risk Assessment Tool), che integra fattori clinici di rischio con la densitometria, permette una stima più accurata del rischio di frattura a 10 anni.

Altri strumenti diagnostici emergenti includono la radiofrequenza ecografica multi-spettrale (REMS), una tecnologia innovativa che permette una valutazione non invasiva della qualità ossea senza esposizione a radiazioni ionizzanti.

Terapie farmacologiche: stato dell’arte

Le opzioni terapeutiche per l’osteoporosi maschile comprendono farmaci antiriassorbitivi e anabolici. Tra gli antiriassorbitivi, i bifosfonati come alendronato e zoledronato sono ampiamente utilizzati e hanno dimostrato di ridurre il rischio di fratture vertebrali e non vertebrali.

Un’alternativa efficace è denosumab, un anticorpo monoclonale che inibisce il RANKL e riduce il riassorbimento osseo, particolarmente indicato per uomini sottoposti a terapia di deprivazione androgenica per il carcinoma prostatico.

Tra gli anabolici, teriparatide e abaloparatide stimolano la formazione ossea e sono indicati nei pazienti con alto rischio di frattura. Romosozumab, un farmaco con duplice azione anabolica e antiriassorbitiva, ha dimostrato di aumentare significativamente la densità ossea, ma il suo utilizzo è attualmente limitato alle donne postmenopausali a causa di potenziali rischi cardiovascolari.

Strategie non farmacologiche per la prevenzione

Oltre alle terapie farmacologiche, la gestione dell’osteoporosi maschile deve includere interventi sullo stile di vita. Alcuni elementi chiave sono:

  • Assunzione adeguata di calcio e vitamina D: Un apporto di almeno 1000-1200 mg di calcio e 800-1000 UI di vitamina D al giorno è raccomandato.
  • Esercizio fisico regolare: Attività con carico (come camminata veloce, corsa leggera e sollevamento pesi) migliorano la densità ossea e la forza muscolare, riducendo il rischio di cadute.
  • Prevenzione delle cadute: Il miglioramento della mobilità, della visione e dell’ambiente domestico può ridurre significativamente il rischio di fratture.
  • Gestione delle comorbilità: Condizioni come il diabete, le malattie cardiovascolari e l’ipogonadismo possono influenzare negativamente la salute ossea e devono essere monitorate attentamente.

Conclusioni

L’osteoporosi negli uomini è una condizione ancora sottodiagnosticata e sottotrattata, nonostante le sue gravi conseguenze. L’adozione di un approccio multidisciplinare che combini diagnosi precoce, terapia farmacologica adeguata e interventi sullo stile di vita è essenziale per migliorare la qualità di vita e ridurre il rischio di fratture nei pazienti anziani. La ricerca continua a fornire nuove opzioni terapeutiche che, se adeguatamente implementate, possono colmare il gap di trattamento tra uomini e donne e garantire una gestione ottimale della salute ossea maschile.

Lo studio

Ruggiero, C., Caffarelli, C., Calsolaro, V. et al. Osteoporosis in Older Men: Informing Patient Management and Improving Health-Related OutcomesDrugs Aging 42, 21–38 (2025).