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Lo stato nutrizionale e il peso corporeo influiscono sul metabolismo osseo?

Nel corso di uno studio clinico condotto in Brasile si è voluto osservare come la densità minerale ossea (Bone Mineral Density, BMD) e, in generale, il metabolismo osseo potevano essere influenzate dallo stato nutrizionale e la composizione corporea. Si visto come in individui dai 60 anni in su, sia sani che affetti da osteopenia/osteoporosi, l’aumento del peso corporeo, insieme alla percentuale di grasso corporeo (&BF) e alla circonferenza addominale (AC) influenzino positivamente il metabolismo osseo.

Il target scelto per lo studio sul peso corporeo e metabolismo osseo

I partecipanti di questa particolare analisi presentavano un’età media di circa 67 anni e sono stati suddivisi in due gruppi diversi. Un ramo era composto da soggetti sani con un normale livello di BMD, mentre nell’altro erano presenti pazienti affetti da osteopenia/osteoporosi. Su tutti sono stati rilevati diversi valori antropometrici riguardanti il loro stato nutrizionale, come ad esempio la concentrazione sierica di 25-idrossi-colecalciferolo [25(OH)-D], la %BF e l’AC.

Il ruolo giocato dal grasso corporeo nei confronti del BMD

Analizzando i risultati dello studio, si è notato come la maggior parte dei soggetti con un valore normale di BMD presentassero anche valori sopra la media rispetto alla %BF e alla AC, suggerendo che queste siano coinvolte nel mantenimento di un buon metabolismo osseo e che il peso corporeo possa stimolare meccanicamente le ossa a produrre elementi che ne migliorino l’integrità (quali ad esempio gli osteoblasti).
Inoltre, l’aumento degli adipociti potrebbe inoltre essere correlato all’aumento della produzione degli ormoni sessuali, i quali agirebbero come inibitori del riassorbimento osseo. L’abbassamento dei casi di frattura tra gli individui sovrappeso o obesi confermerebbe anche l’azione “cuscinetto” che il tessuto adiposo avrebbe nei confronti delle ossa dei fianchi e della colonna vertebrale.
Nel cercare un collegamento tra i marcatori del metabolismo osseo, la composizione corporea e la densità ossea, si è visto come i valori più elevati di 25(OH)-D fossero presenti negli individui in sovrappeso e non affetti da osteopenia od osteoporosi.

Le riserve di grasso come scudo contro i danni dell’osteoporosi

L’invecchiamento è un fenomeno complesso che produce cambiamenti importanti anche a livello ormonale, scatenando l’insorgenza di patologie che coinvolgono anche la robustezza ossea, come nel caso dell’osteoporosi. Le scoperte elencate fino a questo momento evidenziano come il mantenimento di una certa percentuale di grasso corporeo nei soggetti anziani a rischio di osteoporosi potrebbe aiutarli a mantenere un buono stato di salute, caratterizzato da livelli di BMD e di 25(OH)-D ottimali e una protezione da urti che potrebbero altrimenti comprometterne l’integrità della microarchitettura ossea.

Fonte

Lins Vieira NF, da Silva Nascimento J, do Nascimento CQ, Barros Neto JA, Oliveira Dos Santo ACS. Association between Bone Mineral Density and Nutritional Status, Body Composition and Bone Metabolism in Older Adults. J Nutr Health Aging. 2021;25(1):71-76. doi: 10.1007/s12603-020-1452-y. PMID: 33367465.

Come il Covid-19 ha cambiato il percorso terapeutico dell’osteoporosi

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Il Covid-19 ha sconvolto il sistema sanitario di molti Paesi, andando a riscrivere le regole di approccio alle terapie (inclusa quelle per l’osteoporosi) e le modalità con cui i pazienti interagiscono con i loro medici curanti. Uno studio ha provato a mettere in luce questi cambiamenti, evidenziando come l’aumentato dei consulti di telemedicina e l’affidarsi a referti elettronici vada di pari passo con un forte impatto sul sistema dovuto ai rimborsi delle prestazioni, un ritardo dei test eseguiti con assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA) e una diminuzione delle somministrazioni dei trattamenti per via parenterale.

Uno sondaggio internazionale

Lo studio prevedeva l’invio di un sondaggio ai membri della International Osteoporosis Foundation (IOF) e della National Osteoporosis Foundation (NOF) il cui scopo era quello di verificare le modalità di trattamento e gestione dei pazienti affetti da osteoporosi.

Sono stati coinvolti 209 partecipanti, per la maggior parte specialisti provenienti da 53 Paesi diversi (Tra cui diversi Paesi europei, americani, medio-orientali e del Sud-Est asiatico. Una buona percentuale di loro (circa il 40%) era rappresentata da specialisti in reumatologia, mentre il resto era composto da endocrinologi, ortopedici e in minor parte da altre figure coinvolte nelle terapie dei pazienti con osteoporosi.

Un impatto che ha cambiato profondamente le dinamiche di approccio al paziente

In base ai risultati ottenuti dal sondaggio, quasi 1/3 degli intervistati ha fatto ricorso ad un consulto tramite telefonata e circa 1/5 ha preferito utilizzare una videochiamata per portarlo a termine, affermando di aver avuto più di 20 appuntamenti di telemedicina alla settimana.

Da notare come la maggior parte degli intervistati ha riportato un ritardo nell’esecuzione della DXA e di come circa l’11% sia stato costretto ad utilizzare strumenti di valutazione del rischio di fratture senza potersi avvalere di tecniche di misurazione della densità minerale ossea (Bone Mineral Density, BMD).

Inoltre, si è visto come in molti paesi c’è stato un impatto considerevole sulle dinamiche di rimborso delle prestazioni mediche, dovute principalmente al cambiamento nel numero e nella tipologia delle visite ai pazienti. Tuttavia, non è ancora chiaro se e come questo potrà influenzare l’offerta dei servizi disposti per i pazienti con osteoporosi e la loro sostenibilità per i vari servizi sanitari nazionali.

Un aiuto dalla tecnologia che non è sempre efficace

È sorprendente notare come la maggior parte dei partecipanti abbia affermato come l’ausilio delle cartelle cliniche elettroniche abbia giovato poco alla capacità di gestione del tempo degli specialisti rispetto a quanto visto nel periodo pre-pandemico. Alcuni di loro affermano che i tempi di gestione si siano addirittura allungati, indicando tra le cause di questo cambiamento alcuni problemi tecnici legati alla rete internet, la difficoltà nel compilare la nuova documentazione e l’aumentata complessità del flusso di lavoro.

Problematiche importanti nella somministrazione delle terapie

È emerso anche come, nel corso della pandemia da Covid-19, la disponibilità delle scorte mediche all’interno delle strutture fosse compromessa a causa dei ben noti problemi logistici, inficiando la capacità di garantire la periodicità dei trattamenti terapeutici per i pazienti con osteoporosi.

Circa 1/5 degli intervistati dichiara infatti di essere stato costretto a ritardare la somministrazione delle cure ai suoi pazienti, mentre il 13% ha dovuto indirizzare il proprio paziente verso farmaci orali (facili da assumere in maniera autonoma) pur di poter continuare il trattamento della patologia.

Lo scenario mostrato dallo studio suggerisce come la pandemia da Covid-19 abbia sconvolto le dinamiche tradizionali non solo della vita quotidiana di molte persone ma anche di quella degli specialisti, alle prese con problematiche del tutto nuove che coinvolgono direttamente i loro pazienti affetti da osteoporosi. È probabile che, se la situazione non verrà gestita in maniera adeguata, si assisterà ad un aumento del tasso di fratture nei prossimi anni, con un conseguente aumento delle difficoltà nel gestire questa tipologia di pazienti.

 

Fonte: Fuggle NR, Singer A, Gill C, Patel A, Medeiros A, Mlotek AS, Pierroz DD, Halbout P, Harvey CN, Reginster JY, Cooper C, Greenspan SL. How has COVID-19 affected the treatment of osteoporosis? An IOF-NOF-ESCEO global survey. Osteoporos Int. 2021 Feb 8:1–7. doi: 10.1007/s00198-020-05793-3. Epub ahead of print. PMID: 33558957; PMCID: PMC7869913.

Come il bypass gastrico e la gastrectomia verticale parziale alterano il turnover osseo

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Recentemente si è assistito ad un incremento esponenziale degli interventi di Gastrectomia Verticale Parziale (Sleeve Gastrectomy, SE) e bypass gastrico (specialmente quelle che prevedono la ricostruzione esofago-digiunale su ansa ad Y secondo Roux, RYGB). Nello studio Oseberg, condotto dal team di Hofsø, sono stati analizzati i cambiamenti nella Densità Minerale Ossea (Bone Mineral Density, BMD) e nei livelli di biomarcatori del turnover osseo. Pazienti sottoposti a RYGB sembrerebbero presentare un incremento dei livelli di biomarcatori del turnover rispetto a quelli con SG, suggerendo una maggiore fragilità scheletrica.

Uno studio costruito sui pazienti obesi e con diabete di tipo 2

Lo Studio Oseberg ha avuto come scopo primario quello di analizzare l’eventuale remissione del diabete in pazienti che presentavano obesità conclamata e diabete di tipo 2. Si tratta di uno studio clinico randomizzato, in triplo cieco condotto presso un centro medico specializzato in Norvegia i cui pazienti sono stati divisi in due gruppi: quelli che sono stati sottoposti a SG e quelli sui quali invece è stata effettuato un RYGB.

La fragilità ossea è strettamente connessa all’intervento di bypass

Le differenze nei due tipi di candidati sono state piuttosto marcate. Si è visto infatti che i pazienti sottoposti a bypass gastrico mostravano una diminuzione significativa della Densità Minerale Ossea localizzata (areal Bone Mineral Densisty, aBMD) per quanto riguardava l’anca, il femore e la colonna lombare. Inoltre, i pazienti che hanno ricevuto bypass gastrico presentavano un aumento dei marcatori tipici sia della sintesi del tessuto osseo che del riassorbimento.

Esistono diverse spiegazioni che potrebbero spiegare questo fenomeno. Gli studiosi hanno ipotizzato che la perdita di peso corporeo potrebbe portare ad alleggerimento del carico meccanico sulle ossa, favorendo l’aumento del turnover e perdita del tessuto osseo. I dati però non suggeriscono questa correlazione con la perdita di peso né con l’attività fisica.

Si è pensato quindi il bypass gastrico potesse avere un effetto sul metabolismo, portando a malassorbimento e, di conseguenza, deficit di vitamine e minerali. I ricercatori hanno però notato come i livelli sierici di vitamina D e calcio fossero molto simili tra i due gruppi, costringendoli a scartare l’ipotesi di un coinvolgimento del metabolismo alla base della maggiore fragilità ossea.

Il gruppo ha quindi ipotizzato che l’alterazione degli ormoni a livello del sistema digerente fossero la causa scatenante del cambiamento del turnover. Sia nei pazienti sottoposti a SG che in quelli che hanno ricevuto RYGB i livelli delle incretine, ovvero gli ormoni GLP-1 (Glucagon-Like Peptide 1) e GIP (Gastric Inhibitory Polypeptide), risultavano essere aumentati. Tuttavia, studi su modelli animali hanno dimostrato come l’effetto di questi ormoni favorisca la formazione di tessuto osseo e inibisca invece il riassorbimento, escludendo un loro ruolo nella diminuzione della densità ossea.

Un effetto sul tessuto osseo da tenere a mente

In definitiva, è possibile dire che i risultati pubblicati dal gruppo di Hofsø permettono di comprendere meglio gli effetti che interventi invasivi come la SG e il RYGB hanno sull’organismo nel breve periodo, specialmente sulla compattezza del tessuto osseo. Tuttavia, è evidente come il bypass gastrico abbia un effetto più marcato e porti ad una maggiore fragilità ossea, che espone il paziente ad un rischio maggiore di frattura anche dopo 1 anno dall’intervento. Ulteriori studi sono comunque necessari per comprendere come questi effetti possano influenzare il tessuto osseo sul lungo periodo.

 

Fonte: Hofsø D, Hillestad TOW, Halvorsen E, Fatima F, Johnson LK, Lindberg M, Svanevik M, Sandbu R, Hjelmesæth J. Bone Mineral Density and Turnover After Sleeve Gastrectomy and Gastric Bypass: A Randomized Controlled Trial (Oseberg). J Clin Endocrinol Metab. 2021 Jan 23;106(2):501-511. doi: 10.1210/clinem/dgaa808. PMID: 33150385; PMCID: PMC7823313.

Denosumab nelle malattie croniche del rene: sicurezza ed efficacia

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Gli effetti a lungo termine sul trattamento con Denosumab, un anticorpo monoclonale che ha come target RANKL (il ligando del recettore attivatore del fattore nucleare κ-B), nei pazienti affetti da Malattia Cronica del Rene (Chronic Kidney Disease, CKD) non sono attualmente noti. Lo studio del gruppo di Broadwell ha dimostrato che in questi pazienti l’utilizzo di Denosumab mostra livelli di sicurezza ed efficacia simili a quelli della popolazione sana.

La popolazione dello studio

Nel corso dello studio sono stati presi in esame i dati di sicurezza ed efficacia di pazienti con CKD lieve o moderata e che erano stati arruolati prima nello studio FREEDOM (della durata di 3 anni) e poi nello studio estensivo (della durata di 7 anni). Tutti i pazienti presentavano un T-score della Densità Minerale Ossea (Bone Mineral Density, BMD) tra -2,5 e -4,0 nell’anca o nella colonna lombare e sono stati trattati con 60 mg di Denosumab ogni 6 mesi.

 

Denosumab risulta efficace…

I risultati dello studio mostrano un interessante livello di efficacia sia nelle donne con un’attività renale normale che in quelle con CKD lieve o moderata. È infatti emerso che la somministrazione di Denosumab portava ad un incremento del BMD e ad una diminuzione del rischio di fratture sia nei 3 anni dello studio FREEDOM che nel successivo periodo esaminato.

Da notare che l’incremento della BMD è risultato essere superiore a quello che viene raggiunto tramite l’assunzione di bisfosfati, classe di farmaci normalmente utilizzati per prevenire il rischio di fratture in donne affette da osteoporosi post-menopausa. Inoltre, il mancato metabolismo di Denosumab per via renale potrebbe rappresentare un’interessante alternativa proprio per i pazienti con disfunzione renale.

È infine molto importate evidenziare che Denosumab non necessita di un adeguamento della dose somministrata, in quanto proprio per questa sua caratteristica non ha un impatto sulla funzione renale e non viene eliminata durante le sessioni di dialisi.

 

… e con un profilo di sicurezza notevole

Solitamente, qualunque trattamento che vada a colpire l’eccessivo riassorbimento osseo scatenato dall’osteoporosi può ridurre i livelli di calcio nel flusso sanguigno. Essendo l’ipocalcemia un effetto avverso ben noto e che può colpire i pazienti in cura con Denosumab, viene spesso prescritta l’assunzione di calcio e vitamina D per contrastare questa evenienza, anche se spesso ciò non è sufficiente a debellare questa controindicazione.

Nello studio post-hoc, come di consueto, è stata prescritta l’assunzione di vitamina D e calcio e si è notato come, nonostante il trattamento, solo l’1% dei pazienti arruolati ha sviluppato ipocalcemia e solo un paziente ha mostrato segni di una versione grave di questo quadro clinico.

Fonte: Broadwell A, Chines A, Ebeling PR, Franek E, Huang S, Smith S, Kendler D, Messina O, Miller PD. Denosumab Safety and Efficacy Among Participants in the FREEDOM Extension Study With Mild to Moderate Chronic Kidney Disease. J Clin Endocrinol Metab. 2021 Jan 23;106(2):397-409. doi: 10.1210/clinem/dgaa851. PMID: 33211870; PMCID: PMC7823314.

Oltre 3500 iscritti al primo congresso di BoneHealth

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Il primo congresso accreditato annuale promosso da BoneHealth “Approccio integrato alla salute dell’osso, Update 2021” ha contato oltre 3.500 iscritti.

Anche nel 2022 l’evento, fruibile in modalità residenziale, a Milano, o live via web, porterà i partecipanti a confrontarsi sulla necessità di consolidare nella pratica clinica un approccio integrato alla salute dell’osso.

Le varie figure professionali che gravitano attorno alla patologia endocrino-metabolica dello scheletro si alterneranno per rimarcare l’importanza di una gestione multidisciplinare della patologia endocrino-metabolica dello scheletro.

ISCRIVITI AL CONGRESSO

Il programma

Leggi qui il programma dell’evento.

Informazioni pratiche

Il congresso sarà gratuito si svolgerà sabato 2 aprile 2022 in modalità residenziale presso l’Hotel Rosa Grand Milano di Piazza Fontana 3 e in modalità live via web. L’evento sarà poi reso disponibile in modalità FAD dalla piattaforma di formazione ecmclub.org fino al 15 dicembre 2022.

L’evento prevede 10,5 crediti ECM per tutte le figure professionali sanitarie.

Scoliosi idiopatica giovanile, miR-151a-3p possibile biomarcatore

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Recenti scoperte nel campo dell’epigenetica hanno dimostrato che i microRNA (miRNA) non regolati possono portare all’insorgenza di problematiche ortopediche e alla Scoliosi Idiopatica Giovanile. Lo studio del gruppo di Wang ha mostrato come un particolare miRNA, miR-151a-3p, potrebbe essere utilizzato come biomarker per la forma grave di questa patologia (qui una panoramica dei miRNA più interessanti).

Uno studio incentrato su pazienti con curvatura della colonna vertebrale

La Scoliosi Idiopatica Giovanile è una patologia determinata da fattori genetici il cui ruolo deve ancora essere definito. Ad oggi, l’unica alternativa terapeutica per i pazienti con una forma grave di questa malattia risulta essere l’intervento chirurgico, il quale risulta essere molto complesso e può produrre ripercussioni importanti sul lungo periodo. Per questa ragione, è importate potersi avvalere di validi elementi di screening per individuare precocemente l’insorgere della patologia.

Nello studio condotto da Wang et al., è stata presa in esame una popolazione di candidati composta da pazienti affetti da Scoliosi Idiopatica Giovanile con curvatura della colonna vertebrale grave o di media entità, insieme a dei pazienti sani che fungevano da controllo. È stato effettuato un primo sequenziamento dei campioni di siero alla ricerca dei miRNA e contestualmente sono stati prelevati dei campioni di tessuto osseo dalla colonna vertebrale posteriore.

I pazienti sono stati divisi in due coorti diverse. Una finalizzata al sequenziamento, composta da 10 pazienti AIS (5 gravi e 5 di media entità), l’altra focalizzata alla validazione tramite qPCR, composta da 80 pazienti AIS (40 gravi e 40 medi).

L’analisi dei miRNA

Lo studio condotto sulle sequenze di miRNA recuperate, unita a tecniche di bioinformatica, ha portato all’identificazione della sovra-regolazione di miR-151a-3p come elemento comune a tutti i pazienti con Scoliosi Idiopatica Giovanile. Analisi epigenetiche hanno mostrato che negli osteoblasti i livelli di questo miRNA sono influenzati dal grado di metilazione del promotore. Quando i livelli di metilazione sono bassi, si osserva un aumento delle concentrazioni di miR-151a-3p che sembra essere strettamente connesso all’aggravamento della curvatura della colonna vertebrale nei pazienti AIS.

Il rapporto tra miR-151a-3p e GREM-1

Gremlin-1 (GREM-1), una proteina coinvolta nell’omeostasi del tessuto osseo, ha tra le altre funzioni quella di inibire la proteina BMP-2, che promuove la differenziazione delle cellule staminali mesenchimali (MSC) in cellule del tessuto osseo. Dato che GREM-1 è a sua volta indotto da alti livelli di BMP-2, il bilanciamento delle concentrazioni di queste due proteine risulta essere particolarmente importanti nell’omeostasi del tessuto osseo.

Durante lo studio sembrerebbe che miR-151a-3p abbia la capacità di inibire l’espressione di GREM-1 negli osteoblasti, favorendo l’azione di BMP-2 e il conseguente deregolazione dell’omeostasi.

miR-151a-3p come nuovo possibile biomarcatore nella scoliosi idiopatica giovanile

Alla luce di questo studio, sembrerebbe che, nella continua ricerca di nuovi ed efficaci biomarcatori, miR-151a-3p sia il candidato ideale e potrebbe aiutare ad effettuare una diagnosi precisa e soprattutto precoce della scoliosi idiopatica giovanile.

Sebbene ulteriori studi siano necessari per comprendere meglio la patogenesi di questa malattia, sembrerebbe che i livelli di metilazione di miR-151a-3p, insieme alla sua interazione con GREM-1, possano aiutare a fare luce su questo meccanismo.

 

Wang Y, Zhang H, Yang G, Xiao L, Li J, Guo C. Dysregulated Bone Metabolism Is Related to High Expression of miR-151a-3p in Severe Adolescent Idiopathic Scoliosis. Biomed Res Int. 2020 Sep 26;2020:4243015. doi: 10.1155/2020/4243015. PMID: 33029507; PMCID: PMC7537684.

Ruolo nascosto dei mastociti nelle patologie dell’osso

Che ruolo hanno i mastociti nelle patologie dell’osso? Una review affronta il tema.

Mastociti e patologie dell’osso. Focus su osteoporosi

L’osteoporosi (le cui Linee Guida sono state recentemente aggiornate) è una patologia del tessuto osseo caratterizzata dal deterioramento della microarchitettura dell’osso e una conseguente diminuzione della massa ossea dovuta principalmente allo sbilanciamento dell’attività degli osteoclasti e degli osteoblasti.

Sembrerebbe che i mastociti abbiano un ruolo all’interno del peggioramento di questa malattia in quanto sono stati trovati alte concentrazioni di questo tipo cellulare in pazienti con perdita di tessuto osseo. Il gruppo del prof. Fallon ha scoperto infatti che la concentrazione delle MC era maggiore nelle biopsie della cresta iliaca di donne in post-menopausa affette da osteoporosi rispetto a donne e uomini sani.

È interessante notare come il trattamento con calcio e prometazina (la cui attività inibisce la funzione del recettore H1 dell’istamina) aumentava considerevolmente la massa osseo in questi pazienti.

Inoltre, esperimenti condotti dal gruppo guidato dal prof. Ragipoglu hanno mostrato come modelli murini Mcpt-5 Cre R-DTA (nei quali mancano i corrispettivi murini delle MC) sembrerebbero essere protetti dalla perdita della massa ossea una volta che vengono sottoposti a ovariectomia (con conseguente perdita di estrogeni, condizione che favorisce l’osteoporosi). In questi topi, infatti, il numero e l’attività degli osteoclasti sembrerebbe essere invariato se rapportato con quelle di un esemplare sano.

Il gruppo ha anche approfondito in esperimenti in vitro come il livello degli estrogeni influenzi direttamente l’attività dei mastociti. Si è notato che, anche sotto stimolazione da parte di proteine del complemento (in particolare l’anafilassotossina C5a, che stimola la degranulazione), i mastociti non favorivano la formazione di nuovi osteoclasti quando erano presenti normali livelli di estrogeni. Viceversa, in mancanza degli estrogeni, i livelli di osteoclasti risultavano essere aumentati.

Questa interazione tra mastociti ed estrogeni è suggerita anche dalla presenza del recettore degli estrogeni (ER) sulla superficie dei mastociti, ed è stato confermato da più studi che gli estrogeni riescono ad influenzare la migrazione, la degranulazione e il rilascio delle citochine tipiche di questo tipo cellulare. Da notare tuttavia che questa influenza varia a seconda del tipo di tessuto nel quale risiedono le MC.

È interessante notare come un difetto nella massa ossea sia presente in patologie caratterizzate dalla presenza di un alto numero di mastociti. La Mastocitosi Sistemica (SM) è caratterizzata da mutazione con guadagno di funzione che colpisce la proteina SCF/c-Kit, attivando questo recettore in maniera costitutiva. Vengono quindi stimolate la proliferazione, la maturazione, la sopravvivenza e l’attività delle MC.

Il gruppo del prof. Seitz ha individuato un incremento degli osteoblasti e degli osteoclasti nei pazienti affetti da SM, suggerendo che in questi pazienti è presente un turnover osseo piuttosto marcato. Il gruppo fa però notare come vengano alterati anche altre vie di segnalazione che potrebbero contribuire a questo stato.

Mastociti e patologie dell’osso. Focus su artrite reumatoide

L’artrite reumatoide (RA) (per la quale è stato recentemente approvato un nuovo farmaco da parte della Commissione Europea) è una patologia autoimmune che affligge circa l’1% della popolazione mondiale ed è caratterizzata da un’infiammazione cronica delle giunzioni. La risposta infiammatoria non controllata porta alla formazione di strutture callose che portano sia alla distruzione della cartilagine che all’erosione del tessuto osseo.

Alcuni studi hanno osservato una forte correlazione tra la conta dei mastociti e la progressione della patologia. Inoltre, alcuni mediatori delle MC (ad es. istamina e triptasi) risultavano essere particolarmente aumentati nei tessuti sinoviali di pazienti affetti da RA.

Da non sottovalutare inoltre come altri mediatori delle MC (ad es. istamina, TNF-α, IL-6, IL-11 e interferon gamma, IFN-γ) possiedano la capacità di potenziare l’attività degli osteoclasti, contribuendo così all’erosione del tessuto osseo nei pazienti con artrite reumatoide.

Analogamente a quanto visto nei pazienti RA, anche in una malattia come l’Osteoartrosi (OA) i mastociti sembrano ricoprire un ruolo importate. In questa malattia assistiamo ad un progressivo logoramento delle giunzioni dovuta spesso a carichi eccessivi o traumi e sostenuto da un processo infiammatorio continuo.

In questi pazienti si è notato un elevato numero di mastociti all’interno dei tessuti sinoviali con conseguente aumento di istamina e triptasi. In modelli murini in cui questa popolazione cellulare è assente o condizioni in cui l’attività delle triptasi è inibita si è visto che l’OA risulta insorgere molto più difficilmente.

Mastociti e patologie dell’osso. Il ruolo nel riparo delle fratture ossee

L’incidenza delle fratture ossee, dovute anche ad una precedente situazione di fragilità, è una problematica che sta via via interessando percentuali sempre maggiori della popolazione generale (qui un rapporto aggiornato sulla situazione attuale e il suo impatto economico).

Il processo che porta al riparo del tessuto osseo comincia con un processo infiammatorio scatenato da una risposta immunitaria acute nella zona della frattura. Questa, infatti, porta alla rottura dei vasi sanguigni e alla formazione dell’ematoma, le cui condizioni sono caratterizzate da ipossia, pH basso e alti livelli di acido lattico e mediatori della risposta infiammatoria che attirano molti tipi cellulari della risposta innata.

Alcuni studi hanno dimostrato che le cellule del sistema immunitario sono fondamentali per il riparo delle fratture, in quanto la loro assenza determina un deficit nel processo di rimarginazione. Anche per le MC sembrerebbe valere lo stesso principio.

Lindholm e il suo gruppo hanno dimostrato infatti che il numero dei mastociti aumenta in corrispondenza del callo osseo che si forma durante il processo di rimarginazione e che, una volta riparato il danno, tendono a diminuire progressivamente.

Anche gli studi condotti da Behrends e i suoi colleghi hanno mostrato che modelli murini KitW-sh/W-sh possiedono un ritardo nella capacità rigenerativa del tessuto osseo che spesso si conclude in un rimodellamento incompleto. È però importante far notare anche in questo caso che la proteina presa in esame, ovvero c-Kit, è presente in molte vie di segnalazione e che quindi altri pathway potrebbero contribuire a questa condizione.

Il gruppo guidato da Ragipoglu ha notato, in topi deficitari delle cellule MC quali Mcpt-5 Cre R-DTA, i livelli delle citochine pro-infiammatori quali IL-6, IL-1β e CXCL1 nell’area del callo osseo in formazione erano ridotti rispetto a topi sani e che lo era anche il numero di neutrofili e macrofagi. Questi risultati fanno pensare che i mastociti abbiano un ruolo nel processo infiammatorio alla base della frattura ossea.

È interessante notare come anche il contenuto osseo dei calli presenti in questo modello murino era piuttosto alto. Ulteriori analisi hanno portato all’individuazione di una diminuita attività degli osteoclasti, come pure del loro numero. Questo risultato suggerisce che le MC potrebbero mediare il rimodellamento del callo osseo tramite la modulazione dell’attività degli osteoclasti.

Mastociti e tessuto osseo, un connubio ancora da esplorare

Tutti questi studi dimostrano come la funzione di questa popolazione cellulare all’interno del grande schema dell’omeostasi ossea sia ancora da approfondire. Possiedono sicuramente una funzione importate nella mediazione della risposta immunitaria e nelle risposte infiammatorie, ma sono sempre di più le evidenze che mettono in luce una connessione con l’attività degli osteoclasti e degli osteoblasti, cosa che li rende candidati perfetti per comprendere alcune patologie dell’osso che hanno una base autoimmune. Lo studio sull’interazione tra i mediatori delle MC e il tessuto osseo potrebbe quindi portare alla scoperta di alternative terapeutiche per malattie invalidanti come L’artrite reumatoide e L’osteoartrosi.

Ragipoglu D, Dudeck A, Haffner-Luntzer M, Voss M, Kroner J, Ignatius A, Fischer V. The Role of Mast Cells in Bone Metabolism and Bone Disorders. Front Immunol. 2020 Feb 7;11:163. doi: 10.3389/fimmu.2020.00163. PMID: 32117297; PMCID: PMC7025484.

Mastociti: quale ruolo nel metabolismo osseo?

Un recente revisione della letteratura riassume le ultime scoperte sul ruolo che i mastociti hanno nel quadro generale del metabolismo osseo.

Mastociti, attori fondamentali del sistema immunitario…

I mastociti (MC) sono cellule immunitarie tessuto-specifiche e sono note per il loro ruolo nell’induzione delle risposte allergiche. Sono facilmente individuabili dalla presenza di un gran numero di granuli nel citoplasma, quali istamina, eparina, varie citochine (ad es. il tumor necrosis factor, TNF) e chemochine, interleuchina 6 (IL-6), enzimi (ad es. chimasi e triptasi) ed alcuni fattori di crescita (come il fattore di crescita endoteliale dei vasi, VEGF, o il fattore di crescita dei fibroblasti, FGF).

Essi sono fondamentali nella risposta immunitaria in quanto possiedono la capacità di alterare la produzione di muco da parte del tessuto epiteliale (bloccando il patogeno) e, modificando la permeabilità vascolare, richiamano altri tipi di cellule immunitarie nella sede dell’infezione.

Infine, sembrano avere anche un ruolo importante nel processo di rimarginazione delle ferite, grazie alla presenza nei loro granuli di molti fattori angiogenici (VEGF, FGF, TNF-α, eparina, istamina e interleuchina 8).

… e nel turnover osseo

Si è sempre sospettato che i mastociti ricoprano un ruolo importante anche nell’omeostasi del tessuto osseo, in quanto un numero importante di queste cellule è presente sulla superficie endocorticale delle ossa e molti dei granuli presenti nel loro citoplasma (ad es. eparina, istamina e varie proteasi) possono avere un ruolo anche nella fisiologia del tessuto osseo.

Molti dei mediatori dei mastociti sono in grado di indurre o modulare diversi effetti ostemetabolici, promuovendo e/o inibendo l’attività degli osteblasti (ad es. il fattore di crescita trasformante β, TGFβ) e l’osteoclastogenesi (tramite l’istamina, il TNF e l’IL-6).

Poiché non sono note molte condizioni che riducono o portano alla totale assenza di mastociti, la maggior parte dei dati a nostra disposizione riguardo il loro ruolo fisiologico nel turnover osseo deriva da studi in vitro oppure da modelli murini. Tra questi ricordiamo:

  • KitW/W-v e KitW-sh/W-sh: Modelli murini con mutazioni per c-Kit, nei quali il rimodellamento osseo era decisamente ridotto per via del basso numero di osteoclasti e l’alta presenza di osteoblasti.
  • KitlSl/Sl-d: Modelli murini dove è mutato il ligando SCF e che presentano un turnover osseo molto marcato per via dell’alta attività degli osteoclasti rispetto a quella degli osteoblasti.

Ad ogni modo, è bene far notare che c-Kit è espresso anche in altri tipi cellulari (ad esempio nelle cellule ematopoietiche) oltre che essere molto importante anche per lo sviluppo degli osteoclasti. Risulta quindi difficile distinguere un effetto sull’omeostasi ossea dovuta esclusivamente all’azione dei mastociti.

È inoltre importate sapere che uno studio condotto proprio dal gruppo di Ragipoglu ha evidenziato come modelli murini Mcpt-5 Cre R-DTA, deficitari del corrispettivo murino dei mastociti, non presentavano differenze significative nella struttura ossea macroscopica e microscopica né avevano differenti numeri di osteoclasti o osteoblasti se comparati con quelli di topi wildtype, suggerendo una possibile ridondanza di questo sistema di regolazione.

Appare quindi evidente come i dati sul ruolo dei mastociti nella regolazione del turnover osseo siano in certi casi contraddittori e che la mancanza di condizioni patologiche umane che abbassino la conta dei mastociti renda ancora più difficile comprendere il reale funzionamento di questo sistema. Tuttavia, pazienti con patologie che aumentano la conta delle MC spesso presentano anche disturbi dell’omeostasi ossea (come per esempio l’osteoporosi), suggerendo una funzione importante di queste cellule del sistema immunitario.

Ragipoglu D, Dudeck A, Haffner-Luntzer M, Voss M, Kroner J, Ignatius A, Fischer V. The Role of Mast Cells in Bone Metabolism and Bone Disorders. Front Immunol. 2020 Feb 7;11:163. doi: 10.3389/fimmu.2020.00163. PMID: 32117297; PMCID: PMC7025484.

Gestione dell’osteoporosi ai tempi del COVID-19

Con lo scoppio dell’emergenza legata alla pandemia di COVID-19, il Centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) ha raccomandato di dare priorità alle visite urgenti e di evitare, ove possibile, di recarsi presso le strutture sanitarie.

Cosa ha significato questo per i pazienti affetti da osteoporosi?

I problemi muscoloscheletrici secondo le priorità del CDC

La pandemia ha avuto un effetto considerevole su diversi fronti:

  • Nella prima metà dello scorso anno si è verificato un afflusso molto ridotto di pazienti negli ambulatori e nelle cliniche dedicate alla cura dell’osteoporosi;
  • In molti ospedali i reparti di ortopedia sono stati ridotti per agevolare la realizzazione di reparti “COVID”.

Tuttavia, il ritardo delle visite dei pazienti non Covid ha provocato dei danni importanti alla popolazione e il CDC si è dunque nel corso dell’anno nuovamente espresso con delle linee guida aggiuntive per “dare priorità ai servizi che, se differiti, con maggiore probabilità si tradurrebbero in un danno importante”.

Anche in questo caso, però, i pazienti con problemi di osteoporosi non sono stati tutelati: le probabilità di danno per problemi muscoloscheletrici intercettati con ritardo, infatti, secondo le raccomandazioni del CDC, sono state considerate “lievi”. La raccomandazione del CDC per la gestione di tutti questi pazienti è quindi, secondo le linee guida, di “organizzare un percorso di assistenza non appena possibile”.

L’effetto della pandemia sui pazienti con osteoporosi

Tutto ciò, nella pratica, cosa ha comportato per i pazienti con osteoporosi?

  • Dimissioni rapide dopo intervento per frattura dell’anca, spesso senza trattamento antiosteoporotico, senza riabilitazione post-chirurgica adeguata e senza ulteriori raccomandazioni per il follow-up.
  • Il trattamento dei pazienti che hanno subito una frattura probabilmente è sceso a livelli quasi impercettibili.

Oltretutto, c’è da aggiungere che presumibilmente, questo problema sarà scarsamente valutato finché l’osteoporosi rimarrà in fondo alla lista delle patologie “critiche”.

Fragilità ossea in pazienti con COVID-19

A tutto ciò va anche aggiunta una riflessione circa la tipologia di pazienti che oggi viene maggiormente ricoverata per COVID-19.

Si tratta di persone con un’età media > 60 anni, con almeno una comorbilità e che presentano un aumento dei livelli di citochine pro-infiammatorie. Tutti fattori di rischio per frattura ossea, cui si aggiunge anche l’immobilizzazione prolungata e il trattamento con glucocorticoidi a lungo termine. La fragilità ossea compromette ulteriormente lo stato di salute di questi pazienti, rallentando il completo recupero fisico e delle attività di vita quotidiane.

Nelle persone di età pari o superiore a 65 anni, inoltre, l’immobilizzazione determina anche una rapida perdita di massa muscolare e di forza muscolare che, insieme alla coesistenza di altre comorbilità correlate a COVID-19, come l’infiammazione cronica e la fragilità ossea, contribuisce ad aumentare la probabilità di cadute.

Le raccomandazioni delle società scientifiche

Considerando le attuali barriere imposte dal momento storico nel visitare i pazienti con osteoporosi, l’importanza di garantire l’aderenza al trattamento dovrebbe essere enfatizzata.

Sono state rilasciate delle linee guida specifiche sul trattamento dell’osteoporosi e sull’assunzione di Vitamina D durante la pandemia dall’American Society for Bone and Mineral Research (ASBMR), dalla American Association of Clinical Endocrinologists, dalla Endocrine Society, dalla European Calcified Tissue Society e dalla National Osteoporosis Foundation Society.

  • Per i pazienti che subiscono fratture da fragilità, il trattamento farmacologico dovrebbe essere iniziato subito dopo la frattura e l’assistenza multidisciplinare è fondamentale.
  • Sono urgentemente necessari modelli di assistenza alternativi, con gruppi multidisciplinari di supporto che possano arrivare al paziente e al caregiver anche con la telemedicina.
  • Anche il trattamento con la vitamina D dovrebbe essere raccomandato, allo scopo di esercitare benefici non solo sull’osso ma anche sul muscolo e sul sistema immunitario.

Evidenze real-life di efficacia dei trattamenti sulla popolazione italiana

Che il trattamento tempestivo possa essere di aiuto nei pazienti con fragilità ossea è stato osservato anche nella pratica clinica proprio sulla popolazione italiana.

In uno studio retrospettivo su 3475 pazienti di oltre 50 anni ricoverati per frattura del femore o delle vertebre, si osserva già il primo dato esposto in precedenza sul mancato trattamento e la mancata aderenza alle linee guida: il 41,5% dei pazienti, infatti, non ha ricevuto alcun piano terapeutico specifico per la fragilità ossea. Tra i pazienti trattati l’83,6% aveva anche ricevuto una supplementazione a base di Calcio e Vitamina D.

I dati a 3 anni di follow-up dimostrano che il rischio di successiva frattura era del 44,4% ridotto nel gruppo di pazienti trattati con farmaci specifici (p <0,001), e questa riduzione arrivava al 64.4% nel caso di supplementazione con Calcio e Vitamina D (p <0,001).

Anche nel setting di real-life si evidenzia quindi quanto stabilito dalle linee guida, ovvero che un trattamento dell’osteoporosi e l’aderenza terapeutica, in particolare se combinato all’assunzione di Calcio e Vitamina D, correla con un rischio ridotto di ri-frattura e morte per tutte le cause.

Evidenze real-life di costo-beneficio dei trattamenti sulla popolazione italiana

Per questa stessa popolazione italiana in esame, è stata anche effettuata un’analisi relativa ai costi sanitari.

Quello che è emerso è che il costo sanitario annuale medio per paziente è stato di € 9.289,85 nel gruppo non trattato e di € 4.428,26 per i soggetti trattati (p <0,001). Inoltre, il costo medio annuo dell’assistenza sanitaria per il gruppo trattato con solo farmaco per l’osteoporosi è risultato maggiore rispetto al gruppo con farmaco per l’osteoporosi più Calcio/Vitamina D (5.976,88 € vs 4.124,74 €, rispettivamente, p <0,001). I costi di ospedalizzazione rappresentano la maggior parte dei costi totali in tutti i gruppi di pazienti.

Scegliere trattamenti consolidati

In questo particolare momento storico, la decisione di cambiare classe di farmaci potrebbe non essere la più consigliata. Per i pazienti, poter contare su un trattamento a loro familiare di comprovata efficacia e facile da maneggiare è importante per limitare gli accessi agli ambulatori e massimizzare l’aderenza.

Conclusioni

In conclusione, per rispondere alla minaccia posta ai sistemi sanitari, agli individui e alle loro famiglie dalla pandemia di COVID-19, è importante dare la priorità alla salute generale degli anziani e sostenere la tempestiva cura delle fratture da fragilità acute e a lungo termine.

Bibliografia

Girgis. Osteoporosis in the age of COVID-19. 2020

Napoli. Managing fragility fractures during the COVID-19 pandemic. 2020

Degli Esposti. Use of antiosteoporotic drugs and calcium/vitamin D in patients with fragility fractures: impact on re-fracture and mortality risk. 2018

Degli Esposti. Economic Burden of Osteoporotic Patients with Fracture: Effect of Treatment  With or Without Calcium/Vitamin D Supplements. 2020

Effetto dell’ipertensione sul metabolismo osseo

In una popolazione come quella cinese, che vede un aumento considerevole dell’età media e dell’aspettativa di vita, l’approfondimento di collegamenti tra due importanti patologie quali l’osteoporosi e l’ipertensione risulta quanto mai fondamentale. Si ritiene infatti che esista una correlazione tra i livelli aumentati di ormone paratiroide (PTH) e livelli alterati delle catecolamine (incluse adrenalina e angiotensina II). Inoltre, pazienti con ipertensione presentano anche livelli aumentati di fosfatasi alcalina ossea (bone-specific alkaline phosphatase, B-ALP) e bassi livelli di vitamina D, coinvolta nella perdita di tessuto osseo.

Ripartizione dei pazienti

Nello studio condotto da Hu et al., sono stati arruolati 518 pazienti affetti da osteoporosi primaria, tutti con un’età superiore ai 50 anni, e divisi quindi in due gruppi. In un gruppo erano presenti pazienti con una diagnosi di ipertensione (secondo le linee guida redatte nel 1999 dalla World Health Organization – international Society of Hypertension) e un altro gruppo di pazienti che presentavano la sola osteoporosi.
I candidati avevano un’età media di 75 anni (in maggioranza donne) e poco meno della metà era affetta da osteoporosi (46,9%).

Differenze nei livelli di 25-idrossi-vitamina D e osteocalcina

Nel corso dello studio, si è visto come i livelli di 25-idrossi-vitamina D (25-OHD) fossero decisamente più bassi nei maschi con ipertensione rispetto a quelli che presentavano solo osteoporosi.

Da notare che, sebbene sia stata ipotizzata un’alterazione della sintesi e della secrezione del PTH a causa di questa condizione, non è stato possibile verificare i livelli di PTH durante lo svolgimento dello studio.
Inoltre, nonostante non siano state riscontrate anomalie significative nelle correlazioni tra B-ALP e ipertensione nei due gruppi, c’è da dire che i livelli di osteocalcina (OC) nelle donne in post-menopausa affette sia da osteoporosi che da ipertensione erano considerevolmente più bassi se rapportati a quelli delle donne con osteoporosi.

Il rapporto tra ipertensione e metabolismo osseo

Sebbene la relazione tra i livelli ematici di OC e ipertensione sia ancora oggetto di diversi studi e dibattiti, nello studio di Hu et al. appare chiaro che l’ipertensione sia strettamente correlata all’alterazione dei livelli dei marcatori del metabolismo osseo. Nello specifico, sono stati riscontrati:

  • bassi livelli di OC nelle donne ipertese e con osteoporosi
  • bassi livelli di 25-OHD nei maschi dello stesso gruppo.

Nonostante sia stato quindi constatato un ruolo dell’ipertensione nella perdita di tessuto osseo, non è altrettanto chiaro invece come essa influisca sul riassorbimento osseo, motivo per il quale sono ancora in corso ulteriori studi a riguardo.

Lo studio

Hu Z, Yang K, Wei H, et al. The association between bone metabolism markers and hypertension in osteoporotic patients. Research Square; 2020. DOI: 10.21203/rs.3.rs-25401/v1.