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Osteoporosi e aderenza al trattamento, parla l’esperto

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La formulazione di alendronato effervescente tamponato migliora la persistenza al trattamento nei pazienti con osteoporosi. BoneHealth ne ha discusso insieme ad Andrea Giusti, Geriatra, Dirigente medico SC di Reumatologia, ASL 3 Genovese.

Alendronato effervescente tamponato

Nella videointervista l’esperto affronta la tematica dell’aderenza e presenta i risultati dello studio caso-controllo condotto da lui e dal suo team. “I risultati che abbiamo raccolto – spiega – mostrano come l’utilizzo della forma farmaceutica di alendronato effervescente tamponato abbia portato ad una aderenza alla terapia molto più alta rispetto ai pazienti trattati con compresse di alendronato”.

Aderenza

Nel corso dello studio, infatti, la persistenza al trattamento a 6 e 12 mesi è stata riscontrata rispettivamente nel 91% e 81% dei partecipanti del gruppo con formulazione effervescente rispetto al 75% e 69% di quelli che hanno assunto la formulazione in compresse e tale differenza si è mantenuta più o meno simile fino alla fine del periodo dello studio (12 mesi).

Costo-efficacia

Nella videointervista Giusti affronta anche il tema dei costi, con una riflessione di costo-efficacia.

Con il contributo non condizionante di

Abiogen

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Sondaggio europeo sulla digitalizzazione del lavoro dei medici

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A settembre Mediately ha condotto il sondaggio Digital Doctor 2021 coinvolgendo quasi 6.000 medici. Il sondaggio si è svolto in otto Paesi europei che usano l’app Mediately: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Italia, Serbia, Slovacchia, Slovenia e Romania.

Digital Doctor 2021

Gli obiettivi del Digital Doctor 2021 erano i seguenti:

  • determinare quale sia l’approccio dei medici alle tecnologie digitali
  • valutare l’impatto delle nuove tecnologie sul loro lavoro
  • conoscere i canali di comunicazione usati più frequentemente.

Insomma, il sondaggio si proponeva di scoprire come si sentono i medici nel loro ambiente di lavoro, quali sono i loro problemi, com’è avvenuto il passaggio alla telemedicina, quali cambiamenti ci sono stati nella cura dei pazienti, negli incontri con i colleghi e nella scelta dei canali di informazione. Questi argomenti sono state riassunti in 21 domande.

Digital Doctor 2021 è stato uno dei sondaggi più grandi del suo genere nel mondo. Ecco qualche dato riassuntivo:

  • 5.782 risposte;
  • 60% dei partecipanti con meno di 45 anni;
  • 52% donne, 48% uomini;
  • 36% specializzandi, 63% medici specialisti;
  • la medicina generale è stata la specialità più rappresentata con 700 risposte;
  • Il maggior numero di medici intervistati proveniva da Serbia (1.448), Romania (1.333) e Italia (1.269).

In generale, la maggior parte dei partecipanti ha segnalato di essere meno soddisfatti del loro lavoro rispetto all’anno precedente o ugualmente soddisfatti. L’Italia, tuttavia, è in controtendenza, con un 2% di soddisfatti in più rispetto al sondaggio 2020. Il sovraccarico di lavoro rimane la preoccupazione più diffusa: lo cita il 69% dei medici intervistati. I due terzi dei medici si dicono però ottimisti riguardo al futuro, il 67% in media e il 65% in Italia.

Pandemia e telemedicina

Una delle ragioni dell’ottimismo è la crescita dell’utilizzo e dell’apprezzamento della medicina a distanza. Il suo sviluppo è stato accelerato, negli ultimi due anni, dall’impatto della pandemia che ha creato un vero e proprio esperimento sul potenziale della telemedicina. I medici si sono trovati costretti a lavorare a distanza, e questa modalità di lavoro è diventata per loro uno strumento indispensabile. Secondo un sondaggio, nell’ultimo anno un terzo di tutti gli specialisti ha diagnosticato più del 10% dei loro pazienti a distanza. L’Italia è in testa alla classifica, con la metà di tutti i medici italiani che svolgono regolarmente diagnosi a distanza.

L’Italia è anche tra i Paesi in cui una percentuale maggiore dei medici intervistati si dice intenzionato ad aumentare la comunicazione a distanza con i pazienti: lo afferma il 64%, 10 punti percentuali in più rispetto alla media del sondaggio. Anche gli altri Paesi con più esperienza nella telemedicina hanno intenzione di accrescere ulteriormente il ricorso a questa pratica in futuro.

Negli ultimi due anni, la telemedicina è stata più utile ai pazienti che ai medici. Prima della
razionalizzazione del processo di utilizzo della telemedicina, essa veniva usata raramente dai medici, ma abbiamo scoperto che funziona bene anche in termini di qualità clinica. Affinché funzioni davvero, deve essere allineata alla pratica clinica. La telemedicina potrebbe diventare una parte fondamentale della tecnologia se gli aspetti legali e clinici fossero ben regolati

Victor Savevski, esperto in tecnologia sanitaria digitale

La telemedicina non dovrebbe mai sostituire le visite e gli esami faccia a faccia. Tuttavia, usata in modo appropriato, questa pratica sta già diventando una parte inevitabile del processo di gestione e trattamento dei pazienti: un’evoluzione rispetto alla quale non si può tornare indietro.

Informazione e formazione

Trovare fonti di informazione affidabili non è un lavoro facile per i professionisti sanitari o per i medici. Dal sondaggio Digital Doctor 2021 risulta che i medici scelgono più spesso le app mediche mobili come fonte di informazioni, seguite a stretto giro dalle riviste a stampa e online, mentre al terzo posto si posizionano i siti web delle associazioni mediche. Nel complesso, l’indipendenza e l’affidabilità delle informazioni sono i fattori chiave nella scelta del canale di informazione.

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Anche per quanto riguarda gli eventi di formazione, la preferenza va decisamente verso gli eventi ibridi: il 46% preferisce esperienze che combinino l’online e l’offline. La formazione accreditata online e i webinar sono usati in modo appropriato rispettivamente secondo il 60 e il 66% dei rispondenti, mentre rispettivamente il 33% e il 15% vorrebbero che questi strumenti fossero più diffusi. Il 70% sceglie un corso di formazione per interesse verso l’argomento, mentre il 67% è spinto anche dalla rapidità e comodità della formazione a distanza. Solo il 44% ammette che siano i crediti formativi a determinare la scelta di un corso.

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ELMO1, osteoporosi e artrite reumatoide

Osteoporosi e artrite reumatoide sono molto studiate, ma ancora non del tutto conosciute. In particolare, i meccanismi fisiologici alla base della loro comparsa sono da chiarire. Capirli a fondo, infatti, consentirebbe di elaborare nuove terapie. Sempre più studi stanno indagando il ruolo della proteina ELMO1 in osteoporosi e artrite reumatoide. Anche se da confermare, i risultati di queste ricerche mostrano che ELMO1 agirebbe su alcune molecole coinvolte nella regolazione dell’attività degli osteoclasti, promuovendo la perdita ossea.

La proteina ELMO1

La proteina ELMO1 (Engulfment and Cell Motility), prodotta dal gene Elmo1, è coinvolta nei riarrangiamento del citoscheletro alla base della migrazione cellulare e della fagocitosi delle cellule apoptotiche. Alterazioni di Elmo1 o della sua espressione risultano correlate a diversi disturbi, come la nefropatia diabetica, la diffusione dei gliomi e alcune infiammazioni. Studi recenti mostrano che ELMO1 sarebbe associata anche all’insorgenza di osteoporosi e artrite reumatoide. Infatti, questa proteina avrebbe un ruolo nella migrazione dei neutrofili all’interno delle giunture e sembra promuovere la perdita ossea.

 

Artrite reumatoide e osteoporosi

La perdita ossea comporta due disturbi molto diffusi tra gli esseri umani, con un rischio che aumenta con l’avanzare dell’età: osteoporosi (che colpisce oltre 200 milioni di persone, soprattutto le donne) e artrite reumatoide (infiammazione cronica di cui soffrono circa 7 milioni di persone). I meccanismi fisiologici coinvolti nello sviluppo di queste due patologie sono numerosi, ma non sono del tutto noti. La scoperta di nuovi attori potrebbe aiutare a trovare trattamenti o cure migliori. In particolare, sempre più studi sostengono che potrebbe essere efficace agire sull’attività degli osteoclasti.

 

ELMO1, osteoporosi e artrite reumatoide

Un esame dei database pubblici ha rivelato che negli esseri umani ELMO1 sarebbe associato alla perdita ossea. Infatti, polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) dei geni di ELMO1 e altre due proteine che mediano la riorganizzazione del citoscheletro, DOCK2 e RAC1, sono correlati positivamente ad anomalie delle ossa e delle giunture.

Dal momento che l’osteoporosi è spesso indotta da una maggiore attività degli osteoclasti, è possibile che la modalità di azione della proteina ELMO1 consista nella regolazione della funzione degli osteoclasti. Questa ipotesi trova riscontro in diversi studi su modelli murini, in cui i ricercatori hanno osservato che:

  • ELMO1 promuove la perdita ossea nell’osteoporosi;
  • ELMO1 aumenta la perdita ossea nell’artrite reumatoide;
  • la delezione del gene Elmo1 diminuisce la perdita ossea nell’artrite reumatoide.

Dalle analisi in vitro, la proteina ELMO1 risulta promuovere l’attività di riassorbimento degli osteoclasti. Gli studi, infatti, mostrano che ELMO1 promuove la polimerizzazione dell’actina durante l’azione demineralizzante degli osteoclasti legati alle superfici ossee. L’inibizione della proteina, invece, sembra ridurre il riassorbimento della matrice ossea. Queste regolazioni sembrerebbero avvenire tramite l’influenza di ELMO1 su altre molecole coinvolte nella segnalazione cellulare che regola la funzione di riassorbimento degli osteoclasti. I ricercatori, infatti, hanno riscontrato un’influenza di ELMO1 su CD44, GPNMB, SIRPα, LRP1, alcune subunità del complesso della vATPasi e alcune subunità di complessi che regolano la polarità e il pH delle cellule.

Fonte:

Arandjelovic, S., Perry, J.S.A., Zhou, M. et al. ELMO1 signaling is a promoter of osteoclast function and bone loss. Nat Commun 12, 4974 (2021). DOI: 10.1038/s41467-021-25239-6

Edema osseo del ginocchio, parla l’esperto

Sulle origini e sulle strategie di trattamento dell’edema osseo la comunità scientifica è tuttora divisa. Abbiamo raccolto in questa video intervista la testimonianza di Federico Valli, Chirurgo ortopedico Responsabile della Medicina Rigenerativa dell’Unità “C.A.S.C.O.” I.R.C.C.S. Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano.

Nella videointervista, Valli parla di edema osseo del ginocchio, indicando cosa sia, come si effettua la diagnosi e proponendo i vari approcci terapeutici, da quello conservativo fino alla chirurgia.

 

Per approfondire queste tematiche, Makinglife – editore di BoneHealth – ha organizzato il convegno “Edema osseo del ginocchio, strategie terapeutiche“. Il convegno si terrà il 22 gennaio a Milano in modalità residenziale e sarà contemporaneamente fruibile via web in streaming.

http://bonehealth.it/edema-osseo-del-ginocchio-strategie-terapeutiche/

La partecipazione è gratuita:

iscriviti al convegno

 

Gli effetti degli antiosteoporotici sul diabete

Il diabete si associa spesso a disturbi ossei come l’osteoporosi, poiché il metabolismo del glucosio influenza la salute ossea e viceversa. Alcuni farmaci antiosteoporotici possono influenzare il decorso del diabete, probabilmente laddove modificano i marker del turnover osseo, che a loro volta potrebbero modificare il metabolismo del glucosio. Cipriani, Colangelo e colleghi hanno realizzato una meta-analisi, pubblicata su Frontiers in Endocrinology, in cui hanno esaminato le ricerche presenti sull’argomento.

Farmaci antiosteoporotici e diabete

I farmaci antiriassorbitivi, gli agenti anabolizzanti e gli integratori di calcio e vitamina D risultano avere effetti positivi o neutri sul decorso o lo sviluppo del diabete. Le ricerche in merito sono ancora poche e dovrebbero essere approfondite per capire meglio le implicazioni dei trattamenti per l’osteoporosi sul diabete, per migliorare la prevenzione e la terapia della malattia.

Bifosfonati

Nello studio di Schwartz, Schafer e colleghi, l’alendronato e l’acido zoledronico non risultano ripotare effetti significativi sul diabete o sulla glicemia nelle donne in postmenopausa. Tuttavia, gli studi retrospettivi di Chan e colleghi e di Toulis e colleghi mostrano che alcuni bifosfonati potrebbero ridurre il rischio di diabete. Una ricerca del 2018, pubblicata sul Journal of Diabetes Investigation, mostra che i bisfosfonati sembrano abbassare significativamente gli indicatori glicemici, anche se l’eventuale meccanismo d’azione non è stato indagato.

Denosumab

Anche le ricerche riguardanti il denosumab sono contrastanti. Mentre secondo alcuni autori non risulta avere effetti significativi sul diabete, altri autori indicano di aver riscontrato lievi diminuzioni della glicemia a digiuno, dell’insulina o dell’indice di insulino resistenza (Passeri e colleghi, Napoli e colleghi, Lasco e colleghi).

Agenti anabolizzanti

La somministrazione intermittente di PTH 1-34 risulta comportare un modesto aumento transitorio dei livelli di calcio e paratormone senza avere alcun effetto sull’omeostasi del glucosio. Il PTH 1-84, invece, sembra aumentare sia l’OC che l’uOC e diminuire la glicemia a digiuno. Tuttavia, questi studi sono da approfondire.

Vitamina D e calcio

La più recente meta-analisi sull’argomento, pubblicata nel 2016, mostra che l’integrazione di calcio e vitamina D avrebbe effetti positivi sul diabete. Infatti, pare ridurre significativamente i livelli di glicemia a digiuno, l’insulina e l’indice di insulino resistenza.

 

Fonte:

Cipriani C, Colangelo L, Santori R, Renella M, Mastrantonio M, Minisola S, Pepe J. The Interplay Between Bone and Glucose Metabolism. Front Endocrinol (Lausanne). 2020 Mar 24;11:122. doi: 10.3389/fendo.2020.00122. PMID: 32265831; PMCID: PMC7105593

Osteoporosi e diabete: il metabolismo del glucosio nella salute delle ossa

Osteoporosi e diabete sono disturbi cronici con importanti implicazioni cliniche che spesso risultano correlati. La patofisiologia di entrambe le malattie è multifattoriale e conoscerla è fondamentale per diagnosticare e affrontare al meglio la condizione. Lo studio di Cipriani, Colangelo e colleghi ha riassunto il ruolo della perturbazione del metabolismo del glucosio nel metabolismo osseo.

Osteoporosi e diabete

La regolazione della sensibilità all’insulina, il metabolismo energetico e l’omeostasi del glucosio sono alla base della fragilità ossea nel diabete mellito di tipo 1 e in quello di tipo 2. Infatti, anomalie metaboliche influenza la salute ossea tramite diversi meccanismi, tra cui gli effetti dell’iperglicemia, la produzione di sostanze che influenzano il metabolismo osseo e l’alterazione del metabolismo di sostanze utili alla formazione delle ossa.

Osteoporosi e diabete di tipo 2: il ruolo del metabolismo del glucosio

Gli studi hanno individuato diversi meccanismi principali che spiegherebbero come il metabolismo del glucosio determina l’insorgenza di osteoporosi nel diabete di tipo 2.

  • L’aumento della massa adiposa ha un effetto tossico sul differenziamento delle cellule mesenchimali del midollo osseo, comportando perdita ossea e adipogenesi. Infatti, il tessuto adiposo produce adipochine che influenzano il metabolismo osseo, come l’adiponectina che lo e la leptina che lo promuove. Recentemente i ricercatori hanno ipotizzato che l’organismo sviluppi una resistenza all’irisina, che stimola l’uptake del glucosio nei muscoli e si pensa possa promuovere la formazione e il mantenimento del tessuto osseo.
  • La sindrome metabolica induce alterazioni nella secrezione di adipochine e citochine e aumenta i livelli di trigliceridi nel sangue. Questi meccanismi sono associati alla riduzione di marker del turnover osseo, alla diminuzione della densità minerale ossea (BMD) o all’aumento di tessuto adiposo nel midollo osseo. Inoltre, l’ipertensione arteriosa risulta ridurre la BMD in relazione all’aumento di escrezione urinaria del calcio.
  • L’iperglicemia potrebbe indurre la formazione di prodotti finali della glicazione avanzata (advanced glycation end-products, AGE), che hanno effetti negativi sulla qualità dell’osso, a causa di diversi meccanismi. Ad esempio, gli AGE aumentano l’azione degli osteoclasti e incrementano la produzione di sclerostina (che regola negativamente la formazione ossea ed è correlata negativamente con la resistenza all’insulina). Le conseguenze negative sull’osso che ne derivano non sono osservabili tramite assorbimetria a raggi X a doppia energia: questo spiegherebbe perché nel diabete di tipo 2 la BMD non risulta diminuita nonostante aumenti il rischio di fratture.
  • I pazienti diabetici presentano una regolazione alterata a livello dell’asse calcio-vitamina D-paratormone. Un controllo glicemico inadeguato è, infatti, correlato a una perdita eccessiva di calcio, portando a una secrezione cronica di PTH, che compromette la BMD.
  • La nefropatia diabetica, complicazione comune in questi pazienti, causa fragilità ossea. In particolare, comporta un disordine metabolico specifico, l’osteodistrofia renale od osteodistrofia uremica (Cronic Kidney Disease-Mineral Bone Disorder, CKD-MBD).

L’importanza dello studio del rapporto fra metabolismo del glucosio e salute delle ossa

Dagli studi emerge chiaramente che il metabolismo osseo e quello del glucosio sono legati strettamente. La comprensione dei meccanismi alla base di questa associazione consente di comprendere meglio il rischio di sviluppo di osteoporosi nei pazienti diabetici. Permette inoltre di effettuare valutazioni cliniche più proattive e di sviluppare nuovi trattamenti. Studi futuri sul legame tra metabolismo del glucosio e delle ossa e sono, quindi, raccomandabili.

 

Fonte:

Cipriani C, Colangelo L, Santori R, Renella M, Mastrantonio M, Minisola S, Pepe J. The Interplay Between Bone and Glucose Metabolism. Front Endocrinol (Lausanne). 2020 Mar 24;11:122. doi: 10.3389/fendo.2020.00122. PMID: 32265831; PMCID: PMC7105593.

Un approccio integrato nella terapia per l’iperfosfatemia

Gli scompensi che derivano dalla nefropatia cronica, come l’aumento nei livelli di fosforo, diminuiscono significativamente la qualità e la durata della vita dei pazienti. Le strategie per controllare l’iperfosfatemia, che includono sia emodialisi, sia trattamenti farmacologici, sia cambiamenti nello stile di vita, danno spesso scarsi risultati. La soluzione potrebbe risiedere in un approccio più integrato, che includa analisi più approfondite sulle condizioni della persona. Lo studio di Rastogi e colleghi riassume le ricerche sull’argomento per migliorare la terapia dell’iperfosfatemia, focalizzandosi anche sui livelli sierici di calcio e paratormone.

 

Nefropatia, iperfosfatemia e ipercalcemia

Il metabolismo del calcio e del fosforo hanno come protagonisti reni, tratto digerente e alcuni ormoni, tra cui l’ormone paratiroideo (paratormone). Il malfunzionamento renale nella nefropatia cronica porta quindi alla compromissione del metabolismo osseo (nell’osteodistrofia renale od osteodistrofia uremica, nota anche come CKD-MBD dall’inglese Cronic Kidney Disease-Mineral Bone Disorder). L’ormone paratiroideo viene prodotto in maggiori quantità come risposta adattativa, per mantenere i normali livelli di fosforo e calcio. Sul lungo termine, questo conduce all’iperparatiroidismo secondario, portando a un aumento nei livelli di fosforo nello stadio finale della nefropatia.

La terapia per l’iperfosfatemia

La terapia tradizionale per il controllo dell’iperfosfatemia prevede un iniziale intervento tramite la dieta, in cui occorre tenere in considerazione sia il contenuto totale di fosforo sia la biodisponibilità di questo minerale dell’alimento. Bisogna inoltre porre attenzione al fosforo presente negli additivi alimentari e nei farmaci, come quelli per il sistema nervoso. Al contempo, è importante badare a evitare la malnutrizione, dal momento che gli alimenti che contengono più fosforo (cereali, uova, latticini e carni) sono ricchi anche di altri nutrienti. Ad esempio, una dieta troppo povera di carni e pesce potrebbe interferire con il metabolismo del calcio.

Se la sola dieta risulta insufficiente per ridurre il problema, il medico aggiunge la dialisi al trattamento, ma questa è poco efficace. Quindi, spesso risulta necessario intervenire anche con farmaci. Le tre classi di farmaci contro l’iperfosfatemia sono chelanti del fosfato, vitamina D (attiva o analoghi) e calcimimetici.

In seguito a questa terapia, un paziente su tre non scende sotto i 5,5 mg/dL, valore superiore al massimo del range ottimale consigliato. Questo potrebbe dipendere dal fatto che i contributi della salute ossea e dei livelli di calcio e di paratormone nell’iperfosfatemia sono spesso sottovalutati, nonostante abbiano forti ripercussioni sul metabolismo del fosforo. Il nuovo approccio integrato tiene in considerazione tutti questi fattori.

Un nuovo approccio integrato all’iperfosfatemia

Le raccomandazioni KDIGO (Kidney Disease Improving Global Outcomes) del 2017 suggeriscono di:

  • abbassare i livelli di fosforo al normale range (soprattutto intorno ai 4,4 mg/dL);
  • evitare l’ipercalcemia;
  • mantenere i livelli di paratormone tra le due e le nove volte sopra il limite massimo della normale concentrazione,

tramite un approccio in cui si considerano sia i valori di fosforo sia quelli di calcio e paratormone. Gli andamenti di questi parametri andrebbero considerati periodicamente, in particolare prima di qualsiasi variazione nel trattamento.

Nell’approccio integrato proposto da Rastogi e colleghi, le 3 D (Dieta, Dialisi e Drugs, farmaci) devono essere adottate insieme per gestire i livelli di tutti i valori di laboratorio legati alla CKD-MBD (fosforo, calcio e paratormone). Secondo gli scienziati, l’uso dei farmaci dovrebbe essere congiunto perché se usati insieme potrebbero minimizzare gli effetti avversi e ottimizzare gli esiti.

Queste indicazioni e lo studio del rapporto tra fosforo, calcio e paratormone potrebbero risultare molto importanti per la salute dei pazienti con CKD-MBD.

 

Fonte:

Rastogi A, Bhatt N, Rossetti S, Beto J. Management of Hyperphosphatemia in End-Stage Renal Disease: A New Paradigm. J Ren Nutr. 2021 Jan;31(1):21-34. doi: 10.1053/j.jrn.2020.02.003. Epub 2020 May 5. PMID: 32386937.

 

Gli effetti degli antidiabetici sul metabolismo osseo

Diabete e disturbi ossei come l’osteoporosi sono spesso correlati, infatti il metabolismo del glucosio risulta influenzare la salute delle ossa. Studi sperimentali hanno indagato gli effetti dei farmaci antidiabetici sul metabolismo osseo, riscontrando effetti positivi, negativi o neutri in base alla terapia. Tuttavia, questi studi spesso sono da confermare tramite ulteriori indagini cliniche. Una meta-analisi pubblicata su Frontiers in Endocrinology, scritta da Cipriani, Colangelo e colleghi, riassume quanto riscontrato finora, evidenziando l’importanza di approfondire gli studi sull’argomento.

Antidiabetici e metabolismo osseo

Le anomalie del metabolismo del glucosio sono associate alla fragilità ossea nel diabete mellito di tipo 1 e in quello di tipo 2. Questo si espleta tramite diversi meccanismi fisiologici, per cui l’assunzione di antidiabetici può comportare alterazioni nella salute delle ossa in diversi modi.

Insulina

In uno studio del 2017 pubblicato su Scientific Reports, svolto su 58853 pazienti diabetici, è emerso che l’insulina sembra aumentare il rischio di fratture osteoporotiche nel 38% dei casi. Questo potrebbe essere dovuto all’ipoglicemia provocata dall’ormone quando presente in dosi eccessive.

Metformina e sulfaniluree

Metformina e sulfaniluree sono utilizzati nel trattamento del diabete di tipo 2. Gli studi sui loro effetti sul metabolismo osseo sono da approfondire. La metformina risulta attivare il differenziamento delle cellule staminali mesenchimali in osteoblasti, inibendo quello in osteoclasti, ma mentre alcune ricerche riportano un diminuito rischio di frattura, altri non evidenziano risultati significativi. Anche le sulfaniluree risultano stimolare la formazione ossea. Non sembrano avere effetti sulla BMD (densità minerale ossea, Bone Mineral Density) o sulle fratture, ma occorre indagare ulteriormente su questi aspetti.

Tiazolidindioni

I tiazolidindioni (tiazolidinedioni o glitazoni) aumentano la sensibilità dei tessuti all’insulina. Risultano associati a una riduzione della BMD e all’aumento dell’incidenza di fratture, in particolare nelle donne in postmenopausa, probabilmente in modo proporzionale alla durata della terapia. Sembra, infatti, che riducano i meccanismi inibitori sulla differenziazione degli osteoclasti, aumentino la produzione di sclerostina e comportino l’infiltrazione di adipociti nel midollo osseo.

Incretine

Le incretine sono ormoni che stimolano una  riduzione del glucosio nel sangue. Gli incretino-mimetici quali exenatide e liraglutide risultano prevenire la perdita ossea associata alla riduzione del peso. Inoltre, il trattamento con liraglutide e lisixenatide sembra potrebbe diminuire gli eventi di frattura. Tuttavia, gli studi sul tema non sono conclusivi.

Inibitori della DPP4

Gli inibitori della DPP-4 (dipeptidil-peptidasi IV), o gliptine, sono usati nel trattamento del diabete di tipo 2. Gli studi che hanno indagato i loro effetti sul metabolismo osseo sono contrastanti: mentre alcuni riportano una possibile diminuzione del rischio di frattura, altri mostrano che gli inibitori della DPP4 avrebbero un effetto sul rischio di frattura tanto significativo quanto l’assunzione di placebo.

Inibitori SGLT2

Gli inibitori SGLT2 (inibitori del cotrasportatore di sodio-glucosio di tipo 2) riducono la glicemia agendo a livello dei reni. Uno studio pubblicato nel 2016 ha riscontrato che questi farmaci comporterebbero un aumento del 4% nel rischio di fratture, forse agendo sull’asse calcio-vitamina D-paratormone, ma studi successivi non hanno confermato questa correlazione, supponendo che potesse derivare dalla presenza di cadute. Al momento, quindi, sembra che gli inibitori SGLT2 non abbiano effetti sul metabolismo osseo.

Conclusioni

Dagli studi emerge che i farmaci antidiabetici possono avere effetti significativi sulla salute delle ossa, con importanti implicazioni cliniche. Dato il legame che intercorre fra diabete e disturbi ossei e la diffusione di queste malattie, sono necessarie indagini cliniche randomizzate che analizzino più approfonditamente gli effetti delle terapie per il diabete sul metabolismo osseo. Questo potrebbe consentire di prevenire il rischio di sviluppo di osteoporosi nei pazienti diabetici e di eseguire valutazioni cliniche più proattive.

 

Fonte:

Cipriani C, Colangelo L, Santori R, Renella M, Mastrantonio M, Minisola S, Pepe J. The Interplay Between Bone and Glucose Metabolism. Front Endocrinol (Lausanne). 2020 Mar 24;11:122. doi: 10.3389/fendo.2020.00122. PMID: 32265831; PMCID: PMC7105593.

Una dieta ricca di grassi aumenta il rischio di osteoporosi

Si stima che il 40% circa delle donne e il 20% circa degli uomini sperimenterà una frattura da osteoporosi nella sua vita. Il problema è aggravato dallo stile di vita sedentario e dalla dieta non corretta, in particolare prima dei 30 anni d’età. In una review pubblicata in Food & Function (The Royal Society of Chemistry), Jie Qiao e colleghi hanno esaminato, in particolare, l’impatto di una dieta grassa sul rischio di osteoporosi.

 

Alimentazione e salute delle ossa

Sono molti i fattori non modificabili che possono compromettere lo stato delle ossa, come età, sesso e fattori genetici. Ma su altri fattori è possibile intervenire, in particolare, sull’attività fisica e sulla dieta.

È noto che l’alimentazione è molto importante nel mantenimento della salute dell’osso. Tra i nutrienti che si ritiene aiutino a prevenire osteoporosi e altri disturbi ossei vi sono:

Studi recenti hanno anche suggerito che alimenti ricchi di probiotici potrebbero essere di aiuto per mantenere la salute ossea. A comportare effetti negativi sulle ossa, invece, potrebbero essere diete sbilanciate, in particolare troppo ricche di grassi.

 

Dieta ricca di grassi e osteoporosi

In passato si credeva che una dieta ricca di grassi rafforzasse le ossa, perché l’aumento di peso derivante da tale alimentazione fungerebbe da carico meccanico, che aumenta la massa delle ossa. Alcuni studi (come Adami et al., 2004) hanno osservato che alti livelli di colesterolo LDL (Low Density Lipoprotein) e di trigliceridi si associano a maggiori valori di BMD (Bone Mineral Density). Tuttavia, studi recenti hanno mostrato che le diete ricche di grassi, in cui i lipidi costituiscono più del 30% dell’energia totale del pasto, inducono osteoporosi.

Una dieta troppo ricca di grassi sembra influire sulle ossa attraverso diversi meccanismi.

  • Altera la composizione del microbiota e quindi sul suo rapporto con le ossa.
  • Colesterolo e trigliceridi possono comportare infiammazioni del tratto digerente, alterando così la permeabilità intestinale. Questo potrebbe aumentare l’attività degli osteoclasti, che riducono la massa ossea.
  • Un’alimentazione ricca di lipidi aumenta lo stress ossidativo, che contribuisce all’osteoporosi.
  • Sembra che una dieta troppo ricca di grassi porti le cellule staminali mesenchimali a differenziarsi maggiormente in adipociti che in osteoblasti.
  • Le cellule adipose, che aumentano con una dieta grassa, secernono ormoni e altre sostanze che influiscono sul metabolismo osseo.
  • L’aumento della massa corporea comporta una riduzione dell’attività fisica, da cui deriva anche un peggioramento dello stato scheletrico.

In ogni caso, sembra che l’esercizio fisico (e in particolare quello aerobico) possa invertire parte di questi effetti negativi. Inoltre, una dieta troppo povera di grassi comporterebbe comunque problemi.

Stile di vita e qualità della vita

Con l’aumentare dell’età media diventa sempre più importante studiare le malattie legate all’invecchiamento. In particolare, un’alimentazione troppo ricca di lipidi contribuisce alla comparsa di molte patologie, che includono disturbi cardiovascolari, problemi metabolici, alcune forme di cancro e osteoporosi. Conoscere i meccanismi sottostanti a questi fenomeni consente di prevenirli e trattarli meglio, garantendo una migliore qualità della vita delle persone.

 

Fonti:

Qiao J, Wu Y, Ren Y. The impact of a high fat diet on bones: potential mechanisms. Food Funct. 2021 Feb 15;12(3):963-975. doi: 10.1039/d0fo02664f. PMID: 33443523.

Willems HME, van den Heuvel EGHM, Schoemaker RJW, Klein-Nulend J, Bakker AD. Diet and Exercise: a Match Made in Bone. Curr Osteoporos Rep. 2017 Dec;15(6):555-563. doi: 10.1007/s11914-017-0406-8. PMID: 29098573; PMCID: PMC5705732.

Adami S, Braga V, Zamboni M, Gatti D, Rossini M, Bakri J, Battaglia E. Relationship between lipids and bone mass in 2 cohorts of healthy women and men. Calcif Tissue Int. 2004 Feb;74(2):136-42. doi: 10.1007/s00223-003-0050-4. Epub 2003 Dec 15. PMID: 14668965.

 

Gli effetti degli interferenti endocrini sulla salute delle ossa

Gli interferenti endocrini sono definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come sostanze esogene che compromettono il funzionamento del sistema endocrino con gravi effetti sull’essere umano e talvolta sulla sua progenie. Queste molecole hanno un impatto negativo anche sullo sviluppo e la rigenerazione delle ossa, influendo sia sul rimodellamento osseo sia sulla mineralizzazione della matrice extracellulare. Yanglova e Yaglov hanno esaminato la letteratura sull’argomento ricavandone un riassunto aggiornato.

Queste informazioni risultano utili ai fini della prevenzione; inoltre, conoscere i meccanismi alla base di queste disfunzioni può fornire indizi per elaborare nuovi trattamenti e terapie.

 

Gli interferenti endocrini

Gli ormoni regolano molte delle funzioni fisiologiche dell’organismo in modo molto fine e ognuno di essi può avere effetti diversi su organi diversi a seconda dei recettori presenti. Per queste ragioni, sostanze che interferiscono con il sistema endocrino possono avere conseguenze ad ampio spettro sull’organismo.

I distruttori endocrini, anche detti distruttori o perturbatori endocrini, possono alterare il funzionamento del sistema endocrino in diversi modi:

  • mimano l’azione di un ormone, con un effetto agonistico;
  • bloccano il recettore, con effetto antagonistico;
  • alterano la regolazione della produzione ormonale;
  • alterano il trasporto sanguigno dell’ormone.

Ne esistono molti tipi diversi, in genere di origine artificiale, e si possono trovare in ogni tipo di ambiente. Oltre alla regolazione del sistema endocrino, possono comprometterne anche lo sviluppo e comportare danni al sistema immunitario.

Interferenti endocrini e salute delle ossa

Alcuni distruttori endocrini compromettono lo sviluppo del tessuto scheletrico, portando a gravi conseguenze quali:

La sempre maggiore diffusione dei perturbatori endocrini potrebbe spiegare, in parte, l’aumento dell’incidenza di questi disturbi in tutto il mondo.

 

Come i distruttori endocrini interferiscono con lo sviluppo osseo

Lo sviluppo e la rigenerazione delle ossa sono regolati da molti ormoni:

Probabilmente, i distruttori endocrini interferiscono con i processi in cui sono coinvolti questi ormoni o nel metabolismo del calcio. In particolare, in letteratura sono presenti indagini approfondite su alcuni perturbatori endocrini.

  • I bisfenoli (come il bisfenolo A o BPA) sono impiegati nella produzione di alcuni tipi di plastiche molto diffuse. Hanno azione agonistica nei confronti degli estrogeni, antagonistica per androgeni e glucocorticoidi e disturbano la segnalazione tiroidea. In questo modo interferiscono con lo sviluppo osseo, comportando difetti scheletrici nei feti e osteoporosi nelle donne.
  • Il dietilstilbestrolo (DES) è un analogo sintetico degli estrogeni con attività biologica diverse volte superiore a quella dell’estradiolo, in passato prescritto per diversi disturbi riproduttivi e per aumentare la fertilità dei capi di bestiame. Tuttavia, questa sostanza aveva molti effetti avversi, tra cui lo sviluppo di cancro e diversi effetti sulle ossa. L’assunzione di DES comporta infatti l’accorciamento delle ossa negli uomini e l’elongazione delle ossa tubolari e la riduzione di tessuto osseo nelle donne. Questo è dovuto al suo effetto proestrogenico.
  • Il pesticida para-diclorodifeniltricloroetano o DDT e i suoi metaboliti sono molto diffusi e persistenti nell’ambiente. Il suo eccesso provoca alcune patologie, tra cui alcune forme di cancro (forse anche osseo) e l’osteoporosi. Si pensa che questo sia dovuto a suoi effetti proestrogenici, antiandrogenici e di interferenza con la produzione di ormoni tiroidei e surrenali.
  • Gli alchilfenoli sono usati nelle industrie tessili, di detergenti e plastiche. Inibiscono la secrezione di testosterone, la spermatogenesi e la produzione di osteoblasti, comportando malformazioni ossee.
  • I policlorobifenili (PCB) sono vietati in molte parti del mondo, ma in alcuni paesi sono impiegati in industrie di elettronica. Interferiscono con la produzione e il trasporto degli ormoni tiroidei, provocando problemi cognitivi e malformazioni scheletriche nei bambini.

Poco studiati e non noti, invece, sono i meccanismi che rendono distruttori endocrini altre sostanze molto diffuse, come diossine e ftalati. Le diossine, che derivano dalla conbustione dei rifiuti, si accumulano nell’ambiente e negli organismi dove hanno effetti carcinogeni, immunosoppressivi ed embriotossici, provocando anche malformazioni scheletriche. Gli ftalati, utilizzati come plastificanti, competono con androgeni ed estrogeni impattando sul sistema riproduttivo e la regolazione di molti meccanismi fisiologici.

Studiare più approfonditamente gli interferenti endocrini e i loro effetti è doppiamente importante. In primo luogo, può aiutare nella prevenzione. In secondo luogo, può far luce su meccanismi fisiologici che potrebbero consentire di individuare possibili terapie e trattamenti.

Fonte:

Yaglova NV, Yaglov VV. Endocrine Disruptors as a New Etiologic Factor of Bone Tissue Diseases (Review). Sovrem Tekhnologii Med. 2021;13(2):84-94. doi: 10.17691/stm2021.13.2.10. Epub 2021 Jan 1. PMID: 34513081; PMCID: PMC8353721.

Manoj K, Kumar SD et al, Environmental Endocrine-Disrupting Chemical Exposure: Role in Non-Communicable Diseases. Front. Public Health. 2020;8 2296-2565 549. DOI: 10.3389/fpubh.2020.553850.