mercoledì, Gennaio 28, 2026
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Quando la scoliosi colpisce in età adulta

La scoliosi dell’adulto è una deviazione laterale della colonna vertebrale, associata spesso a rotazione dei corpi vertebrali, che compare o peggiora dopo i 40 anni. Può essere l’evoluzione di una scoliosi giovanile non trattata o insorgere per degenerazione della colonna (scoliosi de novo).

Cause principali

  • Scoliosi idiopatica progressiva: peggioramento di una curva già presente in adolescenza
  • Scoliosi degenerativa: dovuta all’invecchiamento delle strutture vertebrali (dischi, legamenti, faccette articolari)
  • Osteoporosi: può favorire fratture vertebrali e deformità
  • Patologie neuromuscolari o infiammatorie

Sintomi da non sottovalutare

A differenza dei giovani, negli adulti la scoliosi può causare:

  • Dolore lombare o dorsale cronico
  • Asimmetria posturale (spalle o fianchi disallineati)
  • Affaticamento nella stazione eretta o nella deambulazione
  • Difficoltà respiratorie nei casi più gravi
  • Compressione di radici nervose, con formicolii o debolezza agli arti

Diagnosi

Il medico può sospettare la scoliosi in base alla visita e ai sintomi. Gli esami utili sono:

  • Radiografia in ortostatismo (in piedi) dell’intera colonna
  • Risonanza magnetica, se c’è sospetto di compressioni nervose
  • MOC-DEXA, se si sospetta osteoporosi

Come si cura

Il trattamento dipende dalla gravità della curva e dai sintomi:

  • Fisioterapia personalizzata: esercizi di rinforzo, stretching e controllo posturale
  • Farmaci antinfiammatori o miorilassanti
  • Infiltrazioni spinali, se c’è dolore irradiato
  • Bustini ortopedici, solo in alcuni casi
  • Chirurgia, nei casi gravi o invalidanti

Conviverci si può

La scoliosi dell’adulto non sempre richiede un intervento invasivo. Con controlli regolari, uno stile di vita attivo e trattamenti personalizzati, è possibile convivere con la patologia mantenendo una buona qualità della vita.

Giovani con diabete di tipo 1, la fitness muscolare alleata della salute scheletrica

Nel complesso equilibrio endocrino-metabolico che caratterizza l’età evolutiva, il diabete di tipo 1 rappresenta un fattore di rischio silenzioso ma insidioso per la salute dello scheletro. Alla base, non solo la disfunzione insulinica e l’instabilità glicemica, ma anche una cascata di alterazioni infiammatorie e ormonali che interferiscono con la dinamica osteoblastica e osteoclastica. Se a questo si aggiungono livelli ridotti di IGF-1 e una minore attività fisica rispetto ai coetanei sani, il rischio di ridotta densità minerale ossea e fratture aumenta sensibilmente.

Ma c’è una buona notizia: secondo uno studio pubblicato a giugno 2025 sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, una buona fitness muscolare può diventare una vera e propria terapia adiuvante per preservare o migliorare la salute ossea in questi giovani pazienti.

Uno studio su oltre 80 ragazzi con diabete tipo 1

Il lavoro, firmato da un team internazionale, ha coinvolto 83 bambini e adolescenti tra 6 e 18 anni con diabete di tipo 1, seguiti per due anni all’interno del progetto longitudinale Diactive-1. I ricercatori hanno analizzato la forza muscolare (tramite dinamometro e dispositivi eGYM), la densità minerale ossea areale (aBMD) e il contenuto minerale osseo (BMC), con scansioni DXA dell’intero corpo (esclusa la testa) e di specifiche regioni anatomiche: arti, bacino, colonna.

La forza muscolare è stata valutata sia come forza di presa (handgrip), sia attraverso l’1-RM (repetition maximum) e la potenza muscolare media in 10 ripetizioni su diversi gruppi muscolari.

I risultati: una correlazione solida e trasversale

I dati sono eloquenti: a parità di età, sesso, BMI, maturazione puberale, attività fisica totale, assunzione di calcio e controllo metabolico, i giovani con maggiore forza e potenza muscolare presentavano valori significativamente più elevati di BMC e aBMD in tutte le regioni esaminate.

In particolare:

  • la forza di presa era associata a un incremento del contenuto minerale osseo totale (B = 16.7 g; p < 0.001),
  • l’1-RM a un aumento ancora più marcato (B = 19.5 g; p < 0.001),
  • la potenza muscolare era il predittore più forte (B = 28.2 g; p < 0.001).

Risultati simili sono emersi per la densità ossea areale, con aumenti proporzionali nei distretti analizzati. Anche standardizzando i dati in z-score, le associazioni rimangono significative, evidenziando un gradiente positivo tra fitness muscolare e salute ossea.

Un dato clinicamente rilevante: i ragazzi con forza di presa al di sotto del 20° percentile mostravano z-score ossei inferiori in maniera statisticamente significativa rispetto ai coetanei più forti.

Perché il muscolo “parla” all’osso

I risultati si inseriscono nel contesto della teoria del mechanostat di Harold Frost: le sollecitazioni meccaniche generate dai muscoli durante la contrazione stimolano direttamente l’attività osteoblastica e l’accrescimento osseo. In un organismo in crescita — tanto più se affetto da diabete tipo 1, caratterizzato da basso turnover osseo — questo stimolo diventa ancora più cruciale.

Non è solo una questione biomeccanica. L’esercizio di resistenza migliora anche parametri metabolici, infiammatori e ormonali, contribuendo indirettamente a una maggiore efficienza del metabolismo osseo. Il tutto con benefici documentati anche sul controllo glicemico e sulla riduzione del fabbisogno insulinico.

Verso un nuovo approccio integrato

L’aspetto innovativo dello studio sta nel suo disegno longitudinale: i ragazzi sono stati seguiti per due anni con tre valutazioni distinte. Questo ha permesso di osservare non solo correlazioni statiche, ma traiettorie evolutive che confermano la stabilità e la robustezza dell’associazione tra muscolo e osso. Inoltre, è stato considerato il ruolo della maturazione puberale: i dati suggeriscono una particolare sensibilità del tessuto osseo alle sollecitazioni muscolari nella fase prepuberale, prima dell’intervento modulante degli ormoni sessuali.

Pur con alcune limitazioni (assenza di dati su vitamina D, analisi DXA a corpo intero senza dettaglio su anca e colonna lombare, mancata valutazione della massa magra), lo studio rappresenta un importante passo avanti nella comprensione delle interazioni muscolo-osso in una popolazione pediatrica ad alto rischio.

Implicazioni per la clinica e la prevenzione

I risultati rafforzano le raccomandazioni dell’American Diabetes Association, che invita a includere esercizi di rafforzamento muscolare almeno tre volte a settimana nella gestione dei giovani con diabete di tipo 1. Ma suggeriscono anche un passo ulteriore: considerare la fitness muscolare non solo come un marcatore di salute globale, ma come un vero e proprio indicatore predittivo dello stato osseo, potenzialmente utile nella stratificazione del rischio e nella definizione dei percorsi terapeutici.

Per gli specialisti della salute ossea, endocrinologi e pediatri, si apre così un nuovo campo di osservazione e intervento: integrare valutazioni funzionali muscolari (come la handgrip) nei follow-up ambulatoriali, promuovere programmi di esercizio personalizzato, collaborare con fisioterapisti e trainer specializzati.

L’osso, si sa, è un organo vivo e dinamico, che risponde agli stimoli meccanici e ormonali. Nei giovani con diabete di tipo 1, quei muscoli spesso meno forti dei coetanei possono diventare — se allenati — un potente alleato per contrastare la fragilità scheletrica. Lo studio ce lo ricorda con forza scientifica e con prospettive cliniche concrete. E conferma che la prevenzione, ancora una volta, passa anche per un gesto semplice e misurabile: stringere forte la mano.

Lo studio

Jacinto Muñoz-Pardeza, Luis Gracia-Marco, José Francisco López-Gil, Ignacio Hormazábal-Aguayo, Nidia Huerta-Uribe, Andres Marmol-Perez, Yasmin Ezzatvar, Mikel Izquierdo, Antonio García-Hermoso, The Role of Muscular Fitness on Bone Mineral Content and Areal Bone Mineral Density in Youth With Type 1 DiabetesThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025;, dgaf328.

Ossa e chemioterapia: cosa sapere

La chemioterapia è un trattamento fondamentale nella lotta contro il cancro, ma può avere effetti collaterali importanti su diversi apparati del corpo, comprese le ossa. Alcuni farmaci utilizzati nella terapia oncologica possono causare osteopenia o osteoporosi, riducendo la densità minerale ossea.

Perché la chemioterapia incide sulle ossa?

I motivi sono molteplici:

  • Effetto tossico diretto su osteoblasti e osteoclasti, le cellule che costruiscono e riassorbono l’osso.
  • Riduzione degli ormoni sessuali (estrogeni e testosterone), fondamentali per il metabolismo osseo.
  • Inattività fisica, frequente durante le terapie intensive.
  • Malnutrizione e carenze vitaminiche, comuni nei pazienti sottoposti a trattamenti oncologici.

Chi è più a rischio

Sono particolarmente esposti alla perdita di massa ossea:

  • Le donne in premenopausa trattate per tumore al seno
  • Gli uomini con carcinoma prostatico in terapia ormonale
  • I bambini e gli adolescenti sottoposti a chemioterapia
  • I pazienti sottoposti a trapianto di midollo o radioterapia pelvica

Quando fare una valutazione ossea

È importante valutare la salute scheletrica nei pazienti oncologici, soprattutto se:

  • Si è in trattamento con ormonoterapia
  • Si ha una storia familiare di fratture
  • Sono presenti fattori di rischio aggiuntivi (fumo, sedentarietà, basso peso corporeo)

La densitometria ossea (MOC-DEXA) può fornire informazioni utili per decidere se intervenire con misure preventive o terapeutiche.

Prevenzione: cosa fare

Esistono diverse strategie per proteggere le ossa durante la chemioterapia:

  • Assumere calcio e vitamina D, sotto controllo medico
  • Fare attività fisica regolare, compatibilmente con le forze
  • Smettere di fumare
  • Limitare l’alcol
  • Valutare terapie specifiche per l’osso, come bifosfonati o denosumab, in caso di rischio elevato

La comunicazione con l’oncologo è fondamentale

Ogni paziente ha una storia diversa. Per questo è fondamentale parlarne con il proprio oncologo o con un endocrinologo esperto di metabolismo osseo. Proteggere le ossa significa migliorare la qualità della vita, anche durante un percorso difficile come quello oncologico.

Nuove curve pediatriche predicono meglio il rischio di frattura

Nella medicina pediatrica, la densità minerale ossea (BMD) rappresenta un indicatore chiave per valutare la salute scheletrica e il rischio di fratture. Per anni, i clinici si sono affidati a curve di riferimento basate su sesso, età e razza, accogliendo l’idea che differenze etniche influenzassero la mineralizzazione ossea. Ma oggi, un nuovo studio statunitense, guidato da Babette Zemel del Children’s Hospital di Philadelphia, cambia radicalmente prospettiva: introduce per la prima volta delle curve di riferimento “race-neutral” per la BMD e dimostra che sono più efficaci nel predire il rischio di fratture nei bambini.

Dall’eccezione alla regola

Lo studio, pubblicato nel marzo 2025 sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, si basa su una complessa analisi dei dati del Bone Mineral Density in Childhood Study (BMDCS), una coorte longitudinale di oltre 2000 bambini arruolati in cinque centri clinici statunitensi tra il 2002 e il 2009. L’obiettivo? Confrontare la capacità predittiva delle curve BMD tradizionali, differenziate per razza, con quelle nuove, basate su un campione rappresentativo dell’intera popolazione infantile americana, senza distinzione razziale.

I risultati sono sorprendenti. Le curve race-neutral si associano in modo più solido al rischio prospettico di frattura: un incremento di una deviazione standard nel punteggio Z “neutro” corrisponde a una riduzione del rischio di frattura dal 12% al 18% in siti critici come colonna vertebrale e radio distale.

Perché eliminare la razza dai parametri di riferimento?

Il tema è delicato. L’uso di categorie razziali nella pratica clinica è stato spesso giustificato da differenze medie osservate tra gruppi: ad esempio, i bambini afroamericani tendono ad avere una densità ossea più alta rispetto a quelli caucasici. Ma queste differenze sono multifattoriali e non attribuibili esclusivamente a componenti genetiche: entrano in gioco elementi sociali, ambientali, nutrizionali e culturali. Continuare a usare la “razza” come variabile clinica può rafforzare bias impliciti e contribuire a diseguaglianze di salute, piuttosto che correggerle.

Un approccio scientifico alla neutralità

Il gruppo di ricerca ha elaborato le nuove curve utilizzando la metodologia LMS (Lambda-Mu-Sigma), con l’applicazione di pesi statistici per riflettere la distribuzione razziale ed etnica attuale della popolazione pediatrica statunitense. Le misure di BMD sono state raccolte tramite densitometria ossea (DXA) nei principali siti scheletrici: colonna lombare, anca, avambraccio e corpo intero (esclusa la testa). L’analisi ha considerato anche l’altezza (HAZ), la massa magra appendicolare (ALMI), l’attività fisica ad alto impatto e l’apporto di calcio nella dieta.

Curiosamente, mentre i punteggi Z “neutri” si discostavano di poco (∼0,1 SD) dai punteggi specifici di razza nella maggior parte dei gruppi, per i bambini che si identificavano come Black la differenza era marcata: +0,5-0,7 SD in media. Questo significa che, per questa fascia, il passaggio alle curve neutrali potrebbe ridurre i casi classificati erroneamente come BMD bassa, con un impatto importante sulla pratica clinica.

Altezza e massa magra: i veri “confondenti”

Un altro punto di forza dello studio è l’introduzione di equazioni correttive basate sull’altezza (HAZ) per migliorare l’interpretazione della BMD nei bambini di statura non nella media. Questo approccio consente, ad esempio, di distinguere un vero deficit di mineralizzazione da una semplice variabile antropometrica.

Allo stesso modo, l’inclusione dell’indice di massa magra (ALMI-Z) si è dimostrata decisiva per attenuare le differenze tra gruppi etnici. Infatti, una parte rilevante della variazione nei punteggi Z sembrerebbe legata alla composizione corporea più che alla razza in sé.

Fratture: il test della verità

A dare maggior valore alle nuove curve è la prova del nove: la loro capacità di predire il rischio reale di fratture. Durante i sette anni di osservazione, sono stati documentati 264 eventi fratturativi, in prevalenza durante attività sportive. I punteggi Z calcolati con le curve race-neutral hanno mostrato un’associazione più forte con il rischio di frattura rispetto a quelli race-specifici, in particolare per BMAD spinale e BMD del radio distale.

Implicazioni per la pratica clinica

Per i professionisti della salute ossea pediatrica, questo studio apre a una revisione delle pratiche correnti. L’adozione di curve di riferimento neutrali rispetto alla razza può non solo migliorare l’equità, ma anche l’accuratezza della valutazione clinica. Tuttavia, l’implementazione va gestita con attenzione: per i pazienti già monitorati con le curve tradizionali, sarà utile ricalcolare i punteggi Z pregressi in base alle nuove curve, per evitare false interpretazioni di miglioramento o peggioramento clinico.

Un nuovo standard per l’infanzia

In conclusione, lo studio rappresenta un tassello importante verso una densitometria ossea pediatrica più inclusiva, fondata sull’evidenza e non su categorie sociali. Le nuove curve race-neutral non solo riflettono meglio la realtà demografica contemporanea, ma offrono un miglior strumento predittivo per il rischio di frattura, centrato sulla salute individuale piuttosto che sull’identità razziale. In un’epoca di crescente attenzione alla medicina personalizzata e alle disuguaglianze sanitarie, questo lavoro segna una direzione etica e scientifica da seguire.

Lo studio

Babette S Zemel, Karen K Winer, Andrea Kelly, David S Freedman, Jonathan A Mitchell, David R Weber, Shana E McCormack, Tara McWilliams, Joan M Lappe, Sharon E Oberfield, John A Shepherd, Struan F A Grant, Heidi J Kalkwarf, Race-neutral Pediatric Reference Ranges for Bone Mineral Density Predict Prospective Fractures in ChildhoodThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025; dgaf183.

AMH, un nuovo biomarcatore predittivo per l’osteoporosi postmenopausale

L’osteoporosi è una malattia silenziosa, spesso rivelata solo al momento della frattura. Ma cosa accadrebbe se fosse possibile prevedere, con almeno un decennio di anticipo, chi è maggiormente a rischio? Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism prova a rispondere con una prospettiva innovativa: osservare l’ormone anti-Mülleriano (AMH) durante gli anni centrali della vita riproduttiva femminile per prevedere lo stato della salute ossea in menopausa.

Uno studio longitudinale unico nel suo genere

Lo studio, parte del progetto Viva dell’Harvard Medical School, ha seguito per 14 anni 450 donne parous, con un’età media di 37 anni al momento del prelievo dell’AMH e di 51 anni al momento della valutazione dello stato osseo. Le partecipanti sono state selezionate da una coorte originaria di oltre 2000 donne, inizialmente reclutate in gravidanza tra il 1999 e il 2002 nell’area di Boston.

Le concentrazioni plasmatiche di AMH sono state misurate tra il 2003 e il 2006, mentre la densità minerale ossea (BMD) e i marcatori di turnover osseo sono stati valutati tra il 2017 e il 2021. Gli esiti principali considerati sono stati la BMD della colonna vertebrale, dell’anca e del collo femorale, misurata con assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA), e i marcatori plasmatici PINP (formazione ossea) e CTX-I (riassorbimento osseo).

AMH basso = osso fragile?

Le donne con livelli di AMH <1,0 ng/mL in età riproduttiva media hanno mostrato, 14 anni dopo, valori significativamente inferiori di BMD e livelli più elevati di PINP e CTX-I rispetto a coloro con livelli di AMH >3,5 ng/mL. In particolare, la riduzione della densità ossea nella colonna vertebrale è risultata significativa (−0,06 g/cm²) anche dopo aggiustamenti per età, BMI, abitudini di vita, menarca e fumo in gravidanza.

Queste associazioni non sono solo statisticamente significative, ma mostrano un gradiente dose-risposta. Più basso è il valore dell’AMH in età fertile, maggiore è il turnover osseo e più bassa è la BMD nella mezza età. Una relazione che, pur parzialmente mediata dallo stato menopausale, suggerisce un valore predittivo indipendente dell’AMH.

AMH come sentinella dell’osso, ben prima della menopausa

Uno dei dati più interessanti riguarda la diversa correlazione tra AMH e salute ossea a seconda dello stato menopausale. Nei soggetti premenopausali, l’AMH è risultato fortemente associato ai marcatori di turnover osseo, mentre nelle donne postmenopausali la relazione era più forte con la densità ossea, in particolare a livello vertebrale.

Questo suggerisce un percorso biologico coerente: prima della menopausa, la perdita ossea è ancora reversibile e si manifesta inizialmente come aumento del turnover. Dopo la menopausa, l’accelerazione del riassorbimento si traduce in una perdita sostanziale e clinicamente rilevante di massa ossea. L’AMH, quindi, potrebbe fungere da “termometro” precoce del metabolismo osseo, molto prima che compaiano i sintomi o le fratture.

Verso una nuova strategia di screening?

L’AMH è già ampiamente utilizzato in ginecologia riproduttiva per valutare la riserva ovarica, in particolare nei percorsi di PMA. A differenza dell’FSH, è stabile durante il ciclo mestruale e mostra variazioni minime intraindividuali. Questo lo rende un candidato ideale come marcatore precoce del rischio di osteoporosi, in combinazione con altri fattori clinici e anamnestici.

Secondo gli autori dello studio, identificare le donne a rischio elevato di perdita ossea 10-15 anni prima della menopausa potrebbe consentire interventi preventivi mirati, come modifiche dello stile di vita, supplementazioni o un monitoraggio densitometrico precoce.

Limiti e prospettive future

Lo studio ha diversi punti di forza: il design prospettico, il lungo follow-up, la valutazione accurata con DXA e BTMs, e una coorte relativamente eterogenea dal punto di vista etnico e socioeconomico. Tuttavia, alcune limitazioni vanno considerate. Le partecipanti risiedevano tutte nell’area di Boston e avevano un elevato livello di istruzione, fattori che potrebbero limitare la generalizzabilità. Inoltre, la coorte include solo donne che avevano avuto almeno una gravidanza, escludendo quindi soggetti con riserva ovarica estremamente bassa.

Un’altra limitazione riguarda il fatto che BMD e BTMs sono stati misurati una sola volta, impedendo di monitorare l’andamento nel tempo. Inoltre, le partecipanti erano ancora relativamente giovani al follow-up, e l’incidenza di fratture o osteoporosi conclamata non è stata valutata.

In conclusione, lo studio pubblicato da Wang et al. apre un’interessante finestra sulla possibilità di utilizzare l’AMH, comunemente impiegato nella medicina riproduttiva, come indicatore predittivo della salute ossea futura. Se confermati da ulteriori studi, questi risultati potrebbero cambiare radicalmente l’approccio alla prevenzione dell’osteoporosi, spostando l’attenzione su una valutazione precoce durante gli anni della fertilità.

In un contesto in cui la diagnosi di osteopenia o osteoporosi arriva spesso troppo tardi, l’AMH potrebbe diventare uno strumento prezioso per proteggere le ossa delle donne… molto prima che inizino a rompersi.

Lo studio

Wang, Siwen et al. “Associations of AMH in Midreproductive Years with Bone Mineral Density and Turnover Markers in Midlife.” The journal of clinical endocrinology and metabolism 110.7 (2025): 1836–1845.

Verso una nuova frontiera nella terapia dell’acondroplasia

DALLE AZIENDE

L’acondroplasia è una malattia genetica rara che colpisce oltre 250.000 persone nel mondo e rappresenta la forma più comune di displasia scheletrica a trasmissione autosomica dominante. Causata da una mutazione del recettore 3 del fattore di crescita dei fibroblasti (FGFR3), la patologia si manifesta con una crescita ossea anomala che compromette lo sviluppo armonico dello scheletro e porta a una statura marcatamente ridotta e sproporzionata. Tuttavia, la portata della malattia va ben oltre l’altezza: le manifestazioni cliniche coinvolgono l’intero organismo, con complicanze muscolari, neurologiche, otorinolaringoiatriche e cardiorespiratorie che spesso necessitano di numerosi interventi chirurgici fin dall’infanzia.

Negli ultimi anni, la ricerca farmacologica ha puntato su soluzioni innovative che vadano oltre l’obiettivo estetico della statura, mirando al miglioramento complessivo della qualità della vita. In questo contesto si inserisce lo studio COACH (Ascendis Pharma), il primo trial clinico a valutare l’efficacia di una terapia combinata con due farmaci a rilascio prolungato: navepegritide, derivato dal peptide natriuretico di tipo C (CNP), e lonapegsomatropin, un profarmaco della somatropina.

COACH: una combinazione promettente

I risultati preliminari dello studio COACH, presentati da Ascendis Pharma a giugno 2025 e diffusi in Italia lo stesso mese, indicano un significativo miglioramento nella crescita lineare e nella proporzionalità corporea nei bambini trattati con la combinazione settimanale dei due farmaci. Lo studio di fase 2, condotto in aperto, ha coinvolto due coorti pediatriche con acondroplasia, dai 2 agli 11 anni: la prima composta da 12 bambini naïve al trattamento con navepegritide; la seconda da 9 bambini già trattati con navepegritide in precedenti studi clinici.

Alla settimana 26, i bambini naïve hanno registrato una velocità di crescita annualizzata media di 9,14 cm/anno, con un incremento di 4,23 cm/anno rispetto al basale e un miglioramento dello Z-score di altezza pari a +0,53. Nei bambini già trattati con navepegritide, la velocità di crescita annualizzata media è stata di 8,25 cm/anno, con un aumento di 3,10 cm/anno rispetto al basale e uno Z-score di +0,44.

Significativamente, la velocità di crescita media ottenuta con la combinazione ha superato il 97° percentile rispetto alla statura media pediatrica, un dato che sottolinea l’efficacia del regime settimanale combinato rispetto alle monoterapie.

Oltre la statura: proporzionalità e sviluppo armonico

Ma il dato forse più rilevante riguarda la proporzionalità corporea, parametro spesso trascurato ma centrale nel vissuto quotidiano dei pazienti. Alla settimana 26, è stato osservato un miglioramento accelerato della proporzionalità, in linea con l’aumento della crescita lineare. Inoltre, l’età ossea dei pazienti si è mantenuta coerente con l’età cronologica, un elemento cruciale per la sicurezza a lungo termine del trattamento, che suggerisce un’azione armonica sullo sviluppo scheletrico.

La tollerabilità del trattamento è stata ottima: il profilo di sicurezza della combinazione si è rivelato sovrapponibile a quello delle singole monoterapie, con eventi avversi per lo più lievi e ben tollerati.

La tecnologia TransCon e l’approccio settimanale

Il razionale scientifico alla base del trattamento combinato risiede nella tecnologia TransCon, sviluppata da Ascendis Pharma. Navepegritide, profarmaco sperimentale del CNP, è stato progettato per assicurare una somministrazione settimanale e costante del peptide, il quale agisce in modo diretto sulla regolazione della crescita ossea e sulla controregolazione del pathway attivato da FGFR3. Lonapegsomatropin, invece, consente un rilascio prolungato della somatropina attiva, già approvata da EMA per il deficit di ormone della crescita pediatrico.

La combinazione sinergica tra i due profarmaci mira dunque a colpire due vie complementari, ottimizzando i risultati in termini di crescita e struttura corporea. I dati dello studio COACH sembrano confermare questa strategia, aprendo la strada a una nuova fase di sperimentazione: i risultati a 52 settimane sono attesi entro la fine del 2025, parallelamente all’avvio dello studio di fase 3, che sarà cruciale per la valutazione definitiva della terapia.

Un dialogo con la comunità medica italiana

“Siamo orgogliosi di condividere questi risultati con la comunità medica italiana”, ha dichiarato Paola Stagni, Direttore Medico di Ascendis Pharma Italia. “In un Paese in cui la medicina personalizzata e l’innovazione terapeutica assumono un ruolo sempre più centrale, è fondamentale coinvolgere attivamente i clinici italiani nello sviluppo di nuove opzioni di trattamento. Auspichiamo un dialogo costruttivo con gli specialisti che condividono il nostro impegno nella ricerca e nel miglioramento della qualità di vita dei pazienti”.

Una dichiarazione che sottolinea il valore strategico della collaborazione tra industria e sistema sanitario nell’ambito delle malattie rare, dove le esigenze terapeutiche restano spesso insoddisfatte, e le soluzioni più efficaci passano per l’integrazione tra ricerca, medicina traslazionale e pratica clinica.

Guardando avanti: la strada verso la fase 3

Lo studio COACH rappresenta un punto di svolta nella gestione farmacologica dell’acondroplasia. Se i risultati delle prossime fasi confermeranno le evidenze emerse a 26 settimane, la combinazione di navepegritide e lonapegsomatropin potrebbe diventare una nuova opzione terapeutica standard, capace di rispondere a una delle più complesse sfide della medicina pediatrica: coniugare efficacia, sicurezza e qualità della vita nei trattamenti a lungo termine.

In un settore in rapida evoluzione, dove la personalizzazione del trattamento rappresenta il paradigma futuro, la combinazione di due farmaci intelligenti, somministrati una sola volta a settimana, potrebbe segnare una nuova era nella gestione clinica dell’acondroplasia. Ora non resta che attendere i risultati dello studio di fase 3.

Zoledronato nei giovani con fragilità ossea: meno fratture, più evidenze

Quando si parla di osteoporosi e fratture da fragilità, l’attenzione clinica è spesso rivolta alla popolazione anziana. Tuttavia, esiste un sottogruppo di bambini e adolescenti affetti da patologie genetiche o condizioni secondarie che espongono a un elevato rischio di fratture. In questo contesto, l’acido zoledronico, un potente bisfosfonato già ampiamente utilizzato negli adulti, mostra un potenziale promettente anche in ambito pediatrico.

Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism analizza l’efficacia clinica dello zoledronato nella prevenzione delle fratture in giovani pazienti con fragilità scheletrica, offrendo dati aggiornati e solidi per orientare la pratica clinica.

Lo studio: 27 lavori, oltre 1100 pazienti

I ricercatori hanno selezionato 27 studi (di cui 20 osservazionali e 7 trial clinici) pubblicati fino al settembre 2023, per un totale di 1125 bambini e adolescenti trattati con acido zoledronico. La revisione ha incluso pazienti con fragilità ossea primaria (come l’osteogenesi imperfetta) e secondaria (ad esempio da paralisi cerebrale, terapia cortisonica cronica, talassemia).

La durata mediana del trattamento è stata di circa 19 mesi. I principali outcome considerati sono stati: incidenza di fratture, densità minerale ossea (BMD), dolore osseo, qualità della vita e eventi avversi.

Riduzione significativa delle fratture

Il risultato più importante riguarda l’efficacia antifratturativa dello zoledronato. La meta-analisi ha mostrato una riduzione del 60% del rischio di nuove fratture dopo l’inizio del trattamento (risk ratio 0,40; IC 95%: 0,29–0,55). Un dato particolarmente rilevante se si considera che molti dei pazienti inclusi nello studio avevano già una storia di fratture multiple e ridotta mobilità.

La riduzione è risultata più marcata nei pazienti con fragilità scheletrica secondaria rispetto a quelli con forme primarie. Questo suggerisce un’efficacia trasversale del farmaco, ma con un possibile impatto più rapido nei casi in cui la fragilità è dovuta a condizioni reversibili o controllabili.

Migliora anche la densità ossea e il dolore

Oltre a ridurre le fratture, lo zoledronato ha mostrato un miglioramento significativo della densità ossea, in particolare a livello lombare, con un aumento medio dello Z-score di +0,43. Questo effetto è particolarmente rilevante nei pazienti pediatrici, dove la massa ossea acquisita durante l’infanzia e l’adolescenza rappresenta un determinante fondamentale della salute scheletrica in età adulta.

Anche il dolore osseo, sintomo spesso invalidante in questi pazienti, si è ridotto significativamente nella maggior parte degli studi, migliorando la qualità della vita e la partecipazione alle attività quotidiane.

Sicurezza: profilo favorevole, ma da monitorare

Lo studio conferma il buon profilo di sicurezza dello zoledronato nei giovani, con eventi avversi generalmente lievi e transitori. I più comuni sono stati la febbre post-infusione (30% dei casi), seguita da sintomi simil-influenzali e ipocalcemia transitoria.

Non sono stati riportati eventi gravi come osteonecrosi della mandibola o fratture atipiche del femore, complicanze temute nei trattamenti a lungo termine negli adulti. Tuttavia, la durata relativamente breve del follow-up in molti studi suggerisce la necessità di monitoraggi prolungati.

Quali implicazioni per la clinica?

Questa revisione sistematica colma un’importante lacuna nella letteratura pediatrica, offrendo ai clinici una sintesi rigorosa delle evidenze sull’uso dello zoledronato nei bambini con fragilità ossea. Le implicazioni pratiche sono molteplici:

  • Prevenzione delle fratture: in pazienti ad alto rischio, l’uso precoce del farmaco potrebbe ridurre significativamente la morbilità scheletrica.

  • Miglioramento della mobilità: la riduzione del dolore e delle fratture facilita la partecipazione ad attività fisiche e scolastiche.

  • Pianificazione a lungo termine: la terapia va comunque inquadrata all’interno di un percorso multidisciplinare, con monitoraggi regolari della BMD, dei marker biochimici e della crescita scheletrica.

L’acido zoledronico si conferma una risorsa efficace e sicura nel trattamento della fragilità scheletrica in età pediatrica. La riduzione del rischio di fratture, il miglioramento della densità ossea e del dolore aprono nuove prospettive terapeutiche per una popolazione spesso trascurata nella ricerca clinica. È ora compito della comunità medica integrare queste evidenze nella pratica quotidiana, garantendo un approccio personalizzato e sicuro per ogni giovane paziente.

Lo studio

Ashley J Stoffers, Edna E Mancilla, Michael A Levine, Michael Mayer, Heather M Monk, Joseph Rosano, David R Weber, Clinical Efficacy of Zoledronic Acid on Fracture Reduction in Youth With Primary and Secondary Skeletal FragilityThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, Volume 110, Issue 7, July 2025, Pages 2031–2040.

Osteostrong e carico osteogenico ad alta intensità nella gestione dell’osteoporosi postmenopausale

In un contesto clinico che richiede strategie sempre più personalizzate e sostenibili per la gestione dell’osteoporosi, una nuova ricerca condotta presso l’Università di Atene documenta per la prima volta l’efficacia dell’intervento Osteostrong®, un protocollo di esercizio settimanale di 10 minuti a carico osteogenico, nel migliorare densità minerale ossea (BMD) e qualità trabecolare (TBS) nelle donne postmenopausali. I risultati, pubblicati sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, indicano un significativo miglioramento dei parametri ossei sia in monoterapia sia in combinazione con trattamenti anti-riassorbitivi. Un’opzione promettente, sicura e ben tollerata che potrebbe ridefinire le strategie non farmacologiche nella cura dell’osteoporosi.

Osteoporosi postmenopausale

L’osteoporosi postmenopausale rappresenta una delle sfide sanitarie più rilevanti del nostro tempo: silenziosa, progressiva e spesso clinicamente manifesta solo al momento della frattura. Nonostante l’ampia disponibilità di terapie farmacologiche, la ricerca di strategie integrative che migliorino adesione, efficacia e qualità della vita delle pazienti è sempre più centrale. In questo scenario, lo studio clinico che abbiamo analizzato apre una nuova prospettiva sull’esercizio ad alta intensità e basso impatto come strumento terapeutico efficace.

Il metodo Osteostrong: 10 minuti per le ossa

Il cuore dello studio è il protocollo Osteostrong®, un programma settimanale di soli 10 minuti di esercizio fisico ad alto carico osteogenico ma a basso impatto articolare, realizzato tramite dispositivi brevettati (Spectrum®) in grado di generare forze multiple del peso corporeo in sicurezza. Il carico meccanico viene applicato in quattro stazioni (Upper, Lower, Postural e Core GT), coinvolgendo diversi distretti dello scheletro assile e appendicolare. L’elemento innovativo è la combinazione tra alta intensità (in termini di carico meccanico) e bassissimo rischio traumatologico.

Lo studio clinico: disegno e popolazione

Il trial, condotto presso l’Università di Atene, ha coinvolto 147 donne in postmenopausa affette da osteoporosi. Le partecipanti sono state suddivise in quattro gruppi:

  • G1: Osteostrong senza terapia farmacologica
  • G2: Osteostrong più farmaci anti-riassorbitivi
  • G3: controllo senza trattamento
  • G4: solo trattamento farmacologico

Tutte sono state sottoposte a DXA e TBS all’inizio e dopo 12 mesi. L’endpoint primario era la variazione di BMD in sede lombare e femorale; secondario, la variazione del trabecular bone score (TBS).

Risultati principali: miglioramenti significativi

L’intervento Osteostrong ha prodotto risultati clinicamente e statisticamente significativi:

  • BMD lombare (L1-L4): aumentata in G1 (p=0,0039), G2 (p<0,001) e G4 (p=0,0059)
  • TBS: migliorato in G2 (p=0,0078), indicando un miglioramento della microarchitettura
  • BMD collo femorale e femore totale: incrementi significativi in G1, G2 e G4

Da notare che nel gruppo G3, privo di qualsiasi intervento, i parametri ossei sono lievemente peggiorati, pur senza significatività statistica.

Sicurezza e aderenza

Nessun evento avverso grave è stato segnalato. Solo 13 partecipanti hanno lamentato dolore articolare transitorio, e 3 hanno abbandonato lo studio. Nessuna frattura o lesione muscolo-tendinea è stata rilevata. Questo dato è particolarmente rilevante in un contesto come l’osteoporosi, dove la paura di fratture da esercizio rappresenta una barriera frequente all’aderenza.

Effetto sinergico con i farmaci

I dati suggeriscono che l’intervento Osteostrong ha un effetto additivo o sinergico con le terapie anti-riassorbitivi (come denosumab e bisfosfonati), potenziando i benefici su BMD e TBS rispetto alla monoterapia farmacologica. Questo punto rafforza l’idea di un approccio integrato, dove esercizio e farmaco non si escludono ma si completano.

Implicazioni cliniche

L’efficacia del carico osteogenico ad alta intensità settimanale sfida l’idea tradizionale che l’esercizio per l’osteoporosi debba essere quotidiano e a basso impatto. Lo studio indica che una breve esposizione settimanale a forze elevate, purché calibrata e controllata, può stimolare in modo significativo il rimodellamento osseo. In un momento storico in cui l’aderenza terapeutica è un nodo critico, la semplicità e la brevità del protocollo rappresentano un valore aggiunto.

Prospettive future

Sebbene servano ulteriori conferme, i risultati di questo studio aprono a nuove riflessioni sulla personalizzazione dell’esercizio in osteoporosi. Osteostrong, integrabile con le terapie in uso e adatto anche a pazienti fragili, potrebbe trovare applicazione non solo nella prevenzione secondaria delle fratture, ma anche come strumento di mantenimento dopo il picco farmacologico.

L’intervento Osteostrong si afferma come una promettente opzione non farmacologica per il trattamento dell’osteoporosi postmenopausale, efficace, sicura e ben tollerata. Con un impatto positivo dimostrato su BMD e TBS, potrebbe rappresentare un elemento chiave nelle future linee guida per la gestione integrata della salute ossea.

Lo studio

Nektaria Papadopoulou–Marketou, Anna Papageorgiou, Nikolaos Marketos, Panagiotis Tsiamyrtzis, Georgios Vavetsis, George P Chrousos, Effective Brief, Low-impact, High-intensity Osteogenic Loading in Postmenopausal OsteoporosisThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025.

Un’oncologia davvero per tutti

Nonostante i progressi normativi e sociali degli ultimi anni, le persone transgender e gender-diverse (TGD) continuano a incontrare barriere significative nell’accesso alle cure. In oncologia, queste disuguaglianze si traducono in diagnosi tardive, scarsa aderenza agli screening, protocolli clinici non adattati e un senso diffuso di esclusione. La letteratura scientifica ha ormai consolidato l’evidenza che il rischio oncologico nella popolazione TGD può essere aumentato da fattori biologici, psicosociali e di esposizione ambientale, ma i percorsi di prevenzione e cura raramente ne tengono conto.

Il progetto Pavia-Milano: da paradigma a piano d’azione

A partire da questa constatazione, il documento “Turning Lessons into Action: Building an Inclusive Oncology Care for Transgender and Gender-Diverse People – Pavia & Milano Framework“, firmato da un ampio gruppo multidisciplinare di professionisti della sanità, accademici e rappresentanti delle associazioni, propone una strategia articolata per rendere l’oncologia un territorio più equo e sicuro anche per le persone TGD.

Il modello si sviluppa attorno a cinque pilastri operativi:

  1. Ripensare la comunicazione sanitaria, con un linguaggio rispettoso e consapevole dell’identità di genere.

  2. Riformare la formazione del personale sanitario, per superare bias impliciti e pregiudizi.

  3. Adeguare gli screening oncologici, integrando protocolli personalizzati per la popolazione TGD.

  4. Valorizzare il ruolo delle figure infermieristiche, in prima linea nella relazione di cura.

  5. Costruire alleanze interistituzionali, per promuovere un cambiamento sistemico.

Comunicare inclusivamente: il potere delle parole

Un primo fronte di intervento riguarda la comunicazione. Gli ambienti sanitari spesso perpetuano, anche involontariamente, stereotipi che alimentano la marginalizzazione. Il framework invita a promuovere una comunicazione attenta all’identità dichiarata dal paziente, all’uso corretto dei pronomi e a una modulazione del linguaggio clinico che non rinforzi binarismi o presunzioni cisnormative. La presenza di materiale informativo inclusivo, visibile nelle strutture sanitarie, è indicata come leva importante per creare un contesto accogliente.

Formare per curare meglio

Un secondo punto essenziale è la formazione. Il documento segnala la mancanza strutturale, nei percorsi universitari e di aggiornamento, di moduli specifici sulle tematiche LGBTQIA+. Questo deficit formativo si traduce in una scarsa preparazione da parte di molti professionisti nell’approccio a pazienti TGD, con conseguenze concrete sulla qualità della relazione di cura e sulla fiducia reciproca. Il framework propone di integrare nella formazione contenuti multidisciplinari che includano aspetti medici, psicologici, sociali e legali.

Screening oncologici su misura

Uno degli aspetti più critici riguarda gli screening. La letteratura e l’esperienza clinica evidenziano che i protocolli standard possono non essere adeguati per la popolazione TGD, specialmente in presenza di transizioni medico-chirurgiche. Il documento propone un approccio personalizzato basato sul principio di “anatomia rilevante”, che tenga conto della storia medica e dei trattamenti ormonali e chirurgici effettuati. Per esempio, è essenziale continuare a proporre il Pap test alle persone transmaschili con cervice uterina o monitorare il rischio di tumore mammario nelle donne transgender in terapia ormonale.

L’infermiere inclusivo: un presidio di umanità

Il ruolo degli infermieri è valorizzato come cardine della presa in carico. Il documento presenta, tra gli altri, l’esempio virtuoso dell’Unità di Ginecologia del Policlinico San Matteo di Pavia, dove il personale infermieristico ha codificato un processo di supporto per i pazienti in transizione female-to-male. Questo percorso include accoglienza attiva, utilizzo del nome scelto, ascolto delle esigenze specifiche, educazione sanitaria personalizzata e un dialogo costante con le équipe multidisciplinari.

Alleanze strategiche per il cambiamento sistemico

Infine, il framework sottolinea l’importanza di costruire reti tra strutture sanitarie, associazioni, università, istituzioni e pazienti. Solo attraverso un’azione concertata è possibile scardinare abitudini, protocolli e resistenze culturali profondamente radicati. L’esperienza del gruppo di lavoro Pavia-Milano dimostra che il coinvolgimento diretto delle persone TGD nella definizione delle politiche sanitarie può generare soluzioni più efficaci e sostenibili.

Un modello da replicare

Il documento “Turning Lessons into Action” non è solo un appello etico, ma una roadmap operativa. Il modello proposto è scientificamente fondato, culturalmente consapevole e concretamente attuabile. In un’epoca in cui si parla sempre più di medicina personalizzata, non si può ignorare che personalizzare significa anche riconoscere l’identità, le vulnerabilità e i diritti delle persone. Anche in oncologia.

Per il mondo della salute ossea, sempre più attento a coorti fragili e sottodiagnosticate, il messaggio è chiaro: un sistema sanitario giusto è quello che sa prendersi cura di tutti, senza eccezioni.

Fonte

Amelia Barcellini, Chiara Cassani, Anna Maria Mancuso, Giuseppe Antonelli, Claudio Baggini, Laura Beduschi, Elisabetta Bettega, Fabiola Bologna, Daniele Calzavara, Cristina Campiglio, Francesco Celestina, Maria Grazia Colombo, Claudia Roberta Combei, Simone D’Alpaos, Silvia Deandrea, Silvia Desigis, Alessandra Dell’Era, Francesca Dionigi, Cinzia Fasola, Silvia Illari, Bianca Iula, Nicla La Verde, Manuela Nebuloni, Gianmarco Negri, Mara Ravasi, Lorenzo Ruggieri, Raffaela Sartori, Simona Secondino, Maria Silvia Spinelli, Barbara Tagliaferri, Davide Dalu, Laura Deborah Locati, Turning Lessons into Action: Building an Inclusive Oncology Care for Transgender and gender-diverse People– Pavia & Milano framework, Journal of Cancer Policy, 2025, 100621, ISSN 2213-5383.

La vitamina D non funziona allo stesso modo per tutti

La vitamina D non funziona allo stesso modo per tutti: questa constatazione, da tempo osservata nella pratica clinica, trova oggi conferma e spiegazione genetica in uno studio pubblicato nel gennaio 2025 su The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism. Il lavoro ha coinvolto 427 soggetti anziani (età media 73 anni) di diverse etnie, trattati con 2000 UI/die di colecalciferolo per 16 settimane. L’obiettivo: individuare i polimorfismi genetici associati alla risposta biochimica alla supplementazione.

Un trial su misura

Lo studio, denominato INVITe (Individualized Response to Vitamin D Treatment), ha adottato un disegno randomizzato, controllato con placebo e stratificato per etnia. I ricercatori hanno misurato le variazioni nei livelli sierici di 25(OH)D3 (la forma di stoccaggio della vitamina), 1,25(OH)2D3 (la forma attiva) e PTH, concentrandosi sul legame tra queste risposte biochimiche e le varianti genetiche dei partecipanti.

La variabilità genetica conta

L’analisi genomica ha evidenziato almeno otto regioni del genoma associate in modo significativo alla risposta alla vitamina D3. In particolare:

  • Il polimorfismo rs16867276 (regione 2q31, intergenica) è risultato associato a un aumento di +8,37 pg/mL di 1,25(OH)2D3 per allele effetto (P = 4,93E-08), con significatività genome-wide nella metanalisi transetnica.

  • Il polimorfismo rs114044709, adiacente al gene FAM20A, è stato associato a un aumento del PTH (+20,32 pg/mL) nei partecipanti afroamericani.

  • Polimorfismi nei geni SULT2A1 e CYP24A1, coinvolti rispettivamente nella solfatazione e nel catabolismo della vitamina D, sono stati associati alle variazioni di 1,25(OH)2D3 e PTH.

La chiave è nella via metabolica

SULT2A1 è una sulfotransferasi altamente espressa nel fegato e nell’intestino, nota per metabolizzare steroidi e acidi biliari. Studi pregressi avevano ipotizzato un suo ruolo anche nel metabolismo della vitamina D. I nuovi dati lo confermano: i soggetti portatori di una variante intronica (rs2637116) mostravano un incremento di 4,88 pg/mL di 1,25(OH)2D3 in risposta alla supplementazione.

CYP24A1, invece, codifica l’enzima responsabile della degradazione della vitamina D. Una sua variante è risultata correlata a una riduzione minore del PTH, soprattutto nei partecipanti bianchi, suggerendo un ruolo critico nella modulazione del feedback endocrino.

Non solo genetica nota

Sorprendentemente, molti dei loci identificati non erano collegati ai classici geni della via della vitamina D (come CYP2R1, CYP27B1 o VDR). Questo suggerisce l’esistenza di vie metaboliche ancora sconosciute, o di interazioni con altri assi endocrini, come quello tiroideo. È il caso del polimorfismo rs17543143, vicino al gene THRB (recettore della tiroide), associato a un aumento della risposta in 25(OH)D3. Una possibile spiegazione risiede nell’interazione tra recettori nucleari comuni, come RXR, che lega sia il recettore della vitamina D sia quello della tiroide.

Il ruolo del background etnico

Le associazioni genetiche mostravano una forte eterogeneità etnica. Alcuni polimorfismi erano significativi solo in sottogruppi specifici (ad esempio afroamericani o caucasici), confermando quanto il patrimonio genetico individuale – e non solo lo stile di vita o l’aderenza terapeutica – influenzi l’efficacia della supplementazione.

I risultati evidenziano anche i limiti dei test genomici “pan-razza”: alcune varianti erano presenti solo in specifici gruppi etnici, con frequenze alleliche differenti. Questo rafforza l’importanza di includere popolazioni etnicamente diverse negli studi clinici.

Implicazioni per la salute ossea

La vitamina D3 è un presidio fondamentale nella prevenzione e trattamento dell’osteoporosi, soprattutto postmenopausale. Tuttavia, la risposta biologica varia ampiamente tra i pazienti. Questo studio indica che la farmacogenomica potrebbe, in futuro, guidare un approccio più personalizzato alla terapia con vitamina D. Non tutti i pazienti traggono lo stesso beneficio, e una “one size fits all” potrebbe non essere più accettabile nella pratica clinica.

Cosa ci insegna lo studio MESA INVITe?

  1. La risposta biochimica alla vitamina D3 è fortemente eterogenea.

  2. Varianti genetiche non canoniche possono influenzare la sintesi e l’attività della vitamina D.

  3. I classici indicatori di status vitaminico (come 25(OH)D3) potrebbero non riflettere tutta la complessità della risposta individuale.

  4. La stratificazione etnica è fondamentale nella ricerca, ma va accompagnata da approcci più raffinati come l’analisi dei polimorfismi e dei polygenic risk score (PRS).

Conclusioni e prospettive

Lo studio MESA INVITe apre scenari promettenti nella medicina personalizzata. Se validati in coorti più ampie e con follow-up più lunghi, questi risultati potrebbero rivoluzionare la gestione dell’ipovitaminosi D e dei suoi effetti sul metabolismo osseo. L’uso clinico di test genetici predittivi, al momento ancora prematuro, potrebbe in futuro orientare dosaggi, formulazioni e target terapeutici più efficaci.

In un’epoca in cui l’integrazione è spesso autoprescritta e non monitorata, comprendere perché un paziente risponde e un altro no alla stessa dose di vitamina D3 è un passo decisivo verso una supplementazione più intelligente, basata non su linee guida generiche ma sul genoma di ciascuno di noi.

Lo studio

Cora M Best, Xiaohui Li, Jerome I Rotter, David K Prince, Simon Hsu, Andrew N Hoofnagle, David Siscovick, Kent D Taylor, Kayleen Williams, Erin D Michos, Bruce M Psaty, Steven Shea, Kenneth M Rice, Karol E Watson, Norrina B Allen, Russell P Tracy, Cassianne Robinson-Cohen, Ian H de Boer, Bryan R Kestenbaum, Genetic Variants Associated With the Biochemical Response to Vitamin D3 in the Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis, The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025;, dgaf025.