venerdì, Febbraio 27, 2026
Home Blog Page 44

Tofacitinib, cautele d’uso per pazienti a rischio di sviluppare coaguli di sangue

Il comitato di sicurezza dell’Ema (Prac) raccomanda di usare Xeljanz con cautela nei pazienti ad alto rischio di sviluppare coaguli di sangue, perché in questi soggetti può aumentare il rischio di sviluppare coaguli di sangue nei polmoni e nelle vene profonde.

Il trattamento di  mantenimento con dosi di 10 mg due volte al giorno non deve essere usato nei pazienti con colite ulcerosa ad alto rischio a meno che manchi la disponibilità di un trattamento alternativo adeguato.

Inoltre, il Prac raccomanda che i pazienti di età superiore ai 65 anni debbano essere trattati con Xeljanz solo quando non sia disponibile un trattamento alternativo.

Per approfondire

Comunicazione Ema su Xeljanz

 

Diagnosi e gestione della malattia di Paget negli adulti, linea guida

Utilizzando il metodo Grade (Grading of Recommendations Assessment, Development and Evaluation) un Guideline Development Group (GDG) guidato dalla Paget’s Association (UK) ha sviluppato una linea guida clinica basata sull’evidenza per la diagnosi e la gestione della malattia ossea di Paget.

Radiografia pelvica di un paziente con malattia di Paget che colpisce il femore destro. La radiografia evidenzia aree alternate di osteolisi e osteosclerosi nei trocantere maggiore e minore e nel collo del femore; perdita di distinzione tra corteccia e midollo nel femore superiore; espansione ossea e deformità del femore interessato; e una pseudofrattura sul lato laterale del femore opposta al piccolo trocantere.

Per la stesura della linea guida è stata condotta una revisione sistematica dei test diagnostici e delle opzioni di trattamento farmacologico e non farmacologico, con l’obiettivo di affrontare diverse questioni chiave di rilevanza clinica.

Principali raccomandazioni per la diagnosi e la gestione della malattia di Paget

Le seguenti raccomandazioni sono state identificate come le più importanti:

  1. Per determinare in modo completo e accurato l’estensione della malattia metabolicamente attiva nei pazienti con morbo d Paget (PDB) sono consigliate, oltre a radiografie mirate, scansioni ossee con radionuclidi;
  2. Come test di screening biochimico di prima linea per determinare la presenza di PDB metabolicamente attivo è raccomandata la determinazione della fosfatasi alcalina totale sierica (ALP) in combinazione con test di funzionalità epatica;
  3. Per il trattamento del dolore osseo associato alla malattia di Paget sono raccomandati i bifosfonati. Tra questi è da preferire l’acido zoledronico, poiché è il bifosfonato che ha maggiori probabilità di dare una risposta favorevole al dolore;
  4. Il trattamento finalizzato al miglioramento dei sintomi è da preferire rispetto a un treat-to-target volto a normalizzare la ALP totale nel PDB;
  5. Per pazienti con PDB che sviluppano osteoartrosi e per i quali la terapia farmacologica è inadeguata, è raccomandata la sostituzione totale dell’anca o del ginocchio. Non ci sono informazioni sufficienti per raccomandare un tipo di approccio chirurgico rispetto a un altro.

La linea guida è stata approvata dalla European Calcified Tissues Society, dalla International Osteoporosis Foundation, dalla American Society of Bone and Mineral Research, dalla Bone Research Society (Regno Unito) e dalla British Geriatric Society.

Diagnosi e monitoraggio della malattia di Paget

Abbreviazioni:

  • ALP – fosfatasi alcalina totale,
  • BALP – fosfatasi alcalina ossea,
  • PINP – propeptide N-terminale del procollagene di tipo 1,
  • uNTX – telopeptide N-terminale reticolato urinario di collagene di tipo I

Gestione della malattia di Paget

Bibliografia

S Ralston, L Corral-Gudino, C Cooper, RFrancis, W Fraser, L  Gennari et al. Diagnosis and Management of Paget’s disease of Bone in Adults: A clinical guideline [pubblicato online il 25 febbraio 2019] J Bone Miner Res doi: 10.1002/jbmr.3657

Per saperne di più sulla malattia di Paget

Malattia di Paget e metabolismo osseo

Relazione tra trattamenti farmacologici per pazienti con osteoporosi e tassi di mortalità

Le terapie farmacologiche, in particolare quella con bifosfonati, per la prevenzione delle fratture nei pazienti con osteoporosi sono associate a una riduzione dei tassi di mortalità?

Per rispondere a tale domanda, è stata condotta una metanalisi di 38 studi clinici randomizzati di trattamenti farmacologici (in particolare sono stati presi in considerazione trattamenti con bifosfonati) che avevano coinvolto 101.642 pazienti unici con osteoporosi.

I risultati della metanalisi hanno dimostrato che queste terapie non sono associate a una riduzione dei tassi di mortalità complessiva e suggeriscono che i trattamenti farmacologici per l’osteoporosi, inclusa la terapia con bifosfonati, dovrebbero essere raccomandati solo per la prevenzione delle fratture e non per ridurre ulteriormente la mortalità. Ciò contraddice quanto riportato da studi precedenti; ma se fosse vero che il trattamento con bifosfonati, e in particolare con zoledronato, ridurrebbe la mortalità complessiva e non solamente il rischio di fratture, queste terapie dovrebbero essere raccomandate per questo motivo, indipendentemente dal rischio di frattura del paziente.

Gli studi clinici inclusi nella matanalisi avevano queste caratteristiche:

  1. erano clinical trial randomizzati e controllati con placebo;
  2. si riferivano a trattamenti farmacologici con comprovata efficacia antifrattura;
  3. erano relativi a medicinali usati alla dose approvata per il trattamento dell’osteoporosi;
  4. avevano avuto una durata di 1 anno o più.

Associazione di tutti i trattamenti farmacologici, in particolare dei trattamenti con bifosfonati e zoledronato, con mortalità complessiva

Dei 38 studi clinici presi in considerazione e che hanno incluso 101.642 partecipanti unici, 38 sono stati inclusi nelle metanalisi di tutti i trattamenti farmacologici (4.5594 partecipanti randomizzati al placebo; 56.048 al trattamento); 21 studi clinici nelle metanalisi di trattamenti con bifosfonati (20.244 partecipanti randomizzati al placebo; 22.623 al trattamento); e 6 studi clinici nelle metanalisi di trattamenti con zoledronato (6.944 partecipanti randomizzati al placebo; 6.926 al trattamento).

Non è stata trovata alcuna associazione significativa tra tutti i trattamenti farmacologici per l’osteoporosi e il tasso di mortalità generale (rapporto di rischio [RR], 0,98; IC al 95%, 0,91-1,05; I2 = 0%). Gli studi clinici sul trattamento con bifosfonati (RR, 0,95; IC 95%, 0,86-1,04) non hanno mostrato alcuna associazione significativa con la mortalità generale. Inoltre, gli studi clinici sul trattamento con zoledronato (RR, 0,88; IC al 95%, 0,68-1,13) non hanno mostrato alcuna associazione con il tasso di mortalità globale; tuttavia, esistevano prove di eterogeneità dei risultati (I2 = 48,2%).

I risultati di questa metanalisi suggeriscono che il trattamento con bifosfonati potrebbe non essere associato a una riduzione dei tassi di mortalità globali oltre a una riduzione del rischio di fratture e dovrebbe essere raccomandato solo per ridurre il rischio di fratture. Per chiarire se la terapia con zoledronato riduce i tassi di mortalità sono invece necessari ulteriori approfondimenti

Bibliografia

Steven R. Cummings, Li-Yung Lui, Richard Eastell, et al. Association Between Drug Treatments for Patients With Osteoporosis and Overall Mortality Rates. A Meta-analysis. [pubblicato online 19 agosto 2019] JAMA Intern Med. doi:10.1001/jamainternmed.2019.2779

Vitamina D, da Aifa scheda per operatori sanitari

0

A seguito della pubblicazione della Nota 96 con cui Aifa ha istituito i nuovi criteri regolatori per la prescrivibilità della vitamina D a carico del Ssn, l’Agenzia ha pubblicato una Scheda sulla vitamina D indirizzata agli operatori sanitari.

SCHEDA VITAMINA D

Il documento chiarisce quali sono le indicazioni dei farmaci contenenti vitamina D, quali sono le molecole più impiegate, quando è opportuno eseguire la misurazione dei livelli di vitamina D e quali i valori di 25(OH)D considerati normali, la sintesi delle evidenze scientifiche dei più recenti studi e le novità per il prescrittore,

Precisazioni relative alla Nota 96

Aifa precisa che la Nota 96 ha modificato le modalità di prescrivibilità a carico del SSN dei farmaci classificati in fascia A a base di colecalciferolo, colecalciferolo/sali di calcio e calcifediolo per la prevenzione e il trattamento della carenza di vitamina D nella popolazione adulta (>18 anni) e che restano confermate le condizioni di rimborsabilità a carico del SSN di tali farmaci per i pazienti pediatrici, in attesa di un analogo processo di rivalutazione.

In virtù del principio della semplificazione, l’Agenzia ha stabilito di emanare un unico provvedimento di carattere generale (Determinazione 1533/2019) senza rilevare la necessità di procedere con ulteriori provvedimenti di riclassificazione, ritenendo che non si tratterebbe di una vera e propria riclassificazione dei farmaci, in quanto le limitazioni introdotte attraverso la nota si riferiscono esclusivamente alla prevenzione e al trattamento della carenza di Vitamina D nella popolazione adulta.

Aifa precisa inoltre che è in corso di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale un’integrazione alla Determinazione n. 1533/2019, prevista per la data del 4 novembre 2019, attraverso cui verrà più esplicitamente indicato che i farmaci in classe A a base dei principi attivi colecalciferolo, colecalciferolo/sali di calcio e calcifediolo nella formulazione in capsule, richiamati all’allegato 1 della citata determinazione, per la prevenzione e il trattamento della carenza di Vitamina D, sono prescrivibili a carico del Ssn secondo le limitazioni previste dalla Nota nella popolazione adulta “età > 18 anni” (classe A – Nota 96), con conferma delle modalità prescrittive a carico del Servizio Sanitario Nazionale per la popolazione pediatrica, cui non si applica la Nota.

Viene, infine, superata la criticità rilevata in merito alla mancata corrispondenza tra le indicazioni terapeutiche previste dalla Nota 96 e quelle dei farmaci coinvolti, chiarendo che le limitazioni previste si riferiscono alla prevenzione e al trattamento della carenza di vitamina D, prescindendo, quindi, dall’indicazione terapeutica puntuale riportata nel Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto.

Tale integrazione chiarisce espressamente la modifica della prescrivibilità a carico del Ssn, tramite Nota 96, con parziale valenza di riclassificazione dei suddetti farmaci limitatamente alla popolazione adulta nella prevenzione e nel trattamento della carenza di vitamina D, e avrà efficacia a partire dal giorno successivo alla pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale.

Vitamina D, nuovi criteri regolatori Aifa per la prescrivibilità a carico del Ssn

Burosumab in regime di rimborsabilità per il trattamento dell’ipofosfatemia X-linked nei bambini

Con Determina n. 1283/2019 del 27 agosto 2019 “Regime di rimborsabilità e prezzo del medicinale per uso umano Crysvita”, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 5 settembre scorso (GU n.208 del 5-9-2019), l’Agenzia Italiana del Farmaco ha autorizzato l’impiego, in regime di rimborsabilità (classe H) dell’anticorpo monoclonale ricombinante umano burosumab (Crysvita® – titolare A.I.C.: Kyowa Kirin Holdings B.V. – Paesi Bassi).

La specialità medicinale è indicata per il trattamento dell’ipofosfatemia X-linked (XLH) con evidenza radiografica di malattia ossea, nei bambini di età pari o superiore a un anno e negli adolescenti con sistema scheletrico in crescita.

A burosumab è attribuito il requisito dell’innovazione terapeutica condizionata da cui consegue unicamente l’inserimento nei prontuari terapeutici regionali nei termini previsti dalla normativa vigente (art. 10, comma 2, decreto-legge n. 158/2012 convertito in legge n. 189/2012).

Ai fini delle prescrizioni a carico del Ssn, burosumab i centri utilizzatori specificatamente individuati dalle regioni, dovranno compilare la scheda raccolta dati informatizzata di arruolamento che indica i pazienti eleggibili e la scheda di follow-up, applicando le condizioni negoziali secondo le indicazioni pubblicate sul sito dell’agenzia.

Ai fini della fornitura, la classificazione di burosumab è quella di medicinale soggetto a prescrizione medica limitativa, vendibile al pubblico su prescrizione di centri ospedalieri o di specialisti – centri di riferimento autorizzati alla diagnosi e al trattamento dell’ipofosfatemia X-linked (XLH) individuati dalle regioni e province autonome (RRL).

Ipofosfatemia X-linked (XLH)

L’ipofosfatemia legata all’X è la forma più comune di rachitismo genetico ed è caratterizzata da basse concentrazioni circolanti di fosforo che compromettono la mineralizzazione scheletrica e provocano rachitismo nei bambini in crescita e osteomalacia negli adulti.

L’ipofosfatemia legata all’X è causata da mutazioni del PHEX (omologo endopeptidasi regolante il fosfato, legato all’X), che codifica per l’endopeptidasi transmembrana. Sebbene il meccanismo sia incerto, la perdita di PHEX comporta un aumento delle concentrazioni plasmatiche del fattore di crescita dei fibroblasti 23 (FGF23), il membro meglio caratterizzato di una famiglia di ormoni che regolano il fosfato chiamati fosfatonine. L’eccesso di FGF23 determina la maggior parte delle caratteristiche biochimiche e sistemiche dell’ipofosfatemia legata all’X, sebbene altri fattori contribuiscano alla fisiopatologia generale [1].

Burosumab vs terapia convenzionale

La terapia tradizionale per la XLH è basata sull’assunzione di calcitriolo (un metabolita attivo della vitamina D) associato a sali di fosfato inorganico e corregge solo alcune delle alterazioni biochimiche della malattia, senza modificare i meccanismi patogenetici sottostanti, come gli elevati livelli di FGF23, e senza poter intervenire nei processi difettosi di mineralizzazione ossea. Tali terapie richiedono più dosi suddivise nell’arco della giornata e il monitoraggio dei potenziali rischi quali nefrocalcinosi, ipercalciuria e iperparatiroidismo.

Burosumab è un anticorpo monoclonale ricombinante umano progettato per dirigersi specificamente contro il fattore di crescita fibroblastico 23, e nei pazienti con XLH ha dimostrato di poter significativamente ridurre la deformità degli arti inferiori e la gravità generale del rachitismo, oltre a indurre miglioramenti nella funzionalità fisica (ad esempio nella capacità di deambulazione).

Uno studio di fase 3 recentemente pubblicato ha evidenziato miglioramenti clinici significativamente maggiori nella gravità, nella crescita e nei biochimici del rachitismo nei bambini con ipofosfatemia legata all’X trattati con burosumab rispetto a quelli che continuano la terapia convenzionale.

Nello studio Burosumab versus conventional therapy in children with X-linked hypophosphataemia: a randomised, active-controlled, open-label, phase 3 trial [2] sono state confrontate l’efficacia e la sicurezza della terapia convenzionale continua, costituita da fosfato orale e vitamina D attiva, rispetto al passaggio all’anticorpo monoclonale completamente umano contro FGF23 burosumab, nell’ipofosfatemia pediatrica legata all’X.

Nello studio di fase 3 randomizzato, active-controlled, open-label, condotto in 16 siti clinici, sono stati arruolati bambini con ipofosfatemia legata all’X di età compresa tra 1 e 12 anni. I pazienti eleggibili secondo i criteri stabiliti sono stati assegnati in modo casuale (1:1) a ricevere burosumab per via sottocutanea a partire da 0,8 mg/kg ogni 2 settimane (gruppo burosumab) o terapia convenzionale prescritta dai ricercatori (gruppo di terapia convenzionale). Entrambi gli interventi sono durati 64 settimane. L’endpoint primario era la variazione della gravità del rachitismo alla settimana 40, valutata dal punteggio globale Radiographic Global Impression of Change. Tutti i pazienti che hanno ricevuto almeno una dose di trattamento sono stati inclusi nelle analisi primarie e di sicurezza. The trial is registered with ClinicalTrials.gov, number NCT02915705.

Dei 122 pazienti valutati, 61 sono stati arruolati. Di questi, 32 (18 ragazze, 14 ragazzi) sono stati assegnati in modo casuale a continuare a ricevere la terapia convenzionale e 29 (16 ragazze, 13 ragazzi) a ricevere il burosumab. Per l’endpoint primario alla settimana 40, i pazienti nel gruppo burosumab avevano un miglioramento significativamente maggiore nel punteggio globale Radiographic Global Impression of Change rispetto ai pazienti nel gruppo di terapia convenzionale. Eventi avversi considerati potenzialmente, probabilmente o sicuramente correlati al trattamento si sono verificati più frequentemente con burosumab (17 su 29 pazienti – 59%- nel gruppo burosumab contro sette su 32 pazienti – 22% –  nel gruppo di terapia convenzionale). Tre eventi avversi gravi si sono verificati in ciascun gruppo, tutti considerati non correlati al trattamento e risolti.

[1] Gordon R, Levine M. Burosumab treatment of children with X-linked hypophosphataemic rickets [pubblicato online 16 maggio 2019]. Lancet. Doi 10.1016/S0140-6736(19)31054-2

[2] Imel E, Glorieux F, Whyte M, et al. Burosumab versus conventional therapy in children with X-linked hypophosphataemia: a randomised, active-controlled, open-label, phase 3 trial [published online May 16, 2019]. Lancet. doi: 10.1016/S0140-6736(19)30654-3

Farmaci per l’osteoporosi, come sarà il mercato nel 2027

Il rapporto di GlobalData “Global Drug Forecast and Market Analysis to 2027” rivela che il mercato globale dei farmaci per contrastare l’osteoporosi dovrebbe crescere con un tasso di annuale (Cagr) del 3,2%, raggiungendo un picco di vendite di $ 10,2 miliardi nel 2027. Vi sono tuttavia ostacoli importanti a un maggior incremento, che vanno dal basso numero di casi diagnosticati agli importanti effetti collaterali dei farmaci e alla scarsa compliance.

Secondo i principali opinion leader intervistati da GlobalData, oltre a questi fattori, a frenare la crescita contribuisce una significativa mancanza di profili di sicurezza relativi alle attuali opzioni terapeutiche, in particolare per il loro utilizzo nel lungo periodo.

Nuove opzioni terapeutiche

Valentina Gburcik, PhD, Senior Director of Cardiovascular and Metabolic Disorders at GlobalData, ha commentato: “Nelle vendite, il mercato dell’osteoporosi è attualmente dominato dal Prolia (denosumab) di Amgen e da Forteo (teriparatide) di Eli Lilly. Queste società hanno prevalso rispetto a leader di mercato storici come Novartis, Merck e Roche, che hanno perso il loro dominio sul mercato alla scadenza del brevetto delle terapie chiave anti-riassorbimento, in particolare i bisfosfonati. Nuove terapie come Tymlos (abaloparatide) di Radius Health e Evenity di Amgen (romosozumab) si sono aggiunte a Forteo nel mercato dell’osteoporosi per formare un assortimento di terapie anaboliche che non solo prevengono il riassorbimento osseo ma stimolano anche la formazione ossea. Tuttavia, i prezzi elevati, nonché i problemi di sicurezza ed efficacia associati a questi farmaci, rappresentano una barriera per il loro uso di prima linea”.

“Forteo – afferma Valentina Gburcik – è stato il primo trattamento anabolico approvato per l’osteoporosi, seguito da Tymlos e Evenity. Evenity è stato approvato quest’anno negli Stati Uniti e in Giappone e ha lo stesso livello di prezzo di Tymlos, ma uno sconto del 50% circa su Forteo, che deve affrontare l’imminente arrivo del generico. Tuttavia, Evenity presenta un beneficio inferiore alla frattura non vertebrale e riporta sul foglietto illustrativo un’avvertenza relativa ai rischi cardiovascolari, che potrebbe influire seriamente sulla diffusione di Evenity, nonostante la somministrazione più conveniente del farmaco rispetto ai suoi concorrenti (somministrazione mensile rispetto a giornaliera). Inoltre, gli studi clinici non hanno dimostrato chiari benefici di efficacia di Tymlos rispetto a Forteo“.

“Offrire sconti per Tymlos e Evenity – conclude l’esperta – è un’ottima tattica per contrastare la concorrenza dei biosimilari di teriparatide e denosumab, che si prevede avranno un forte impatto nei prossimi dieci anni, rubando quote di mercato ai loro omologhi branded. Tuttavia, il prezzo più basso potrebbe non aiutare Evenity a competere efficacemente, poiché i problemi di sicurezza del farmaco potrebbero rallentarne significativamente l’affermazione“.

Vitamina D, nuovi criteri regolatori Aifa per la prescrivibilità a carico del Ssn

L’Agenzia Italiana del Farmaco, con determinazione n. 1533/2019, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Della Repubblica Italiana Serie generale n. 252 del 26 ottobre 2019, rende nota l’istituzione della Nota 96, che regolamenta la prescrizione a carico del Sistema Sanitario Nazionale (SSN), nella popolazione adulta (età > 18 anni), dei medicinali con indicazione “prevenzione e trattamento della carenza di Vitamina D” (colecalciferolo, colecalciferolo/sali di calcio, calcifediolo).

Limiti di prescrizione di farmaci con indicazione “prevenzione e trattamento della carenza di Vitamina D”

I farmaci con indicazione “prevenzione e trattamento della carenza di vitamina D” inclusi nella Nota 96 sono:

  • colecalciferolo
  • colecalciferolo/Sali di calcio
  • calcifediolo

La loro prescrizione a carico del SSN nell’adulto (>18 anni) viene limitata a particolari condizioni

A. indipendentemente dalla determinazione della 25(OH) D

  • persone istituzionalizzate
  • donne in gravidanza o in allattamento
  • persone affette da osteoporosi da qualsiasi causa o osteopatie accertate non candidate a terapia remineralizzante (vedi nota 79)

B. previa determinazione della 25(OH) D

  • persone con livelli sierici di 25OHD < 20 ng/mL e sintomi attribuibili a ipovitaminosi (astenia, mialgie, dolori diffusi o localizzati, frequenti cadute immotivate)
  • persone con diagnosi di iperparatiroidismo secondario a ipovitaminosi D
  • persone affette da osteoporosi di qualsiasi causa o osteopatie accertate candidate a terapia remineralizzante per le quali la
    correzione dell’ipovitaminosi dovrebbe essere propedeutica all’inizio della terapia (le terapie remineralizzanti dovrebbero essere iniziate dopo la correzione della ipovitaminosi D)
  • una terapia di lunga durata con farmaci interferenti col metabolismo della vitamina D
  • malattie che possono causare malassorbimento nell’adulto

 

Diagramma di flusso applicabile a persone > 18 anni per la determinazione della 25OH Vit D

 

Aifa fa sapere che l’istituzione della Nota 96 si colloca nell’ambito delle attività di rivalutazione dell’appropriatezza prescrittiva che hanno condotto la Commissione Tecnico-Scientifica dell’AIFA, sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, a ritenere opportuno introdurre nuovi criteri regolatori per la prescrivibilità a carico del SSN, nella popolazione adulta, della vitamina D.

L’Agenzia specifica inoltre che, nelle more di un analogo processo di rivalutazione, restano al momento invariate le condizioni di rimborsabilità a carico del SSN di tali farmaci nella popolazione pediatrica.

 

Istituzione della Nota AIFA 96 relativa alla prescrizione, a carico del SSN, dei farmaci indicati per la prevenzione ed il trattamento della carenza di vitamina D nell’adulto (>18 anni). (Determina n. 1533/ 2019)

Allegato 1. Guida alla misurazione della 25OHD e alla successiva prescrizione della Vitamina D

Neridronato per via intramuscolare efficace come terapia dell’algodistrofia

Lo studio policentrico NAIMES/32 coordinato dall’Asst Gaetano Pini-Cto, conclude un percorso decennale di ricerca che ha visto nel 2014 l’indicazione del neridronato, molecola della classe di bisfosfonati, come terapia ufficiale di scelta dell’algodistrofia, e la conferma oggi dell’efficacia della somministrazione intramuscolare, modalità che libera il paziente da faticose presenze in ospedale e permette di gestire la terapia in modo indipendente.

La somministrazione di neridronato per via intramuscolare facilita la compliance alla terapia e il raggiungimento del successo terapeutico

“Lo studio clinico realizzato in doppio cieco contro placebo, in collaborazione con sette centri italiani, ha analizzato 78 pazienti – spiega Massimo Varenna, direttore dell’Unità Operativa Semplice di Osteoporosi e Malattie Metaboliche dell’Asst Gaetano Pini-Cto e membro della Siomms (Società Italiana dell’Osteoporosi e delle Malattie del Metabolismo Minerale e dello Scheletro) – e ha dimostrato che l’algodistrofia può essere efficacemente trattata anche somministrando il neridronato per via intramuscolare (70% di risposta positiva a due settimane dal trattamento). La conferma dell’efficacia della via di somministrazione intramuscolare consentirà ai pazienti di seguire l’unica terapia efficace senza la necessità di fare riferimento a strutture ospedaliere, accorciando quindi l’intervallo di tempo tra esordio di malattia a inizio della cura, variabile cruciale che influenza il raggiungimento del pieno successo terapeutico” [1].

Il percorso per la dimostrazione dell’efficacia del neridronato per via intramuscolare

Lo studio NAIMES/32 conclude un percorso iniziato circa dieci anni fa che ha visto nel 2013 la dimostrazione dell’efficacia del neridronato con la pubblicazione dello studio “Treatment of Complex Regional Pain Syndrome type I with neridronate: a randomized, double-blind, placebo-controlled study” che prevedeva la somministrazione per via endovenosa, in ambiente ospedaliero e nel febbraio 2014 l’ottenimento della specifica indicazione di Aifa quale trattamento di scelta della aindrome algodistrofica. [2]

Che cosa è l’algodistrofia

L’algodistrofia o Complex Regional Pain Syndrome di tipo I (CRPS-I), ha un’incidenza stimata di 26 casi su 100.000 soggetti l’anno, presenta tipiche manifestazioni cliniche costituite da un intenso processo infiammatorio nelle sedi di malattia al quale si accompagna la manifestazione scheletrica che è rappresentata da una severa demineralizzazione dello scheletro della mano e del piede che può giungere a un livello tale da causare fratture.

Nella maggior parte dei casi la malattia si sviluppa in seguito a un trauma, ma il dolore scatenato è in genere sproporzionato rispetto a quello atteso in base al trauma stesso.

Il sintomo dominante è il dolore che assume i caratteri particolari propri dell’iperalgesia (dolore sproporzionato allo stimolo) e dell’allodinia (dolore scatenato anche da stimoli che normalmente non inducono alcuna sintomatologia dolorosa).

Se non trattata precocemente l’algodistrofia può causare invalidità permanente nella funzione della mano e del piede, con tutto quello che questo può comportare per la qualità di vita del paziente.

Che cosa è il nedirdronato

Il neridronato è un aminobisfosfonato con attività anti-riassorbitiva in grado di determinare la riduzione del turnover osseo: questa proprietà è alla base dell’uso della molecola nell’osteogenesi imperfetta e nella malattia ossea di Paget.

Nell’algodistrofia esercita un’azione terapeutica interferendo con le cellule infiammatorie che si accumulano nel sito di malattia.

Il neridronato è l’unico bisfosfonato con indicazione per il trattamento dell’algodistrofia e ha mostrato un profilo di sicurezza elevato sia nella popolazione adulta che in quella infantile.

Per approfondire

  1. Varenna M et al. Predictors of responsiveness to bisphosphonate treatment in patients with Complex Regional Pain Syndrome Type I: A retrospective chart analysis. Pain Med 2017;18:1131-1138.
  2. Gazzetta Ufficiale N° 28 – 4 Febbraio

Discontinuazione del denosumab e terapia di consolidamento farmacologico

Nell’annosa questione della discontinuazione del denosumab, tutte le raccomandazioni cliniche enfatizzano come sia necessaria una terapia di consolidamento farmacologico con un aminobisfosfonato al fine di contrastare la perdita di massa ossea e le fratture vertebrali da rimbalzo (1); tuttavia ad oggi non è noto quale sia il migliore regime di terapia per quanto riguarda la molecola da utilizzare, il timing di somministrazione e la durata del trattamento.

Gestione terapeutica dei pazienti alla sospensione del denosumab, studi osservazionali

Nel Gennaio del 2019 Lamy O et al pubblicano nella sezione Therapeutics and Medical Management di Current Osteoporosis Reports (2) alcune utili raccomandazioni per la gestione terapeutica dei pazienti alla sospensione del denosumab.

La prima parte dell’articolo è dedicata alle poche evidenze scientifiche presenti in letteratura, in particolare gli autori segnalano i seguenti studi osservazionali:

  • Freemantle N et al (3) descrivono 115 donne con osteoporosi post-menopausale (T-score lombare o femorale compreso fra -2 e -4) trattate con denosumab 60 mg sc ogni 6 mesi per 1 anno e quindi shiftate ad alendronato 70 mg alla settimana per un altro anno (start della terapia con alendronato: 6 mesi dalla seconda somministrazione di denosumab), dimostrando alla fine dei 12 mesi di terapia con alendronato una sostanziale stabilità del guadagno densitometrico ottenuto nel primo anno di terapia con denosumab (gli autori concludono per un effetto protettivo dell’alendronato);
  • Lehmann T et al (4) descrivono 22 donne con osteoporosi post-menopausale (7 con fratture vertebrali e 7 con fratture non vertebrali) trattate con denosumab 60 mg sc ogni 6 mesi per 2 anni e mezzo e quindi shiftate ad una singola infusione di zoledronato 5 mg ev (somministrato 6 mesi dall’ultima puntura di denosumab), dimostrando una perdita del guadagno di BMD lombare e femorale rispettivamente del 40% e 45% ma l’assenza di fratture vertebrali da rimbalzo a 5 anni di follow-up dopo la sospensione del denosumab (gli autori concludono per un effetto protettivo dello zoledronato sulle fratture a fronte di una perdita significativa della BMD);
  • Reid IR et al (5) descrivono 6 donne con osteoporosi post-menopausale trattate con denosumab 60 mg sc ogni 6 mesi per 7 anni (pazienti dello studio Freedom) e quindi shiftate ad una singola infusione di zoledronato 5 mg ev (somministrato 6 mesi dall’ultima puntura di denosumab), dimostrando una perdita del guadagno di BMD lombare e femorale rispettivamente del 50% e 100% ma l’assenza di fratture vertebrali da rimbalzo a 2 anni di follow-up dopo la sospensione del denosumab (gli autori concludono per un effetto di protezione parziale dello zoledronato);
  • Horne AM et al (6) descrivono 11 donne con osteoporosi post-menopausale trattate con denosumab 60 mg sc ogni 6 mesi per 2 anni (dopo 1 anno di romosozumab -pazienti dello studio FRAME-) e quindi shiftate ad una singola infusione di zoledronato 5 mg ev (somministrato con una latenza temporale dall’ultima puntura di denosumab compresa fra 15 giorni e 5 mesi e mezzo -latenza media di 2 mesi-), dimostrando una perdita del guadagno di BMD lombare e femorale rispettivamente del 27% (ritenzione del guadagno di BMD pari al 73%) e 13% (ritenzione del guadagno di BMD pari all’87%) ad un follow-up inferiore ad 1 anno (ad un follow-up di 2 anni si verifica una minima ulteriore perdita di BMD lombare e femorale); in questo stesso studio osservazionale, 5 donne sono invece shiftate a risedronato 35 mg alla settimana per 1 anno (start della terapia con risedronato: 6 mesi dall’ultima somministrazione di denosumab) con una perdita di BMD lombare e femorale rispettivamente del 59% e 36% ad un follow-up di 1 anno (gli autori concludono per un migliore effetto sul mantenimento della BMD se lo zoledronato viene somministrato a 7-8 mesi dall’ultima puntura di denosumab);
  • Leder BZ et al (7) descrivono 50 donne che hanno completato il DATA study (2 anni di teriparatide o denosumab o entrambi seguiti nei successivi 2 anni dalla terapia alternativa o da denosumab dopo terapia combinata) e che sono valutate a 15 mesi dalla fine dello studio: la BMD è mantenuta solo nelle pazienti che hanno ricevuto una immediata terapia anti-riassorbitiva (denosumab, zoledronato, alendronato o ibandronato orale) e nessuna paziente ha sviluppato fratture vertebrali (gli autori concludono per la necessità di una tempestiva terapia di consolidamento farmacologico alla sospensione del denosumab o del teriparatide);
  • Anastasilakis AD et al (8) descrivono 27 donne con osteoporosi post-menopausale (10 pazienti con fratture vertebrali) trattate con denosumab 60 mg sc ogni 6 mesi (durata media della terapia pari a 2 anni) e quindi shiftate (dopo raggiungimento di T-score osteopenico) ad una singola infusione di zoledronato 5 mg ev (somministrato 6 mesi dall’ultima puntura di denosumab con una finestra temporale di 3 settimane), dimostrando un incremento (anche se non significativo) della BMD lombare e femorale a 12 mesi e un ritorno al valore basale a 24 mesi e la comparsa in una paziente di 2 fratture vertebrali a 12 mesi dopo l’infusione (gli autori concludono per un effetto protettivo dello zoledronato sulla BMD).

Che cosa si può dedurre dagli studi osservazionali

Gli studi suddetti permettono di fare le seguenti considerazioni

  • al fine di contrastare la perdita di BMD alla discontinuazione del denosumab, la scelta deve ricadere necessariamente su un aminobisfosfonato “efficace” con elevata affinità per i cristalli di idrossiapatite e con elevata potenza anti-riassorbitiva (alendronato orale, zoledronato endovena);
  • il timing di somministrazione dell’aminobisfosfonato cambia a seconda che si tratti di una formulazione orale o endovena: è consigliabile iniziare la somministrazione dell’alendronato orale a partire da 5-6 mesi dall’ultima puntura di denosumab in modo che il farmaco inizi il suo progressivo accumulo nella matrice ossea mano a mano che riparte il rimodellamento osseo alla discontinuazione del denosumab, mentre è consigliabile infondere lo zoledronato endovena 7-8 mesi dall’ultima puntura di denosumab (o in base al valore appropriato di CTX sierico) in modo da sfruttare il momento di picco del CTX sierico alla discontinuazione del denosumab e al tempo stesso non aspettare troppo a lungo e rischiare una frattura vertebrale da rimbalzo;
  • è necessario in corso di terapia di consolidamento farmacologico per un follow-up di due anni eseguire un monitoraggio del CTX sierico ogni circa 3 mesi (target del CTX sierico inferiore al limite superiore del range pre-menopausale pari a 0,300 ng/ml) e della DEXA lombare e femorale ogni 12 mesi (variazione della BMD inferiore al LSC -least significant change- pari al 5% per la colonna e al 4% per il collo femorale).

Che cosa è opportuno fare nella discontinuazione del denosumab

Alla luce delle suddette considerazioni, gli autori propongono:

  • per i pazienti per i quali si è scelta come terapia di consolidamento l’alendronato orale 70 mg alla settimana:
    – se il corso di follow-up il valore di CTX sierico è inferiore a 0,300 ng/ml e/o la variazione della BMD è inferiore al LSC, si prosegue con alendronato 70 mg alla settimana;
    – se al contrario il valore di CTX sierico è superiore a 0,300 ng/ml e/o la variazione della BMD è superiore al LSC, si shifta da alendronato 70 mg alla settimana a zoledronato 5 mg endovena;
  • per i pazienti per i quali si è scelta come terapia di consolidamento l’infusione di zoledronato 5 mg endovena:
    – se il corso di follow-up il valore di CTX sierico è inferiore a 0,300 ng/ml e/o la variazione della BMD è inferiore al LSC, si prosegue con il follow-up;
    – se al contrario il valore di CTX sierico è superiore a 0,300 ng/ml e/o la variazione della BMD è superiore al LSC, si somministra una seconda infusione di zoledronato 5 mg endovena.

In caso di fratture vertebrali da rimbalzo in corso di discontinuazione del denosumab, gli autori consigliano quanto segue:

  • la vertebroplastica è controindicata in quanto può favorire ulteriori cedimenti vertebrali
  • è necessario eseguire un pannello biochimico completo del metabolismo fosfo-calcico (incluso il CTX sierico) e una RMN del rachide lombare e dorsale
  • è necessaria la immediata riassunzione della terapia con denosumab
  • in assenza di controindicazioni e dopo avere accertato la soppressione del CTX sierico, è necessario aggiungere al denosumab la terapia anabolizzante con teriparatide
  • alla discontinuazione del teriparatide dopo due anni, è necessario proseguire con il denosumab con una o più somministrazioni (a seconda del target della BMD)
  • dopo la discontinuazione del denosumab, è necessario iniziare un potente aminobisfosfonato.

Applicabilità delle raccomandazioni

Se da un lato le suddette raccomandazioni rappresentano un tentativo di impostare un follow-up attento e approfondito del paziente che discontinua la terapia con denosumab, dall’altro sono poco applicabili alla pratica clinica quotidiana per svariati motivi, non ultimo il fatto che la terapia di consolidamento potrebbe spesso essere off-label (pazienti con densitometria nel range non osteoporotico, infusione di zoledronato con intervallo inferiore a un anno).
Sono necessari studi randomizzati per una corretta validazione delle suddette raccomandazioni. Sono in corso due studi di intervento, randomizzati, open-label, con lo scopo di indagare l’effetto sulla BMD di una singola infusione di zoledronato 5 mg ev (NCT03087851 e NCT02499237).

Bibliografia

  1. Meier C, Uebelhart B, Aubry-Rozier B et al. Osteoporosis drug treatment: duration and management after discontinuation. A position statement from the SVGO/ASCO. Swiss Med Wkly. 2017 Aug 16;147:w14484.
  2. Lamy O, Stoll D, Aubry-Rozier B, Rodriguez EG. Stopping Denosumab. Curr Osteoporos Rep. 2019 Feb;17(1):8-15.
  3. Freemantle N, Satram-Hoang S, Tang ET et al. Final results of the DAPS (Denosumab Adherence Preference Satisfaction) study: a 24-month, randomized, crossover comparison with alendronate in postmenopausal women. Osteoporos Int. 2012 Jan;23(1):317-26.
  4. Lehmann T, Aeberli D. Possible protective effect of switching from denosumab to zoledronic acid on vertebral fractures. Osteoporos Int. 2017 Oct;28(10):3067-3068.
  5. Reid IR, Horne AM, Mihov B, Gamble GD. Bone Loss After Denosumab: Only Partial Protection with Zoledronate. Calcif Tissue Int. 2017 Oct;101(4):371-374.
  6. Horne AM, Mihov B, Reid IR. Bone Loss After Romosozumab/Denosumab: Effects of Bisphosphonates. Calcif Tissue Int. 2018 Jul;103(1):55-61.
  7. Leder BZ, Tsai JN, Jiang LA, Lee H. Importance of prompt antiresorptive therapy in postmenopausal women discontinuing teriparatide or denosumab: The Denosumab and Teriparatide Follow-up study (DATA-Follow-up). Bone. 2017 May;98:54-58.
  8. Anastasilakis AD, Papapoulos SE, Polyzos SA, Appelman-Dijkstra NM, Makras P. Zoledronate for the Prevention of Bone Loss in Women Discontinuing Denosumab Treatment. A Prospective 2-year Clinical Trial. J Bone Miner Res. 2019 Aug 21.

Artrite reumatoide, parere positivo del Chmp per upadacitinib

A fronte dei dati del programma globale di studi clinici di fase III SELECT, il Comitato per i medicinali ad uso umano (Chmp, Committee for Medicinal Products for Human Use) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA, European Medicines Agency) ha rilasciato il proprio parere positivo per upadacitinib – un inibitore selettivo e reversibile della JAK-1 (Janus kinase) somministrato per via orale una volta al giorno – per il trattamento dell’artrite reumatoide da moderatamente a severamente attiva in pazienti adulti che hanno risposto in modo inadeguato o che sono intolleranti a uno o più farmaci antireumatici modificanti la malattia (DMARD, disease-modifying anti-rheumatic drug).

Supportato dai dati del programma registrativo SELECT di fase III sull’artrite reumatoide, che ha valutato oltre 4.400 pazienti in Italia e altri Paesi, il parere positivo del Chmp dell’EMA verrà ora ratificato dalla Commissione europea per l’approvazione finale

Lo ha annunciato AbbVie, azienda biofarmaceutica globale basata sulla ricerca e impegnata nello sviluppo di terapie innovative per alcune delle malattie più complesse e gravi nel mondo. 

Il parere positivo del Chmp costituisce una raccomandazione scientifica per il rilascio dell’autorizzazione all’immissione in commercio da parte della Commissione europea che emetterà la sua decisione finale valida in tutti gli Stati membri dell’Unione europea, nonché in Islanda, Liechtenstein e Norvegia. La decisione della Commissione è prevista entro 67 giorni dal rilascio del parere del Chmp (ovvero dal 18 ottobre 2019).

Studi a supporto del parere positivo del Chmp per upadacitinib

Il parere positivo del Chmp è supportato dai dati del programma globale di studi clinici di fase III SELECT sull’artrite reumatoide, che ha valutato oltre 4.400 pazienti, in Italia e altri paesi, con artrite reumatoide da moderatamente a gravemente attiva nel corso di cinque studi registrativi.

In tutti e cinque gli studi – SELECT-NEXT, SELECT-BEYOND, SELECT-MONOTHERAPY, SELECT-COMPARE e SELECT-EARLY – sono stati soddisfatti tutti gli endpoint primari e secondari classificati: con upadacitinib – sia in monoterapia che in associazione con DMARD sintetici convenzionali – è stato osservato un miglioramento della risposta rispetto a placebo, metotrexato o adalimumab (a seconda del disegno dello studio).

I dati del programma SELECT hanno dimostrato un profilo di sicurezza coerente in tutti e cinque gli studi.

Le reazioni avverse riportate con maggiore frequenza sono state le infezioni.

Il programma di studi SELECT

Il robusto programma di studi di fase III sull’artrite reumatoide SELECT, che vede l’Italia tra i paesi coinvolti, ha valutato oltre 4.400 pazienti con artrite reumatoide da moderatamente a gravemente attiva nel corso di cinque studi registrativi. Gli studi hanno incluso valutazioni di efficacia, sicurezza in un ampio spettro di pazienti con artrite reumatoide, compresi quelli naïve al metotressato (MTX) e quelli che avevano avuto una risposta inadeguata o avevano manifestato intolleranza a uno o più DMARD sintetici o biologici convenzionali.

I principali risultati di efficacia valutati hanno incluso la risposta ACR, il punteggio DAS28-CRP e l’inibizione della progressione radiografica.

Per ulteriori approfondimenti: www.clinicaltrials.gov (NCT02706847, NCT03086343, NCT02629159, NCT02706873, NCT02706951).

Upadacitinib

Scoperto e sviluppato da AbbVie, upadacitinib (nome commerciale Rinvog) è un inibitore selettivo e reversibile della JAK-1 attualmente sottoposto a revisione da parte delle autorità sanitarie di tutto il mondo nel trattamento dell’artrite reumatoide da moderatamente a gravemente attiva,

Upadacitinib (nome commerciale Rinvoq) è un JAK inibitore attivo per via orale in mono somministrazione giornaliera sviluppato da AbbVie

Il farmaco è in fase di studio anche in altre malattie infiammatorie immuno-mediate.1-16 Sono in corso studi di fase III con upadacitinib nelle seguenti patologie: artrite psoriasica, Malattia Crohn, dermatite atopica, colite ulcerosa e arterite a cellule giganti; la molecola è attualmente studiata anche nel trattamento della spondilite anchilosante.

I commenti degli stakeholder

L’artrite reumatoide è una malattia cronica debilitante che colpisce circa 23,7 milioni di persone in tutto il mondo”, sottolinea il Prof. Luigi Sinigaglia, Presidente Nazionale della Società Italiana di Reumatologia, “e nonostante negli ultimi 20 anni siano stati compiuti significativi progressi terapeutici, meno del 30% delle persone affette dalla malattia ottiene la remissione. È pertanto evidente la necessità per il clinico di disporre di nuove e innovative opzioni di trattamento”.

“Siamo lieti di comunicare che una fase rilevante del processo produttivo di upadacitinib verrà realizzata in Italia, nel nostro stabilimento di Campoverde”, evidenzia Annalisa Iezzi, Direttore Medico, AbbVie Italia. “L’opinione positiva del CHMP riconosce il potenziale di upadacitinib per i pazienti affetti da artrite reumatoide ed è in linea con il nostro obiettivo, quello di fornire terapie innovative in grado di rispondere ai bisogni insoddisfatti dei pazienti”.

“Da anni siamo impegnati nella difesa dei diritti dei malati reumatici”, afferma Silvia Tonolo, presidente Associazione Nazionale Malati Reumatici, “in particolare, crediamo che l’innovazione in reumatologia abbia cambiato la vita di tanti pazienti. Ci auguriamo pertanto di avere presto a disposizione anche in Italia nuove terapie in grado di migliorare la vita delle persone affette da artrite reumatoide”.

Riferimenti bibliografici

  1. Burmester G.R., et al., Safety and efficacy of upadacitinib in patients with rheumatoid arthritis and inadequate response to conventional synthetic disease-modifying anti-rheumatic drugs (SELECT-NEXT): a randomised, double-blind, placebo-controlled phase 3 trial. Lancet. 2018 Jun 23;391(10139):2503-2512. doi: 10.1016/S0140-6736(18)31115-2. Epub 2018 Jun 18.
  2. Genovese M.C., et al., Safety and efficacy of upadacitinib in patients with active rheumatoid arthritis refractory to biologic disease-modifying anti-rheumatic drugs (SELECT-BEYOND): a double-blind, randomised controlled phase 3. Lancet. 2018 Jun 23;391(10139):2503-2512. doi: 10.1016/S0140-6736(18)31115-2. Epub 2018 Jun 18.
  3. Smolen, J.S., et al. Upadacitinib as monotherapy in patients with active rheumatoid arthritis and inadequate response to methotrexate (SELECT-MONOTHERAPY): a randomised, placebo-controlled, double-blind phase 3 study. Lancet. 2019. May 23. pii: S0140-6736(19)30419-2. doi: 10.1016/S0140-6736(19)30419-2. Epub 2019 May 23.
  4. Fleischmann, R., et al. Upadacitinib versus Placebo or Adalimumab in Rheumatoid Arthritis: Results of a Phase 3, Double-Blind, Randomized Controlled Trial. Arthritis and Rheumatology. 2019. Jul 9. doi: 10.1002/art.41032.
  5. van Vollenhoven, R., et al. A Phase 3, Randomized, Controlled Trial Comparing Upadacitinib Monotherapy to MTX Monotherapy in MTX-Naïve Patients with Active Rheumatoid Arthritis. 2018 ACR/ARHP Annual Meeting; 891.
  6. Bergman M., et al. Upadacitinib Treatment and the Routine Assessment of Patient Index Data 3 (RAPID3) Among Patients with Rheumatoid Arthritis. 2019 ACR/ARHP Annual Meeting; 551.
  7. Cohen S., et al. Safety profile of upadacitinib in Rheumatoid Arthritis: Integrated analysis from the SELECT Phase 3 Clinical Program. EULAR 2019; THU0167.