Nella videointervista, il Prof. Roberto Baldelli, direttore della UOSD di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma e Professore a c. di Endocrinologia, “Sapienza” Università di Roma, parla del D-chiro-inositolo e del suo ruolo a supporto della salute ossea, soffermandosi in particolare su:
Il suo meccanismo d’azione.
Gli studi a supporto.
Il potenziale d’impiego nel trattamento dell’osteopenia.
Articolo realizzato con il contributo non condizionante di LO.LI. pharma:
Ci sono momenti in cui la chirurgia rappresenta la strada più sicura ed efficace per guarire, ridurre il dolore o tornare a camminare. Succede, ad esempio, in caso di:
Fratture complesse, che non possono guarire spontaneamente o con il solo gesso;
Protesi d’anca, ginocchio o spalla, quando l’articolazione è troppo usurata o dolorosa;
Correzioni di deformità scheletriche o allineamenti sbagliati;
Consolidamenti ritardati di fratture che non si saldano nel tempo;
Rimozione di mezzi di sintesi dopo precedenti interventi.
Spesso la chirurgia ortopedica viene vista con paura, ma oggi grazie all’evoluzione delle tecniche e dei materiali, è sempre più sicura, mini-invasiva e personalizzata.
Tipi principali di intervento ortopedico
Vediamo le categorie più comuni di interventi sulle ossa:
1. Osteosintesi (viti, placche, chiodi) Quando una frattura è instabile o scomposta, il chirurgo può usare mezzi metallici per tenerla ferma e favorire la guarigione. Questi elementi possono restare nel corpo o essere rimossi successivamente.
2. Protesi articolari In caso di artrosi grave o frattura irreparabile, si può sostituire l’articolazione danneggiata con una protesi (es. anca, ginocchio, spalla). L’obiettivo è ridurre il dolore e ripristinare il movimento.
3. Interventi di riallineamento o correzione Alcune patologie (come il ginocchio valgo o varo) richiedono una chirurgia per migliorare l’assetto dell’arto e prevenire usura precoce.
4. Rimozione mezzi di sintesi Dopo che un osso fratturato è guarito, può essere necessario rimuovere placche, viti o chiodi, soprattutto se causano fastidio.
Prima dell’intervento: come prepararsi
Un buon esito chirurgico dipende anche da una buona preparazione. Il paziente dovrebbe:
Seguire le indicazioni pre-operatorie (analisi, digiuno, sospensione di farmaci);
Informare il medico di patologie o allergie;
Sapere cosa aspettarsi e quali saranno i tempi di recupero;
Se possibile, fare un po’ di “pre-riabilitazione” per rafforzare i muscoli prima dell’operazione.
È importante non aver paura di fare domande al chirurgo o all’équipe sanitaria. Conoscere il percorso riduce l’ansia e aiuta a sentirsi protagonisti della propria salute.
Dopo l’intervento: cosa aspettarsi
Il post-operatorio dipende dal tipo di intervento. In generale:
Si inizia a muovere l’arto (con cautela) già dopo pochi giorni;
È prevista una riabilitazione fisioterapica graduale;
Si monitorano eventuali segni di infezione o complicanze;
L’uso di bastoni, stampelle o tutori può essere temporaneamente necessario;
Il dolore è controllato con farmaci specifici, e diminuisce con il passare dei giorni.
L’obiettivo è tornare quanto prima a camminare, muoversi e vivere con autonomia, con attenzione e pazienza.
Un percorso da affrontare con fiducia
Affrontare un’operazione ortopedica può spaventare, ma sapere cosa ci aspetta è il primo passo per affrontarla al meglio. La chirurgia non è una sconfitta, ma uno strumento potente per migliorare la qualità della vita.
Parlarne con familiari, fisioterapisti e medici aiuta a non sentirsi soli nel percorso. Anche i caregiver possono avere un ruolo chiave nel supporto quotidiano.
Esiste un legame clinico tra parodontite e osteoporosi? La risposta è sì. Secondo una revisione pubblicata su Joint Bone Spine, parodontite e osteoporosi non solo condividono caratteristiche biologiche, ma si influenzano a vicenda attraverso infiammazione cronica sistemica, riassorbimento osseo e disbiosi del microbiota.
Questa connessione sta cambiando l’approccio diagnostico alla salute ossea: il parodonto potrebbe diventare un biomarcatore precoce di fragilità sistemica.
Cosa hanno in comune parodontite e osteoporosi sul piano biologico?
Le due patologie condividono un meccanismo centrale:
aumento dell’attività osteoclastica,
riduzione dell’osteogenesi,
eccesso di citochine pro-infiammatorie (TNF-α, IL-1, IL-6).
Nell’osteoporosi la perdita ossea è sistemica; nella parodontite è circoscritta all’osso alveolare, ma guidata dagli stessi processi molecolari.
Il ruolo decisivo del microbiota (risposta ad alta domanda di ricerca)
Perché il microbiota è rilevante per la salute dell’osso? La revisione sottolinea un collegamento crescente tra disbiosi orale e intestinale:
P. gingivalis favorisce infiammazione e riassorbimento alveolare,
batteri orali ingeriti modificano il microbiota intestinale,
la flora intestinale alterata influisce su assorbimento minerale e metabolismo osseo.
Questo apre scenari terapeutici: probiotici, nutrizione personalizzata, modulazione immunitaria.
Fattori di rischio condivisi tra osteoporosi e parodontite
Menopausa La caduta degli estrogeni aumenta l’attività osteoclastica e favorisce il riassorbimento osseo sistemico. Nello stesso tempo altera la risposta infiammatoria dei tessuti parodontali, rendendo più probabile la progressione della malattia. La prevalenza combinata delle due condizioni nelle donne postmenopausali è infatti nettamente superiore rispetto alle coorti premenopausali.
Carenza di vitamina D La vitamina D modula l’assorbimento di calcio e fosforo, la mineralizzazione ossea e la risposta immunitaria locale. Una sua carenza indebolisce la densità minerale, ma aumenta anche la vulnerabilità del parodonto alla disbiosi e alle citochine infiammatorie. Per questo motivo livelli insufficienti sono associati sia a bassa BMD sia a maggiore profondità delle tasche parodontali.
Diabete L’iperglicemia cronica e l’accumulo di prodotti di glicazione avanzata intensificano l’infiammazione e alterano il rimodellamento osseo. Il diabete aumenta il rischio di osteoporosi, ma anche la risposta infiammatoria gengivale, favorendo perdita di attacco e riassorbimento alveolare.
Fumo Il tabacco riduce la vascolarizzazione tissutale, accelera il riassorbimento osseo e favorisce lo stress ossidativo: il risultato è un peggioramento parallelo di densità scheletrica e salute orale. Nei fumatori il rischio di parodontite severa e osteoporosi è significativamente più alto, e la risposta ai trattamenti più debole.
Età > 50 anni L’invecchiamento riduce la capacità osteoblastica, aumenta l’infiammazione sistemica di basso grado e peggiora la funzione immunitaria. Dopo i 50 anni la perdita di osso sistemico accelera, così come la vulnerabilità del parodonto al riassorbimento alveolare legato a disbiosi microbica.
Dieta povera di calcio Un apporto di calcio insufficiente compromette la mineralizzazione ossea e stimola la secrezione di PTH, intensificando il riassorbimento scheletrico. Sul fronte orale, una dieta povera di micronutrienti facilita infiammazione gengivale, disbiosi e perdita di attacco.
Sedentarietà L’assenza di stimolo meccanico sullo scheletro porta a diminuzione della massa ossea, mentre a livello orale ciò si associa spesso a stili di vita meno favorevoli (fumo, dieta povera, scarsa igiene) che facilitano la parodontite. L’attività fisica moderata riduce il rischio di entrambe le condizioni.
Predisposizione genetica Varianti genetiche che regolano osso, immunità e infiammazione possono condizionare entrambe le patologie. Polimorfismi nelle vie RANKL/OPG, nel collagene e in geni infiammatori aumentano sia il rischio di osteoporosi sia la severità della parodontite, suggerendo un collegamento biologico condiviso.
Tutti contribuiscono a riassorbimento osseo sistemico e alveolare.
Osteoporosi → peggioramento della parodontite
Gli studi citati indicano che i pazienti osteoporotici:
mostrano maggiore perdita di osso alveolare,
presentano valori densitometrici più bassi,
rispondono meno favorevolmente alla progressione parodontale.
Nelle donne postmenopausali, l’osteoporosi raddoppia il rischio di parodontite.
Parodontite → aumento del rischio di osteoporosi
Un dato molto rilevante per la pratica clinica: donne con parodontite mostrano un rischio maggiore di sviluppare osteoporosi nel tempo.
Ciò suggerisce che: il parodonto può funzionare come indicatore sentinella di fragilità scheletrica.
Perché questa relazione interessa gli specialisti dell’osso?
Perché cambia due processi:
screening precoce della fragilità Il dentista può identificare pazienti a rischio prima delle fratture.
gestione multidisciplinare Reumatologi, endocrinologi e parodontologi condividono ora un target comune: ridurre l’infiammazione e il riassorbimento osseo.
Quali dati di imaging mettono in relazione mandibola e osteoporosi?
La revisione sostiene che:
l’osso mandibolare riflette la salute dello scheletro,
la mandibular cortical index su panoramica correla con FRAX e rischio fratturativo,
Questo significa: la radiologia dentale integra la densitometria.
Implicazioni pratiche per la clinica specialistica
Invio dei pazienti con parodontite severa a indagine densitometrica Nei soggetti con perdita alveolare marcata o avanzata, soprattutto donne in postmenopausa, una valutazione densitometrica dovrebbe essere considerata buona pratica clinica. La parodontite severa può rappresentare una manifestazione periferica di fragilità scheletrica: identificare precocemente una riduzione della BMD permette di intervenire prima che compaiano fratture o peggioramenti strutturali.
Follow-up odontoiatrico nei pazienti osteoporotici Chi presenta osteoporosi documentata trae beneficio da visite odontoiatriche periodiche. L’obiettivo non è soltanto il mantenimento dell’igiene orale, ma la prevenzione di riassorbimento alveolare accelerato e mobilità dentaria. In un paziente già fragile dal punto di vista osseo, il controllo del parodonto diventa parte integrante della gestione globale della malattia.
Impatto della terapia anti-osteoporotica sulla salute orale Alcune evidenze indicano che il trattamento dell’osteoporosi, associato a correzione dei deficit di vitamina D e calcio, si accompagna a un quadro parodontale più stabile e meno aggressivo nelle donne trattate rispetto a quelle non trattate. Pur non configurandosi come terapia specifica per il parodonto, la gestione farmacologica dell’osteoporosi sembra contribuire indirettamente a una migliore salute orale grazie alla riduzione del riassorbimento osseo sistemico.
Un legame che ridefinisce la gestione della fragilità ossea
L’insieme delle evidenze mostra come il rapporto tra parodontite e osteoporosi non sia un semplice parallelismo, ma un’interazione clinica significativa che merita attenzione. I meccanismi infiammatori condivisi, il ruolo modulatore del microbiota, la convergenza dei fattori di rischio e l’impatto ormonale disegnano uno scenario in cui l’osso alveolare diventa una finestra immediata sul metabolismo scheletrico. La possibilità di riconoscere segnali di fragilità sistemica attraverso il parodonto apre un nuovo terreno di collaborazione tra odontoiatri, endocrinologi e specialisti del metabolismo osseo, con vantaggi concreti nella diagnosi precoce e nella prevenzione delle fratture. L’approccio integrato, più che una prospettiva futura, rappresenta ormai una necessità clinica: individuare, trattare e monitorare queste due condizioni in modo coordinato può migliorare gli esiti per il paziente e ridefinire il concetto stesso di salute ossea.
Lo studio
Françoise Tilotta, Marjolaine Gosset, Julia Herrou, Karine Briot, Christian Roux, Association between osteoporosis and periodontitis, Joint Bone Spine, Volume 92, Issue 4,
2025, 105883, ISSN 1297-319X
Tutti sanno quanto sia importante dormire per sentirsi lucidi, mantenere il buonumore o avere un sistema immunitario efficiente. Ma quanti sanno che dormire bene fa bene anche alle ossa? Negli ultimi anni, la ricerca ha messo in evidenza uno stretto legame tra qualità del sonno e salute scheletrica.
Insonnia cronica, apnee notturne e alterazioni del ritmo sonno-veglia (come accade nei turnisti o in chi viaggia spesso tra fusi orari) sono state associate a un maggior rischio di perdita di massa ossea, fragilità e osteoporosi.
Cosa succede durante il sonno?
Il sonno non è un semplice “spegnere l’interruttore”. È un processo attivo, regolato da ormoni e meccanismi biologici complessi. Durante le ore notturne, infatti, il corpo si rigenera, e anche le ossa partecipano a questo rinnovamento.
In particolare:
Si regola la secrezione del GH (ormone della crescita), che ha un ruolo importante anche per il tessuto osseo;
Si equilibra il cortisolo, l’ormone dello stress, che se in eccesso può favorire il riassorbimento osseo;
Si ristabilisce l’omeostasi del calcio e del fosforo, essenziali per il metabolismo osseo;
Si attivano processi di riparazione cellulare, anche a livello del tessuto scheletrico.
Quando il sonno è disturbato
Disturbi del sonno frequenti o cronici possono rompere questo equilibrio. In particolare:
Insonnia: chi dorme poco (meno di 6 ore per notte) ha un rischio maggiore di sviluppare osteopenia e osteoporosi;
Apnee ostruttive del sonno: oltre a ridurre la qualità del sonno, le apnee possono aumentare l’infiammazione sistemica, peggiorando la salute ossea;
Turni notturni o jet lag cronico: alterano i ritmi circadiani e la produzione ormonale, influenzando negativamente la densità minerale ossea.
In soggetti a rischio di fragilità (donne in menopausa, anziani, persone con malattie croniche), questi fattori possono accelerare la perdita ossea.
Un circolo vizioso
C’è di più. La relazione tra sonno e ossa è bidirezionale: non solo il cattivo sonno danneggia le ossa, ma il dolore osseo può peggiorare la qualità del sonno. Questo succede ad esempio nelle fratture vertebrali, nell’algodistrofia o nell’artrite.
L’insonnia cronica può aumentare la percezione del dolore e rendere più difficile affrontare un piano terapeutico efficace.
Cosa si può fare per dormire (e proteggere le ossa) meglio?
Ecco alcune buone pratiche per migliorare il sonno e, indirettamente, aiutare le ossa:
Mantieni orari regolari: vai a dormire e svegliati sempre alla stessa ora;
Cura l’ambiente notturno: la stanza deve essere buia, silenziosa e fresca;
Evita cibi pesanti e alcol la sera;
Limita l’uso di schermi prima di andare a letto;
Fai attività fisica moderata, meglio al mattino;
Espòrtiti alla luce naturale di giorno per sincronizzare il ritmo sonno-veglia.
Se i problemi persistono, parlane con il medico. Esistono percorsi specifici per valutare i disturbi del sonno e affrontarli in modo mirato.
Quando preoccuparsi
Rivolgiti a uno specialista se:
Il tuo sonno è disturbato da tempo;
Ti svegli stanco o con mal di testa;
Rusi fortemente o hai pause respiratorie notturne;
Hai dolore osseo notturno o frequenti risvegli per dolori muscolari o articolari.
Un’attenta valutazione può aiutare a identificare disturbi del sonno che impattano anche sulla salute scheletrica.
L’ipoparatiroidismo cronico è una condizione rara ma complessa, nella quale l’assenza di ormone paratiroideo non si limita a determinare ipocalcemia, ma compromette in modo strutturale l’equilibrio minerale e la fisiologia renale. Nel tempo, questo squilibrio espone i pazienti a un rischio aumentato di nefrocalcinosi, calcolosi urinaria e progressivo deterioramento della funzione renale, complicanze spesso sottovalutate nella pratica clinica quotidiana.
La terapia convenzionale con calcio e vitamina D attiva rappresenta ancora oggi lo standard di trattamento, ma non riproduce il ruolo fisiologico del PTH e può favorire ipercalciuria e deposizione calcifica a livello renale. Comprendere i meccanismi alla base di queste complicanze è essenziale per una gestione più sicura e personalizzata del paziente.
Nell’articolo completo analizziamo in modo approfondito la patogenesi del danno renale nell’ipoparatiroidismo cronico, il ruolo delle diverse strategie terapeutiche – dalle opzioni convenzionali alle più recenti terapie sostitutive con PTH – e i punti chiave di un monitoraggio efficace, fondamentale per prevenire il danno a lungo termine.
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Abiogen Pharma annuncia un passo rilevante nel panorama internazionale della ricerca sulle malattie dell’osso e del dolore cronico: la nascita di Ambros Therapeutics, nuova biotech statunitense dedicata allo sviluppo del neridronato per la CRPS-1 (Sindrome Dolorosa Regionale Complessa di tipo 1) negli Stati Uniti.
L’operazione rappresenta una transizione strategica importante: l’obiettivo è portare negli Stati Uniti un farmaco già approvato e utilizzato in Italia per il trattamento della CRPS, aprendo il percorso verso una possibile futura registrazione FDA.
Unmet need negli Stati Uniti
Nel comunicato diffuso da Abiogen il 16 dicembre viene evidenziato che negli Stati Uniti non esistono terapie approvate dalla FDA per la CRPS-1. L’assenza di trattamenti registrati rende l’area terapeutica particolarmente rilevante dal punto di vista clinico e regolatorio.
Il progetto Ambros Therapeutics nasce proprio per colmare questo vuoto terapeutico, portando negli USA l’esperienza clinica maturata dal neridronato in Italia.
Neridronato: una molecola già consolidata
Il neridronato è un bisfosfonato sviluppato da Abiogen Pharma e impiegato da anni nella gestione clinica della CRPS in Italia.
Il farmaco è supportato da risultati di due studi di Fase III condotti in Italia e da un’esperienza clinica maturata in oltre 600.000 pazienti trattati.
Questi dati hanno consentito alla molecola di diventare un punto di riferimento terapeutico nella pratica medica italiana per questa patologia.
Ambros Therapeutics: struttura e obiettivi
Ambros Therapeutics nasce con il sostegno di una raccolta finanziaria di 125 milioni di dollari in Series A, guidata da RA Capital Management ed Enavate Sciences, con la partecipazione di numerosi investitori istituzionali statunitensi.
Ambros deterrà i diritti esclusivi di sviluppo e commercializzazione del neridronato negli Stati Uniti e in Canada per la CRPS-1.
Abiogen manterrà ruolo attivo grazie al trasferimento del proprio know-how clinico e scientifico sul prodotto.
Percorso regolatorio FDA
Il neridronato ha già ottenuto negli Stati Uniti tre designazioni FDA che accelerano il suo sviluppo:
Breakthrough Therapy Designation
Fast Track Designation
Orphan Drug Designation per CRPS-1
Questi riconoscimenti forniscono un quadro regolatorio più rapido per il percorso di approvazione.
Lo studio clinico CRPS-RISE
Il programma di ricerca nordamericano prevede l’avvio dello studio registrativo CRPS-RISE, trial clinico di Fase 3 che sarà condotto negli Stati Uniti nel primo trimestre del 2026.
L’obiettivo dello studio è supportare la domanda di approvazione presso la FDA per l’indicazione CRPS-1.
Un progetto di valore strategico per Abiogen
Secondo il comunicato, l’ingresso nel mercato statunitense tramite Ambros rappresenta per Abiogen un avanzamento scientifico e industriale significativo, rafforzando la proiezione internazionale dell’azienda e consolidando il ruolo del neridronato nel panorama terapeutico delle patologie rare dell’osso.
La nascita di Ambros Therapeutics segna un passaggio decisivo per la terapia della CRPS-1:
sviluppo clinico negli Stati Uniti,
studio registrativo Fase 3 imminente,
tre designazioni FDA già ottenute,
molecola con lunga esperienza in Italia.
Per la comunità medica che si occupa di dolore cronico e patologie ossee rare, questo progetto potrebbe rappresentare la futura introduzione del primo trattamento approvato dalla FDA per la CRPS-1.
Quando pensiamo alla salute delle ossa, ci vengono in mente calcio, vitamina D, esercizio fisico o densitometrie. Ma pochi riflettono sull’importanza della postura. Eppure, il modo in cui stiamo seduti, camminiamo, dormiamo o solleviamo oggetti incide profondamente sul benessere del nostro scheletro.
La postura è il risultato dell’interazione tra muscoli, ossa, articolazioni e sistema nervoso. Una postura corretta distribuisce il peso del corpo in modo equilibrato, riducendo il carico su articolazioni e colonna vertebrale. Quando invece la postura è scorretta e mantenuta a lungo, il corpo si adatta, ma lo fa a caro prezzo: alcune strutture si sovraccaricano, altre si indeboliscono.
Le conseguenze della cattiva postura
Una postura errata può avere effetti a cascata sulla salute:
Affaticamento muscolare e contratture dolorose, specie a collo, spalle e schiena;
Compresssione vertebrale: se si passa molto tempo curvi, le vertebre possono subire una pressione eccessiva, aumentando il rischio di cedimenti ossei (soprattutto in chi ha osteoporosi);
Disallineamento articolare: la cattiva postura può alterare la meccanica del movimento, contribuendo all’usura precoce di anche, ginocchia e piedi;
Ridotta capacità respiratoria e digestiva, a causa della compressione del torace e dell’addome.
Col tempo, queste alterazioni possono contribuire a sviluppare dolore cronico, perdita di equilibrio, e aumentato rischio di cadute e fratture.
L’importanza di una colonna forte e ben allineata
La colonna vertebrale è il pilastro centrale del nostro corpo. Una curvatura fisiologica corretta (lordosi lombare, cifosi dorsale, lordosi cervicale) permette di assorbire i carichi in modo naturale. Tuttavia, sedentarietà, posture scorrette al lavoro o l’uso prolungato di dispositivi elettronici possono alterarne la forma.
In presenza di osteoporosi, la colonna è ancora più vulnerabile: una postura scorretta può favorire la comparsa di fratture vertebrali da schiacciamento, anche in assenza di traumi importanti.
Migliorare la postura: si può
La buona notizia è che la postura si può migliorare a ogni età. Ecco alcuni consigli pratici:
Prendi consapevolezza: osserva la tua postura allo specchio o chiedi a qualcuno di fotografarti da dietro. È il primo passo per capire come ti muovi o stai in piedi.
Cambia spesso posizione: evitare di stare seduti troppo a lungo. Alzati ogni 30-45 minuti, anche solo per qualche passo.
Sistema la tua postazione: il monitor all’altezza degli occhi, schiena ben appoggiata allo schienale, piedi a terra, spalle rilassate.
Fai attività fisica regolare: il movimento mantiene elasticità e forza muscolare. Camminate, nuoto, pilates o yoga aiutano a migliorare l’equilibrio posturale.
Allenati con esercizi mirati: un fisioterapista può indicarti esercizi personalizzati per rafforzare i muscoli posturali (addominali, lombari, paravertebrali, glutei).
Occhio alla postura notturna: dormi con un cuscino che sostiene il collo senza forzarlo e un materasso adatto alla tua schiena.
Quando rivolgersi a un esperto
Se hai dolore persistente, senso di disequilibrio o stanchezza muscolare cronica, può essere utile una valutazione posturale. Fisioterapisti, posturologi o medici specializzati possono individuare le cause di una postura scorretta e indicare il percorso migliore per correggerla.
Negli ultimi anni, la letteratura scientifica ha iniziato a delineare con crescente chiarezza una relazione fino a oggi sottovalutata: quella tra stress materno durante l’allattamento e sviluppo scheletrico della prole. Sebbene il ruolo dell’ambiente prenatale sullo sviluppo osseo sia ormai ampiamente riconosciuto, il periodo postnatale immediato è rimasto per lungo tempo in secondo piano.
Stress e asse madre-prole: una relazione dinamica
La fase dell’allattamento rappresenta il momento di massima interdipendenza funzionale tra madre e neonato. In questo periodo, il latte materno non è solo una fonte di nutrienti, ma un veicolo complesso di segnali endocrini, immunologici e metabolici. L’esposizione della madre a stress psicologico o sociale può modulare in modo significativo la secrezione di glucocorticoidi e altre molecole regolatorie, che a loro volta influenzano la composizione del latte.
Le evidenze dello studio suggeriscono che lo stress materno durante l’allattamento sia in grado di:
alterare l’omeostasi del calcio, compromettendo la disponibilità del minerale essenziale per lo sviluppo osseo del neonato;
modificare la concentrazione di componenti bioattivi, come mediatori infiammatori e ormoni;
influenzare la trasmissione dei segnali neuroendocrini dalla madre alla prole.
Questi cambiamenti possono avere effetti che vanno oltre le prime settimane di vita, incidendo sulla qualità dell’osso in formazione.
Latte materno, nutrienti e segnalazione biologica
Lo studio sottolinea come i glucocorticoidi aumentati a causa dello stress materno possano interferire con i meccanismi di trasferimento dei nutrienti nel latte. In particolare, il calcio — elemento cardine per la mineralizzazione — può subire variazioni significative. Anche la presenza di ormoni regolatori, come la prolattina o i peptidi bioattivi coinvolti nell’anabolismo osseo, risulta potenzialmente influenzata da condizioni di stress persistente.
L’effetto non è solo quantitativo ma qualitativo: l’alterazione di molecole regolatorie nel latte può influenzare la maturazione del sistema endocrino del neonato, compreso l’asse paratormone–vitamina D, cruciale per l’omeostasi del calcio e la salute scheletrica.
Impatto sullo sviluppo osseo della prole
La fase neonatale è un periodo di intensa modellazione scheletrica. Qualsiasi variazione nella disponibilità di nutrienti o nella regolazione ormonale può modificare la dinamica di formazione delle ossa. Secondo le evidenze riportate, i figli di madri esposte a stress durante l’allattamento mostrano:
alterazioni nella crescita scheletrica;
potenziali riduzioni della densità minerale ossea;
effetti che possono persistere fino all’età adulta.
Lo studio evidenzia come questi effetti possano essere duraturi, suggerendo un possibile impatto sui picchi di massa ossea e, a lungo termine, sul rischio di osteopenia o osteoporosi.
Complessità dei meccanismi: cosa sappiamo davvero?
Il rapporto tra stress materno, composizione del latte e sviluppo osseo del neonato è complesso e ancora in parte sconosciuto. Lo studio afferma che la relazione è multifattoriale: interazioni tra sistema endocrino, metabolismo energetico, segnali immunitari e comportamento materno concorrono alla definizione dell’ambiente nutrizionale e regolatorio in cui il neonato cresce.
Inoltre, gli autori sottolineano che gli studi condotti finora, pur significativi, non esauriscono la gamma dei meccanismi coinvolti né permettono una quantificazione precisa dell’effetto sullo scheletro umano. Tuttavia, le evidenze sono sufficienti per suggerire l’importanza clinica di considerare lo stress materno come fattore di rischio per un corretto sviluppo osseo.
Implicazioni cliniche e translazionali
Per gli specialisti della salute dell’osso, questi risultati aprono una serie di considerazioni rilevanti.
1. Fattori psicosociali come elemento dell’anamnesi scheletrica Nelle valutazioni neonatali o pediatriche, lo stress materno potrebbe rappresentare un dato utile per identificare precocemente condizioni che predispongono a fragilità ossea.
2. Supporto psicosociale nel post-partum come intervento preventivo Promuovere strategie di riduzione dello stress nelle madri potrebbe offrire benefici indiretti sullo sviluppo scheletrico della prole.
3. Importanza dell’allattamento come finestra biologica critica L’allattamento non è solo un periodo nutrizionale, ma un momento in cui l’asse madre-neonato ha un impatto strutturale sulla maturazione dei sistemi corporei, compreso quello osseo.
Conclusioni
Lo studio analizzato conferma che lo stress materno durante l’allattamento non è un semplice fattore psicologico, ma un modulatore biologico capace di influenzare la qualità dello sviluppo scheletrico della prole. La crescente consapevolezza di questo legame invita i clinici a considerare più attentamente il contesto psicosociale materno come variabile determinante nella salute ossea futura dei figli.
Nel complesso, emerge la necessità di ulteriori ricerche per comprendere pienamente la portata di questi effetti e per definire interventi preventivi efficaci in grado di proteggere il corretto sviluppo scheletrico nelle prime fasi di vita.
Lo studio
Chandrashekar R, Mulakala BK, Gurung M, Venna G, Rearick JR, Onyekweli B, Ruebel ML, Dada-Fox J, Zeledon JA, Talatala R, Rodriguez K, Osborn LR, Bishop MG, Smith B, Stephens KE, Lucas EA, Yeruva L. Stress During Lactation: A Hidden Link to Offspring Bone Health. Calcif Tissue Int. 2025 May 30;116(1):79. doi: 10.1007/s00223-025-01378-6. PMID: 40445441; PMCID: PMC12125145.
L’ipoparatiroidismo cronico è una malattia rara del metabolismo minerale, caratterizzata da ipocalcemia e ridotta secrezione di PTH, che nella maggior parte dei casi è conseguenza di interventi chirurgici al collo. Le sue ripercussioni a lungo termine coinvolgono diversi organi, ma è sul tessuto osseo che si concentra oggi una delle sfide più complesse per lo specialista.
Basso turnover, densità ossea spesso conservata o aumentata, microarchitettura alterata in modo non univoco e un rischio fratturativo ancora controverso: la letteratura scientifica offre dati spesso incompleti e talvolta contraddittori. Qual è, dunque, il reale impatto dell’ipoparatiroidismo cronico sull’osso? E come devono essere gestiti i pazienti che sviluppano fratture da fragilità?
Nell’articolo completo analizziamo in modo critico i dati più recenti su BTMs, BMD areale e volumetrica, TBS e rischio fratturativo, con uno sguardo alle implicazioni cliniche e alle prospettive terapeutiche.
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Quando si pensa alla salute delle ossa, raramente l’intestino viene in mente come uno dei protagonisti. Eppure, negli ultimi anni, numerosi studi scientifici hanno messo in evidenza un legame sempre più forte tra la flora intestinale (nota anche come microbiota) e il benessere del nostro scheletro.
Cos’è il microbiota intestinale
Il microbiota è l’insieme di miliardi di microrganismi – batteri, virus, funghi – che vivono nel nostro intestino. Non si tratta di ospiti occasionali, ma di veri e propri alleati della salute: partecipano alla digestione, producono vitamine, regolano il sistema immunitario e proteggono l’organismo dalle infezioni.
Ogni persona ha un microbiota unico, che si sviluppa fin dalla nascita e viene influenzato da alimentazione, ambiente, farmaci e stile di vita.
Il microbiota e le ossa: un legame sorprendente
Come può l’intestino influenzare la salute dello scheletro? Le vie sono diverse e complesse, ma i principali meccanismi coinvolti sono:
Assorbimento del calcio e della vitamina D: un microbiota sano favorisce un miglior assorbimento dei nutrienti chiave per la salute ossea.
Regolazione dell’infiammazione: l’equilibrio del microbiota riduce lo stato infiammatorio dell’organismo, che altrimenti può accelerare la perdita di massa ossea.
Produzione di sostanze utili: i batteri intestinali producono acidi grassi a catena corta che possono avere effetti positivi sulla formazione e sul rimodellamento osseo.
Influenza sugli ormoni: l’intestino ha un ruolo nella regolazione di alcuni ormoni coinvolti nel metabolismo osseo.
In presenza di disbiosi – cioè uno squilibrio del microbiota – questi processi possono essere compromessi, aumentando il rischio di fragilità ossea.
Fattori che influenzano il microbiota
Molti fattori della vita quotidiana possono alterare l’equilibrio della flora intestinale:
Antibiotici: utili in molte situazioni, ma possono danneggiare i batteri “buoni” dell’intestino.
Dieta povera di fibre e ricca di grassi o zuccheri: ostacola la diversità microbica.
Stress e mancanza di sonno: influiscono negativamente sulla composizione del microbiota.
Infezioni e malattie intestinali: possono alterare la flora.
Età: con il passare degli anni, il microbiota tende a perdere diversità, e questo può contribuire alla riduzione della densità ossea.
Come prendersi cura del microbiota (e delle ossa)
Una buona notizia: il microbiota è dinamico e può essere “educato” attraverso scelte consapevoli. Ecco alcune strategie utili:
Mangiare più fibre: frutta, verdura, legumi e cereali integrali aiutano i batteri buoni a proliferare.
Evitare l’eccesso di zuccheri e cibi industriali: perché alterano l’equilibrio del microbiota.
Assumere alimenti fermentati: come yogurt, kefir, crauti, che contengono probiotici naturali.
Limitare l’uso non necessario di antibiotici: sempre sotto consiglio medico.
Mantenere uno stile di vita sano: fare attività fisica, dormire a sufficienza, gestire lo stress.
In alcuni casi, il medico può consigliare l’uso di probiotici (integratori di batteri vivi) o prebiotici (sostanze che nutrono i batteri buoni).
Quando rivolgersi a uno specialista
Se soffri di problemi intestinali frequenti (gonfiore, diarrea, stitichezza), o se hai una diagnosi di osteoporosi o fragilità ossea precoce, può essere utile parlarne con un medico. Alcune condizioni come celiachia, malattie infiammatorie intestinali o sindrome dell’intestino irritabile possono aumentare il rischio di problemi ossei.
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