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Abaloparatide vs alendronato sulla riduzione del rischio di frattura

Le terapie farmacologiche attualmente utilizzate per ridurre il rischio di fratture nei pazienti con osteoporosi includono farmaci antiriassorbitivi e anabolici. Le terapie antiriassorbitive, che comprendono i bifosfonati (vale a dire alendronato, risedronato, ibandronato e zoledronato) e denosumab, aumentano la densità minerale ossea (BMD) e riducono il rischio di fratture inibendo il riassorbimento osseo mediato dagli osteoclasti. Per contro, i farmaci anabolici aumentano la BMD e riducono il rischio di fratture principalmente incrementando la velocità di formazione ossea e migliorando la microarchitettura scheletrica.

Abaloparatide è un analogo sintetico della proteina correlata all’ormone paratiroideo (1-34)(PTHrP) [1], approvato nel 2017 dall’FDA per il trattamento dell’osteoporosi postmenopausale negli Stati Uniti.

Lo studio Abaloparatide Comparator Trial in Vertebral Endpoints (ACTIVE) ha dimostrato che, nelle donne in postmenopausa con osteoporosi, abaloparatide ha ridotto significativamente il rischio di fratture vertebrali e non vertebrali rispetto al placebo [2].

I partecipanti di ACTIVE trattati con abaloparatide sono stati quindi arruolati per lo studio Abaloparatide Comparator Trial in Vertebral Endpoints Extension (ACTIVExtend) e trattati con alendronato per 24 mesi. Lo studio ha dimostrato l’efficacia antifrattura del trattamento sequenziale abaloparatide-alendronato [3].

Non era invece stato effettuato un confronto diretto tra l’efficacia di abaloparatide e le terapie antiriassorbitive sull’incidenza di fratture in pazienti con osteoporsi.

Abaloparatide vs alendronate

Lo studio Effect of abaloparatide versus alendronate on fracture risk reduction in postmenopausal women with osteoporosis ha confrontato l’efficacia antifrattura dell’abaloparatide dimostrata dallo studio ACTIVE con quella dell’alendronato evidenziata da ACTIVExtend.

In questa analisi post hoc, il tasso di nuove fratture vertebrali per donne partecipanti allo studio ACTIVExtend (N=1139) è stato calcolato sulla base di radiografie basali ed endpoint per placebo o abaloparatide in ACTIVE e alendronato in ACTIVExtend. I tassi di frattura vertebrale tra abaloparatide e alendronato sono stati confrontati in un modello di regressione di Poisson. I tassi di frattura per fratture non vertebrali e cliniche sono stati confrontati in base al modello di Poisson durante i 18 mesi di trattamento con abaloparatide o placebo in ACTIVE e i 18 mesi di trattamento con alendronato in ACTIVExtend.

Risultati

Durante il trattamento con abaloparatide in ACTIVE, il tasso di fratture vertebrali è stato inferiore (0,47 fratture/100 pazienti-anno) rispetto a quello registrato durante il trattamento con alendronato in ACTIVExtend (1,66 fratture/100 pazienti-anno), con riduzione del rischio relativo [RRR] pari al 71%; P=0,027. Sebbene i confronti non abbiano soddisfatto il significato statistico, dopo il passaggio dal placebo (ACTIVE) all’alendronato (ACTIVExtend), il tasso di nuove fratture vertebrali è diminuito da 2,49 a 1,66 fratture/100 pazienti-anno e dopo il passaggio da abaloparatide ad alendronato da 0,47 a 0,19 fratture/100 pazienti-anno. Il tasso di fratture non vertebrali e fratture cliniche non era significativamente diverso.

Conclusioni

I risultati di questa analisi post hoc suggeriscono che il trattamento iniziale di donne in postmenopausa con osteoporosi con abaloparatide può fornire benefici in termini di riduzione del rischio di fratture rispetto al trattamento con solo alendronato.

Per confermare questi risultati sono necessari ulteriori studi.

Lo studio

Benjamin Z Leder, Bruce Mitlak, Ming-yi Hu, Gary Hattersley, Richard S Bockman Effect of Abaloparatide Versus Alendronate on Fracture Risk Reduction in Postmenopausal Women With Osteoporosis The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2019; dgz162. Published 2019 Nov 1, https://doi.org/10.1210/clinem/dgz162

Riferimenti bibliografici

  1. Hattersley G, Dean T, Corbin BA, Bahar H, Gardella TJ. Binding selectivity of abaloparatide for PTH-type-1-receptor conformations and effects on downstream signaling. Endocrinology. 2016;157(1):141-149.
  2. Miller PD, Hattersley G, Riis BJ, Williams GC, Lau E, Russo LA, Alexandersen P, Zerbini CA, Hu MY, Harris AG, Fitzpatrick LA, Cosman F, Christiansen C; ACTIVE Study Investigators. Effect of abaloparatide vs placebo on new vertebral fractures in postmenopausal women with osteoporosis: a randomized clinical trial. JAMA. 2016;316(7):722-733.
  3. Bone HG, Cosman F, Miller PD, Williams GC, Hattersley G, Hu MY, Fitzpatrick LA, Mitlak B, Papapoulos S, Rizzoli R, Dore RK, Bilezikian JP, Saag KG. ACTIVExtend: 24 months of alendronate after 18 months of abaloparatide or placebo for postmenopausal osteoporosis. J Clin Endocrinol Metab. 2018;103(8):2949-2957

Bisfosfonati e rischio cardiovascolare in pazienti anziani

L’osteoporosi e le fratture associate sono un problema di salute pubblica di crescente importanza, con un impatto significativo sul sistema sanitario nazionale, sulla morbilità e sulla mortalità. L’incidenza dell’osteoporosi aumenta con l’età e la percentuale di persone anziane e molto anziane è in costante aumento. Di conseguenza, anche la percentuale di pazienti trattati con farmaci anti-osteoporotici sta aumentando.

Per la prevenzione e il trattamento dell’osteoporosi sono disponibili diverse terapie farmacologiche e, in Italia, le più comuni sono i bisfosfonati (BP), seguiti dal ranelato di stronzio (SR).

Mentre per entrambi i trattamenti l’efficacia nella riduzione del rischio di fratture è ben documentata dagli studi randomizzati controllati, ci sono prove contrastanti sull’uso della BP e sul rischio cardiovascolare correlato.

Trattamenti farmacologici per l’osteoporosi ed eventi avversi cardiovascolari

Un gruppo di lavoro italiano, coordinato da Ursula Kirchmayer del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio (DEP), ha quindi indagato, attraverso uno studio caso-controllo nidificato, il rischio cardiovascolare a seguito dell’utilizzo di bisfosfonati in pazienti anziani con precedente malattia cardiovascolare, rispetto ad altri trattamenti anti-osteoporotici e nessun trattamento.

Per l’osteoporosi sono disponibili numerosi trattamenti farmacologici, ma non vi è chiara evidenza degli eventi avversi cardiovascolari e cerebrovascolari (CCV) – e in particolare del rischio di fibrillazione atriale (FA) – correlati all’uso di farmaci anti-osteoporotici.

Il gruppo di studio ha valutato l’associazione tra l’uso di bisfosfonati (BP), ranelato di stronzio (SR) e altri farmaci anti-osteoporosi e il rischio di eventi AF e CCV in un’ampia coorte di pazienti affetti da malattie cardio-cerebro-vascolari.

Un’ampia coorte di pazienti

Sono stati condotti due studi di caso-controllo nidificati basati su una coorte di pazienti di età pari o superiore a 65 anni, dimessi dagli ospedali di cinque grandi aree italiane dopo un evento CCV tra il 2008 e il 2011. I casi erano pazienti con successivo ricovero ospedaliero per FA o CCV; sono stati selezionati casualmente quattro controlli per ciascun caso e abbinati per fascia di età, sesso e tempo di follow-up. Sono state testate in totale tre misure di esposizione: uso costante, aderenza e utilizzo recente. Nei modelli di regressione logistica, come categoria di riferimento sono stati considerati i pazienti non trattati con farmaci anti-osteoporotici.

La coorte iniziale ha coinvolto 657.246 pazienti.

Indipendentemente dall’aderenza alla terapia e dall’assunzione più o meno recente della stessa, né l’uso di BP né l’uso di SR è stato associato a un aumentato rischio di FA.

Complessivamente è stato registrato un lieve aumento del rischio di eventi CCV associato all’uso di BP e SR; tuttavia, i risultati si sono invertiti a fronte di una maggiore aderenza: odds ratio (OR) 0,81, intervallo di confidenza al 95% (CI) 0,71-0,92 per BP e OR 0,71, IC 95% 0,52-0,97 per SR.

L’assunzione di bisfosfonati non aumenta il rischio cardiovascolare

L’assunzione di bisfosfonati non aumenta il rischio cardiovascolare e tali terapie per il trattamento dell’osteoporosi possono essere prescritte a pazienti anziani.

Lo studio multicentrico si è basato su una vasta popolazione di pazienti anziani reclutati in cinque diverse aree geografiche in Italia, che contavano circa 21 milioni di persone, vale a dire circa il 35% della popolazione italiana complessiva.

Non sono state trovato prove di un aumentato rischio di FA nei pazienti trattati con BP orale o SR rispetto ai non utilizzatori.

L’uso di BP e SR è associato a un aumentato rischio di CCV, che scompare in caso di elevata aderenza alla terapia, suggerendo un effetto positivo dell’aderenza.

Secondo i risultati dello studio, il trattamento dell’osteoporosi con BP non può quindi essere considerato inappropriato in soggetti anziani, ma i pazienti con preesistenti malattie cerebrovascolari/cardiovascolari devono essere attentamente monitorati.

Lo studio

Kirchmayer U, Sorge C, Sultana J, et al. Bisphosphonates and cardiovascular risk in elderly patients with previous cardiovascular disease: a population-based nested case-control study in Italy. Ther Adv Drug Saf. 2019;10:2042098619838138. Published 2019 Apr 5. doi:10.1177/2042098619838138

Bere troppe bibite gasate fa male alle ossa

Un gruppo di ricercatori californiani ha effettuato uno studio prospettico, dimostrando che l’elevato consumo di soft drink gassati (soda) è associato a un modesto aumento del rischio di frattura dell’anca, ma a nessuna differenza nei t-score di anca o colonna vertebrale.

Negli Stati Uniti i tassi di consumo di bevande analcoliche gasate, seppure in calo, continua a essere consistente: nel 2017 negli Stati Uniti è stato registrato il più elevato consumo di soda al mondo, dopo l’Argentina, con 157 litri di soft drink assunti per persona all’anno (Countries With The Highest Levels Of Soft Drink Consumption).

L’aumento del consumo di bibite gassate è stato associato a una minor densità minerale ossea (BMD) e a un incremento dei tassi di fratture ossee negli studi su bambini e giovani adulti [1-4]. Tuttavia, alcuni studi clinici e studi trasversali non hanno trovato associazioni significative tra bevande gassate e osteoporosi, [5-7] e altri hanno suggerito che il rischio di riduzione della BMD è aumentato solo per alcuni tipi di bevande, come le cole, ma non per tutte le bevande analcoliche [8-9].

Un ampio studio trasversale su 2.500 uomini e donne di età compresa tra 30 e 86 anni ha riferito che l’assunzione di cola era associata a una BMD significativamente più bassa nell’anca, ma non nella colonna vertebrale, e tra le donne, ma non tra gli uomini [9]. Associazioni simili sono state osservate per le cole a basso contenuto calorico, ma nessuna associazione è stata trovata tra bevande analcoliche non-cola e BMD. Uno studio prospettico di 73.572 donne in postmenopausa che hanno partecipato allo Nurses’ Health Study ha riportato un aumento del rischio del 14% di frattura dell’anca per ogni porzione aggiuntiva giornaliera di qualsiasi tipo di soda tra cui bibite normali e dietetiche, bibite contenenti caffeina e non-cole [10].

Pertanto le prove di correlazione tra consumo di diversi tipi di bevande analcoliche e BMD e fratture nelle donne in postmenopausa sono scarse e contrastanti. Gli autori dello studio in oggetto dichiarano inoltre di non essere a conoscenza di studi precedenti che avessero esaminato l’associazione tra assunzione di soda e BMD e fratture.

Obiettivi dello studio

L’elevato consumo di bevande analcoliche è stato associato a una minore densità minerale ossea tra le donne in postmenopausa. Lo studio ha esplorato l’associazione tra consumo di soft drink gasati, livelli di BMD dell’anca e della colonna vertebrale e fratture accidentali in questa popolazione, in un periodo di follow-up fino a 16 anni.

Metodi

Lo studio è stato condotto su 72.342 donne in postmenopausa, con un follow-up mediano di oltre 11,9 anni, partecipanti allo studio osservazionale Women’s Health Initiative (WHI).

Per esaminare le associazioni trasversali tra il consumo di bevande analcoliche e la densità minerale ossea dell’anca e della colonna lombare sono stati utilizzati più modelli di regressione lineare. Per esaminare l’associazione del consumo di bevande analcoliche e le fratture dell’anca sono stati utilizzati modelli di regressione di Cox.

Risultati

Non sono state rilevate associazioni tra consumo di soft drink e t-score dell’anca o della colonna vertebrale. Durante i 700.388 anni-persona di follow-up, si sono verificate 2.578 fratture dell’anca. I rapporti di rischio aggiustati per la frattura dell’anca per la categoria di consumo più elevata rispetto a nessun consumo sono stati 1,26 (intervallo di confidenza al 95% [CI] 1,01-1,56) per i soft drink gasati totali e 1,32 (IC al 95% 1 – 1,75) per i soft drink gasati senza caffeina. Non c’è stata associazione tra soft drink gasati contenenti caffeina e frattura dell’anca (hazard ratio = 1,16; IC 95% 0,86-1,57). Nei modelli completamente adattati, tra le categorie di consumo di soft drink gasati e rischio di frattura dell’anca non vi è stato alcun trend lineare apparente, suggerendo un effetto soglia. Per tutte e tre le categorie di assunzione di soft drink gasati è stata osservata un’associazione significativa con le fratture dell’anca.

Conclusioni

Consumare mediamente più di due porzioni di bibite al giorno ha mostrato potenziali associazioni con un rischio maggiore di frattura dell’anca tra le donne in postmenopausa.

Lo studio prospettico ha dimostrato che l’elevato consumo di bevande analcoliche gasate è associato a un modesto aumento del rischio di frattura dell’anca, ma non ha fatto rilevare nessuna differenza nei t-score dell’anca o della colonna vertebrale. Gli autori fanno notare che la popolazione di donne statunitensi consuma probabilmente una maggior quantità di soft drink gasati rispetto a quelle aderenti al WHI che hanno partecipato allo studio (solamente il 4,9% di queste ultime consuma complessivamente oltre 14 porzioni a settimana di bibite analcoliche gasate).

Sono necessarie ricerche più approfondite per quantificare i rischi del consumo di soft drink gasati nell’età adulta, distinguendo l’assunzione di bibite analcoliche gasate contenenti zucchero, le cole dalle non-cole e le bevande gassate da quelle non gasate. Sono inoltre necessarie ulteriori ricerche per identificare i meccanismi biologici che potrebbero essere coinvolti in questi risultati.

Lo studio

Kremer P., Laughlin G.A., Shadyab A., Crandall C. et al. Association between soft drink consumption and osteoporotic fractures among postmenopausal women. Menopause November 2019 – Volume 26 – Issue 11 – p 1234–1241

Riferimenti bibliografici

  1. Wyshak G. Teenaged girls, carbonated beverage consumption, and bone fracturesArch Pediatr Adolesc Med 2000; 154:610–613.
  2. Wyshak G, Frisch RE, Albright TE, Albright NL, Schiff I, Witschi J. Nonalcoholic carbonated beverage consumption and bone fractures among women former college athletesJ Orthop Res 1989; 7:91–99.
  3. Wyshak G, Frisch RE. Carbonated beverages, dietary calcium, the dietary calcium/phosphorus ratio, and bone fractures in girls and boysJ Adolesc Health 1994; 15:210–215.
  4. Sámano R, Rodríguez Ventura AL, Godínez Martínez EY, et al. Association of consumption of carbonated beverages and decalcification in woman on reproductive and non-reproductive age of Mexico CityNutr Hosp 2013; 28:1750–1756.
  5. Schoppen S, Pérez-Granados AM, Carbajal A, De la Piedra C, Pilar Vaquero M. Bone remodelling is not affected by consumption of a sodium-rich carbonated mineral water in healthy postmenopausal womenBr J Nutr 2005; 93:339–344.
  6. Supplee JD, Duncan GE, Bruemmer B, Goldberg J, Wen Y, Henderson JA. Soda intake and osteoporosis risk in postmenopausal American-Indian women. Public Health Nutr 2011; 14:1900–1906.
  7. Kim SH, Morton DJ, Barrett-Connor EL. Carbonated beverage consumption and bone mineral density among older women: the Rancho Bernardo studyAm J Public Health 1997; 87:276–279.
  8. Ogur R, Uysal B, Ogur T, et al. Evaluation of the effect of cola drinks on bone mineral density and associated factorsBasic Clin Pharmacol Toxicol 2007; 100:334–338.
  9. Tucker KL, Morita K, Qiao N, Hannan MT, Cupples LA, Kiel DP. Colas, but not other carbonated beverages, are associated with low bone mineral density in older women: the Framingham osteoporosis study. Am J Clin Nutr 2006; 84:936–942.
  10. Fung TT, Arasaratnam MH, Grodstein F, et al. Soda consumption and risk of hip fractures in postmenopausal women in the Nurses’ Health Study. Am J Clin Nutr 2014; 100:953–958.

Upadacitinib, approvazione CE per trattamento di artrite reumatoide

Dopo il parere positivo espresso dal Chmp per upadacitinib a ottobre 2019, AbbVie ha annunciato che a dicembre 2019 la Commissione europea (CE) ha approvato Rinvoq (upadacitinib) per il trattamento dell’artrite reumatoide attiva di grado da moderato a severo in pazienti adulti che hanno risposto in modo inadeguato o che sono risultati intolleranti a uno o più farmaci antireumatici modificanti la malattia (DMARD, disease-modifying anti-rheumatic drug).

Upadacitinib è un inibitore selettivo e reversibile di JAK che può essere assunto una volta al giorno in monoterapia o in combinazione con metotressato (MTX).

Studio di fase III SELECT

L’approvazione CE di Rinvoq è stata supportata dai dati del programma globale SELECT di fase III sull’artrite reumatoide, che ha valutato quasi 4.400 pazienti con artrite reumatoide attiva da moderata a grave nel corso di cinque studi registrativi [1-5].

Gli studi hanno incluso valutazioni di efficacia, sicurezza e tollerabilità in un ampio spettro di pazienti, compresi quelli che avevano fallito la terapia o erano intolleranti ai farmaci antireumatici biologici modificanti la malattia, ai pazienti naïve al MTX o che avevano risposto in maniera inadeguato al MTX.

Nel corso di cinque studi registrativi di fase III, upadacitinib ha soddisfatto tutti gli endpoint primari e secondari in diverse popolazioni di pazienti adulti con artrite reumatoide attiva di grado da moderato a severo.

Rinvoq ha dimostrato tassi di remissione clinica e di bassa attività di malattia significativamente più elevati rispetto a tutti i bracci comparatori compreso adalimumab+MTX indipendentemente dallo score di valutazione utilizzato (DAS28-CRP fino a Boolean remission) [1-6].

“Come è stato osservato nel corso di uno dei più vasti programmi di sperimentazione clinica di fase III sull’artrite reumatoide, upadacitinib ha dimostrato di migliorare in modo significativo i segni e i sintomi della malattia e di poter aiutare un maggior numero di pazienti a ottenere la remissione clinica, o una bassa attività di malattia”, sottolinea Luigi Sinigaglia, presidente nazionale della Società Italiana di Reumatologia.

Artrite reumatoide

In Europa quasi 3 milioni di persone convivono con l’artrite reumatoide, la maggior parte delle quali non ottiene la remissione [7,8] e soffre per il dolore, l’affaticamento, la rigidità articolare mattutina e le riacutizzazioni di malattia “dimostrando – dichiara Annamaria Iagnocco, presidente eletto dell’Eular (European League Against Rheumatism) – un evidente bisogno clinico ancora insoddisfatto per i pazienti con tale patologia”.

Upadacitinib (Rinvog)

Rinvog (upadacitinib) nell’Unione europea

Rinvoq (upadacitinib) è indicato per il trattamento dell’artrite reumatoide attiva da moderata a severa in pazienti adulti che hanno risposto in modo inadeguato o che sono intolleranti a uno o più farmaci antireumatici modificanti la malattia (DMARD, disease-modifying anti-rheumatic drug). Rinvoq può essere usato in monoterapia o in combinazione con metotressato.

Qui una overview di Rinvoq e perché è autorizzato nell’UE

Riferimenti bibliografici

  1. Burmester G.R., et al., Safety and efficacy of upadacitinib in patients with rheumatoid arthritis and inadequate response to conventional synthetic disease-modifying anti-rheumatic drugs (SELECT-NEXT): a randomised, double-blind, placebo-controlled phase 3 trial. Lancet. 2018 Jun 23;391(10139):2503-2512. doi: 10.1016/S0140-6736(18)31115-2. Epub 2018 Jun 18.
  2. Genovese M.C., et al., Safety and efficacy of upadacitinib in patients with active rheumatoid arthritis refractory to biologic disease-modifying anti-rheumatic drugs (SELECT-BEYOND): a double-blind, randomised controlled phase 3. Lancet. 2018 Jun 23;391(10139):2503-2512. doi: 10.1016/S0140-6736(18)31115-2. Epub 2018 Jun 18.
  3. Smolen, J.S., et al. Upadacitinib as monotherapy in patients with active rheumatoid arthritis and inadequate response to methotrexate (SELECT-MONOTHERAPY): a randomised, placebo-controlled, double-blind phase 3 study. Lancet. 2019. May 23. pii: S0140-6736(19)30419-2. doi: 10.1016/S0140-6736(19)30419-2. Epub 2019 May 23.
  4. Fleischmann, R., et al. Upadacitinib versus Placebo or Adalimumab in Rheumatoid Arthritis: Results of a Phase 3, Double-Blind, Randomized Controlled Trial. Arthritis and Rheumatology. 2019. Jul 9. doi: 10.1002/art.41032.
  5. van Vollenhoven, R., et al. A Phase 3, Randomized, Controlled Trial Comparing Upadacitinib Monotherapy to MTX Monotherapy in MTX-Naïve Patients with Active Rheumatoid Arthritis. 2018 ACR/ARHP Annual Meeting; 891.
  6. Cohen S., et al. Safety profile of upadacitinib in Rheumatoid Arthritis: Integrated analysis from the SELECT Phase 3 Clinical Program. EULAR 2019; THU0167.
  7. Bevan S, et al. Fit For Work? Musculoskeletal Disorders in the European Workforce. 2009. The Work Foundation.
  8. Ajeganova S. and Huizinga T. Sustained remission in rheumatoid arthritis: latest evidence and clinical considerations. Ther Adv Musculoskelet Dis. 2017 Oct;9(10):249-262. doi: 10.1177/1759720X17720366.

Ossa rotte, vite spezzate. Incidenza e costi della gestione delle fratture da fragilità

È stato pubblicato a novembre 2019 il documento “Broken bones, broken lives: a roadmap to solve the fragility fracture crisis in Europe“. Il rapporto fornisce una panoramica e un confronto dell’incidenza e dei costi di gestione delle fratture da fragilità in sei Paesi europei (Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito), di seguito denominato EU6, con lo scopo di fornire altresì gli strumenti per migliorare la cura dei pazienti.

Fratture da fragilità, un’emergenza per una società che invecchia

Con 2,68 milioni di nuove fratture ogni anno nell’UE6, le fratture da fragilità sono un grosso ostacolo
all’invecchiamento in buona salute e impattano fortemente sull’indipendenza e sulla qualità della vita di 20 milioni di donne e uomini con osteoporosi.

Prevalenza dell'osteoporosi in adulti ≥50 in EU6
Prevalenza dell’osteoporosi in adulti ≥50 in EU6

Le fratture da fragilità possono essere evitate, ma la loro prevenzione e gestione sono state a lungo
trascurate nonostante gli enormi costi associati (€ 37,5 miliardi) che gravano pesantemente sui sistemi sanitari, superando quelli di molte altre malattie croniche – quali la BPCO, l’artrite reumatoide e l’ipertensione – e che raggiungeranno i 47,4 miliardi di euro entro il 2030.

Costi annui stimati per la gestione di fratture da fragilità in EU6 (dati 2017)
Costi annui stimati per la gestione di fratture da fragilità in EU6 (dati 2017)

Dopo una frattura da fragilità, i pazienti hanno una probabilità cinque volte maggiore di sperimentare una seconda frattura nei due anni successivi. Nonostante ciò, il 60–85% delle donne più di 50 anni con osteoporosi non ricevere un’adeguata terapia. Questo enorme gap, che è stato osservato indifferentemente in tutte le aree geografiche esaminate, riflette la scarsa importanza data finora alle fratture da fragilità e fa rilevare che, in una società che invecchia, è estremamente urgente considerare le cure post-frattura una priorità, anche per evitare che i costi sfuggano al controllo.

Modello di assistenza coordinato “Fracture Liaison Service” (FLS)

Secondo le stime, il numero di fratture aumenterà del 23% entro il 2030, e quindi – si legge nel report – è il momento di rompere gli indugi, di porre fine a questa spirale di costi e agire per porre fine alle disastrose conseguenze che le fratture hanno sui pazienti.

Proiezione dei costi per la gestione delle fratture dal 2017 al 2030
Proiezione dei costi per la gestione delle fratture dal 2017 al 2030

Le politiche hanno un ruolo significativo da giocare nel promuovere, finanziare e implementare soluzioni assistenziali, come per esempio il modello di assistenza coordinata per i pazienti che hanno subito una frattura denominato “Fracture Liaison Service” o FLS, che è stato dimostrato di essere clinicamente efficace e
sostenibile.

Stima dei vantaggi economici ottenibili complessivamente a seguito dell'introduzione globale di FLS nell'UE6
Stima dei vantaggi economici ottenibili complessivamente a seguito dell’introduzione globale del modello FLS nell’UE6

Da un lato, se i modelli di assistenza coordinata sembrano rappresentare una soluzione universalmente applicabile per migliorare diagnosi, trattamento e follow-up dei pazienti, dall’altro è indispensabile implementare soluzioni di politica locale che si adattino alle specificità dei diversi sistemi sanitari.

 

Romosozumab, meccanismo d’azione e informazioni sulla sicurezza

Romosozumab è un anticorpo monoclonale che, inibendo l’attività della sclerostina, provoca un aumento della formazione ossea e contemporaneamente, in misura minore, riduce la perdita di massa ossea.

Romosozumab - meccanismo d'azione
Meccanismo d’azione di romosozumab – Effetto dell’inibizione della sclerostina sulla segnalazione Wnt
L’anticorpo monoclonale (MAb) umanizzato romosozumab lega la sclerostina (un inibitore della segnalazione della via Wnt secreto dall’osteocita) in circolazione. Ciò impedisce il legame della sclerostina con i recettori LRP 5/6. Pertanto, Wnt si lega a LRP 5/6 e al suo co-recettore Frizzled. Ciò porta all’attivazione della via di segnalazione Wnt, che alla fine porta alla differenziazione, alla proliferazione e alla sopravvivenza degli osteoblasti e, quindi, all’aumento della formazione ossea.
Shah AD, Shoback D, Lewiecki EM. Sclerostin inhibition: a novel therapeutic approach in the treatment of osteoporosis. Int J Womens Health. 2015;7:565–580.

Indicazioni

Romosozumab è indicato per il trattamento dell’osteoporosi severa nelle donne in postmenopausa ad alto rischio di frattura, definito attraverso una storia di fratture osteoportiche o più fattori di rischio per fratture, o in pazienti inotollerati o in cui sono fallite altre terapie disponibili per il trattamento dell’osteoporosi.

ll programma di sviluppo di romosozumab ha compreso 19 studi clinici che hanno arruolato circa 14.000 pazienti.

Romosozumab è stato studiato per le sue potenzialità di ridurre il rischio di fratture in un vasto programma globale di Fase 3 che includeva due grandi studi sulle fratture confrontando romosozumab con placebo o comparatore attivo in oltre 11.000 donne in postmenopausa con osteoporosi. Amgen e UCB stanno co-sviluppando romosozumab.

Nel dicembre 2019, il medicinale ha ricevuto dalla Commissione europea l’autorizzazione all’immissione in commercio.

Informazioni importanti sulla sicurezza di romosozumab nell’UE/EEA

Nell’UE, romosozumab è indicato per il trattamento dell’osteoporosi grave nelle donne in postmenopausa ad alto rischio di fratture.

Controindicazioni

Romosozumab è controindicato in pazienti allergici al romosozumab o a uno qualsiasi degli eccipienti, con bassi livelli di calcio nel sangue (ipocalcemia) o con anamnesi di infarto del miocardio (infarto) o ictus.

Infarto miocardico o ictus

Infarto e ictus sono stati riportati in pazienti in trattamento con romosozumab in studi randomizzati e controllati (non comune). Il trattamento con romosozumab non deve essere iniziato in pazienti con anamnesi di infarto o ictus. Nel determinare se usare romosozumab per un singolo paziente, deve essere valutata la presenza di fattori di rischio per problemi cardiovascolari, tra cui malattie cardiovascolari accertate, ipertensione, livelli elevati di grassi nel sangue, diabete, fumo o problemi renali. Romosozumab deve essere usato solo se il medico prescrittore e il paziente concordano sul fatto che il beneficio supera il rischio. Se un paziente manifesta un infarto miocardico o un ictus durante la terapia, il trattamento con romosozumab deve essere interrotto.

Ipocalcemia

In pazienti in trattamento con romosozumab è stata osservata ipocalcemia transitoria. L’ipocalcemia deve essere corretta prima di iniziare la terapia con romosozumab e i pazienti devono essere monitorati per segni e sintomi di ipocalcemia. Se un paziente presenta sospetti sintomi di ipocalcemia durante il trattamento, devono essere misurati i livelli di calcio. Nei pazienti devono essere adeguatamente integrati calcio e vitamina D. I pazienti con grave insufficienza renale (tasso di filtrazione glomerulare stimato [eGFR] da 15 a 29 ml/min/1,73 m2) o sottoposti a dialisi sono a maggior rischio di sviluppare ipocalcemia e dati di sicurezza per questi pazienti sono limitati. In questi pazienti devono essere monitorati i livelli di calcio.

Ipersensibilità

Negli studi clinici, nel gruppo romosozumab, si sono verificate reazioni cliniche significative di ipersensibilità, inclusi angioedema, eritema multiforme e orticaria. Se si verifica una reazione anafilattica o altra reazione allergica clinicamente significativa, deve essere iniziata una terapia appropriata e l’uso di Romosozumab deve essere interrotto.

Osteonecrosi mascellare

L’osteonecrosi della mascella (ONJ) ​​è stata segnalata raramente in pazienti in trattamento con romosozumab.

I seguenti fattori di rischio devono essere considerati nella valutazione del rischio di un paziente di sviluppare ONJ:

  1. potenza del medicinale che inibisce il riassorbimento osseo (il rischio aumenta con la potenza antiriassorbitiva del composto) e dose cumulativa di terapia di riassorbimento osseo;
  2. cancro, condizioni di comorbilità (ad es. anemia, coagulopatie, infezione), fumo;
  3. terapie concomitanti: corticosteroidi, chemioterapia, inibitori dell’angiogenesi, radioterapia alla testa e al collo;
  4. scarsa igiene orale, malattia parodontale, mal adattamento protesi dentarie, storia di malattia dentale, procedure dentali invasive (ad es. estrazioni dentarie).

Tutti i pazienti devono essere incoraggiati a mantenere una buona igiene orale e ricevere controlli dentali di routine. La dentiera dovrebbe adattarsi correttamente. Durante il trattamento con tomosozumab, i pazienti sottoposti a trattamento odontoiatrico o sottoposti a chirurgia dentale (ad es. estrazioni dentali) devono informare il proprio medico in merito al loro trattamento odontoiatrico e informare il dentista che stanno assumendo romosozumab. Durante il trattamento con romosozumab,i pazienti devono segnalare immediatamente qualsiasi sintomo orale come mobilità dentale, dolore o gonfiore o non guarigione di piaghe o secrezione di pus. I pazienti che sono sospettati di avere o che sviluppano ONJ mentre ricevono romosozumab devono ricevere cure da un dentista o un chirurgo orale con esperienza in ONJ. L’interruzione della terapia con romosozumab deve essere presa in considerazione fino a quando la condizione non si risolve e, ove possibile, si mitigano i fattori di rischio.

Fratture femorali atipiche

In pazienti in trattamento con romosozumab sono state riscontrate raramente fratture atipiche a bassa energia o a basso trauma dello stelo femorale, che possono verificarsi spontaneamente. Qualsiasi paziente con dolore nuovo o insolito alla coscia, all’anca o all’inguine deve essere sospettato di avere una frattura atipica e deve essere valutato per escludere una frattura incompleta del femore. I pazienti che presentano una frattura atipica del femore devono essere valutati anche per sintomi e segni di frattura dell’arto controlaterale. In base a una valutazione del rapporto rischio-beneficio individuale deve essere presa in considerazione l’interruzione della terapia con reomosozumab.

Reazioni avverse

Le reazioni avverse più comuni sono state rinofaringite (13,6%) e artralgia (12,4%). Le reazioni avverse comuni includevano: ipersensibilità, sinusite, eruzione cutanea, dermatite, mal di testa, dolore al collo, spasmi muscolari e reazioni nel sito di iniezione (le reazioni più frequenti nel sito di iniezione erano dolore ed eritema). Reazioni avverse non comuni sono state: orticaria, ipocalcemia, ictus, infarto del miocardio e cataratta. Infine, rari effetti collaterali sono state gravi reazioni allergiche che hanno causato gonfiore di viso, gola, mani, piedi, caviglie o parte inferiore delle gambe (angioedema) ed eruzione cutanea acuta (eritema multiforme).

Romosozumab è soggetto a monitoraggio addizionale.

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Dopo il parere positivo espresso dal Chmp in ottobre, arriva il 12 dicembre l’annuncio da parte di UCB e Amgen che la Commissione Europea (CE) ha concesso l’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) di romosozumab per il trattamento dell’osteoporosi severa nelle donne in post-menopausa ad alto rischio di frattura.

I primi lanci di romosozumab nella European Economic Area (EEA) sono programmati per la prima metà del 2020.

L’autorizzazione all’immissione in commercio della Commissione Europea ha valore in tutta l’Unione Europea (EU) e nei Paesi aderenti all’EEA-European Free Trade Association – EFTA (Norvegia, Islanda e Liechtenstein). Romosozumab è ad oggi approvato in 37 Stati, compresi gli Stati Uniti, il Giappone e il Canada.

Romosozumab è un innovativo farmaco capace di un duplice effetto: aumentare la formazione ossea e, in misura minore, ridurre il riassorbimento osseo (o perdita di massa ossea).

L’impatto delle fratture da fragilità ossea

Secondo il report “Broken bones, broken lives: a roadmap to solve rhe fragility fracture crisis in Europe“, pubblicato a novembre 2019 dall’Internationa Osteoporosis Foundation, sono 2,68 milioni le nuove fratture da fragilità ossea che si verificano ogni anno in EU6 (Francia, Germania, Italia, Spagna, svezia e UK). La loro prevenzione e gestione sono state a lungo trascurate, nonostante l’enorme impatto che tale evenienza ha sui sistemi sanitari: €37,5 miliardi annui, con una proiezione a oltre 47 miliardi di euro entro il 2030.

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Prevenzione secondaria di fratture osteoporotiche. Raccomandazioni cliniche

Nel settembre 2019 sul Journal of Bone and Mineral Research sono state pubblicate alcune utili raccomandazioni cliniche [1] per la prevenzione secondaria delle fratture osteoporotiche da fragilità nella popolazione di pazienti con età uguale o superiore a 65 anni: il target di questo report è quindi rappresentato nello specifico da pazienti anziani con storia di nota pregressa frattura di femore o vertebrale da fragilità.
Tali raccomandazioni sono rivolte a tutte le figure mediche e paramediche che ruotano in qualità di team multidisciplinare attorno a questo setting di pazienti: ortopedici, reumatologi/endocrinologi, geriatri, ginecologi, internisti, dietologi/nutrizionisti, medici di base, fisiatri/fisioterapisti, dentisti/chirurghi maxillo-facciali.

Raccomandazioni per la prevenzione secondaria di fratture osteoporotiche

La task force di esperti della Asbmr (American Society for Bone and Mineral Research) propone 13 raccomandazioni, di cui sette primarie e sei secondarie.

Raccomandazioni primarie

Prima raccomandazione

È prioritario comunicare a questa categoria di pazienti tre messaggi fondamentali:

  • i pazienti sono ad alto rischio per ulteriori fratture da fragilità, soprattutto nei due anni successivi al primo evento fratturativo;
  • i pazienti sono a rischio di perdita dell’autosufficienza e di morte prematura;
  • i pazienti possono ridurre il loro rischio fratturativo attraverso un’adeguata presa in carico e uno stretto follow-up presso lo specialista di riferimento.

Seconda raccomandazione

È necessario assicurarsi che il medico di riferimento del paziente sia stato messo a conoscenza dell’evento fratturativo occorso.

Terza raccomandazione

È utile indagare il rischio di caduta del paziente attraverso le seguenti modalità:

  • conoscere la storia di cadute nell’ultimo anno;
  • ridurre il consumo di farmaci associati a rischio di caduta;
  • valutare le condizioni cliniche associate a rischio di caduta;
  • valutare la necessità dell’intervento del fisiatra e del fisioterapista.

Quarta raccomandazione

È mandatorio instaurare la terapia farmacologica anti-osteoporosi per ridurre il rischio di ulteriori fratture:

  • iniziando subito la terapia senza aspettare l’esito della densitometria ossea
  • indagando la salute del cavo orale prima di iniziare la terapia con un amino-bisfosfonato o il denosumab;
  • per i pazienti che sono stati sottoposti a chirurgia per la frattura di femore o sono ospedalizzati per la frattura vertebrale, la terapia farmacologica orale può essere iniziata già in corso di ricovero ed essere inclusa nella lettera di dimissione mentre la terapia farmacologica sottocute o endovena può essere procrastinata dopo due settimane dalla chirurgia in considerazione della possibile ipocalcemia intercorrente
    (ipovitaminosi D, idratazione perioperatoria) e della possibile reazione di fase acuta dopo infusione di zoledronato;
  • se la terapia farmacologica non viene iniziata in corso di ricovero, è necessario istituire un percorso di tempestiva rivalutazione specialistica.

Quinta raccomandazione

Iniziare una supplementazione con colecalciferolo di almeno 800 IU al giorno.

Sesta raccomandazione

Iniziare una supplementazione calcica se l’intake alimentare non soddisfa il fabbisogno di 1200 mg al giorno.

Settima raccomandazione

In considerazione del fatto che l’osteoporosi è una condizione di patologia cronica, è
necessario instaurare un follow-up che prevede di

  • rinforzare i messaggi relativi alla raccomandazione numero 1;
  • identificare da subito le condizioni che potrebbero interferire con la compliance del paziente alla terapia anti-osteoporosi;
  • indagare il rischio di caduta;
  • monitorare gli effetti collaterali dei farmaci anti-osteoporosi;
  • valutare l’efficacia del piano di trattamento;
  • valutare in corso di terapia l’opportunità di modificare il trattamento (discontinuazione, terapia sequenziale).

Raccomandazioni secondarie

Prima raccomandazione

Nel sospetto di osteoporosi secondaria, inviare il paziente a una valutazione specialistica di II livello.

Seconda raccomandazione

Erogare le seguenti raccomandazioni:

  • astensione dal fumo di sigaretta;
  • limitare l’assunzione di alcol a meno di 2 unità alcoliche per il maschio e 1 unità alcolica per la femmina;
  • eseguire adeguato esercizio fisico, sotto la supervisione del fisiatra/fisioterapista.

Terza raccomandazione

Nella proposta della terapia farmacologica, valutare con il paziente il rapporto rischio/beneficio e in particolare:

  • il rischio di ulteriori fratture osteoporotiche in assenza di terapia farmacologica;
  • per gli amino-bisfosfonati e il denosumab, il rischio di ONJ e fratture atipiche del femore spiegando al paziente come riconoscere precocemente sintomi e segni di tali possibili rari effetti collaterali

Quarta raccomandazione

La terapia farmacologica di I livello prevede:

  • amino-bisfosfonati orali (alendronato e risedronato) che sono in genere ben tollerati e a basso costo sanitario;
  • zoledronato endovena o denosumab sc, in caso di possibili cause di non aderenza alla terapia orale;
  • per i pazienti ad alto rischio fratturativo (multiple fratture vertebrali), terapia anabolizzante con teriparatide, in assenza di controindicazioni specifiche (storia oncologica).

Quinta raccomandazione

La durata ottimale della terapia anti-osteoporosi non è nota:

  • la vacanza terapeutica e la successiva ripresa della terapia sono opzioni da valutare per il singolo paziente;
  • dopo 3-5 anni di terapia con amino-bisfosfonato, le linee guida prevedono una rivalutazione del rischio fratturativo, tenendo conto dell’effetto coda e della maggiore incidenza di possibili effetti collaterali in caso di terapia di lunga durata;
  • la discontinuazione del denosumab deve essere assolutamente seguita da una terapia di consolidamento farmacologico al fine di contrastare possibili fratture vertebrali da rimbalzo;
  • analogamente dopo i due anni di terapia anabolizzante con teriparatide, è mandatoria la prosecuzione della terapia con un anti-riassorbitivo.

Sesta raccomandazione

I medici di base devono richiedere la consulenza di un endocrinologo o reumatologo esperto di metabolismo dell’osso per i pazienti che, nonostante la terapia anti-osteoporosi, sviluppano altre fratture da fragilità o perdita densitometrica di massa ossea e per i pazienti che hanno comorbilità come iperparatiroidismo primario o malattia renale cronica.

Commento alle raccomandazioni

Se da una parte le suddette raccomandazioni appaiono per un esperto di metabolismo dell’osso ovvie e scontate, dall’altra è doveroso ricordare che solo il 20% delle fratture di femore giunge a una accurata valutazione specialistica e quindi a una terapia appropriata; il percorso del paziente fratturato è spesso non strutturato e la gestione multidisciplinare è spesso mancante, il tutto con ovvie ripercussioni in termini di disabilità e costi sanitari evitabili.

Bibliografia

1. Conley RB, Adib G, Adler RA et al. Secondary Fracture Prevention: Consensus Clinical Recommendations from a Multistakeholder Coalition. J Bone Miner Res. 2019 Sep 20

AGN1 LOEP aumenta la densità minerale ossea dell’anca

Un gruppo di ricercatori ha condotto un primo studio sull’uomo per valutare la validità della procedura AGN1 LOEP (AGN1 local osteo-enhancement procedure). I risultati delle studio hanno dimostrato che questo trattamento minimamente invasivo ha aumentato stabilmente la densità minerale ossea areale (aBMD) nei femori prossimali di donne osteoporotiche in postmenopausa, popolazione ad alto rischio di fratture a seguito di perdita ossea. L’approccio prevede un singolo trattamento. Il riassorbimento di AGN1 – materiale impiantabile trifasico, riassorbibile, a base di calcio – è stato associato alla formazione di nuovo osso entro 12 settimane e il nuovo osso è stato mantenuto per almeno 5-7 anni con conseguente aumento sostanziale della forza femorale stimata.

Scopo dello studio

Lo studio – il primo effettuato sull’uomo – ha valutato fattibilità, sicurezza e risposta in vivo al trattamento di femori prossimali di donne osteoporotiche in postmenopausa con una procedura di osteo-enhancement locale minimamente invasiva (LOEP) per iniettare un materiale osteoconduttivo riassorbibile (AGN1).

Sono quindi stati valutati:

  1. sicurezza iniziale e a lungo termine del trattamento del femore prossimale con AGN1 LOEP;
  2. velocità ed estensione del riassorbimento e della sostituzione di AGN1 con nuovo osso nel femore prossimale
  3. cambiamenti iniziali e a lungo termine nella BMD prossimale del femore e forza dopo l’impianto di AGN1.

Metodi

Lo studio prospettico di coorte ha arruolato 12 donne osteoporotiche (T-score del collo del femore ≤-2,5) in postmenopausa, con età compresa tra 56 e 89 anni. AGN1 LOEP è stato eseguito sul femore sinistro, il femore destro erano non è stato trattato e utilizzato per confronto. I soggetti sono stati seguiti per 5-7 anni. Gli outcome hanno incluso eventi avversi, densità minerale ossea areale del femore prossimale (aBMD), riassorbimento di AGN1 e sostituzione con nuovo osso mediante radiografia e tomografia computerizzata (TC) e forza dell’anca stimata con analisi agli elementi finiti (FEA).

Risultati

L’aBMD del collo femorale trattato e di controllo al basale era equivalente. L’aBMD del collo femorale trattato è aumentato rispettivamente del 68 ± 22%, 59 ± 24% e 58 ± 27% rispetto al controllo a 12 e 24 settimane e 5-7 anni,  (p<0,001, a tutti i controlli temporali). Utilizzando ipotesi conservative, la forza femorale stimata dalla FEA è aumentata rispettivamente del 41%, 37% e 22% a 12 e 24 settimane e 5-7 anni (p<0,01, tutti i controlli temporali).

L’analisi qualitativa delle radiografie e delle scansioni TC ha dimostrato che il riassorbimento e la sostituzione dell’AGN1 con l’osso erano quasi completi entro 24 settimane. Entro 5-7 anni, l’AGN1 sembrava essere completamente riassorbito e sostituito con l’osso trabecolare e corticale circostante.

Non si sono verificati eventi avversi gravi a seguito della procedura eseguita o del dispositivo utilizzato.

Conclusioni

Il trattamento dei femori di donne osteoporotiche in postmenopausa con AGN1 LOEP comporta un aumento rapido e duraturo della aBMD e della forza femorale.

Questi risultati supportano l’uso e incoraggiono l’ulteriore studio clinico di questo approccio in pazienti osteoporotici ad alto rischio di frattura dell’anca.

Lo studio

Howe, J., Hill, R., Stroncek, J. et al. Treatment of bone loss in proximal femurs of postmenopausal osteoporotic women with AGN1 local osteo-enhancement procedure (LOEP) increases hip bone mineral density and hip strength: a long-term prospective cohort study. Osteoporos Int (2019)

 

Osteoporosi nell’anoressia nervosa grave. Un caso di studio

Nelle pazienti con anoressia nervosa (AN), l’osteoporosi rappresenta una complicanza comune e grave, che normalmente persiste anche dopo il recupero del peso e la ripresa del ciclo mestruale regolare. La condizione può causare dolore, lesioni e disabilità significativi.

Un gruppo di ricercatori del Colorado ha pubblicato il caso di un completo ritorno alla normale densità ossea dopo molti anni di grave osteoporosi in una paziente gravemente malnutrita con anoressia nervosa. Gli autori riferiscono di non conoscere altre pubblicazioni che riportano casi analoghi.

Osteoporosi e anoressia nervosa

La perdita ossea nei pazienti con AN è multifattoriale: è il risultato di uno squilibrio di ormoni sessuali e di altri fattori endocrini nonché degli effetti diretti della denutrizione. La perdita di densità minerale ossea (BMD) si verifica rapidamente, spesso entro sei mesi dall’esordio della malattia [1] e persiste anche dopo il recupero del peso [2]. Cause specifiche di bassa BMD nell’AN, nonostante la giovane età tipica dei pazienti con AN, comprendono ipoestrogenismo, ipoandrogenismo, malnutrizione, ridotta massa corporea magra e ipercortisolemia. Inoltre, nei pazienti con AN, nonostante i livelli elevati di ormone della crescita (GH), il fattore di crescita insulino-simile 1 (IGF-1) è ridotto, a causa di uno stato acquisito resistente al GH. Un ruolo può essere svolto anche dall’aumento dei livelli  di grelina e peptide AA [3, 4].

Gli autori della pubblicazione dichiarano di non essere a conoscenza di segnalazioni di casi che descrivono il trattamento terapeutico per l’osteoporosi completamente efficace e che testimoniano l’inversione dell’osteoporosi grave in pazienti con AN grave; ritengono quindi di interesse riportare il caso di una paziente con anoressia nervosa grave diagnosticata in età pre-adolescenziale e con osteoporosi che, dopo vent’anni, ha raggiunto un ritorno alla normale densità ossea.

Questo caso clinico può facilitare ulteriori ricerche sull’utilità tempestiva dell’utilizzo di teriparatide e di altri farmaci nel trattamento di casi di AN grave con osteoporosi.

Un caso di ripristino della normale densità ossea

Il caso si riferisce a una donna di 27 anni con una storia di 17 anni di AN grave, a cui a era stata diagnosticata per la prima volta l’osteoporosi all’età di 14 anni. Il disturbo alimentare aveva avuto esordio all’età di 10 anni quando, a seguito di un episodio di intossicazione alimentare acuta, aveva iniziato per la prima volta a seguire una dieta restrittiva e ad avere comportamenti compulsivi. Da quel momento, è stata ricoverata in ospedale quasi 100 volte e ha ricevuto cure specialistiche per il trattamento di disordini alimentari in regime di ricovero ospedaliero e residenziale per periodi variabili da alcune settimane a diversi mesi. Il peso più basso raggiunto dalla paziente in età adulta è stato di 19,5 kg (162 cm di altezza, BMI 7,4) e il più alto di 50,8 kg (BMI 19,2).

L’osteoporosi era stata diagnosticata per la prima volta nell’anca e nella colonna vertebrale all’età di 14 anni. Da quel momento, la paziente è stata sottoposta a scansioni per valutare la densità ossea (DXA) ogni 1-2 anni, mostrando un peggioramento della densità ossea fino all’età di 25 anni, nonostante le terapie seguite: tra i 15 e i 17 anni ha assunto 1000 mg di supplementazione di carbonato di calcio; a 18 anni ha iniziato il trattamento settimanale con sodio alendronato che è stato sospeso dopo tre mesi perché causa di nausea; tra i 19 e i 22 anni, la paziente ha ricevuto un trattamento annuale con acido zolendronico IV con continuo declino della densità minerale ossea.

La paziente non ha mai avuto menarca spontaneo. Ha iniziato l’associazione di pillole anticoncezionali orali (drospirenone 3 mg ed etinilestradiolo 0,02 mg) tra i 19 e i 22 anni. Dall’età di 23 anni, la paziente ha utilizzato cerotti estradiolici transdermici bisettimanali (0,075 mg/die) e ha assunto 200 mg di progesterone micronizzato bioidentico per i primi 12 giorni di ogni mese. Ha mestruato regolarmente ogni mese dall’inizio del trattamento con estradiolo transdermico e progesterone.

All’età di 23 anni, la paziente ha iniziato un programma di strength conditioning bisettimanale con sessioni della durata di circa 45 minuti. Ha eliminato la caffeina dalla dieta e consumato ogni giorno un quantitativo di calcio adeguato attraverso una combinazione di dieta e integrazione. In quel momento, il livello di vitamina D-25OH della paziente era di a 19 nmol/l e mostrava una risposta minima all’integrazione fino a quando non le sono state somministrate dosi settimanali di 50.000 UI di vitamina D per sei settimane. La paziente ha quindi mantenuto i livelli di vitamina D tra 40 e 50 nmol/l assumendo 10.000 UI di vitamina D al giorno.

All’età di 23 anni, la paziente ha subito una frattura spontanea del quinto metatarso sinistro. Nonostante l’adesione alle raccomandazioni terapeutiche, sono state necessarie 12 settimane affinché la paziente potesse camminare di nuovo senza dolore. La paziente ha subito un’altra frattura un anno dopo nello stesso sito a causa delle camminate eccessive e del jogging.

Nel luglio 2015 e nel dicembre 2015, rispettivamente all’età di 24 anni e poco dopo il suo venticinquesimo compleanno, la paziente ha assunto denosumab. Il suo peso a quel tempo variava tra 24 e 35 kg (BMI 8,9–13,4). In quell’anno la sua scansione DXA ha fatto registrare i  primi miglioramenti nella densità minerale ossea (punteggi T tra -2,3 e -1,2) da quando le era stata diagnosticata l’osteoporosi.

Nel maggio 2016, la paziente ha avuto una frattura spontanea della prima costola che è stata diagnosticata per coincidenza durante l’esecuzione di una radiografia per una spalla lussata. Un anno dopo, a giugno 2016, la paziente ha anche iniziato un ciclo di trattamento di iniezioni giornaliere di teriparatide che è continuato per due anni. I risultati della scansione DXA ottenuti a dicembre 2016 stati i seguenti:

Sito

BMD (g/cm2)

T-score (STD)

Z-score (STD)

L1-L4

0,962

−1,8

− 1,0

Collo del femore sinistro

0,881

−1,1

−0,6

Totale femore sinistro

0,814

−1,5

−0,9

Collo del femore destro

0,909

−0,9

−0,4

Totale femore destro

0,814

−1,5

−0,9

 

Durante il trattamento quotidiano con teriparatide, il peso della paziente variava tra 26 e 38 kg (BMI 10,0-14,4) e non ha mostrato effetti collaterali durante o dopo questo ciclo di trattamento.

I risultati della scansione DXA più recenti della paziente, risalenti all’agosto 2018, hanno mostrato valori di densità ossea nell’intervallo normale per età e sesso:

Sito

BMD (g/cm2)

T-score (STD)

Z-score (STD)

L1-L4

1,019

−1,3

− 0,3

Collo del femore sinistro

0,934

−0,8

−0,0

Totale femore sinistro

0,881

−1,0

−0,2

Collo del femore destro

0,934

−0,7

−0,0

Totale femore destro

0,867

−1,1

−0,3

In particolare, il femore sinistro ha mostrato un aumento di densità ossea di 0,067 g/cm2, con una variazione dell’8,2%. Il femore destro ha mostrato un aumento di densità di 0,053 g/cm2, con una variazione del 6,5%.

Una speranza per pazienti anoressiche con osteoporosi

Al momento, non esiste una raccomandazione terapeutica standard per pazienti con anoressia grave che hanno l’osteoporosi. Il ripristino del peso e la ripresa delle mestruazioni rimangono i pilastri del trattamento. Tuttavia, uno studio longitudinale sugli adolescenti AN ha mostrato un impatto negativo duraturo sulla salute delle ossa anche dieci anni dopo la normalizzazione del peso corporeo [5]. Studi precedenti hanno anche riportato un aumento persistente e a lungo termine del rischio di fratture ossee molti anni dopo la diagnosi iniziale di AN [6]. Inoltre, data la natura spesso cronica e refrattaria della malattia e l’aumento del rischio di fratture a lungo termine in questa  popolazione giovane, il caso di cui sopra richiede ulteriori indagini sull’uso di denosumab e teriparatide in pazienti con AN che hanno osteoporosi.

Il caso di questa paziente sembra allinearsi con studi che suggeriscono che la teriparatide aumenta la BMD e diminuisce il rischio di frattura vertebrale e frattura dell’anca a causa dei suoi effetti anabolici sulla formazione di nuovo tessuto osseo [7]. Teriparatide ha anche dimostrato di aumentare la BMD della colonna vertebrale in pazienti con AN dopo soli 6 mesi di terapia [8].

Un caso clinico sull’uso di denosumab in una paziente osteoporotica con AN ha dimostrato un miglioramento della BMD anche con questo trattamento [9].

Questi risultati supportano anche i dati tratti dallo studio DATA a due anni [10] e gli esiti cumulativi a quattro anni dallo studio di estensione, DATA-Switch [11], che mostrano che la combinazione di teriparatide e denosumab ha sovraperformato entrambi i farmaci individualmente.

In sintesi, continuano a essere necessari e giustificati rigorosi studi controllati randomizzati per determinare l’efficacia di interventi – nuovi e tradizionali – per la gestione dell’osteoporosi nell’anoressia nervosa e in altre popolazioni, data l’elevata prevalenza di bassa BMD nella popolazione [12].

Questo caso clinico fornisce la speranza che un uso oculato dei farmaci e un attento e tempestivo monitoraggio della densità ossea possano portare a miglioramenti della salute delle ossa.

Il caso di studio

Anand, P., Mehler, P.S. Osteoporosis recovery in severe anorexia nervosa: a case reportJ Eat Disord 7, 38 (2019)

Riferimenti bibliografici

[1] Biller BM, Saxe V, Herzog DB, Rosenthal DI, Holzman S, Klibanski A. Mechanisms of osteoporosis in adult and adolescent women with anorexia nervosa. J Clin Endocrinol Metab. 1989;68:548–54.

[2] Rigotti NA, Neer RM, Skates SJ, et al. The clinical course of osteoporosis in anorexia nervosa: a longitudinal study of cortical bone mass. JAMA. 1991;265(9):1133–8.

[3] Misra M, Klibanski A. Anorexia nervosa and osteoporosis. Rev Endocr Metab Disord. 2006;7(1–2):91–9.

[4] Teng K. Premenopausal osteoporosis, an overlooked consequence of anorexia nervosa. Cleve Clin J Med. 2011;78(1):50–8.

[5] Mumford J, Kohn M, Briody J, Miskovic-Wheatley J, Madden S, Clarke S, Biggin A, Schindeler A, Munns C. Long-term outcomes of adolescent anorexia nervosa on bone. J Adolesc Health. 2019;64(3):305–10. Epub 2018 Dec 11.

[6] Lucas AR, Melton LJ, Crowson CS, O’Fallon WM. Long-term fracture risk among women with anorexia nervosa: a population-based cohort study. Mayo Clin Proc. 1999;74(10):972–7.

[7] Bodenner D, Redman C, Riggs A. Teriparatide in the management of osteoporosis. Clin Interv Aging. 2007;2(4):499–507.

[8] Fazeli PK, Wang IS, Miller KK, Herzog DB, Misra M, Lee H, Finkelstein JS, Bouxsein ML, Klibanski A. Teriparatide increases bone formation and bone mineral density in adult women with anorexia nervosa. J Clin Endocrinol Metab. 2014;99(4):1322–9.

[9] Jamieson A, Pelosi A. Use of Denosumab in a patient with chronic anorexia nervosa and osteoporosis. Am J Med. 2016;129(2):e47.

[10] Leder BZ, Tsai JN, Uihlein AV, Burnett-Bowie SA, Zhu Y, Foley K, Lee H, Neer RM. Two years of Denosumab and teriparatide administration in postmenopausal women with osteoporosis (the DATA extension study): a randomized controlled trial. J Clin Endocrinol Metab. 2014;99(5):1694–700.

[11] Leder BZ, Tsai JN, Uihlein AV, Wallace PM, Lee H, Neer RM, Burnett-Bowie SA. Denosumab and teriparatide transitions in postmenopausal osteoporosis (the DATA-Switch study): extension of a randomised controlled trial. Lancet (London, England). 2015;386(99):1147–55.

[12] Mehler PS, Blalock DV, Walden K, Kaur S, McBride J, Walsh K, Watts J. Medical findings in 1,026 consecutive adult inpatient-residential eating disordered patients. Int J Eat Disord. 2018;51(4):305–13.