Home Blog Page 39

Le fluvastatine nella prevenzione dell’osteonecrosi mascellare

L’osteonecrosi mascellare farmaco relata (medication-related osteonecrosis of the jaw, MRONJ) è un fenomeno ancora poco conosciuto e tuttavia molto comune nei pazienti in trattamento con denosumab e bisfosfonati che si sottopongono ad interventi odontoiatrici. Ad oggi esistono solo terapie che cercano di mitigarne i sintomi, come l’uso di antibiotici.

Nello studio condotto dal gruppo di Adachi pubblicato su Nature viene ipotizzato che l’utilizzo delle fluvastatine potrebbe combattere l’insorgenza di questa malattia grazie alla loro azione antimicrobica, promuovendo allo stesso tempo il riparo del tessuto osseo e di quello gengivale.

Un efficace scudo contro l’osteonecrosi mascellare farmaco-relata

Nel modello murino sviluppato nel corso dello studio, creato mediante la somministrazione di farmaci come i bisfosfonati e denosumab e sottoposti ad estrazione dentaria, il trattamento con fluvastatina ha portato ad una rimarginazione del tessuto epiteliale e di quello connettivo senza provocare infiammazione o tessuto necrotico.

Sono state utilizzate diverse concentrazioni di farmaco: 0,1 mg/kg, 1 mg/kg e 10 mg/kg. Nel corso degli esperimenti, solo il trattamento con 10 mg/kg ha portato ad una prevenzione completa ed efficace dell’osteonecrosi della mascella, sebbene si siano riscontrati risultati promettenti anche con la somministrazione di 1 mg/kg. Si notato inoltre che, nei modelli murini trattati con fluvastatina, l’area necrotica era più ristretta rispetto ai campioni prelevati dal gruppo non trattato.

La ragione di questo effetto protettivo andrebbe ricercata nella capacità delle fluvastatine di aumentare la proliferazione delle cellule epiteliali e dei fibroblasti, inducendo contemporaneamente la differenziazione degli osteoblasti e della proteina morfogenica dell’osso (bone morphogenetic protein-252, BMP-2). Oltre a queste importanti proprietà, alcuni recenti studi suggeriscono inoltre che le fluvastatine possiedano un’interessante azione antimicrobica.

Una nuova possibile scelta per la terapia e la prevenzione dell’osteonecrosi

L’insorgenza dell’osteonecrosi è una problematica molto comune nei pazienti affetti da patologie che comportano l’indebolimento del tessuto osseo (ad es. l’osteoporosi) e che sono in trattamento con farmaci come i bisfosfonati e anticorpi monoclonali specifici (come denosumab).

Quanto riportato dal gruppo di Adachi, se confermato nel corso di studi clinici sull’essere umano, risulta essere particolarmente importate per questa categoria di pazienti. Infatti, esso permetterebbe di mitigare, se non prevenire del tutto, quello che è uno degli effetti collaterali più complicati da gestire per quanto riguarda questo trattamento farmacologico.

 

Fonte: Adachi N, Ayukawa Y, Yasunami N, Furuhashi A, Imai M, Sanda K, Atsuta I, Koyano K. Preventive effect of fluvastatin on the development of medication-related osteonecrosis of the jaw. Sci Rep. 2020 Mar 27;10(1):5620. doi: 10.1038/s41598-020-61724-6. PMID: 32221325; PMCID: PMC7101417.

Stress ossidativo e osteoporosi

Lo stress ossidativo sembra essere coinvolto nel processo scatenante dell’osteoporosi, ma ad oggi non è stato ancora possibile ottenere una visione completa dei reali effetti di questo processo nello sviluppo della patologia.

Un gruppo di ricercatori ha condotto una metanalisi volta a comprendere il maggior numero possibile di studi clinici focalizzati sul ruolo dello stress ossidativo nell’osteoporosi, rilevando che il ruolo di questo fenomeno è tutt’altro che secondario nella predisposizione alla malattia.

Una ricerca meticolosa nei precedenti studi

La metanalisi ha preso in considerazione 36 studi clinici i quali, nel complesso, hanno coinvolto più di 5000 soggetti e di cui più di 2000 erano donne affette da osteoporosi post-menopausa. Gli studi sono stati individuati mediante ricerca sulle principali banche dati (PubMed, EMBASE e Web of Science) e selezionati mediante l’utilizzo di criteri ben specifici come:

  1. L’inclusione nello studio di donne a cui è stata diagnosticata osteoporosi post-menopausa.
  2. Studi nei quali la diagnosi di osteoporosi post-menopausa fosse in rispetto delle ultime Linee Guida dell’Organizzazione Mondiale della Salute (World Health Organization, WHO).
  3. L’analisi di biomarcatori legati all’osteoporosi post-menopausa, trai i quali lo stato ossidativo totale (total oxidant status, TOS), il potenziale antiossidante totale (total antioxidant power, TAP), l’indice di stress ossidativo (oxidative stress index, OSI) e altri.

La correlazione fra l’osteoporosi e i livelli di stress ossidativo

Una volta analizzati, i risultati della ricerca hanno permesso di evidenziare un aumento dei valori di OSI, malondialdeide (MDA), dei prodotti proteici dell’ossidazione tardiva (advanced oxidation protein products, AOPP) e della vitamina B12. Allo stesso tempo, sono stati rilevati livelli ridotti del TAP, dello stato anti-ossidativo totale (total antioxidative status, TAS), acido urico e folato.

Nel corso dello studio sono stati analizzati anche i tre principali enzimi che concorrono al mantenimento dei livelli delle specie reattive dell’ossigeno (reactive oxygen species, ROS), quali la superossido dismutasi (superoxide dismutase, SOD), catalasi e la glutatione perossidasi (glutathione peroxidase, GPx). Sia l’attività delle catalasi che quella delle GPx era aumentata nei pazienti con osteoporosi post-menopausa, mentre i livelli sierici di SOD non hanno mostrato cambiamenti significativi.

Sono stati valutati anche i livelli di MDA, AOPP e acido urico. I primi due sono risultati essere più elevati nei pazienti con osteoporosi, mentre quelli dell’acido urico erano più bassi del normale. È stato ipotizzato in diversi studi che l’acido urico sia coinvolto nei processi antiossidanti e potrebbe avere un ruolo nel recupero osseo da traumi e fratture proprio per questa sua peculiarità. Questo spiegherebbe il perché siano stati riscontrati bassi livelli di acido urico rispetto alla norma nel gruppo di pazienti con osteoporosi.

Essendo coinvolti infine anche fattori nutrizionali nella predisposizione dei soggetti anziani allo sviluppo dell’osteoporosi post-menopausa, nell’analisi sono stati studiati anche i valori di omocisteina (homocysteine, hcy), vitamina B12 e folati. Sebbene non siano stati rilevati livelli significativamente elevati per l’omocisteina, è stato invece riscontrato un livello piuttosto basso di folati e uno elevato di vitamina B12 nel gruppo dei pazienti affetti dalla patologia.

I parametri dell’ossidazione come nuovo possibile elemento per la prevenzione dell’osteoporosi

I risultati riportati nella pubblicazione mostrano come il bilanciamento tra i fattori ossidanti e quelli antiossidanti potrebbero essere utilizzati nella pratica clinica non solo come metodo diagnostico per la patologia, ma anche come utile strumento per la prevenzione efficace della malattia. In questo modo, sarebbe possibile non solo evitare un carico importante sul sistema sanitario nazionale derivato dalla gestione dei pazienti con osteoporosi post-menopausa, ma porterebbe anche ad una nuova strategia nel trattamento dei pazienti affetti dalla malattia.

Fonte:

Zhao F, Guo L, Wang X, Zhang Y. Correlation of oxidative stress-related biomarkers with postmenopausal osteoporosis: a systematic review and meta-analysis. Arch Osteoporos. 2021 Jan 5;16(1):4. doi: 10.1007/s11657-020-00854-w. PMID: 33400044.

BoneHealth | Il giornale del metabolismo osseo marzo 2021

Il giornale del metabolismo osseo informa e aggiorna medici e operatori sanitari in tema di metabolismo osseo in chiave multidisciplinare.
Questa è l’uscita di marzo 2021.

Lo stato nutrizionale e il peso corporeo influiscono sul metabolismo osseo?

Nel corso di uno studio clinico condotto in Brasile si è voluto osservare come la densità minerale ossea (Bone Mineral Density, BMD) e, in generale, il metabolismo osseo potevano essere influenzate dallo stato nutrizionale e la composizione corporea. Si visto come in individui dai 60 anni in su, sia sani che affetti da osteopenia/osteoporosi, l’aumento del peso corporeo, insieme alla percentuale di grasso corporeo (&BF) e alla circonferenza addominale (AC) influenzino positivamente il metabolismo osseo.

Il target scelto per lo studio sul peso corporeo e metabolismo osseo

I partecipanti di questa particolare analisi presentavano un’età media di circa 67 anni e sono stati suddivisi in due gruppi diversi. Un ramo era composto da soggetti sani con un normale livello di BMD, mentre nell’altro erano presenti pazienti affetti da osteopenia/osteoporosi. Su tutti sono stati rilevati diversi valori antropometrici riguardanti il loro stato nutrizionale, come ad esempio la concentrazione sierica di 25-idrossi-colecalciferolo [25(OH)-D], la %BF e l’AC.

Il ruolo giocato dal grasso corporeo nei confronti del BMD

Analizzando i risultati dello studio, si è notato come la maggior parte dei soggetti con un valore normale di BMD presentassero anche valori sopra la media rispetto alla %BF e alla AC, suggerendo che queste siano coinvolte nel mantenimento di un buon metabolismo osseo e che il peso corporeo possa stimolare meccanicamente le ossa a produrre elementi che ne migliorino l’integrità (quali ad esempio gli osteoblasti).
Inoltre, l’aumento degli adipociti potrebbe inoltre essere correlato all’aumento della produzione degli ormoni sessuali, i quali agirebbero come inibitori del riassorbimento osseo. L’abbassamento dei casi di frattura tra gli individui sovrappeso o obesi confermerebbe anche l’azione “cuscinetto” che il tessuto adiposo avrebbe nei confronti delle ossa dei fianchi e della colonna vertebrale.
Nel cercare un collegamento tra i marcatori del metabolismo osseo, la composizione corporea e la densità ossea, si è visto come i valori più elevati di 25(OH)-D fossero presenti negli individui in sovrappeso e non affetti da osteopenia od osteoporosi.

Le riserve di grasso come scudo contro i danni dell’osteoporosi

L’invecchiamento è un fenomeno complesso che produce cambiamenti importanti anche a livello ormonale, scatenando l’insorgenza di patologie che coinvolgono anche la robustezza ossea, come nel caso dell’osteoporosi. Le scoperte elencate fino a questo momento evidenziano come il mantenimento di una certa percentuale di grasso corporeo nei soggetti anziani a rischio di osteoporosi potrebbe aiutarli a mantenere un buono stato di salute, caratterizzato da livelli di BMD e di 25(OH)-D ottimali e una protezione da urti che potrebbero altrimenti comprometterne l’integrità della microarchitettura ossea.

Fonte

Lins Vieira NF, da Silva Nascimento J, do Nascimento CQ, Barros Neto JA, Oliveira Dos Santo ACS. Association between Bone Mineral Density and Nutritional Status, Body Composition and Bone Metabolism in Older Adults. J Nutr Health Aging. 2021;25(1):71-76. doi: 10.1007/s12603-020-1452-y. PMID: 33367465.

Come il Covid-19 ha cambiato il percorso terapeutico dell’osteoporosi

0

Il Covid-19 ha sconvolto il sistema sanitario di molti Paesi, andando a riscrivere le regole di approccio alle terapie (inclusa quelle per l’osteoporosi) e le modalità con cui i pazienti interagiscono con i loro medici curanti. Uno studio ha provato a mettere in luce questi cambiamenti, evidenziando come l’aumentato dei consulti di telemedicina e l’affidarsi a referti elettronici vada di pari passo con un forte impatto sul sistema dovuto ai rimborsi delle prestazioni, un ritardo dei test eseguiti con assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA) e una diminuzione delle somministrazioni dei trattamenti per via parenterale.

Uno sondaggio internazionale

Lo studio prevedeva l’invio di un sondaggio ai membri della International Osteoporosis Foundation (IOF) e della National Osteoporosis Foundation (NOF) il cui scopo era quello di verificare le modalità di trattamento e gestione dei pazienti affetti da osteoporosi.

Sono stati coinvolti 209 partecipanti, per la maggior parte specialisti provenienti da 53 Paesi diversi (Tra cui diversi Paesi europei, americani, medio-orientali e del Sud-Est asiatico. Una buona percentuale di loro (circa il 40%) era rappresentata da specialisti in reumatologia, mentre il resto era composto da endocrinologi, ortopedici e in minor parte da altre figure coinvolte nelle terapie dei pazienti con osteoporosi.

Un impatto che ha cambiato profondamente le dinamiche di approccio al paziente

In base ai risultati ottenuti dal sondaggio, quasi 1/3 degli intervistati ha fatto ricorso ad un consulto tramite telefonata e circa 1/5 ha preferito utilizzare una videochiamata per portarlo a termine, affermando di aver avuto più di 20 appuntamenti di telemedicina alla settimana.

Da notare come la maggior parte degli intervistati ha riportato un ritardo nell’esecuzione della DXA e di come circa l’11% sia stato costretto ad utilizzare strumenti di valutazione del rischio di fratture senza potersi avvalere di tecniche di misurazione della densità minerale ossea (Bone Mineral Density, BMD).

Inoltre, si è visto come in molti paesi c’è stato un impatto considerevole sulle dinamiche di rimborso delle prestazioni mediche, dovute principalmente al cambiamento nel numero e nella tipologia delle visite ai pazienti. Tuttavia, non è ancora chiaro se e come questo potrà influenzare l’offerta dei servizi disposti per i pazienti con osteoporosi e la loro sostenibilità per i vari servizi sanitari nazionali.

Un aiuto dalla tecnologia che non è sempre efficace

È sorprendente notare come la maggior parte dei partecipanti abbia affermato come l’ausilio delle cartelle cliniche elettroniche abbia giovato poco alla capacità di gestione del tempo degli specialisti rispetto a quanto visto nel periodo pre-pandemico. Alcuni di loro affermano che i tempi di gestione si siano addirittura allungati, indicando tra le cause di questo cambiamento alcuni problemi tecnici legati alla rete internet, la difficoltà nel compilare la nuova documentazione e l’aumentata complessità del flusso di lavoro.

Problematiche importanti nella somministrazione delle terapie

È emerso anche come, nel corso della pandemia da Covid-19, la disponibilità delle scorte mediche all’interno delle strutture fosse compromessa a causa dei ben noti problemi logistici, inficiando la capacità di garantire la periodicità dei trattamenti terapeutici per i pazienti con osteoporosi.

Circa 1/5 degli intervistati dichiara infatti di essere stato costretto a ritardare la somministrazione delle cure ai suoi pazienti, mentre il 13% ha dovuto indirizzare il proprio paziente verso farmaci orali (facili da assumere in maniera autonoma) pur di poter continuare il trattamento della patologia.

Lo scenario mostrato dallo studio suggerisce come la pandemia da Covid-19 abbia sconvolto le dinamiche tradizionali non solo della vita quotidiana di molte persone ma anche di quella degli specialisti, alle prese con problematiche del tutto nuove che coinvolgono direttamente i loro pazienti affetti da osteoporosi. È probabile che, se la situazione non verrà gestita in maniera adeguata, si assisterà ad un aumento del tasso di fratture nei prossimi anni, con un conseguente aumento delle difficoltà nel gestire questa tipologia di pazienti.

 

Fonte: Fuggle NR, Singer A, Gill C, Patel A, Medeiros A, Mlotek AS, Pierroz DD, Halbout P, Harvey CN, Reginster JY, Cooper C, Greenspan SL. How has COVID-19 affected the treatment of osteoporosis? An IOF-NOF-ESCEO global survey. Osteoporos Int. 2021 Feb 8:1–7. doi: 10.1007/s00198-020-05793-3. Epub ahead of print. PMID: 33558957; PMCID: PMC7869913.

Come il bypass gastrico e la gastrectomia verticale parziale alterano il turnover osseo

0

Recentemente si è assistito ad un incremento esponenziale degli interventi di Gastrectomia Verticale Parziale (Sleeve Gastrectomy, SE) e bypass gastrico (specialmente quelle che prevedono la ricostruzione esofago-digiunale su ansa ad Y secondo Roux, RYGB). Nello studio Oseberg, condotto dal team di Hofsø, sono stati analizzati i cambiamenti nella Densità Minerale Ossea (Bone Mineral Density, BMD) e nei livelli di biomarcatori del turnover osseo. Pazienti sottoposti a RYGB sembrerebbero presentare un incremento dei livelli di biomarcatori del turnover rispetto a quelli con SG, suggerendo una maggiore fragilità scheletrica.

Uno studio costruito sui pazienti obesi e con diabete di tipo 2

Lo Studio Oseberg ha avuto come scopo primario quello di analizzare l’eventuale remissione del diabete in pazienti che presentavano obesità conclamata e diabete di tipo 2. Si tratta di uno studio clinico randomizzato, in triplo cieco condotto presso un centro medico specializzato in Norvegia i cui pazienti sono stati divisi in due gruppi: quelli che sono stati sottoposti a SG e quelli sui quali invece è stata effettuato un RYGB.

La fragilità ossea è strettamente connessa all’intervento di bypass

Le differenze nei due tipi di candidati sono state piuttosto marcate. Si è visto infatti che i pazienti sottoposti a bypass gastrico mostravano una diminuzione significativa della Densità Minerale Ossea localizzata (areal Bone Mineral Densisty, aBMD) per quanto riguardava l’anca, il femore e la colonna lombare. Inoltre, i pazienti che hanno ricevuto bypass gastrico presentavano un aumento dei marcatori tipici sia della sintesi del tessuto osseo che del riassorbimento.

Esistono diverse spiegazioni che potrebbero spiegare questo fenomeno. Gli studiosi hanno ipotizzato che la perdita di peso corporeo potrebbe portare ad alleggerimento del carico meccanico sulle ossa, favorendo l’aumento del turnover e perdita del tessuto osseo. I dati però non suggeriscono questa correlazione con la perdita di peso né con l’attività fisica.

Si è pensato quindi il bypass gastrico potesse avere un effetto sul metabolismo, portando a malassorbimento e, di conseguenza, deficit di vitamine e minerali. I ricercatori hanno però notato come i livelli sierici di vitamina D e calcio fossero molto simili tra i due gruppi, costringendoli a scartare l’ipotesi di un coinvolgimento del metabolismo alla base della maggiore fragilità ossea.

Il gruppo ha quindi ipotizzato che l’alterazione degli ormoni a livello del sistema digerente fossero la causa scatenante del cambiamento del turnover. Sia nei pazienti sottoposti a SG che in quelli che hanno ricevuto RYGB i livelli delle incretine, ovvero gli ormoni GLP-1 (Glucagon-Like Peptide 1) e GIP (Gastric Inhibitory Polypeptide), risultavano essere aumentati. Tuttavia, studi su modelli animali hanno dimostrato come l’effetto di questi ormoni favorisca la formazione di tessuto osseo e inibisca invece il riassorbimento, escludendo un loro ruolo nella diminuzione della densità ossea.

Un effetto sul tessuto osseo da tenere a mente

In definitiva, è possibile dire che i risultati pubblicati dal gruppo di Hofsø permettono di comprendere meglio gli effetti che interventi invasivi come la SG e il RYGB hanno sull’organismo nel breve periodo, specialmente sulla compattezza del tessuto osseo. Tuttavia, è evidente come il bypass gastrico abbia un effetto più marcato e porti ad una maggiore fragilità ossea, che espone il paziente ad un rischio maggiore di frattura anche dopo 1 anno dall’intervento. Ulteriori studi sono comunque necessari per comprendere come questi effetti possano influenzare il tessuto osseo sul lungo periodo.

 

Fonte: Hofsø D, Hillestad TOW, Halvorsen E, Fatima F, Johnson LK, Lindberg M, Svanevik M, Sandbu R, Hjelmesæth J. Bone Mineral Density and Turnover After Sleeve Gastrectomy and Gastric Bypass: A Randomized Controlled Trial (Oseberg). J Clin Endocrinol Metab. 2021 Jan 23;106(2):501-511. doi: 10.1210/clinem/dgaa808. PMID: 33150385; PMCID: PMC7823313.

Denosumab nelle malattie croniche del rene: sicurezza ed efficacia

0

Gli effetti a lungo termine sul trattamento con Denosumab, un anticorpo monoclonale che ha come target RANKL (il ligando del recettore attivatore del fattore nucleare κ-B), nei pazienti affetti da Malattia Cronica del Rene (Chronic Kidney Disease, CKD) non sono attualmente noti. Lo studio del gruppo di Broadwell ha dimostrato che in questi pazienti l’utilizzo di Denosumab mostra livelli di sicurezza ed efficacia simili a quelli della popolazione sana.

La popolazione dello studio

Nel corso dello studio sono stati presi in esame i dati di sicurezza ed efficacia di pazienti con CKD lieve o moderata e che erano stati arruolati prima nello studio FREEDOM (della durata di 3 anni) e poi nello studio estensivo (della durata di 7 anni). Tutti i pazienti presentavano un T-score della Densità Minerale Ossea (Bone Mineral Density, BMD) tra -2,5 e -4,0 nell’anca o nella colonna lombare e sono stati trattati con 60 mg di Denosumab ogni 6 mesi.

 

Denosumab risulta efficace…

I risultati dello studio mostrano un interessante livello di efficacia sia nelle donne con un’attività renale normale che in quelle con CKD lieve o moderata. È infatti emerso che la somministrazione di Denosumab portava ad un incremento del BMD e ad una diminuzione del rischio di fratture sia nei 3 anni dello studio FREEDOM che nel successivo periodo esaminato.

Da notare che l’incremento della BMD è risultato essere superiore a quello che viene raggiunto tramite l’assunzione di bisfosfati, classe di farmaci normalmente utilizzati per prevenire il rischio di fratture in donne affette da osteoporosi post-menopausa. Inoltre, il mancato metabolismo di Denosumab per via renale potrebbe rappresentare un’interessante alternativa proprio per i pazienti con disfunzione renale.

È infine molto importate evidenziare che Denosumab non necessita di un adeguamento della dose somministrata, in quanto proprio per questa sua caratteristica non ha un impatto sulla funzione renale e non viene eliminata durante le sessioni di dialisi.

 

… e con un profilo di sicurezza notevole

Solitamente, qualunque trattamento che vada a colpire l’eccessivo riassorbimento osseo scatenato dall’osteoporosi può ridurre i livelli di calcio nel flusso sanguigno. Essendo l’ipocalcemia un effetto avverso ben noto e che può colpire i pazienti in cura con Denosumab, viene spesso prescritta l’assunzione di calcio e vitamina D per contrastare questa evenienza, anche se spesso ciò non è sufficiente a debellare questa controindicazione.

Nello studio post-hoc, come di consueto, è stata prescritta l’assunzione di vitamina D e calcio e si è notato come, nonostante il trattamento, solo l’1% dei pazienti arruolati ha sviluppato ipocalcemia e solo un paziente ha mostrato segni di una versione grave di questo quadro clinico.

Fonte: Broadwell A, Chines A, Ebeling PR, Franek E, Huang S, Smith S, Kendler D, Messina O, Miller PD. Denosumab Safety and Efficacy Among Participants in the FREEDOM Extension Study With Mild to Moderate Chronic Kidney Disease. J Clin Endocrinol Metab. 2021 Jan 23;106(2):397-409. doi: 10.1210/clinem/dgaa851. PMID: 33211870; PMCID: PMC7823314.

Oltre 3500 iscritti al primo congresso di BoneHealth

0

Il primo congresso accreditato annuale promosso da BoneHealth “Approccio integrato alla salute dell’osso, Update 2021” ha contato oltre 3.500 iscritti.

Anche nel 2022 l’evento, fruibile in modalità residenziale, a Milano, o live via web, porterà i partecipanti a confrontarsi sulla necessità di consolidare nella pratica clinica un approccio integrato alla salute dell’osso.

Le varie figure professionali che gravitano attorno alla patologia endocrino-metabolica dello scheletro si alterneranno per rimarcare l’importanza di una gestione multidisciplinare della patologia endocrino-metabolica dello scheletro.

ISCRIVITI AL CONGRESSO

Il programma

Leggi qui il programma dell’evento.

Informazioni pratiche

Il congresso sarà gratuito si svolgerà sabato 2 aprile 2022 in modalità residenziale presso l’Hotel Rosa Grand Milano di Piazza Fontana 3 e in modalità live via web. L’evento sarà poi reso disponibile in modalità FAD dalla piattaforma di formazione ecmclub.org fino al 15 dicembre 2022.

L’evento prevede 10,5 crediti ECM per tutte le figure professionali sanitarie.

Scoliosi idiopatica giovanile, miR-151a-3p possibile biomarcatore

0

Recenti scoperte nel campo dell’epigenetica hanno dimostrato che i microRNA (miRNA) non regolati possono portare all’insorgenza di problematiche ortopediche e alla Scoliosi Idiopatica Giovanile. Lo studio del gruppo di Wang ha mostrato come un particolare miRNA, miR-151a-3p, potrebbe essere utilizzato come biomarker per la forma grave di questa patologia (qui una panoramica dei miRNA più interessanti).

Uno studio incentrato su pazienti con curvatura della colonna vertebrale

La Scoliosi Idiopatica Giovanile è una patologia determinata da fattori genetici il cui ruolo deve ancora essere definito. Ad oggi, l’unica alternativa terapeutica per i pazienti con una forma grave di questa malattia risulta essere l’intervento chirurgico, il quale risulta essere molto complesso e può produrre ripercussioni importanti sul lungo periodo. Per questa ragione, è importate potersi avvalere di validi elementi di screening per individuare precocemente l’insorgere della patologia.

Nello studio condotto da Wang et al., è stata presa in esame una popolazione di candidati composta da pazienti affetti da Scoliosi Idiopatica Giovanile con curvatura della colonna vertebrale grave o di media entità, insieme a dei pazienti sani che fungevano da controllo. È stato effettuato un primo sequenziamento dei campioni di siero alla ricerca dei miRNA e contestualmente sono stati prelevati dei campioni di tessuto osseo dalla colonna vertebrale posteriore.

I pazienti sono stati divisi in due coorti diverse. Una finalizzata al sequenziamento, composta da 10 pazienti AIS (5 gravi e 5 di media entità), l’altra focalizzata alla validazione tramite qPCR, composta da 80 pazienti AIS (40 gravi e 40 medi).

L’analisi dei miRNA

Lo studio condotto sulle sequenze di miRNA recuperate, unita a tecniche di bioinformatica, ha portato all’identificazione della sovra-regolazione di miR-151a-3p come elemento comune a tutti i pazienti con Scoliosi Idiopatica Giovanile. Analisi epigenetiche hanno mostrato che negli osteoblasti i livelli di questo miRNA sono influenzati dal grado di metilazione del promotore. Quando i livelli di metilazione sono bassi, si osserva un aumento delle concentrazioni di miR-151a-3p che sembra essere strettamente connesso all’aggravamento della curvatura della colonna vertebrale nei pazienti AIS.

Il rapporto tra miR-151a-3p e GREM-1

Gremlin-1 (GREM-1), una proteina coinvolta nell’omeostasi del tessuto osseo, ha tra le altre funzioni quella di inibire la proteina BMP-2, che promuove la differenziazione delle cellule staminali mesenchimali (MSC) in cellule del tessuto osseo. Dato che GREM-1 è a sua volta indotto da alti livelli di BMP-2, il bilanciamento delle concentrazioni di queste due proteine risulta essere particolarmente importanti nell’omeostasi del tessuto osseo.

Durante lo studio sembrerebbe che miR-151a-3p abbia la capacità di inibire l’espressione di GREM-1 negli osteoblasti, favorendo l’azione di BMP-2 e il conseguente deregolazione dell’omeostasi.

miR-151a-3p come nuovo possibile biomarcatore nella scoliosi idiopatica giovanile

Alla luce di questo studio, sembrerebbe che, nella continua ricerca di nuovi ed efficaci biomarcatori, miR-151a-3p sia il candidato ideale e potrebbe aiutare ad effettuare una diagnosi precisa e soprattutto precoce della scoliosi idiopatica giovanile.

Sebbene ulteriori studi siano necessari per comprendere meglio la patogenesi di questa malattia, sembrerebbe che i livelli di metilazione di miR-151a-3p, insieme alla sua interazione con GREM-1, possano aiutare a fare luce su questo meccanismo.

 

Wang Y, Zhang H, Yang G, Xiao L, Li J, Guo C. Dysregulated Bone Metabolism Is Related to High Expression of miR-151a-3p in Severe Adolescent Idiopathic Scoliosis. Biomed Res Int. 2020 Sep 26;2020:4243015. doi: 10.1155/2020/4243015. PMID: 33029507; PMCID: PMC7537684.

Ruolo nascosto dei mastociti nelle patologie dell’osso

Che ruolo hanno i mastociti nelle patologie dell’osso? Una review affronta il tema.

Mastociti e patologie dell’osso. Focus su osteoporosi

L’osteoporosi (le cui Linee Guida sono state recentemente aggiornate) è una patologia del tessuto osseo caratterizzata dal deterioramento della microarchitettura dell’osso e una conseguente diminuzione della massa ossea dovuta principalmente allo sbilanciamento dell’attività degli osteoclasti e degli osteoblasti.

Sembrerebbe che i mastociti abbiano un ruolo all’interno del peggioramento di questa malattia in quanto sono stati trovati alte concentrazioni di questo tipo cellulare in pazienti con perdita di tessuto osseo. Il gruppo del prof. Fallon ha scoperto infatti che la concentrazione delle MC era maggiore nelle biopsie della cresta iliaca di donne in post-menopausa affette da osteoporosi rispetto a donne e uomini sani.

È interessante notare come il trattamento con calcio e prometazina (la cui attività inibisce la funzione del recettore H1 dell’istamina) aumentava considerevolmente la massa osseo in questi pazienti.

Inoltre, esperimenti condotti dal gruppo guidato dal prof. Ragipoglu hanno mostrato come modelli murini Mcpt-5 Cre R-DTA (nei quali mancano i corrispettivi murini delle MC) sembrerebbero essere protetti dalla perdita della massa ossea una volta che vengono sottoposti a ovariectomia (con conseguente perdita di estrogeni, condizione che favorisce l’osteoporosi). In questi topi, infatti, il numero e l’attività degli osteoclasti sembrerebbe essere invariato se rapportato con quelle di un esemplare sano.

Il gruppo ha anche approfondito in esperimenti in vitro come il livello degli estrogeni influenzi direttamente l’attività dei mastociti. Si è notato che, anche sotto stimolazione da parte di proteine del complemento (in particolare l’anafilassotossina C5a, che stimola la degranulazione), i mastociti non favorivano la formazione di nuovi osteoclasti quando erano presenti normali livelli di estrogeni. Viceversa, in mancanza degli estrogeni, i livelli di osteoclasti risultavano essere aumentati.

Questa interazione tra mastociti ed estrogeni è suggerita anche dalla presenza del recettore degli estrogeni (ER) sulla superficie dei mastociti, ed è stato confermato da più studi che gli estrogeni riescono ad influenzare la migrazione, la degranulazione e il rilascio delle citochine tipiche di questo tipo cellulare. Da notare tuttavia che questa influenza varia a seconda del tipo di tessuto nel quale risiedono le MC.

È interessante notare come un difetto nella massa ossea sia presente in patologie caratterizzate dalla presenza di un alto numero di mastociti. La Mastocitosi Sistemica (SM) è caratterizzata da mutazione con guadagno di funzione che colpisce la proteina SCF/c-Kit, attivando questo recettore in maniera costitutiva. Vengono quindi stimolate la proliferazione, la maturazione, la sopravvivenza e l’attività delle MC.

Il gruppo del prof. Seitz ha individuato un incremento degli osteoblasti e degli osteoclasti nei pazienti affetti da SM, suggerendo che in questi pazienti è presente un turnover osseo piuttosto marcato. Il gruppo fa però notare come vengano alterati anche altre vie di segnalazione che potrebbero contribuire a questo stato.

Mastociti e patologie dell’osso. Focus su artrite reumatoide

L’artrite reumatoide (RA) (per la quale è stato recentemente approvato un nuovo farmaco da parte della Commissione Europea) è una patologia autoimmune che affligge circa l’1% della popolazione mondiale ed è caratterizzata da un’infiammazione cronica delle giunzioni. La risposta infiammatoria non controllata porta alla formazione di strutture callose che portano sia alla distruzione della cartilagine che all’erosione del tessuto osseo.

Alcuni studi hanno osservato una forte correlazione tra la conta dei mastociti e la progressione della patologia. Inoltre, alcuni mediatori delle MC (ad es. istamina e triptasi) risultavano essere particolarmente aumentati nei tessuti sinoviali di pazienti affetti da RA.

Da non sottovalutare inoltre come altri mediatori delle MC (ad es. istamina, TNF-α, IL-6, IL-11 e interferon gamma, IFN-γ) possiedano la capacità di potenziare l’attività degli osteoclasti, contribuendo così all’erosione del tessuto osseo nei pazienti con artrite reumatoide.

Analogamente a quanto visto nei pazienti RA, anche in una malattia come l’Osteoartrosi (OA) i mastociti sembrano ricoprire un ruolo importate. In questa malattia assistiamo ad un progressivo logoramento delle giunzioni dovuta spesso a carichi eccessivi o traumi e sostenuto da un processo infiammatorio continuo.

In questi pazienti si è notato un elevato numero di mastociti all’interno dei tessuti sinoviali con conseguente aumento di istamina e triptasi. In modelli murini in cui questa popolazione cellulare è assente o condizioni in cui l’attività delle triptasi è inibita si è visto che l’OA risulta insorgere molto più difficilmente.

Mastociti e patologie dell’osso. Il ruolo nel riparo delle fratture ossee

L’incidenza delle fratture ossee, dovute anche ad una precedente situazione di fragilità, è una problematica che sta via via interessando percentuali sempre maggiori della popolazione generale (qui un rapporto aggiornato sulla situazione attuale e il suo impatto economico).

Il processo che porta al riparo del tessuto osseo comincia con un processo infiammatorio scatenato da una risposta immunitaria acute nella zona della frattura. Questa, infatti, porta alla rottura dei vasi sanguigni e alla formazione dell’ematoma, le cui condizioni sono caratterizzate da ipossia, pH basso e alti livelli di acido lattico e mediatori della risposta infiammatoria che attirano molti tipi cellulari della risposta innata.

Alcuni studi hanno dimostrato che le cellule del sistema immunitario sono fondamentali per il riparo delle fratture, in quanto la loro assenza determina un deficit nel processo di rimarginazione. Anche per le MC sembrerebbe valere lo stesso principio.

Lindholm e il suo gruppo hanno dimostrato infatti che il numero dei mastociti aumenta in corrispondenza del callo osseo che si forma durante il processo di rimarginazione e che, una volta riparato il danno, tendono a diminuire progressivamente.

Anche gli studi condotti da Behrends e i suoi colleghi hanno mostrato che modelli murini KitW-sh/W-sh possiedono un ritardo nella capacità rigenerativa del tessuto osseo che spesso si conclude in un rimodellamento incompleto. È però importante far notare anche in questo caso che la proteina presa in esame, ovvero c-Kit, è presente in molte vie di segnalazione e che quindi altri pathway potrebbero contribuire a questa condizione.

Il gruppo guidato da Ragipoglu ha notato, in topi deficitari delle cellule MC quali Mcpt-5 Cre R-DTA, i livelli delle citochine pro-infiammatori quali IL-6, IL-1β e CXCL1 nell’area del callo osseo in formazione erano ridotti rispetto a topi sani e che lo era anche il numero di neutrofili e macrofagi. Questi risultati fanno pensare che i mastociti abbiano un ruolo nel processo infiammatorio alla base della frattura ossea.

È interessante notare come anche il contenuto osseo dei calli presenti in questo modello murino era piuttosto alto. Ulteriori analisi hanno portato all’individuazione di una diminuita attività degli osteoclasti, come pure del loro numero. Questo risultato suggerisce che le MC potrebbero mediare il rimodellamento del callo osseo tramite la modulazione dell’attività degli osteoclasti.

Mastociti e tessuto osseo, un connubio ancora da esplorare

Tutti questi studi dimostrano come la funzione di questa popolazione cellulare all’interno del grande schema dell’omeostasi ossea sia ancora da approfondire. Possiedono sicuramente una funzione importate nella mediazione della risposta immunitaria e nelle risposte infiammatorie, ma sono sempre di più le evidenze che mettono in luce una connessione con l’attività degli osteoclasti e degli osteoblasti, cosa che li rende candidati perfetti per comprendere alcune patologie dell’osso che hanno una base autoimmune. Lo studio sull’interazione tra i mediatori delle MC e il tessuto osseo potrebbe quindi portare alla scoperta di alternative terapeutiche per malattie invalidanti come L’artrite reumatoide e L’osteoartrosi.

Ragipoglu D, Dudeck A, Haffner-Luntzer M, Voss M, Kroner J, Ignatius A, Fischer V. The Role of Mast Cells in Bone Metabolism and Bone Disorders. Front Immunol. 2020 Feb 7;11:163. doi: 10.3389/fimmu.2020.00163. PMID: 32117297; PMCID: PMC7025484.