mercoledì, Gennaio 28, 2026
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Ossa e sonno: il riposo aiuta davvero il metabolismo osseo?

Tutti sanno quanto sia importante dormire per sentirsi lucidi, mantenere il buonumore o avere un sistema immunitario efficiente. Ma quanti sanno che dormire bene fa bene anche alle ossa? Negli ultimi anni, la ricerca ha messo in evidenza uno stretto legame tra qualità del sonno e salute scheletrica.

Insonnia cronica, apnee notturne e alterazioni del ritmo sonno-veglia (come accade nei turnisti o in chi viaggia spesso tra fusi orari) sono state associate a un maggior rischio di perdita di massa ossea, fragilità e osteoporosi.

Cosa succede durante il sonno?

Il sonno non è un semplice “spegnere l’interruttore”. È un processo attivo, regolato da ormoni e meccanismi biologici complessi. Durante le ore notturne, infatti, il corpo si rigenera, e anche le ossa partecipano a questo rinnovamento.

In particolare:

  • Si regola la secrezione del GH (ormone della crescita), che ha un ruolo importante anche per il tessuto osseo;
  • Si equilibra il cortisolo, l’ormone dello stress, che se in eccesso può favorire il riassorbimento osseo;
  • Si ristabilisce l’omeostasi del calcio e del fosforo, essenziali per il metabolismo osseo;
  • Si attivano processi di riparazione cellulare, anche a livello del tessuto scheletrico.

Quando il sonno è disturbato

Disturbi del sonno frequenti o cronici possono rompere questo equilibrio. In particolare:

  • Insonnia: chi dorme poco (meno di 6 ore per notte) ha un rischio maggiore di sviluppare osteopenia e osteoporosi;
  • Apnee ostruttive del sonno: oltre a ridurre la qualità del sonno, le apnee possono aumentare l’infiammazione sistemica, peggiorando la salute ossea;
  • Turni notturni o jet lag cronico: alterano i ritmi circadiani e la produzione ormonale, influenzando negativamente la densità minerale ossea.

In soggetti a rischio di fragilità (donne in menopausa, anziani, persone con malattie croniche), questi fattori possono accelerare la perdita ossea.

Un circolo vizioso

C’è di più. La relazione tra sonno e ossa è bidirezionale: non solo il cattivo sonno danneggia le ossa, ma il dolore osseo può peggiorare la qualità del sonno. Questo succede ad esempio nelle fratture vertebrali, nell’algodistrofia o nell’artrite.

L’insonnia cronica può aumentare la percezione del dolore e rendere più difficile affrontare un piano terapeutico efficace.

Cosa si può fare per dormire (e proteggere le ossa) meglio?

Ecco alcune buone pratiche per migliorare il sonno e, indirettamente, aiutare le ossa:

  • Mantieni orari regolari: vai a dormire e svegliati sempre alla stessa ora;
  • Cura l’ambiente notturno: la stanza deve essere buia, silenziosa e fresca;
  • Evita cibi pesanti e alcol la sera;
  • Limita l’uso di schermi prima di andare a letto;
  • Fai attività fisica moderata, meglio al mattino;
  • Espòrtiti alla luce naturale di giorno per sincronizzare il ritmo sonno-veglia.

Se i problemi persistono, parlane con il medico. Esistono percorsi specifici per valutare i disturbi del sonno e affrontarli in modo mirato.

Quando preoccuparsi

Rivolgiti a uno specialista se:

  • Il tuo sonno è disturbato da tempo;
  • Ti svegli stanco o con mal di testa;
  • Rusi fortemente o hai pause respiratorie notturne;
  • Hai dolore osseo notturno o frequenti risvegli per dolori muscolari o articolari.

Un’attenta valutazione può aiutare a identificare disturbi del sonno che impattano anche sulla salute scheletrica.

Complicanze renali nell’ipoparatiroidismo cronico

L’ipoparatiroidismo cronico è una condizione rara ma complessa, nella quale l’assenza di ormone paratiroideo non si limita a determinare ipocalcemia, ma compromette in modo strutturale l’equilibrio minerale e la fisiologia renale. Nel tempo, questo squilibrio espone i pazienti a un rischio aumentato di nefrocalcinosi, calcolosi urinaria e progressivo deterioramento della funzione renale, complicanze spesso sottovalutate nella pratica clinica quotidiana.

La terapia convenzionale con calcio e vitamina D attiva rappresenta ancora oggi lo standard di trattamento, ma non riproduce il ruolo fisiologico del PTH e può favorire ipercalciuria e deposizione calcifica a livello renale. Comprendere i meccanismi alla base di queste complicanze è essenziale per una gestione più sicura e personalizzata del paziente.

Nell’articolo completo analizziamo in modo approfondito la patogenesi del danno renale nell’ipoparatiroidismo cronico, il ruolo delle diverse strategie terapeutiche – dalle opzioni convenzionali alle più recenti terapie sostitutive con PTH – e i punti chiave di un monitoraggio efficace, fondamentale per prevenire il danno a lungo termine.

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Articolo realizzato con il contributo non condizionante di Ascendis Pharma:

CRPS-1: neridronato in sviluppo negli Stati Uniti

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Abiogen Pharma annuncia un passo rilevante nel panorama internazionale della ricerca sulle malattie dell’osso e del dolore cronico: la nascita di Ambros Therapeutics, nuova biotech statunitense dedicata allo sviluppo del neridronato per la CRPS-1 (Sindrome Dolorosa Regionale Complessa di tipo 1) negli Stati Uniti.

L’operazione rappresenta una transizione strategica importante: l’obiettivo è portare negli Stati Uniti un farmaco già approvato e utilizzato in Italia per il trattamento della CRPS, aprendo il percorso verso una possibile futura registrazione FDA.

Unmet need negli Stati Uniti

Nel comunicato diffuso da Abiogen il 16 dicembre viene evidenziato che negli Stati Uniti non esistono terapie approvate dalla FDA per la CRPS-1. L’assenza di trattamenti registrati rende l’area terapeutica particolarmente rilevante dal punto di vista clinico e regolatorio.

Il progetto Ambros Therapeutics nasce proprio per colmare questo vuoto terapeutico, portando negli USA l’esperienza clinica maturata dal neridronato in Italia.

Neridronato: una molecola già consolidata

Il neridronato è un bisfosfonato sviluppato da Abiogen Pharma e impiegato da anni nella gestione clinica della CRPS in Italia.
Il farmaco è supportato da risultati di due studi di Fase III condotti in Italia e da un’esperienza clinica maturata in oltre 600.000 pazienti trattati.

Questi dati hanno consentito alla molecola di diventare un punto di riferimento terapeutico nella pratica medica italiana per questa patologia.

Ambros Therapeutics: struttura e obiettivi

Ambros Therapeutics nasce con il sostegno di una raccolta finanziaria di 125 milioni di dollari in Series A, guidata da RA Capital Management ed Enavate Sciences, con la partecipazione di numerosi investitori istituzionali statunitensi.

Ambros deterrà i diritti esclusivi di sviluppo e commercializzazione del neridronato negli Stati Uniti e in Canada per la CRPS-1.
Abiogen manterrà ruolo attivo grazie al trasferimento del proprio know-how clinico e scientifico sul prodotto.

Percorso regolatorio FDA

Il neridronato ha già ottenuto negli Stati Uniti tre designazioni FDA che accelerano il suo sviluppo:

  • Breakthrough Therapy Designation
  • Fast Track Designation
  • Orphan Drug Designation per CRPS-1

Questi riconoscimenti forniscono un quadro regolatorio più rapido per il percorso di approvazione.

Lo studio clinico CRPS-RISE

Il programma di ricerca nordamericano prevede l’avvio dello studio registrativo CRPS-RISE, trial clinico di Fase 3 che sarà condotto negli Stati Uniti nel primo trimestre del 2026.

L’obiettivo dello studio è supportare la domanda di approvazione presso la FDA per l’indicazione CRPS-1.

Un progetto di valore strategico per Abiogen

Secondo il comunicato, l’ingresso nel mercato statunitense tramite Ambros rappresenta per Abiogen un avanzamento scientifico e industriale significativo, rafforzando la proiezione internazionale dell’azienda e consolidando il ruolo del neridronato nel panorama terapeutico delle patologie rare dell’osso.

La nascita di Ambros Therapeutics segna un passaggio decisivo per la terapia della CRPS-1:

  • sviluppo clinico negli Stati Uniti,
  • studio registrativo Fase 3 imminente,
  • tre designazioni FDA già ottenute,
  • molecola con lunga esperienza in Italia.

Per la comunità medica che si occupa di dolore cronico e patologie ossee rare, questo progetto potrebbe rappresentare la futura introduzione del primo trattamento approvato dalla FDA per la CRPS-1.

Postura e salute ossea: quello che non ti hanno mai detto

Quando pensiamo alla salute delle ossa, ci vengono in mente calcio, vitamina D, esercizio fisico o densitometrie. Ma pochi riflettono sull’importanza della postura. Eppure, il modo in cui stiamo seduti, camminiamo, dormiamo o solleviamo oggetti incide profondamente sul benessere del nostro scheletro.

La postura è il risultato dell’interazione tra muscoli, ossa, articolazioni e sistema nervoso. Una postura corretta distribuisce il peso del corpo in modo equilibrato, riducendo il carico su articolazioni e colonna vertebrale. Quando invece la postura è scorretta e mantenuta a lungo, il corpo si adatta, ma lo fa a caro prezzo: alcune strutture si sovraccaricano, altre si indeboliscono.

Le conseguenze della cattiva postura

Una postura errata può avere effetti a cascata sulla salute:

  • Affaticamento muscolare e contratture dolorose, specie a collo, spalle e schiena;
  • Compresssione vertebrale: se si passa molto tempo curvi, le vertebre possono subire una pressione eccessiva, aumentando il rischio di cedimenti ossei (soprattutto in chi ha osteoporosi);
  • Disallineamento articolare: la cattiva postura può alterare la meccanica del movimento, contribuendo all’usura precoce di anche, ginocchia e piedi;
  • Ridotta capacità respiratoria e digestiva, a causa della compressione del torace e dell’addome.

Col tempo, queste alterazioni possono contribuire a sviluppare dolore cronico, perdita di equilibrio, e aumentato rischio di cadute e fratture.

L’importanza di una colonna forte e ben allineata

La colonna vertebrale è il pilastro centrale del nostro corpo. Una curvatura fisiologica corretta (lordosi lombare, cifosi dorsale, lordosi cervicale) permette di assorbire i carichi in modo naturale. Tuttavia, sedentarietà, posture scorrette al lavoro o l’uso prolungato di dispositivi elettronici possono alterarne la forma.

In presenza di osteoporosi, la colonna è ancora più vulnerabile: una postura scorretta può favorire la comparsa di fratture vertebrali da schiacciamento, anche in assenza di traumi importanti.

Migliorare la postura: si può

La buona notizia è che la postura si può migliorare a ogni età. Ecco alcuni consigli pratici:

  • Prendi consapevolezza: osserva la tua postura allo specchio o chiedi a qualcuno di fotografarti da dietro. È il primo passo per capire come ti muovi o stai in piedi.
  • Cambia spesso posizione: evitare di stare seduti troppo a lungo. Alzati ogni 30-45 minuti, anche solo per qualche passo.
  • Sistema la tua postazione: il monitor all’altezza degli occhi, schiena ben appoggiata allo schienale, piedi a terra, spalle rilassate.
  • Fai attività fisica regolare: il movimento mantiene elasticità e forza muscolare. Camminate, nuoto, pilates o yoga aiutano a migliorare l’equilibrio posturale.
  • Allenati con esercizi mirati: un fisioterapista può indicarti esercizi personalizzati per rafforzare i muscoli posturali (addominali, lombari, paravertebrali, glutei).
  • Occhio alla postura notturna: dormi con un cuscino che sostiene il collo senza forzarlo e un materasso adatto alla tua schiena.

Quando rivolgersi a un esperto

Se hai dolore persistente, senso di disequilibrio o stanchezza muscolare cronica, può essere utile una valutazione posturale. Fisioterapisti, posturologi o medici specializzati possono individuare le cause di una postura scorretta e indicare il percorso migliore per correggerla.

Stress materno durante l’allattamento e sviluppo osseo della prole

Negli ultimi anni, la letteratura scientifica ha iniziato a delineare con crescente chiarezza una relazione fino a oggi sottovalutata: quella tra stress materno durante l’allattamento e sviluppo scheletrico della prole. Sebbene il ruolo dell’ambiente prenatale sullo sviluppo osseo sia ormai ampiamente riconosciuto, il periodo postnatale immediato è rimasto per lungo tempo in secondo piano.

Stress e asse madre-prole: una relazione dinamica

La fase dell’allattamento rappresenta il momento di massima interdipendenza funzionale tra madre e neonato. In questo periodo, il latte materno non è solo una fonte di nutrienti, ma un veicolo complesso di segnali endocrini, immunologici e metabolici. L’esposizione della madre a stress psicologico o sociale può modulare in modo significativo la secrezione di glucocorticoidi e altre molecole regolatorie, che a loro volta influenzano la composizione del latte.

Le evidenze dello studio suggeriscono che lo stress materno durante l’allattamento sia in grado di:

  • alterare l’omeostasi del calcio, compromettendo la disponibilità del minerale essenziale per lo sviluppo osseo del neonato;
  • modificare la concentrazione di componenti bioattivi, come mediatori infiammatori e ormoni;
  • influenzare la trasmissione dei segnali neuroendocrini dalla madre alla prole.

Questi cambiamenti possono avere effetti che vanno oltre le prime settimane di vita, incidendo sulla qualità dell’osso in formazione.

Latte materno, nutrienti e segnalazione biologica

Lo studio sottolinea come i glucocorticoidi aumentati a causa dello stress materno possano interferire con i meccanismi di trasferimento dei nutrienti nel latte. In particolare, il calcio — elemento cardine per la mineralizzazione — può subire variazioni significative. Anche la presenza di ormoni regolatori, come la prolattina o i peptidi bioattivi coinvolti nell’anabolismo osseo, risulta potenzialmente influenzata da condizioni di stress persistente.

L’effetto non è solo quantitativo ma qualitativo: l’alterazione di molecole regolatorie nel latte può influenzare la maturazione del sistema endocrino del neonato, compreso l’asse paratormone–vitamina D, cruciale per l’omeostasi del calcio e la salute scheletrica.

Impatto sullo sviluppo osseo della prole

La fase neonatale è un periodo di intensa modellazione scheletrica. Qualsiasi variazione nella disponibilità di nutrienti o nella regolazione ormonale può modificare la dinamica di formazione delle ossa. Secondo le evidenze riportate, i figli di madri esposte a stress durante l’allattamento mostrano:

  • alterazioni nella crescita scheletrica;
  • potenziali riduzioni della densità minerale ossea;
  • effetti che possono persistere fino all’età adulta.

Lo studio evidenzia come questi effetti possano essere duraturi, suggerendo un possibile impatto sui picchi di massa ossea e, a lungo termine, sul rischio di osteopenia o osteoporosi.

Complessità dei meccanismi: cosa sappiamo davvero?

Il rapporto tra stress materno, composizione del latte e sviluppo osseo del neonato è complesso e ancora in parte sconosciuto. Lo studio afferma che la relazione è multifattoriale: interazioni tra sistema endocrino, metabolismo energetico, segnali immunitari e comportamento materno concorrono alla definizione dell’ambiente nutrizionale e regolatorio in cui il neonato cresce.

Inoltre, gli autori sottolineano che gli studi condotti finora, pur significativi, non esauriscono la gamma dei meccanismi coinvolti né permettono una quantificazione precisa dell’effetto sullo scheletro umano. Tuttavia, le evidenze sono sufficienti per suggerire l’importanza clinica di considerare lo stress materno come fattore di rischio per un corretto sviluppo osseo.

Implicazioni cliniche e translazionali

Per gli specialisti della salute dell’osso, questi risultati aprono una serie di considerazioni rilevanti.

1. Fattori psicosociali come elemento dell’anamnesi scheletrica
Nelle valutazioni neonatali o pediatriche, lo stress materno potrebbe rappresentare un dato utile per identificare precocemente condizioni che predispongono a fragilità ossea.

2. Supporto psicosociale nel post-partum come intervento preventivo
Promuovere strategie di riduzione dello stress nelle madri potrebbe offrire benefici indiretti sullo sviluppo scheletrico della prole.

3. Importanza dell’allattamento come finestra biologica critica
L’allattamento non è solo un periodo nutrizionale, ma un momento in cui l’asse madre-neonato ha un impatto strutturale sulla maturazione dei sistemi corporei, compreso quello osseo.

Conclusioni

Lo studio analizzato conferma che lo stress materno durante l’allattamento non è un semplice fattore psicologico, ma un modulatore biologico capace di influenzare la qualità dello sviluppo scheletrico della prole. La crescente consapevolezza di questo legame invita i clinici a considerare più attentamente il contesto psicosociale materno come variabile determinante nella salute ossea futura dei figli.

Nel complesso, emerge la necessità di ulteriori ricerche per comprendere pienamente la portata di questi effetti e per definire interventi preventivi efficaci in grado di proteggere il corretto sviluppo scheletrico nelle prime fasi di vita.

Lo studio

Chandrashekar R, Mulakala BK, Gurung M, Venna G, Rearick JR, Onyekweli B, Ruebel ML, Dada-Fox J, Zeledon JA, Talatala R, Rodriguez K, Osborn LR, Bishop MG, Smith B, Stephens KE, Lucas EA, Yeruva L. Stress During Lactation: A Hidden Link to Offspring Bone Health. Calcif Tissue Int. 2025 May 30;116(1):79. doi: 10.1007/s00223-025-01378-6. PMID: 40445441; PMCID: PMC12125145.

Basso turnover e rischio fratturativo nell’ipoparatiroidismo cronico

L’ipoparatiroidismo cronico è una malattia rara del metabolismo minerale, caratterizzata da ipocalcemia e ridotta secrezione di PTH, che nella maggior parte dei casi è conseguenza di interventi chirurgici al collo. Le sue ripercussioni a lungo termine coinvolgono diversi organi, ma è sul tessuto osseo che si concentra oggi una delle sfide più complesse per lo specialista.

Basso turnover, densità ossea spesso conservata o aumentata, microarchitettura alterata in modo non univoco e un rischio fratturativo ancora controverso: la letteratura scientifica offre dati spesso incompleti e talvolta contraddittori. Qual è, dunque, il reale impatto dell’ipoparatiroidismo cronico sull’osso? E come devono essere gestiti i pazienti che sviluppano fratture da fragilità?

Nell’articolo completo analizziamo in modo critico i dati più recenti su BTMs, BMD areale e volumetrica, TBS e rischio fratturativo, con uno sguardo alle implicazioni cliniche e alle prospettive terapeutiche.

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Articolo realizzato con il contributo non condizionante di Ascendis Pharma:

La connessione tra microbiota intestinale e salute delle ossa

Quando si pensa alla salute delle ossa, raramente l’intestino viene in mente come uno dei protagonisti. Eppure, negli ultimi anni, numerosi studi scientifici hanno messo in evidenza un legame sempre più forte tra la flora intestinale (nota anche come microbiota) e il benessere del nostro scheletro.

Cos’è il microbiota intestinale

Il microbiota è l’insieme di miliardi di microrganismi – batteri, virus, funghi – che vivono nel nostro intestino. Non si tratta di ospiti occasionali, ma di veri e propri alleati della salute: partecipano alla digestione, producono vitamine, regolano il sistema immunitario e proteggono l’organismo dalle infezioni.

Ogni persona ha un microbiota unico, che si sviluppa fin dalla nascita e viene influenzato da alimentazione, ambiente, farmaci e stile di vita.

Il microbiota e le ossa: un legame sorprendente

Come può l’intestino influenzare la salute dello scheletro? Le vie sono diverse e complesse, ma i principali meccanismi coinvolti sono:

  • Assorbimento del calcio e della vitamina D: un microbiota sano favorisce un miglior assorbimento dei nutrienti chiave per la salute ossea.

  • Regolazione dell’infiammazione: l’equilibrio del microbiota riduce lo stato infiammatorio dell’organismo, che altrimenti può accelerare la perdita di massa ossea.

  • Produzione di sostanze utili: i batteri intestinali producono acidi grassi a catena corta che possono avere effetti positivi sulla formazione e sul rimodellamento osseo.

  • Influenza sugli ormoni: l’intestino ha un ruolo nella regolazione di alcuni ormoni coinvolti nel metabolismo osseo.

In presenza di disbiosi – cioè uno squilibrio del microbiota – questi processi possono essere compromessi, aumentando il rischio di fragilità ossea.

Fattori che influenzano il microbiota

Molti fattori della vita quotidiana possono alterare l’equilibrio della flora intestinale:

  • Antibiotici: utili in molte situazioni, ma possono danneggiare i batteri “buoni” dell’intestino.

  • Dieta povera di fibre e ricca di grassi o zuccheri: ostacola la diversità microbica.

  • Stress e mancanza di sonno: influiscono negativamente sulla composizione del microbiota.

  • Infezioni e malattie intestinali: possono alterare la flora.

  • Età: con il passare degli anni, il microbiota tende a perdere diversità, e questo può contribuire alla riduzione della densità ossea.

Come prendersi cura del microbiota (e delle ossa)

Una buona notizia: il microbiota è dinamico e può essere “educato” attraverso scelte consapevoli. Ecco alcune strategie utili:

  • Mangiare più fibre: frutta, verdura, legumi e cereali integrali aiutano i batteri buoni a proliferare.

  • Evitare l’eccesso di zuccheri e cibi industriali: perché alterano l’equilibrio del microbiota.

  • Assumere alimenti fermentati: come yogurt, kefir, crauti, che contengono probiotici naturali.

  • Limitare l’uso non necessario di antibiotici: sempre sotto consiglio medico.

  • Mantenere uno stile di vita sano: fare attività fisica, dormire a sufficienza, gestire lo stress.

In alcuni casi, il medico può consigliare l’uso di probiotici (integratori di batteri vivi) o prebiotici (sostanze che nutrono i batteri buoni).

Quando rivolgersi a uno specialista

Se soffri di problemi intestinali frequenti (gonfiore, diarrea, stitichezza), o se hai una diagnosi di osteoporosi o fragilità ossea precoce, può essere utile parlarne con un medico. Alcune condizioni come celiachia, malattie infiammatorie intestinali o sindrome dell’intestino irritabile possono aumentare il rischio di problemi ossei.

Osteosarcopenia e rischio clinico

L’intersezione tra massa muscolare e salute scheletrica è al centro di un crescente interesse clinico. Negli ultimi anni, il concetto di osteosarcopenia – la coesistenza di osteoporosi e sarcopenia – è stato proposto come un possibile “fenotipo ad alto rischio”, capace di identificare soggetti particolarmente fragili. Tuttavia, le evidenze sulla reale capacità prognostica di questa condizione restano limitate.

Lo studio finlandese pubblicato su Aging Clinical and Experimental Research nel 2025 fornisce uno dei dataset più solidi disponibili: 2.506 individui ≥55 anni, provenienti dall’indagine nazionale Health 2000, seguiti fino a 19 anni attraverso registri ospedalieri e di mortalità. L’obiettivo: stimare l’impatto di sarcopenia (definita come probable sarcopenia tramite forza di presa <27 kg negli uomini, <16 kg nelle donne), osteoporosi (T-score < –2,5 da QUS calcaneare o diagnosi DXA auto-riportata) e osteosarcopenia su fratture e mortalità.

Un campione anziano e molto femminile nelle categorie osteoporotiche

Le quattro categorie analizzate – riferimento, sarcopenia, osteoporosi, osteosarcopenia – presentavano differenze marcate già al baseline.
L’età media saliva progressivamente fino a 80,4 anni nel gruppo osteosarcopenico, e la prevalenza femminile raggiungeva quasi il 90% nei gruppi con osteoporosi. Anche le limitazioni motorie risultavano molto più frequenti in osteosarcopenia (78,7%) rispetto al gruppo di riferimento (18,3%).

Durante il follow-up sono stati registrati:

  • 580 fratture (23,1%)
  • 403 fratture maggiori (16,1%)
  • 176 fratture di femore (7,0%)
  • 1.375 decessi (54,9%)

Un dataset dunque altamente informativo, sia per numerosità sia per durata di osservazione.

Rischio di frattura: l’osteoporosi rimane il determinante principale

Nelle analisi multivariate, considerando età, sesso, stile di vita e limitazioni motorie, tutti e tre i gruppi clinici mostravano un rischio aumentato di fratture a bassa energia rispetto ai controlli.

Tuttavia, una volta considerato il competing risk della mortalità, lo scenario cambia:

  • solo l’osteoporosi mantiene un’associazione significativa con le fratture (HR 1,86 per any fracture);
  • l’osteosarcopenia non supera né la sola sarcopenia né la sola osteoporosi nella predizione del rischio fratturativo;
  • per fratture maggiori e femorali, l’effetto robusto è ancora una volta attribuibile principalmente all’osteoporosi.

Il dato è clinicamente rilevante: in un follow-up così lungo, la mortalità “competitiva” nelle persone con sarcopenia severa tende a mitigare la probabilità che queste vadano incontro a fratture documentate. Questo spiega in parte perché l’osteosarcopenia non mostri un rischio superiore.

Mortalità: la sarcopenia è il segnale d’allarme più forte

Se l’osteoporosi domina il rischio fratturativo, la sarcopenia domina il rischio di mortalità.

Nel modello completamente aggiustato:

  • la sarcopenia isolata aumenta il rischio di morte del 45%;
  • l’osteosarcopenia lo aumenta dell’84%;
  • l’osteoporosi isolata non raggiunge significatività (HR 1,22; IC 0,98–1,51).

Il confronto diretto tra osteosarcopenia e osteoporosi è ancora più eloquente:
l’osteosarcopenia comporta un rischio di morte significativamente maggiore rispetto alla sola osteoporosi (HR 0,66 per il gruppo osteoporosi vs osteosarcopenia).

Questi dati confermano osservazioni già emerse in letteratura: la fragilità muscolare è un predittore di mortalità più potente della densità minerale ossea. La componente muscolare riflette infatti vulnerabilità sistemiche – cardiovascolari, neurologiche, infiammatorie – che incidono sul rischio di decesso ben oltre la sfera muscolo-scheletrica.

Osteosarcopenia: un fenotipo ad alto rischio, ma non per le fratture

Il concetto di “doppio colpo” – ossa fragili + muscoli deboli – è intuitivo, ma questo studio ridimensiona l’idea che osteosarcopenia possa essere considerata un super-predittore di fratture.
In questa coorte:

  • l’osteosarcopenia non supera la sola osteoporosi nel rischio di frattura;
  • la sarcopenia contribuisce meno alla fragilità scheletrica rispetto all’osteoporosi;
  • il problema principale nei pazienti osteosarcopenici potrebbe non essere la frattura, ma la sopravvivenza.

Tuttavia, la rilevazione della sarcopenia rimane clinicamente preziosa:

  • identifica soggetti più fragili, più anziani, con maggiore disabilità;
  • segnala un rischio di mortalità superiore;
  • aggiunge informazioni potenzialmente utili agli strumenti di valutazione del rischio (es. possibile integrazione del FRAX®).

Implicazioni cliniche

Le conclusioni dello studio sono chiare e applicabili alla pratica clinica specialistica:

  1. Misurare la forza di presa è semplice, economico e informativo.
    Anche senza valutazione della massa muscolare, la probable sarcopenia è un forte predittore di esiti avversi.

  2. L’osteoporosi è ancora il driver del rischio fratturativo.
    La densità minerale ossea, anche misurata tramite QUS, rimane centrale.

  3. L’osteosarcopenia non implica necessariamente un rischio fratturativo maggiore.
    Ma identifica pazienti con elevata fragilità globale.

  4. La priorità clinica nei pazienti con sarcopenia (con o senza osteoporosi) potrebbe essere la prevenzione della perdita funzionale e della fragilità multimorbida, oltre che la prevenzione delle fratture.

  5. Il fattore tempo è cruciale.
    La lunga durata del follow-up mette in luce l’effetto forte della mortalità nel modificare gli esiti osservabili.

Lo studio

Blomqvist M, Nuotio MS, Sääksjärvi K, Pentti BSc J, Koskinen S, Stenholm S. Osteosarcopenia as a risk factor for fractures and mortality – 19-year follow-up of a population-based sample. Aging Clin Exp Res. 2025 Nov 6;37(1):319. doi: 10.1007/s40520-025-03229-8. PMID: 41196446; PMCID: PMC12592282.

Osteogenesi imperfetta: vivere con le ossa fragili dalla nascita

L’osteogenesi imperfetta (OI), conosciuta anche come “malattia delle ossa di vetro”, è una condizione genetica rara che rende le ossa estremamente fragili. Colpisce circa 1 persona su 15.000-20.000 e può manifestarsi fin dalla nascita con fratture ricorrenti, deformità ossee e, in alcuni casi, problemi all’udito, alla dentatura e alla crescita.

Una malattia genetica

Alla base dell’osteogenesi imperfetta c’è un difetto nei geni responsabili della produzione del collagene di tipo I, una proteina fondamentale per la resistenza e la struttura dell’osso. Il risultato è un tessuto osseo più debole del normale, che si rompe facilmente anche con traumi minimi, o addirittura spontaneamente.

Sintomi e segni principali

L’intensità dei sintomi varia molto da persona a persona. Alcuni individui hanno poche fratture e conducono una vita quasi normale, mentre altri hanno numerose fratture fin dai primi mesi di vita. I segni più comuni includono:

  • Fratture frequenti, spesso senza traumi significativi
  • Deformità ossee (come incurvamento delle gambe)
  • Sclere blu (parte bianca dell’occhio con colorazione bluastra)
  • Denti fragili (dentinogenesi imperfetta)
  • Problemi all’udito (ipoacusia)
  • Bassa statura

Diagnosi: quando sospettarla

La diagnosi può avvenire già in gravidanza, tramite ecografie che mostrano anomalie scheletriche. Dopo la nascita, la presenza di fratture frequenti o sclere blu può far sospettare la malattia. Gli esami genetici permettono di confermare la diagnosi con precisione. In alcuni casi, si può utilizzare anche la densitometria ossea (MOC) per valutare la fragilità dello scheletro.

Il ruolo della fisioterapia e della chirurgia

Non esiste una cura definitiva per l’osteogenesi imperfetta, ma ci sono molti strumenti per migliorare la qualità della vita. La fisioterapia ha un ruolo centrale: aiuta a mantenere la mobilità, rinforzare i muscoli e prevenire le deformità. Anche la chirurgia ortopedica, come il posizionamento di chiodi telescopici nelle ossa lunghe, può ridurre il rischio di fratture e migliorare l’allineamento degli arti.

Terapie farmacologiche

I bisfosfonati, farmaci usati anche per l’osteoporosi, possono essere impiegati per aumentare la densità minerale ossea nei bambini con OI. In alcuni centri specializzati, si stanno studiando terapie genetiche e nuove molecole che possano agire direttamente sulla causa della malattia.

L’importanza del supporto psicologico e scolastico

Vivere con una malattia rara, soprattutto da bambini, può essere difficile. Il sostegno psicologico è fondamentale, così come il supporto scolastico e sociale. È importante che la scuola sia informata sulla condizione e pronta ad adattarsi alle esigenze del bambino, evitando l’isolamento e promuovendo l’inclusione.

Famiglia e rete di supporto

Anche i caregiver hanno bisogno di supporto. Le associazioni di pazienti offrono informazioni, gruppi di aiuto e contatti con centri specializzati. Conoscere altri genitori che affrontano le stesse sfide può essere un grande aiuto per non sentirsi soli.

Una vita possibile

Nonostante la fragilità ossea, molte persone con osteogenesi imperfetta riescono a studiare, lavorare, viaggiare e avere una vita piena. La chiave sta nell’avere un buon team medico, un ambiente di sostegno e il giusto equilibrio tra autonomia e protezione.

Microbiota intestinale e osteoporosi postmenopausale lungo l’asse intestino-osso

Negli ultimi dieci anni il microbiota intestinale è passato da semplice “organo nascosto” a modulatore sistemico coinvolto in processi metabolici, immunitari e neuroendocrini. Lo studio “Repercussions of gastrointestinal microbiota in postmenopausal osteoporosis” (2025) pubblicato su Women’s Health fornisce un quadro completo delle interazioni tra microbiota e metabolismo osseo, con un’attenzione particolare all’osteoporosi postmenopausale (PMO) e ai meccanismi che legano disbiosi, infiammazione e perdita di massa ossea.

Microbiota e osso: un sistema integrato

Il microbiota intestinale è composto da circa 100 trilioni di microrganismi, dominati da Firmicutes, Bacteroidetes, Actinobacteria e Proteobacteria. La disbiosi, caratterizzata tipicamente da un aumento dei Firmicutes e una riduzione dei Bacteroidetes nelle donne osteoporotiche, è stata associata a un incremento dell’attività osteoclastica e a un deterioramento dell’architettura ossea.

Studi su animali germ-free hanno mostrato che l’assenza di microbiota si associa a maggiore densità trabecolare, riduzione delle citochine pro-infiammatorie e minore numero di precursori osteoclastici. La ricolonizzazione determina invece un rapido calo della massa ossea, evidenziando un ruolo diretto del microbiota nel determinare l’equilibrio osteoblasto-osteoclasta.

Asse immunitario: il ruolo dell’osteoimmunologia

La perdita estrogenica tipica della postmenopausa altera la barriera intestinale, aumenta la permeabilità e favorisce il passaggio di antigeni batterici nel circolo sistemico. Ne consegue l’attivazione di cellule Th17, la produzione di IL-17 e TNF-α e un incremento dell’osteoclastogenesi attraverso il pathway RANKL/RANK/OPG.

Lo studio conferma che:

  • l’attivazione Th17 è un nodo critico nella PMO;
  • le pazienti osteoporotiche mostrano una riduzione della diversità del microbiota e alterazioni nei taxa produttori di SCFA;
  • modelli animali ovariectomizzati riproducono il quadro infiammatorio e la perdita ossea osservata nella clinica.

L’eccesso di IL-17A, in particolare, è indicato come mediatore chiave della perdita ossea estrogeno-dipendente.

Asse endocrino: microbiota come “organo endocrino”

L’interazione tra microbiota e ormoni steroidei è un’area emergente. La colonizzazione di topi germ-free aumenta significativamente i livelli circolanti di IGF-1, con effetti positivi sulla crescita ossea. Inoltre, il microbiota modula:

  • la risposta dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene,
  • la biotrasformazione di composti con attività estrogenica,
  • la produzione di serotonina intestinale, che a sua volta influisce sulla formazione ossea.

Prove preliminari suggeriscono che probiotici selezionati possano influenzare il metabolismo osseo attraverso una regolazione endocrina, oltre che immunitaria.

Calcio, vitamina D e SCFA: un triangolo metabolico

La capacità del microbiota di migliorare l’assorbimento intestinale di calcio è un meccanismo centrale dell’asse intestino-osso. Gli SCFA, soprattutto butirrato, aumentano l’espressione delle proteine del trasporto transcellulare del calcio (TRPV6, calbindina D9k, PMCA1b) e favoriscono un microambiente intestinale a pH più basso, ottimale per la biodisponibilità del minerale.

Alcuni dati osservazionali suggeriscono che le donne postmenopausali con maggiore ricchezza microbica presentino livelli più elevati di BMD lombare.

Evidenze sui probiotici: un potenziale terapeutico

Lo studio sintetizza diversi trial clinici recenti che mostrano un effetto dei probiotici sulla densità ossea:

  • Una combinazione di tre ceppi di Lactobacillus ha ridotto la perdita di BMD lombare in donne in postmenopausa precoce rispetto al placebo.
  • Lactobacillus reuteri 6475 ha ridotto la perdita ossea in donne anziane con bassa BMD.

Questi effetti sembrano legati alla riduzione dell’infiammazione sistemica, al riequilibrio della barriera intestinale e alla modulazione del pathway IL-17A.

Tuttavia, la revisione sottolinea che:

  • i ceppi non sono tutti equivalenti;
  • i dosaggi efficaci non sono ancora standardizzati;
  • la tollerabilità è generalmente buona, ma mancano dati a lungo termine;
  • le evidenze più solide derivano ancora da modelli animali.

Limiti e direzioni future

Lo studio evidenzia un limite centrale: la maggior parte dei dati deriva da modelli ovariectomizzati o germ-free, che non ricapitolano completamente la complessità del microbiota umano. Mancano inoltre trial di lunga durata in donne postmenopausali, con endpoint robusti su fratture, turnover marker e imaging avanzato.

Le prospettive future includono:

  • approcci di terapia personalizzata del microbiota,
  • integrazione di tecniche multi-omics,
  • possibilità di identificare “firme microbiche” predittive del rischio di osteoporosi,
  • sviluppo di postbiotici mirati (es. butirrato, propionato).

Conclusioni

L’asse intestino-osso emerge come uno dei filoni più promettenti nella comprensione della PMO. Il microbiota influenza immunità, metabolismo endocrino e assorbimento del calcio, contribuendo in modo significativo al bilancio osteoclasto-osteoblasto. I probiotici, soprattutto ceppi selezionati di Lactobacillus, rappresentano una strategia potenzialmente utile come coadiuvante, ma non ancora un intervento standardizzabile.

La strada verso l’integrazione clinica richiederà trial di ampie dimensioni, definizione dei ceppi più efficaci e valutazione degli effetti a lungo termine. Lo studio analizzato fornisce una sintesi rigorosa di un campo in rapida evoluzione e conferma che il microbiota intestinale non è un semplice osservatore, ma un vero co-regolatore del metabolismo osseo nelle donne in postmenopausa.

Lo studio

Shah FI, Akram F, Shehzadi S. Repercussions of gastrointestinal microbiota in27 postmenopausal osteoporosis. Womens Health (Lond). 2025 Jan-Dec;21:17455057251363684. doi: 10.1177/17455057251363684. Epub 2025 Aug 19. PMID: 40827679; PMCID: PMC12365447.