domenica, Febbraio 8, 2026
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Basso turnover e rischio fratturativo nell’ipoparatiroidismo cronico

L’ipoparatiroidismo cronico è una malattia rara del metabolismo minerale, caratterizzata da ipocalcemia e ridotta secrezione di PTH, che nella maggior parte dei casi è conseguenza di interventi chirurgici al collo. Le sue ripercussioni a lungo termine coinvolgono diversi organi, ma è sul tessuto osseo che si concentra oggi una delle sfide più complesse per lo specialista.

Basso turnover, densità ossea spesso conservata o aumentata, microarchitettura alterata in modo non univoco e un rischio fratturativo ancora controverso: la letteratura scientifica offre dati spesso incompleti e talvolta contraddittori. Qual è, dunque, il reale impatto dell’ipoparatiroidismo cronico sull’osso? E come devono essere gestiti i pazienti che sviluppano fratture da fragilità?

Nell’articolo completo analizziamo in modo critico i dati più recenti su BTMs, BMD areale e volumetrica, TBS e rischio fratturativo, con uno sguardo alle implicazioni cliniche e alle prospettive terapeutiche.

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Articolo realizzato con il contributo non condizionante di Ascendis Pharma:

La connessione tra microbiota intestinale e salute delle ossa

Quando si pensa alla salute delle ossa, raramente l’intestino viene in mente come uno dei protagonisti. Eppure, negli ultimi anni, numerosi studi scientifici hanno messo in evidenza un legame sempre più forte tra la flora intestinale (nota anche come microbiota) e il benessere del nostro scheletro.

Cos’è il microbiota intestinale

Il microbiota è l’insieme di miliardi di microrganismi – batteri, virus, funghi – che vivono nel nostro intestino. Non si tratta di ospiti occasionali, ma di veri e propri alleati della salute: partecipano alla digestione, producono vitamine, regolano il sistema immunitario e proteggono l’organismo dalle infezioni.

Ogni persona ha un microbiota unico, che si sviluppa fin dalla nascita e viene influenzato da alimentazione, ambiente, farmaci e stile di vita.

Il microbiota e le ossa: un legame sorprendente

Come può l’intestino influenzare la salute dello scheletro? Le vie sono diverse e complesse, ma i principali meccanismi coinvolti sono:

  • Assorbimento del calcio e della vitamina D: un microbiota sano favorisce un miglior assorbimento dei nutrienti chiave per la salute ossea.

  • Regolazione dell’infiammazione: l’equilibrio del microbiota riduce lo stato infiammatorio dell’organismo, che altrimenti può accelerare la perdita di massa ossea.

  • Produzione di sostanze utili: i batteri intestinali producono acidi grassi a catena corta che possono avere effetti positivi sulla formazione e sul rimodellamento osseo.

  • Influenza sugli ormoni: l’intestino ha un ruolo nella regolazione di alcuni ormoni coinvolti nel metabolismo osseo.

In presenza di disbiosi – cioè uno squilibrio del microbiota – questi processi possono essere compromessi, aumentando il rischio di fragilità ossea.

Fattori che influenzano il microbiota

Molti fattori della vita quotidiana possono alterare l’equilibrio della flora intestinale:

  • Antibiotici: utili in molte situazioni, ma possono danneggiare i batteri “buoni” dell’intestino.

  • Dieta povera di fibre e ricca di grassi o zuccheri: ostacola la diversità microbica.

  • Stress e mancanza di sonno: influiscono negativamente sulla composizione del microbiota.

  • Infezioni e malattie intestinali: possono alterare la flora.

  • Età: con il passare degli anni, il microbiota tende a perdere diversità, e questo può contribuire alla riduzione della densità ossea.

Come prendersi cura del microbiota (e delle ossa)

Una buona notizia: il microbiota è dinamico e può essere “educato” attraverso scelte consapevoli. Ecco alcune strategie utili:

  • Mangiare più fibre: frutta, verdura, legumi e cereali integrali aiutano i batteri buoni a proliferare.

  • Evitare l’eccesso di zuccheri e cibi industriali: perché alterano l’equilibrio del microbiota.

  • Assumere alimenti fermentati: come yogurt, kefir, crauti, che contengono probiotici naturali.

  • Limitare l’uso non necessario di antibiotici: sempre sotto consiglio medico.

  • Mantenere uno stile di vita sano: fare attività fisica, dormire a sufficienza, gestire lo stress.

In alcuni casi, il medico può consigliare l’uso di probiotici (integratori di batteri vivi) o prebiotici (sostanze che nutrono i batteri buoni).

Quando rivolgersi a uno specialista

Se soffri di problemi intestinali frequenti (gonfiore, diarrea, stitichezza), o se hai una diagnosi di osteoporosi o fragilità ossea precoce, può essere utile parlarne con un medico. Alcune condizioni come celiachia, malattie infiammatorie intestinali o sindrome dell’intestino irritabile possono aumentare il rischio di problemi ossei.

Osteosarcopenia e rischio clinico

L’intersezione tra massa muscolare e salute scheletrica è al centro di un crescente interesse clinico. Negli ultimi anni, il concetto di osteosarcopenia – la coesistenza di osteoporosi e sarcopenia – è stato proposto come un possibile “fenotipo ad alto rischio”, capace di identificare soggetti particolarmente fragili. Tuttavia, le evidenze sulla reale capacità prognostica di questa condizione restano limitate.

Lo studio finlandese pubblicato su Aging Clinical and Experimental Research nel 2025 fornisce uno dei dataset più solidi disponibili: 2.506 individui ≥55 anni, provenienti dall’indagine nazionale Health 2000, seguiti fino a 19 anni attraverso registri ospedalieri e di mortalità. L’obiettivo: stimare l’impatto di sarcopenia (definita come probable sarcopenia tramite forza di presa <27 kg negli uomini, <16 kg nelle donne), osteoporosi (T-score < –2,5 da QUS calcaneare o diagnosi DXA auto-riportata) e osteosarcopenia su fratture e mortalità.

Un campione anziano e molto femminile nelle categorie osteoporotiche

Le quattro categorie analizzate – riferimento, sarcopenia, osteoporosi, osteosarcopenia – presentavano differenze marcate già al baseline.
L’età media saliva progressivamente fino a 80,4 anni nel gruppo osteosarcopenico, e la prevalenza femminile raggiungeva quasi il 90% nei gruppi con osteoporosi. Anche le limitazioni motorie risultavano molto più frequenti in osteosarcopenia (78,7%) rispetto al gruppo di riferimento (18,3%).

Durante il follow-up sono stati registrati:

  • 580 fratture (23,1%)
  • 403 fratture maggiori (16,1%)
  • 176 fratture di femore (7,0%)
  • 1.375 decessi (54,9%)

Un dataset dunque altamente informativo, sia per numerosità sia per durata di osservazione.

Rischio di frattura: l’osteoporosi rimane il determinante principale

Nelle analisi multivariate, considerando età, sesso, stile di vita e limitazioni motorie, tutti e tre i gruppi clinici mostravano un rischio aumentato di fratture a bassa energia rispetto ai controlli.

Tuttavia, una volta considerato il competing risk della mortalità, lo scenario cambia:

  • solo l’osteoporosi mantiene un’associazione significativa con le fratture (HR 1,86 per any fracture);
  • l’osteosarcopenia non supera né la sola sarcopenia né la sola osteoporosi nella predizione del rischio fratturativo;
  • per fratture maggiori e femorali, l’effetto robusto è ancora una volta attribuibile principalmente all’osteoporosi.

Il dato è clinicamente rilevante: in un follow-up così lungo, la mortalità “competitiva” nelle persone con sarcopenia severa tende a mitigare la probabilità che queste vadano incontro a fratture documentate. Questo spiega in parte perché l’osteosarcopenia non mostri un rischio superiore.

Mortalità: la sarcopenia è il segnale d’allarme più forte

Se l’osteoporosi domina il rischio fratturativo, la sarcopenia domina il rischio di mortalità.

Nel modello completamente aggiustato:

  • la sarcopenia isolata aumenta il rischio di morte del 45%;
  • l’osteosarcopenia lo aumenta dell’84%;
  • l’osteoporosi isolata non raggiunge significatività (HR 1,22; IC 0,98–1,51).

Il confronto diretto tra osteosarcopenia e osteoporosi è ancora più eloquente:
l’osteosarcopenia comporta un rischio di morte significativamente maggiore rispetto alla sola osteoporosi (HR 0,66 per il gruppo osteoporosi vs osteosarcopenia).

Questi dati confermano osservazioni già emerse in letteratura: la fragilità muscolare è un predittore di mortalità più potente della densità minerale ossea. La componente muscolare riflette infatti vulnerabilità sistemiche – cardiovascolari, neurologiche, infiammatorie – che incidono sul rischio di decesso ben oltre la sfera muscolo-scheletrica.

Osteosarcopenia: un fenotipo ad alto rischio, ma non per le fratture

Il concetto di “doppio colpo” – ossa fragili + muscoli deboli – è intuitivo, ma questo studio ridimensiona l’idea che osteosarcopenia possa essere considerata un super-predittore di fratture.
In questa coorte:

  • l’osteosarcopenia non supera la sola osteoporosi nel rischio di frattura;
  • la sarcopenia contribuisce meno alla fragilità scheletrica rispetto all’osteoporosi;
  • il problema principale nei pazienti osteosarcopenici potrebbe non essere la frattura, ma la sopravvivenza.

Tuttavia, la rilevazione della sarcopenia rimane clinicamente preziosa:

  • identifica soggetti più fragili, più anziani, con maggiore disabilità;
  • segnala un rischio di mortalità superiore;
  • aggiunge informazioni potenzialmente utili agli strumenti di valutazione del rischio (es. possibile integrazione del FRAX®).

Implicazioni cliniche

Le conclusioni dello studio sono chiare e applicabili alla pratica clinica specialistica:

  1. Misurare la forza di presa è semplice, economico e informativo.
    Anche senza valutazione della massa muscolare, la probable sarcopenia è un forte predittore di esiti avversi.

  2. L’osteoporosi è ancora il driver del rischio fratturativo.
    La densità minerale ossea, anche misurata tramite QUS, rimane centrale.

  3. L’osteosarcopenia non implica necessariamente un rischio fratturativo maggiore.
    Ma identifica pazienti con elevata fragilità globale.

  4. La priorità clinica nei pazienti con sarcopenia (con o senza osteoporosi) potrebbe essere la prevenzione della perdita funzionale e della fragilità multimorbida, oltre che la prevenzione delle fratture.

  5. Il fattore tempo è cruciale.
    La lunga durata del follow-up mette in luce l’effetto forte della mortalità nel modificare gli esiti osservabili.

Lo studio

Blomqvist M, Nuotio MS, Sääksjärvi K, Pentti BSc J, Koskinen S, Stenholm S. Osteosarcopenia as a risk factor for fractures and mortality – 19-year follow-up of a population-based sample. Aging Clin Exp Res. 2025 Nov 6;37(1):319. doi: 10.1007/s40520-025-03229-8. PMID: 41196446; PMCID: PMC12592282.

Osteogenesi imperfetta: vivere con le ossa fragili dalla nascita

L’osteogenesi imperfetta (OI), conosciuta anche come “malattia delle ossa di vetro”, è una condizione genetica rara che rende le ossa estremamente fragili. Colpisce circa 1 persona su 15.000-20.000 e può manifestarsi fin dalla nascita con fratture ricorrenti, deformità ossee e, in alcuni casi, problemi all’udito, alla dentatura e alla crescita.

Una malattia genetica

Alla base dell’osteogenesi imperfetta c’è un difetto nei geni responsabili della produzione del collagene di tipo I, una proteina fondamentale per la resistenza e la struttura dell’osso. Il risultato è un tessuto osseo più debole del normale, che si rompe facilmente anche con traumi minimi, o addirittura spontaneamente.

Sintomi e segni principali

L’intensità dei sintomi varia molto da persona a persona. Alcuni individui hanno poche fratture e conducono una vita quasi normale, mentre altri hanno numerose fratture fin dai primi mesi di vita. I segni più comuni includono:

  • Fratture frequenti, spesso senza traumi significativi
  • Deformità ossee (come incurvamento delle gambe)
  • Sclere blu (parte bianca dell’occhio con colorazione bluastra)
  • Denti fragili (dentinogenesi imperfetta)
  • Problemi all’udito (ipoacusia)
  • Bassa statura

Diagnosi: quando sospettarla

La diagnosi può avvenire già in gravidanza, tramite ecografie che mostrano anomalie scheletriche. Dopo la nascita, la presenza di fratture frequenti o sclere blu può far sospettare la malattia. Gli esami genetici permettono di confermare la diagnosi con precisione. In alcuni casi, si può utilizzare anche la densitometria ossea (MOC) per valutare la fragilità dello scheletro.

Il ruolo della fisioterapia e della chirurgia

Non esiste una cura definitiva per l’osteogenesi imperfetta, ma ci sono molti strumenti per migliorare la qualità della vita. La fisioterapia ha un ruolo centrale: aiuta a mantenere la mobilità, rinforzare i muscoli e prevenire le deformità. Anche la chirurgia ortopedica, come il posizionamento di chiodi telescopici nelle ossa lunghe, può ridurre il rischio di fratture e migliorare l’allineamento degli arti.

Terapie farmacologiche

I bisfosfonati, farmaci usati anche per l’osteoporosi, possono essere impiegati per aumentare la densità minerale ossea nei bambini con OI. In alcuni centri specializzati, si stanno studiando terapie genetiche e nuove molecole che possano agire direttamente sulla causa della malattia.

L’importanza del supporto psicologico e scolastico

Vivere con una malattia rara, soprattutto da bambini, può essere difficile. Il sostegno psicologico è fondamentale, così come il supporto scolastico e sociale. È importante che la scuola sia informata sulla condizione e pronta ad adattarsi alle esigenze del bambino, evitando l’isolamento e promuovendo l’inclusione.

Famiglia e rete di supporto

Anche i caregiver hanno bisogno di supporto. Le associazioni di pazienti offrono informazioni, gruppi di aiuto e contatti con centri specializzati. Conoscere altri genitori che affrontano le stesse sfide può essere un grande aiuto per non sentirsi soli.

Una vita possibile

Nonostante la fragilità ossea, molte persone con osteogenesi imperfetta riescono a studiare, lavorare, viaggiare e avere una vita piena. La chiave sta nell’avere un buon team medico, un ambiente di sostegno e il giusto equilibrio tra autonomia e protezione.

Microbiota intestinale e osteoporosi postmenopausale lungo l’asse intestino-osso

Negli ultimi dieci anni il microbiota intestinale è passato da semplice “organo nascosto” a modulatore sistemico coinvolto in processi metabolici, immunitari e neuroendocrini. Lo studio “Repercussions of gastrointestinal microbiota in postmenopausal osteoporosis” (2025) pubblicato su Women’s Health fornisce un quadro completo delle interazioni tra microbiota e metabolismo osseo, con un’attenzione particolare all’osteoporosi postmenopausale (PMO) e ai meccanismi che legano disbiosi, infiammazione e perdita di massa ossea.

Microbiota e osso: un sistema integrato

Il microbiota intestinale è composto da circa 100 trilioni di microrganismi, dominati da Firmicutes, Bacteroidetes, Actinobacteria e Proteobacteria. La disbiosi, caratterizzata tipicamente da un aumento dei Firmicutes e una riduzione dei Bacteroidetes nelle donne osteoporotiche, è stata associata a un incremento dell’attività osteoclastica e a un deterioramento dell’architettura ossea.

Studi su animali germ-free hanno mostrato che l’assenza di microbiota si associa a maggiore densità trabecolare, riduzione delle citochine pro-infiammatorie e minore numero di precursori osteoclastici. La ricolonizzazione determina invece un rapido calo della massa ossea, evidenziando un ruolo diretto del microbiota nel determinare l’equilibrio osteoblasto-osteoclasta.

Asse immunitario: il ruolo dell’osteoimmunologia

La perdita estrogenica tipica della postmenopausa altera la barriera intestinale, aumenta la permeabilità e favorisce il passaggio di antigeni batterici nel circolo sistemico. Ne consegue l’attivazione di cellule Th17, la produzione di IL-17 e TNF-α e un incremento dell’osteoclastogenesi attraverso il pathway RANKL/RANK/OPG.

Lo studio conferma che:

  • l’attivazione Th17 è un nodo critico nella PMO;
  • le pazienti osteoporotiche mostrano una riduzione della diversità del microbiota e alterazioni nei taxa produttori di SCFA;
  • modelli animali ovariectomizzati riproducono il quadro infiammatorio e la perdita ossea osservata nella clinica.

L’eccesso di IL-17A, in particolare, è indicato come mediatore chiave della perdita ossea estrogeno-dipendente.

Asse endocrino: microbiota come “organo endocrino”

L’interazione tra microbiota e ormoni steroidei è un’area emergente. La colonizzazione di topi germ-free aumenta significativamente i livelli circolanti di IGF-1, con effetti positivi sulla crescita ossea. Inoltre, il microbiota modula:

  • la risposta dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene,
  • la biotrasformazione di composti con attività estrogenica,
  • la produzione di serotonina intestinale, che a sua volta influisce sulla formazione ossea.

Prove preliminari suggeriscono che probiotici selezionati possano influenzare il metabolismo osseo attraverso una regolazione endocrina, oltre che immunitaria.

Calcio, vitamina D e SCFA: un triangolo metabolico

La capacità del microbiota di migliorare l’assorbimento intestinale di calcio è un meccanismo centrale dell’asse intestino-osso. Gli SCFA, soprattutto butirrato, aumentano l’espressione delle proteine del trasporto transcellulare del calcio (TRPV6, calbindina D9k, PMCA1b) e favoriscono un microambiente intestinale a pH più basso, ottimale per la biodisponibilità del minerale.

Alcuni dati osservazionali suggeriscono che le donne postmenopausali con maggiore ricchezza microbica presentino livelli più elevati di BMD lombare.

Evidenze sui probiotici: un potenziale terapeutico

Lo studio sintetizza diversi trial clinici recenti che mostrano un effetto dei probiotici sulla densità ossea:

  • Una combinazione di tre ceppi di Lactobacillus ha ridotto la perdita di BMD lombare in donne in postmenopausa precoce rispetto al placebo.
  • Lactobacillus reuteri 6475 ha ridotto la perdita ossea in donne anziane con bassa BMD.

Questi effetti sembrano legati alla riduzione dell’infiammazione sistemica, al riequilibrio della barriera intestinale e alla modulazione del pathway IL-17A.

Tuttavia, la revisione sottolinea che:

  • i ceppi non sono tutti equivalenti;
  • i dosaggi efficaci non sono ancora standardizzati;
  • la tollerabilità è generalmente buona, ma mancano dati a lungo termine;
  • le evidenze più solide derivano ancora da modelli animali.

Limiti e direzioni future

Lo studio evidenzia un limite centrale: la maggior parte dei dati deriva da modelli ovariectomizzati o germ-free, che non ricapitolano completamente la complessità del microbiota umano. Mancano inoltre trial di lunga durata in donne postmenopausali, con endpoint robusti su fratture, turnover marker e imaging avanzato.

Le prospettive future includono:

  • approcci di terapia personalizzata del microbiota,
  • integrazione di tecniche multi-omics,
  • possibilità di identificare “firme microbiche” predittive del rischio di osteoporosi,
  • sviluppo di postbiotici mirati (es. butirrato, propionato).

Conclusioni

L’asse intestino-osso emerge come uno dei filoni più promettenti nella comprensione della PMO. Il microbiota influenza immunità, metabolismo endocrino e assorbimento del calcio, contribuendo in modo significativo al bilancio osteoclasto-osteoblasto. I probiotici, soprattutto ceppi selezionati di Lactobacillus, rappresentano una strategia potenzialmente utile come coadiuvante, ma non ancora un intervento standardizzabile.

La strada verso l’integrazione clinica richiederà trial di ampie dimensioni, definizione dei ceppi più efficaci e valutazione degli effetti a lungo termine. Lo studio analizzato fornisce una sintesi rigorosa di un campo in rapida evoluzione e conferma che il microbiota intestinale non è un semplice osservatore, ma un vero co-regolatore del metabolismo osseo nelle donne in postmenopausa.

Lo studio

Shah FI, Akram F, Shehzadi S. Repercussions of gastrointestinal microbiota in27 postmenopausal osteoporosis. Womens Health (Lond). 2025 Jan-Dec;21:17455057251363684. doi: 10.1177/17455057251363684. Epub 2025 Aug 19. PMID: 40827679; PMCID: PMC12365447.

 

Gravidanza e salute delle ossa: cosa sapere

La gravidanza è una fase straordinaria e complessa della vita di una donna. Oltre ai cambiamenti visibili, come l’aumento di peso e le modifiche nella postura, avvengono trasformazioni profonde nel metabolismo, nel sistema endocrino e nella struttura ossea. Non tutti sanno che anche le ossa possono essere temporaneamente più fragili in questo periodo.

Durante la gestazione, il feto ha bisogno di grandi quantità di calcio per formare il proprio scheletro. Se la dieta della madre non ne fornisce abbastanza, l’organismo attinge alle sue riserve: in primo luogo, alle ossa. Questo fenomeno è del tutto naturale, ma può diventare problematico in alcune condizioni.

Quando preoccuparsi: la perdita ossea in gravidanza

In alcune donne, soprattutto se già predisposte, può verificarsi una perdita significativa di densità ossea durante o subito dopo la gravidanza. In casi rari, questo porta a una condizione chiamata osteoporosi gravidica, che può manifestarsi con dolore intenso alla schiena o fratture vertebrali spontanee. Anche l’allattamento, prolungando l’impegno metabolico del corpo, può contribuire a una temporanea demineralizzazione.
Questa condizione, fortunatamente, è rara e spesso reversibile, ma merita attenzione.

I segnali da non sottovalutare

La maggior parte delle donne non avverte sintomi evidenti. Tuttavia, è importante consultare un medico se durante o dopo la gravidanza compaiono:

  • Dolori intensi alla schiena o ai fianchi;
  • Difficoltà a muoversi o camminare;
  • Sensazione di debolezza ossea o muscolare.

In presenza di questi segnali, il medico potrà prescrivere esami specifici, come la densitometria ossea (MOC) o indagini radiologiche mirate.

Prevenzione: cosa può fare ogni donna

La buona notizia è che ci sono molti modi per proteggere la salute delle ossa, anche in gravidanza:

  • Alimentazione ricca di calcio: latte, yogurt, formaggi, ma anche verdure a foglia verde, mandorle e legumi;
  • Vitamina D: fondamentale per l’assorbimento del calcio. Esporsi al sole (con moderazione) aiuta, ma talvolta è necessario integrare;
  • Attività fisica moderata: mantenere il tono muscolare e la mobilità aiuta a sostenere lo scheletro;
  • Evitare fumo e alcol, che danneggiano la salute ossea;
  • Parlare con il ginecologo di eventuali integratori utili durante gravidanza e allattamento.

Allattamento e recupero osseo

Durante l’allattamento, la perdita ossea può continuare, ma nella maggior parte dei casi è transitoria. Dopo lo svezzamento, il corpo recupera naturalmente densità ossea nel giro di alcuni mesi. In donne sane, questo non ha conseguenze a lungo termine. Tuttavia, è importante seguire una dieta equilibrata e mantenere uno stile di vita attivo anche nel post-partum.

Attenzione, ma senza allarmismi

Gravidanza e allattamento non devono essere vissuti con ansia rispetto alla salute ossea, ma è importante essere consapevoli dei cambiamenti fisiologici e dei possibili segnali di allarme. Con il giusto supporto medico e le corrette abitudini quotidiane, è possibile attraversare questi mesi speciali in sicurezza, proteggendo sé stesse e il proprio bambino.

Invito del Prof. Guabello al VI Congresso BoneHealth

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Il concetto di “osso” sta cambiando profondamente. Già non più solo struttura portante del corpo umano, ma protagonista attivo di equilibri metabolici, ormonali, infiammatori e nutrizionali: è da qui che prende forma il titolo dell’edizione 2026 del Congresso BoneHealth – The Bone Identity. L’appuntamento si terrà sabato 7 marzo 2026, presso l’hotel Enterprise Hotel di Corso Sempione 91 a Milano.

Nuove frontiere per la salute ossea

Il programma scientifico sottolinea un doppio binario: da una parte l’aggiornamento sulle nuove terapie — dagli agenti osteoattivi agli anabolici ossei — dall’altra le prospettive emergenti della diagnosi e della presa in carico integrata. L’osso viene visto come un organo sistemico: crocevia di endocrinologia, reumatologia, oncologia, medicina generale e geriatria.

Un focus sulle patologie rare e sui bisogni clinici insoddisfatti

Una delle grandi novità dell’edizione 2026 è l’inserimento di una sessione dedicata alle malattie rare del metabolismo osseo, ambiti oggi ancora largamente orfani di linee guida e percorsi definiti. Il Congresso intende creare uno spazio di riflessione comune — clinici, istituzioni, industria — su queste realtà. Questo approccio rappresenta un elemento strategico: sempre più spesso la medicina dello scheletro non può essere trattata come disciplina isolata, ma richiede una visione ampia e multidisciplinare.

L’invito del prof. Gregorio Guabello

Il prof. Guabello, nella video intervista in cui invita alla partecipazione all’edizione VI del Congresso, sottolinea come «la sfida oggi non sia solo curare l’osso, ma prenderlo in carico nel suo contesto organico e sistemico. Ogni specialista deve collaborare: l’endocrinologo con il reumatologo, l’ortopedico con il medico di territorio». E ancora: «Questo Congresso è una occasione per tradurre l’innovazione in percorsi chiari e applicabili nel contesto italiano».

Perché partecipare

Per i professionisti impegnati nella salute ossea — endocrinologi, reumatologi, oncologi, ortopedici, geriatri, medici di base — l’edizione 2026 rappresenta un’occasione preziosa per:

  • aggiornarsi su evidenze e pratiche emergenti;
  • confrontarsi con casi clinici, parole-chiave: “diagnosi avanzata”, “modelli integrati”, “terapie innovative”;
  • entrare in contatto con la faculty, partecipare a tavole rotonde e workshop tematici;
  • contribuire al networking tra ospedale e territorio, specialisti e sistema salute.

Location, iscrizioni e dettagli logistici

L’evento si svolgerà a Milano, presso l’Enterprise Hotel.
Le iscrizioni sono aperte fino ad esaurimento posti; sul sito ufficiale è disponibile il form dedicato.

L’appuntamento del 7 marzo 2026 è dunque un momento chiave per chi opera nella salute ossea: un’occasione per rigenerare competenze, allargare la visione e contribuire a definire la “nuova identità” dell’osso nella medicina integrata.

Visita il sito del Congresso per tutti i dettagli.

Ossa e farmaci comuni: effetti da non sottovalutare

Molti trattamenti farmacologici fondamentali per la salute di cuore, cervello o altri organi possono, come effetto collaterale, compromettere la salute dello scheletro. Non significa che vadano evitati, ma che è importante conoscere i rischi e adottare misure protettive.

Cortisonici: alleati potenti, ma con effetti collaterali

I glucocorticoidi (cortisone e derivati) sono usati per curare infiammazioni, allergie, malattie autoimmuni. Se assunti per periodi prolungati, riducono la formazione ossea e aumentano il riassorbimento, favorendo l’osteoporosi. Il rischio cresce con dosi elevate e terapie croniche.

Antidepressivi e psicofarmaci: un rischio poco noto

Alcuni antidepressivi, in particolare gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI), sono stati associati a una riduzione della densità minerale ossea e a un aumento del rischio di fratture, soprattutto negli anziani. Anche alcuni antipsicotici e ansiolitici possono interferire con l’equilibrio ormonale o la coordinazione motoria, aumentando il rischio di cadute.

Antiepilettici e barbiturici

Farmaci come la fenitoina, il fenobarbital e il valproato interferiscono con il metabolismo della vitamina D e del calcio. L’assunzione cronica può compromettere la mineralizzazione ossea, in particolare nei giovani pazienti e nelle donne in menopausa.

Anticoagulanti e osteoporosi

L’eparina, se usata a lungo, può aumentare il rischio di osteoporosi. Anche il warfarin può avere effetti sulla vitamina K, importante per la salute delle ossa. I nuovi anticoagulanti orali (NAO) sembrano avere un impatto minore, ma è comunque utile parlarne con il medico.

Inibitori dell’aromatasi e salute ossea

Nelle donne operate di tumore al seno, le terapie ormonali come gli inibitori dell’aromatasi abbassano i livelli di estrogeni, accelerando la perdita ossea. In questi casi, spesso si affianca una terapia protettiva per lo scheletro.

Quando parlarne con il medico

È importante discutere con il medico curante o con il farmacista:

  • se si devono iniziare terapie lunghe con uno di questi farmaci
  • se si ha una storia di fratture o osteoporosi in famiglia
  • se si notano dolori ossei, perdita di altezza o cambiamenti nella postura

Strategie di prevenzione

Non sempre è possibile evitare il farmaco. Ma ci sono misure preventive:

  • Monitoraggio periodico della densità ossea con MOC
  • Assunzione adeguata di calcio e vitamina D
  • Attività fisica regolare, soprattutto con esercizi di resistenza e impatto
  • In alcuni casi, terapia farmacologica preventiva (es. bisfosfonati)

La comunicazione è fondamentale

Spesso i pazienti non sanno che un farmaco che assumono da anni possa avere un impatto sulla salute delle ossa. Un dialogo aperto con il medico consente di trovare un equilibrio tra i benefici della terapia e i rischi collaterali, riducendoli per quanto possibile.

Nanotecnologia e nuove prospettive per la salute ossea

La gestione dell’osteoporosi è entrata in una fase in cui i progressi farmacologici, pur significativi, non riescono ancora a eliminare l’impatto clinico delle fratture da fragilità. In questo contesto, la nanotecnologia sta rapidamente guadagnando attenzione come possibile strumento capace di migliorare la precisione e l’efficacia dei trattamenti. Le evidenze analizzate nello studio “The Role of Piezoelectric Materials in Bone Remodeling and Repair: Mechanisms and Applications” (2025) mostrano come i nanomateriali possano intervenire direttamente sui nodi critici della farmacocinetica tradizionale, offrendo soluzioni che uniscono selettività, stabilità e capacità di interazione con il microambiente osseo.

Limiti delle terapie convenzionali

L’efficacia dei farmaci per l’osteoporosi è spesso condizionata da variabili che non dipendono dal principio attivo, ma dal modo in cui esso viene distribuito, assorbito o eliminato. La biodisponibilità discontinua, il legame non selettivo ai diversi comparti scheletrici e il profilo di tollerabilità rappresentano fattori che limitano il potenziale terapeutico. La nanotecnologia offre una possibile risposta a questi limiti, permettendo di dirigere il farmaco verso i distretti più attivi dal punto di vista del rimodellamento.

Le basi della nanotecnologia applicata all’osso

La logica alla base dell’approccio nanotecnologico consiste nel progettare sistemi capaci di interagire con la matrice ossea a livello molecolare. Il documento evidenzia come rivestimenti specifici — per esempio peptidi con affinità per l’idrossiapatite — possano guidare la nanoparticella verso le superfici in riassorbimento, concentrando il farmaco dove serve. Questo livello di controllo non è ottenibile con le formulazioni convenzionali, che si distribuiscono in modo più uniforme e spesso inefficiente.

Piattaforme nanometriche emergenti

Le tecnologie oggi allo studio comprendono nanoparticelle polimeriche, lipidiche, inorganiche e sistemi ibridi. Le prime, realizzate in PLGA o chitosano, offrono una combinazione di stabilità e programmabilità nel rilascio. Le nanoparticelle lipidiche migliorano la biodisponibilità di farmaci lipofili, mentre i nanomateriali inorganici — soprattutto idrossiapatite nanocristallina e silice mesoporosa — aggiungono una componente bioattiva che favorisce l’integrazione con il tessuto osseo. I sistemi ibridi uniscono le caratteristiche più favorevoli dei diversi materiali e permettono di sviluppare soluzioni “su misura” per specifiche applicazioni terapeutiche.

Implicazioni cliniche per la terapia dell’osteoporosi

L’applicazione più immediata riguarda la possibilità di modulare il rilascio del farmaco e di migliorarne la tollerabilità. I nanocarrier permettono un’adesione più precisa alla superficie minerale, riducendo l’esposizione sistemica e mantenendo concentrazioni più stabili nel tempo. Per gli anti-riassorbitivi ciò potrebbe tradursi in un migliore profilo di sicurezza; per i farmaci anabolici, in una stabilità superiore delle molecole peptidiche e in schemi terapeutici più efficienti. Un’ulteriore prospettiva è rappresentata dalla theranostics, dove terapia e diagnostica convivono nello stesso sistema, consentendo di tracciare la distribuzione del farmaco e di monitorarne l’efficacia.

Rigenerazione tissutale e qualità ossea

Un capitolo particolarmente promettente è quello della rigenerazione scheletrica. Le superfici nanostrutturate e gli scaffold arricchiti con nanoparticelle bioattive mostrano una capacità superiore di sostenere il processo osteoblastico e la formazione di matrice. Nelle fratture complesse, negli esiti di osteoporosi avanzata e nei distretti a ridotta capacità rigenerativa, questi materiali possono favorire una ricostruzione più rapida e più ordinata della trabecola, integrandosi con l’architettura nativa. Le proprietà fisico-chimiche dei nanomateriali — rugosità, porosità, composizione minerale — si rivelano decisive nell’influenzare il comportamento cellulare.

Sicurezza, limiti e necessità di standardizzazione

Nonostante il potenziale elevato, gli interrogativi sulla sicurezza rimangono centrali. Lo studio analizzato sottolinea come l’accumulo a lungo termine delle nanoparticelle e la loro interazione con il sistema immunitario richiedano ulteriori studi. Anche la fase produttiva rappresenta una sfida: la riproducibilità delle dimensioni, della carica superficiale e della composizione è essenziale per garantire coerenza terapeutica e minimizzare i rischi. La maggior parte delle applicazioni è ancora confinata al contesto preclinico, ma la coerenza dei risultati suggerisce una traiettoria di sviluppo solida.

Prospettive future

L’integrazione tra nanotecnologia, biologia del rimodellamento osseo e farmacologia apre scenari che fino a pochi anni fa sarebbero apparsi remoti. La possibilità di sviluppare terapie personalizzate, basate su sistemi programmabili e sensibili al microambiente, rappresenta una delle evoluzioni più interessanti. Se gli studi clinici confermeranno i risultati preliminari, la nanotecnologia potrebbe diventare un elemento stabile dell’arsenale terapeutico contro l’osteoporosi, ampliando le possibilità di intervenire in modo più preciso, più tollerabile e più efficace.

Lo studio

Yue W, Zhang W, Zhang J, Qin W, Bie X, Zhao Y, Xu G. The Role of Piezoelectric Materials in Bone Remodeling and Repair: Mechanisms and Applications. Int J Nanomedicine. 2025 Sep 22;20:11593-11616. doi: 10.2147/IJN.S535976. PMID: 41019234; PMCID: PMC12474723.

Lavoro e salute delle ossa: le professioni a rischio

L’attività lavorativa occupa una parte significativa della nostra vita, e ciò che facciamo ogni giorno può avere un impatto diretto sulla salute delle nostre ossa. Che si tratti di carichi pesanti, posizioni statiche o movimenti ripetitivi, il lavoro può diventare un fattore di rischio per la salute muscolo-scheletrica.

Le professioni più a rischio

Alcuni lavori sono più esposti di altri:

  • Lavori fisicamente impegnativi: muratori, infermieri, magazzinieri e addetti alla logistica spesso sollevano pesi o compiono movimenti ripetitivi. Queste azioni possono causare microtraumi, compressioni articolari e, nel tempo, fratture da stress.

  • Professioni sedentarie: impiegati, autisti, operatori informatici trascorrono molte ore seduti. La postura scorretta e l’inattività possono ridurre la densità ossea, favorendo osteopenia e osteoporosi.

  • Lavori con esposizione a vibrazioni: chi guida mezzi pesanti o utilizza strumenti vibranti (come trapani industriali) può sviluppare problematiche articolari e riduzione della massa ossea locale.

  • Lavori notturni o con turni irregolari: alterazioni del ritmo circadiano possono influenzare negativamente il metabolismo osseo, specie se associate a una ridotta esposizione al sole e quindi a carenza di vitamina D.

Posture scorrette e danni ossei

Una cattiva postura protratta nel tempo può influenzare la distribuzione del carico sullo scheletro. Questo può causare compressioni vertebrali, scoliosi posturale o degenerazione articolare precoce. Anche la salute delle anche, delle ginocchia e della colonna vertebrale può risentirne.

Fratture da stress sul lavoro

Le fratture da stress non riguardano solo gli sportivi. Operatori logistici, addetti alla produzione o anche camerieri possono subirle a causa di sollecitazioni ripetute, spesso non percepite come traumatiche. Se non diagnosticate in tempo, queste fratture possono evolvere in problemi più seri.

Salute ossea e smart working

Il lavoro da casa, sempre più diffuso, ha ridotto drasticamente il movimento quotidiano. Restare seduti per ore senza pause e senza una corretta ergonomia può favorire dolore lombare, irrigidimento articolare e perdita progressiva di massa ossea, soprattutto se si aggiungono dieta sbilanciata e mancanza di attività fisica.

Prevenzione e consigli utili

  • Muoviti ogni ora: alzati, fai stretching, cammina anche solo qualche minuto.

  • Ergonomia: assicurati che la sedia, lo schermo e la scrivania siano regolati correttamente.

  • Solleva con attenzione: piega le ginocchia, non la schiena, e non ruotare mentre sollevi un peso.

  • Attività fisica regolare: preferibilmente con esercizi che stimolano il carico osseo (camminata veloce, salti, pesi leggeri).

  • Controlli periodici: se il tuo lavoro è a rischio, parlane con il medico e valuta la possibilità di eseguire una densitometria ossea.

Quando chiedere aiuto

Se compaiono dolori persistenti alla schiena, alle anche o alle articolazioni, è importante consultare uno specialista. Anche fratture apparentemente “inspiegabili” vanno sempre indagate, soprattutto in presenza di altri fattori di rischio.

Un nuovo sguardo sul lavoro quotidiano

Prendersi cura delle proprie ossa non significa solo prevenire cadute in età avanzata. Significa anche proteggersi ogni giorno, nel lavoro e nella vita di tutti i giorni. Con piccoli accorgimenti si possono evitare danni seri e mantenere la struttura scheletrica forte nel tempo.