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Fracture Liaison Service intermediario tra una corretta diagnosi e una terapia efficace

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Nei pazienti affetti da patologie che portano a fragilità ossea, come l’osteoporosi, la malattia è spesso silente e si manifesta solo tramite l’evento fratturativo. Come illustrato Sara Cassibba, specialista ambulatoriale dell’UO di Endocrinologia e Diabetologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, durante il suo intervento al convegno di BoneHealth del 06 marzo scorso, un mancato trattamento delle fratture porta ad un peso considerevole tanto al paziente quanto al sistema sanitario nazionale.

In questo contesto, il lavoro del Fracture Liaison Service potrebbe aiutare ad individuare prontamente quei pazienti che necessitano di un trattamento specifico per la loro fragilità ossea, aiutando a migliorare la loro qualità di vita e alleggerendo il peso finanziario che comporta la gestione di questa tipologia di pazienti.

Le fratture al femore: costi umani e finanziari

Le fratture dovute a fragilità ossea sono infatti quelle che hanno un maggiore impatto tanto sulla salute del paziente, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Un paziente con osteoporosi che ha subito una frattura al femore ha infatti una maggiore mortalità nel periodo immediatamente successivo all’evento (circa il 20% in più ad un anno dalla frattura) e presenta una perdita di autonomia nella deambulazione e nelle attività quotidiane (rispettivamente del 20% e del 40%).

La consapevolezza della perdita dell’autonomia e dell’aumentata fragilità porta l’individuo ad evitare tutte quelle abitudini che erano considerate sicure prima della frattura, portando quindi ad uno sconvolgimento dal punto di vista psicologico che si traduce in una diminuzione della socialità e della qualità della vita.

Non va ignorata neanche la pressione economica che viene esercitata da questo tipo di pazienti. Oltre ai costi immediati per l’ospedalizzazione del paziente con frattura al femore e alla sua successiva riabilitazione vanno infatti considerati anche quelli indiretti dovuti alla perdita di giorni lavorativi che il caregiver dovrà utilizzare per dedicarsi alla cura del paziente con osteoporosi.

In Italia si stima che su una media di 80.000 fratture diagnosticate ogni anno

  • i costi diretti ammontino a più di 1 miliardo (tra interventi, riabilitazione e pensioni di invalidità)
  • i costi indiretti si attestino a circa 1,7 miliardi.

Il ruolo fondamentale del Fracture Liaison Service

Secondo quanto riportato nella pubblicazione OsMED sull’utilizzo dei farmaci anti-osteoporosi utilizzati in Italia, appare chiaro come ci sia un gap tra la presenza di un problema reale e persistente come quello delle fratture femorali e vertebrali dovute a fragilità ossea e l’accesso ad una corretta terapia che possa migliorare lo stato di salute di questi pazienti.

In questo contesto si inserisce la figura del Fracture Liaison Service, solitamente rappresentato da un infermiere che si pone come intermediario tra il paziente e tutte le figure del team multidisciplinare coinvolte nel percorso terapeutico e soprattutto nella prevenzione secondaria della frattura da fragilità.

Il successo portato dall’inserimento di questa figura ha portato associazioni come la Fondazione Internazionale dell’Osteoporosi (International Osteoporosis Foundation, IOF) ad elaborare un programma che possa agire efficacemente nella prevenzione delle fratture da fragilità, nel cui il FLS possa ricoprire un ruolo fondamentale. Questo progetto è chiamato Capture the Fracture e permette al FLS di avere una serie di strumenti per ottimizzare le analisi preliminari e l’implementazione dei progetti di prevenzione.

Oltre a questa iniziativa, l’IOF ha anche diffuso degli indicatori che valutano l’ottimizzazione del lavoro svolto dal FLS. Questi criteri, chiamati Best Practice Framework (BPF), prendono in considerazione diversi parametri come la valutazione del paziente e della frattura, le cause secondarie di osteoporosi, la comunicazione tra gli specialisti del team multidisciplinare, il follow-up del paziente l’archiviazione dei dati nei database competenti.

Un nuovo approccio per la prevenzione delle fratture

È indubbio che il percorso per l’ottimizzazione del lavoro svolto dal FLS sia continuo e non privo di difficoltà, dovute sia all’aspetto clinico che alla struttura organizzativa del sistema sanitario. È tuttavia chiaro che questo nuovo promettente strumento si configura come l’opportunità più valida per il miglioramento delle pratiche di prevenzione delle fratture dovute a malattie come l’osteoporosi, andando a migliorare la prospettiva di vita del paziente e ad alleggerire la pressione sul sistema sanitario nazionale nel suo complesso.

Fonte: Congresso BoneHealth 6 marzo 2021

Relazione tra i trattamenti contro il carcinoma mammario e l’osteoporosi

L’osteoporosi è una patologia che, ad oggi, riguarda più di 200 milioni di persone nel mondo e che va a indebolire la massa ossea generale, esponendo chi ne è affetto ad un rischio maggiore di fratture. Nei pazienti con carcinoma mammario, si è visto come i trattamenti oggi a disposizione possono indurre una diminuzione dei livelli di estrogeni, i quali aiutano a mantenere una buona densità ossea sia nelle donne premenopausa che in quello post-menopausa.

Nella review pubblicata dal dott. Shapiro viene analizzato nel dettaglio il rapporto che intercorre tra queste due patologie, evidenziando gli effetti dei trattamenti attualmente in uso nella pratica clinica e mettendo in risalto l’importanza della prevenzione degli effetti collaterali mediante l’integrazione con la dieta e il supporto farmacologico.

Il contraccolpo delle terapie oncologiche sull’omeostasi ossea

È stato mostrato in diversi studi come ci sia una correlazione tra i livelli di estrogeni e l’attività di diverse popolazioni cellulari presenti nel tessuto osseo, quali osteoclasti, osteoblasti e linfociti T. Questo rapporto non ancora del tutto chiarito, ma sembrerebbe che ad un incremento dei livelli di estrogeni corrisponda un aumento dell’attività degli osteoblasti, mentre una loro diminuzione conduce all’attivazione degli osteoclasti, aumentando il riassorbimento osseo.

Le terapie ad oggi efficaci nel trattamento del carcinoma mammario prevedono la somministrazione di farmaci che diminuiscono le concentrazioni ematiche degli estrogeni, esponendo il paziente alla possibile insorgenza dell’osteoporosi nel caso in cui non siano adeguatamente seguiti. Tra le diverse classi di farmaci utilizzati troviamo il Tamoxifene, appartenente alla classe dei modulatori selettivi del recettore per l’estrogeno (selective estrogen receptor modulators, SERM) il quale sembrerebbe aiutare a contrastare il riassorbimento osseo provocato dalla menopausa.

Agiscono invece in maniera diametralmente opposta tutte le altre categorie di trattamenti, quali ad esempio gli inbitori dell’aromatasi (Aromatase Inhibitors, AI), l’insufficienza ovarica indotta da chemioterapia (chemotherapy-induced ovarian failure, CIOF) e l’uso di ormoni che rilasciano gonadotropine (gonadotropin-releasing hormone, GnRH). In tutte queste si assiste ad una riduzione della massa ossea, particolarmente accentuata nel caso della CIOF o dei GnRH dove, da soli, portano alla diminuzione rispettivamente del 7% e del 7.7% nelle donne in premenopausa.

In particolare, è stato notato come l’uso di GnRH in combinazione con gli AI diminuisca ulteriormente la massa ossea (portando ad una perdita di circa l’11%) e aumenti il rischio di fratture dovute proprio a questa alterazione dell’omeostasi ossea.

 

Il ruolo dello stile di vita nei pazienti oncologici con osteoporosi

Esistono numerosi studi che hanno provato a chiarire come una dieta ricca di calcio e vitamina D possa influire positivamente sullo stato di salute delle ossa di un paziente affetto da osteoporosi. Sebbene ci si interroghi ancora sull’effettivo ruolo protettivo di questi nutrienti nei confronti nei confronti di fratture e indebolimento del tessuto osseo, appare evidente invece che l’assunzione di vitamina D da sola non porti un reale miglioramento delle condizioni dello scheletro.

La situazione cambia nel momento in cui vengono assunti regolarmente quantità aumentate di calcio e vitamina D contemporaneamente. In alcuni studi clinici è stato visto come nelle pazienti oncologiche con diminuita densità ossea (causata dalla somministrazione di AI) l’assunzione di calcio insieme a vitamina D abbia in parte mitigato di questa riduzione. Sebbene non siano stati riscontrati effetti sulla possibilità di prevenire completamente questo evento indotto dalle cure, i principali organi istituzionali (come, ad esempio, la National Osteoporosis Foundation e la National Academy of Sciences) suggeriscono di prescrivere alle donne oltre i 50 anni di età l’assunzione di 1000-1200 mg di calcio (oltre a quanto assunto con la dieta) insieme a 800-1000 UI di vitamina D3 ogni giorno.

L’importanza della scelta della giusta terapia per il paziente oncologico

Da quanto detto, appare chiaro come la scelta del percorso terapeutico per un paziente affetto da carcinoma mammario, momento già di per sé cruciale, debba essere valutato con ancora più attenzione considerando anche le conseguenze che potrebbero ricadere su altri tessuti, come quello osseo.

Per questa ragione le attuali linee guida prevedono, oltre al tipico momento diagnostico rappresentato da uno screening approfondito, anche delle indicazioni per prevenire un possibile danno alla struttura ossea, suggerendo una regolare assunzione di calcio e vitamina D3, oltre che uno stile di vita sano e un’attività fisica quotidiana.

Fonte: Shapiro CL. Osteoporosis: A Long-Term and Late-Effect of Breast Cancer Treatments. Cancers (Basel). 2020 Oct 23;12(11):3094. doi: 10.3390/cancers12113094. PMID: 33114141; PMCID: PMC7690788.

L’epigenetica nel trattamento dell’osteoporosi

L’omeostasi ossea è un fenomeno complesso che si basa sull’equilibrio tra due popolazioni cellulari diverse: gli osteoclasti e gli osteoblasti. L’incremento e la riduzione dell’una o dell’altra popolazione è finemente regolato a livello epigenetico tramite modifiche specifiche dei geni interessati.

In una recente pubblicazione apparsa su Bone, il gruppo di Filomena de Nigris dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli vengono raccolte le più recenti scoperte in questo settore, dalle quali è facile intuire come nel prossimo futuro le terapie per l’osteoporosi potranno basarsi sulla regolazione di questo tanto intricato quanto affascinante fenomeno.

I direttori di orchestra della regolazione del metabolismo osseo

L’analisi dello stato di metilazione ha permesso di identificare 100 geni all’interno dei quali la metilazione delle isole CpG sembra essere correlato all’insorgenza o meno dell’osteoporosi. Tra queste ricordiamo quelli delle fosfoglicoproteine della matrice extracellulare (matrix extracellular phosphoglycoprotein, MEPE), della sclerostina (SOST), del fattore 1 inibente WNT (WNT inhibitory factor 1, WIF1) e di Dickkopf (DDK1).

Inoltre, nei pazienti con osteoporosi, l’ipometilazione del gene di SOST sembrerebbe aumentarne l’espressione, andando a svolgere una funzione inibitoria nei confronti dell’osteogenesi. Anche il fattore di trascrizione RUNX2 ha un’importante funzione regolatoria del tessuto osseo, andando a regolare le cellule mesenchimali staminali dell’osso (bone mesenchymal stem cells, BMSCs) che sono progenitori degli osteoblasti.

L’avvento dei farmaci epigenetici per l’osteoporosi

Esistono diverse molecole che influenzano l’osteogenesi. L’azacitidina (Aza o anche AzadC), ad esempio, è un agente demetilante che influenza l’espressione delle proteine RANKL e di osteoprotegerina (OPG) e favorisce la differenziazione delle cellule staminali del midollo osseo in osteoblasti diminuendo al contempo il riassorbimento osseo.

Anche le sirtuine SIRT1 e SIRT6, appartenenti alla classe delle istone deacetilasi (HDAC), possono aiutare a modificare il metabolismo osseo. Nello specifico, si è visto come agonisti di queste proteine riescano a inibire il riassorbimento osseo deacetilando le proteine della famiglia FoxO, rendendole candidati particolarmente interessanti per il trattamento dei pazienti con osteoporosi che sono stati sottoposti a ovariectomia.

I farmaci attuali e le loro influenze sulle modifiche epigenetiche

Negli studi analizzati dalla review è stato riscontrato come anche le attuali terapie farmacologiche possano influenzare a livello epigenetico i fattori implicati nel metabolismo osseo.

I bisfosfonati, normalmente utilizzati come trattamenti di prima linea, sembrerebbero infatti aumentare i livelli di alcuni miRNA circolanti, come miR-181c-5p e miR-497-5p, che normalmente sono presenti in bassissime concentrazioni nei pazienti osteoporotici.

La stessa cosa accade nei pazienti con osteoporosi in terapia con denosumab, dove si assiste addirittura all’aumento delle concentrazioni di un set di ben 6 miRNA diversi.

Un possibile nuovo strumento diagnostico e terapeutico

Analizzando i dati riportati nella review di de Nigris, appare dunque chiaro che lo sviluppo di farmaci epigenetici (detti anche epi-farmaci), il cui ruolo principale è bersagliare i regolatori epigenetici coinvolti nei processi di osteogenesi, potrebbe portare un reale beneficio ai pazienti con osteoporosi. Ulteriori studi sono senza dubbio necessari, ma tutto fa sperare che le modifiche epigenetiche possano essere prese in esame nella valutazione della strategia farmacologica migliore per il trattamento dei pazienti con grave fragilità ossea.

 

Fonte: de Nigris F, Ruosi C, Colella G, Napoli C. Epigenetic therapies of osteoporosis. Bone. 2021 Jan;142:115680. doi: 10.1016/j.bone.2020.115680. Epub 2020 Oct 6. PMID: 33031975.

Report del convegno di BoneHealth 2021 sull’approccio integrato alla salute dell’osso

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ISCRIVITI AL CONGRESSO 2022

Nella giornata del 6 marzo 2021 ha avuto luogo il primo convegno di MakingLife sull’approccio integrato alla salute dell’osso, nel corso del quale sono state affrontate:

  • problematiche attuali riguardanti la gestione del paziente affetto da fragilità ossea e
  • prospettive future derivanti dall’approccio integrato e multidisciplinare.

Coordinato da Gregorio Guabello, specialista in endocrinologia dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, che in qualità di responsabile scientifico ha introdotto l’evento, il congresso ha visto l’alternarsi di importanti esponenti delle varie discipline coinvolte nel trattamento delle malattie dell’osso.

In questo modo, nel corso di quattro sessioni è stato possibile tracciare un quadro aggiornato delle potenzialità che derivano dall’approccio integrato a patologie complesse come l’osteoporosi, l’osteonecrosi mascellare farmaco-relata e altre importanti malattie ossee.

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Prima sessione

La prima sessione del convegno è stata moderata da Gregorio Guabello, Sabina Corbetta, responsabile del servizio di endocrinologia e diabetologia dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, e da Fabio Massimo Ulivieri, dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Attori nella regolazione endocrina dell’omeostasi calcio-fosforo

Eller-Vanicher dell’UOC di Endocrinologia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda nel corso del suo intervento ha illustrato come le concentrazioni di calcio e di fosforo siano fondamentali nella regolazione del metabolismo osseo. Quando non sono sotto controllo, le fluttuazioni dei valori normali di questi metaboliti porta a condizioni patologiche anche molto severe, motivo per il quale esistono degli appositi sensori che regolano il loro assorbimento e la loro eliminazione.

Mentre nella regolazione del calcio intervengono la vitamina D e il paratormone (PTH), per il fosforo l’attore principale della regolazione risulta essere FGF-23. Questo ormone, prodotto dagli osteoblasti e dagli osteociti, non solo inibisce le concentrazioni di vitamina D ma diminuisce anche l’assorbimento di fosforo a livello intestinale.

Il calcitriolo sembra invece intervenire sia nella regolazione del calcio che in quella del fosforo. Infatti, quando le concentrazioni di queste molecole tendono a diminuire, il calcitriolo aumenta il loro riassorbimento intestinale, aumentandone al contempo le contrazioni ematiche.

Fisiologia dell’osso: modeling e remodeling

Durante il suo contributo, Alessandro Rubinacci del dipartimento di ortopedia del San Raffaele di Milano ha approfondito la funzione del modellamento osseo e del suo rimodellamento (modeling e remodeling). È stato inoltre posto l’accento sulla necessità di differenziare il rimodellamento osseo, processo portato avanti dall’accoppiamento di osteoclasti e osteoblasti, e turnover osseo, che definisce invece la quantità di tessuto osseo rimosso e di nuova formazione.

Molto interessante è stata inoltre la spiegazione del ruolo anabolico che ricoprirebbe l’osteoclasta. In determinate circostanze, questa popolazione cellulare avrebbe la possibilità di stimolare la formazione di un nuovo tessuto osseo. Infine, nuove evidenze scientifiche porterebbero ad ipotizzare un collegamento tra gli osteoclasti e il metabolismo energetico.

Farmaci osteo-metabolitici: anti-riassorbitivi e anabolizzanti

L’intervento di Gherardo Mazziotti del dipartimento di Scienze Biomediche dell’Humanitas ha permesso invece di avere una panoramica sullo stato dell’arte dei farmaci attualmente utilizzati nella pratica clinica per la gestione dei pazienti affetti da osteoporosi, focalizzando l’attenzione su quelli antiriassorbitivi (soprattutto bisfosfonati e denosumab) e anabolici (come, ad esempio, il teriparatide e l’abaloparatide).

La discussione è poi proseguita con un elenco di ottimi spunti di riflessione per identificare il momento migliore per iniziare la terapia farmacologica, analizzando la prevenzione primaria e secondaria, e determinare quale classe di farmaco sia il più adatta a seconda delle condizioni del paziente.

Il ruolo della nutrizione nella prevenzione e terapia dell’osteoporosi post menopausale e senile

Nell’ultimo intervento della prima sessione del convegno, Hellas Cena e Valentina Braschi hanno dato il loro prezioso contributo analizzando il ruolo che la scienza della nutrizione può avere nella gestione del paziente caratterizzato da fragilità ossea.

Tesi principale della loro discussione è stata quella di considerare la valutazione dello stato nutrizionale nel suo insieme, comprendendo un’attenta analisi della storia ponderale, dell’esame antropometrico e della distribuzione adiposa. Tuttavia, l’aspetto fondamentale di questo approccio era la personalizzazione dell’approccio terapeutico, in quanto ogni paziente è sicuramente diverso da un altro per via del suo vissuto e delle sue capacità metaboliche.

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Seconda sessione

La seconda sessione del convegno è stata moderata da Fabrizio Giudici, specialista in Ortopedia e Traumatologia, e da Matteo Longhi, responsabile dell’UO di Reumatologia dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano.

Fratture ossee da fragilità

Nel primo intervento della seconda sessione del congresso, Federico Valli, specialista in Ortopedia e Traumatologia, ha illustrato e approfondito le complicanze dovute alle fratture che coinvolgono il collo del femore (specialmente quelle sottocapitate e pertrocanterica). In questi contesti, l’approccio chirurgico deve necessariamente tenere conto di molte variabili modificabili (come la scelta dell’impianto) e non modificabili (come il tipo di frattura e la qualità dell’osso del paziente).

Altro importate punto dell’intervento è stato quello di porre l’accento sull’approccio multidisciplinare sia nella fase di prevenzione delle fratture che nella loro gestione post-chirurgica, coinvolgendo attori diversi per tutelare la qualità di vita del paziente.

Il punto di vista del bone specialist (fracture liaison services)

La sessione ha poi visto l’utile intervento di Sara Cassibba, specialista ambulatoriale dell’UO di Endocrinologia e Diabetologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che ha posto l’accento sulla frattura del femore e su come questa possa incrinare la qualità della vita del paziente, aumentarne la mortalità e la morbilità e, in ultima analisi, gravare pesantemente sul sistema economico sanitario. I pazienti con frattura del femore sono infatti più esposti ad altri tipi di frattura che, nel 70% dei casi, sono localizzate a livello vertebrale.

Sono stati poi analizzati i dati di questa problematica a livello nazionale, i quali confermano che l’incidenza delle fratture è un tema molto importante le cui conseguenze sono spesso sottovalutate. La figura del Fracture Liaison Service nasce proprio per colmare il gap tra l’importanza di questo problema e la sua diagnosi, cercando di sfruttare le competenze di un team multidisciplinare per prevenire l’insorgenza di fratture secondarie.

Le fratture vertebrali, il punto di vista dell’ortopedico

Grazie all’intervento di Pedro Berjano, direttore della divisione chirurgia vertebrale GSpine endocrinologia dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, è stato possibile approfondire il tema delle fratture vertebrali in pazienti affetti da fragilità ossea. Il sospetto della presenza di questo tipo di fratture dovrebbe nasce nel momento in cui è presente un dolore persistente, specialmente nei pazienti anziani.

Una volta diagnosticata la frattura mediante raggi X o risonanza magnetica, il trattamento dovrebbe prevedere l’utilizzo di analgesici per 2 o 6 settimane (per contenere il dolore percepito) insieme all’uso di un busto per limitare la deformità residuale.

Il punto di vista del Bone Specialist

Con Alessandro Rossini, dirigente medico dell’UO di Endocrinologia e Diabetologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, si è potuto appurare come il problema delle fratture vertebrali sia non solo molto complesso ma anche molto pesante per il sistema sanitario nazionale, determinando anche una significativa riduzione della qualità della vita del paziente che ne è affetto.

Inoltre, le fratture portano con sé un aumento del rischio di nuove fratture nel periodo temporale subito successivo al primo evento (a un anno dalla frattura il rischio di un secondo evento è molto elevato), cosa che fortunatamente diminuisce con il passare del tempo. Cosa ancora più importante, molto spesso le fratture non vengono gestite nel modo corretto, sia al momento della diagnosi che nel corso del loro trattamento.

Capture the fracture, come ha illustrato Rossini, è un progetto che permette di correlare con successo le fratture vertebrali con quelle femorali. In questo contesto il ruolo del fracture liaison service è fondamentale, ma lo è anche quello del chirurgo ortopedico e del medico di medicina generale, in quanto hanno il compito di segnalare i pazienti a rischio.

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Terza sessione

La terza sessione del convegno ha visto come moderatori Monica Giordano, direttore dell’UOC di Oncologia dell’Ospedale Sant’Anna ASST Lariana di Como, e  Matteo Longhi, responsabile dell’UO di Reumatologia dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano.

Osteoporosi nelle malattie reumatiche

L’importate contributo di Laura Rotunno, dell’UO di Reumatologia dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, ha permesso di focalizzare l’attenzione dell’evento sulle cause dell’osteoporosi dovuta a malattie reumatiche e all’utilizzo di glucocorticoidi. Questa classe di farmaci, infatti, influenza la massa ossea e ne riduce la consistenza, portando soprattutto nel primo anno di trattamento ad un rischio molto alto di fratture vertebrali.

Relativamente alle malattie reumatiche, si è visto come nei pazienti con artrite reumatoide l’osteoporosi abbia una prevalenza che arriva fino al 50% dei casi e che il rischio sembra essere correlato al grado di severità della malattia. Il nodo che unisce queste due patologie sembrerebbe essere dovuto all’azione delle citochine proinfiammatorie (TNF-α, IL-1 e IL-6) e gli anticorpi anti-citrullina (ACPA) che stimolano l’azione degli osteoclasti.

Sebbene l’uso di glucocorticoidi, attualmente in uso per il trattamento di questa patologia, possa favorire l’insorgenza dell’osteoporosi, diversi recenti studi suggerisco che un loro basso dosaggio abbia invece opposto, proteggendo il paziente dall’aumento della fragilità ossea. Situazione simile si è vista anche con il trattamento tramite altri farmaci anti-reumatoidi (DMARDs), sia convenzionali (ad esempio il metotrexato) che biologici (anticorpi monoclonali come il rituximab).

Anche nella spondilite anchilosante, prosegue Rotunno, si assiste ad una diminuzione della massa minerale ossea (BMD) la quale, se non trattata adeguatamente, porta a edema del midollo osseo (bone marrow edema, BME) con perdite di massa ossea altamente localizzate. In questi casi, l’utilizzo di neridronato e di anticorpi anti-TNF sembra possa riequilibrare l’omeostasi dell’osso, portando ad un aumento della BMD.

Nel lupus erimatoso sistemico, la marcata infiammazione tipica di questa malattia contribuisce ad aumentare la popolazione degli osteoclasti, peggiorando la BMD. È importate osservare che a questo tipo di pazienti viene spesso consigliato di non esporsi alla luce solare, provocando un abbassamento delle concentrazioni di vitamina D e compromettendo ulteriormente l’omeostasi ossea.

Osteoporosi nella malattia diabetica

L’osso è senza dubbio uno tra degli organi più colpiti dalla malattia del diabete, sia esso di tipo 1 o 2, andando ad aumentare enormemente il rischio di morte dopo una frattura dell’anca.

Come argomentato da Maurizio Rondinelli dell’Unità di Diabetologia, Endocrinologia e Malattie Metaboliche del Centro Cardiologico di Monzino di Milano, recentemente si è visto che pazienti obesi non diabetici hanno un certo grado di rischio di incorrere in fratture che non coinvolgono l’anca o le vertebre. Al contrario, pazienti non obesi ma affetti da diabete presentano un rischio molto alto di subire una frattura vertebrale o dell’anca.

Relativamente alle fratture, esistono diversi fattori di rischio che vanno valutati nel paziente diabetico. Tra questi ritroviamo il BMD, l’uso prolungato di più farmaci contemporaneamente e la durata nel quale la malattia permane senza adeguato trattamento terapeutico e il mancato controllo della concentrazione glicemica.

Una volta valutato il rischio di frattura ed effettuato uno screening mediante metodiche accreditate (come la DXA o la FRAX) la scelta del percorso terapeutico farmacologico dovrebbe ricadere sulla prescrizione di farmaci anti-riassorbitivi come l’alendronato o il denosumab, i quali hanno dimostrato recentemente di essere particolarmente efficaci in questo tipo di pazienti.

Osteoporosi nel paziente oncologico

Nel corso del convegno ha quindi preso la parola il responsabile scientifico Gregorio Guabello, che ha illustrato innanzitutto come la problematica del paziente oncologico non metastatico e affetto da osteoporosi sia molto sentita, essendo citato anche nelle linee guida ASCO 2019.

In questo documento, infatti, si raccomanda di effettuare screening accurati per questa categoria di pazienti mediante valutazione della BMD e cercare, dove possibile, di ottimizzare il quadro clinico del paziente con trattamenti non farmacologici (ad esempio, l’integrazione di calcio mediante assunzione con la dieta). Quando il trattamento farmacologico è inevitabile, si suggerisce di utilizzare bisfosfonati o denosumab.

La chemioterapia ha infatti un impatto molto pesante sull’organismo, specialmente sul metabolismo osseo (il metotrexato, ad esempio, è tossico per i precursori degli osteoblasti) e spesso la chemioterapia porta ad una diminuzione complessiva degli osteoblasti in favore degli osteoclasti.

Nella scelta della strategia di prevenzione o di adeguato trattamento terapeutico arrivano in aiuto le linee guida AIOM del 2019, nelle quali viene definita la soglia terapeutica e la prevenzione delle metastasi ossee.

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Quarta sessione

L’ultima sessione del convegno ha avuto come moderatori Antonio Carassi, direttore SC Odontostomatologia II dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano e Tiziano Testori, responsabile del reparto di Implantologia e Riabilitazione Orale della Clinica Odontoiatrica dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano.

Gestione clinica e trattamento dell’osteonecrosi dei mascellari farmaco-relata

Nel corso del primo intervento dell’ultima sessione dell’evento, Francesco Grecchi, responsabile dell’UO di Chirurgia Maxillofacciale dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, ha permesso di approfondire il tema dell’osteonecrosi mascellare correlata all’uso dei bisfosfonati (biphosphonate related osteonecrosis of the jaw, BRONJ), analizzando le motivazioni alla base della particolare localizzazione di queste lesioni e la stadiazione che scandisce la sua progressione.

La presentazione ha incluso un’analisi delle procedure diagnostiche per identificare la patologia, tra le quali ricordiamo la TC senza mezzo di contrasto, la RMN dell’osso e la scintigrafia ossea, oltre alle tecniche di laboratorio volte a ricercare la presenza del telopeptide c-terminale e ovviamente a un’anamnesi attenta e approfondita.

Relativamente alla terapia da seguire, Grecchi ha spiegato che è sempre preferibile un approccio di tipo conservativo, caratterizzato dall’utilizzo di antibiotici, ozonoterapia locale, teriparatide e fattori rigenerativi. Tali trattamenti, infatti, risultano essere fondamentali per prevenire il progredire della malattia che altrimenti risulterebbe estremamente più difficile da risolvere (anche con interventi chirurgici molto più invasivi).

Gestione clinica della terapia anti-riassorbitiva: il punto di vista del Bone Specialist

Durante l’ultimo intervento della sessione, condotto da Francesco Bertoldo, responsabile U.S. delle Malattie del Metabolismo e Osteoncologia del Dipartimento di Medicina del Policlinico G.B. Rossi di Verona, sono state approfondite le dinamiche che portano alla formazione e all’aggravamento dell’osteonecrosi mascellare, suggerendo che esistano anche cause diverse dall’utilizzo dei bisfosfonati, come ad esempio la terapia con bevacizumab e sunitinib.

L’intervento è poi continuato definendo quelle che sono le raccomandazioni per gli specialisti quando hanno in cura un paziente con rischio di sviluppare osteonecrosi mascellare dovuta a farmaci, suddividendoli in due categorie di rischio e sottoponendoli a profilassi antibiotica in caso di interventi invasivi.

Per la gestione del rischio di frattura del paziente con osteoporosi e con osteonecrosi mascellare, è emerso che il trattamento con teriparatide potrebbe essere utile nel riparo delle lesioni provocate dalla malattia, come anche la successiva somministrazione di denosumab e dei bisfosfonati.

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Report realizzato grazie al sostegno non condizionante di:

Vitamine K2 e D3, la coppia perfetta per la salute delle ossa

Gli integratori alimentari per la salute delle ossa sono costituiti principalmente da calcio e vitamina D.

Il calcio è essenziale per la mineralizzazione delle ossa, viene assorbito attraverso la dieta grazie all’intervento della vitamina D. Ciò stimola anche la produzione di osteocalcina e mgp, proteine con il compito di legare il calcio e trasportarlo nelle ossa. La vitamina K2 nella sua forma menachinone 7 è fondamentale per bilanciare il calcio.

Insieme, vitamina D e vitamina K2 formano una combinazione sinergica e vincente: la coppia perfetta.

Nutrizione come prevenzione dell’osteoporosi nell’anziano

Oggigiorno la nutrizione ha un ruolo cruciale sia nella prevenzione dell’osteoporosi sia nella gestione della patologia nel soggetto anziano, purché questa scienza venga applicata tenendo in considerazione l’interno contesto nel quale si muove il paziente in cura (parametri biologici, vita quotidiana e dieta seguita).

Ne hanno discusso con un intervento ad hoc Hellas Cena, specialista in Scienza dell’Alimentazione, insieme a Valentina Braschi, medico specializzando in Scienza dell’Alimentazione, in occasione del primo congresso di BoneHealth tenutosi lo scorso 6 marzo, dedicato all’approccio integrato per il trattamento delle malattie dello scheletro.

Un nuovo interessante approccio: la nutrizione di precisione

La metabolomica, come spiegato da Cena, ci insegna che esistono non solo differenze interindividuali ma anche intra-individuali che, in certi casi, possono essere anche molto marcate. Si è assistito quindi alla nascita di una nutrizione di precisione, similmente a quanto avviene già nella medicina tradizionale con la medicina di precisione, e che va applicata qualora si presenti un paziente affetto da osteoporosi (sia essa di tipo post-menopausa o senile).

La prevenzione delle condizioni che portano all’insorgenza dell’osteoporosi comincia dunque fin da giovani, tramite un’alimentazione personalizzata che considera i vari fattori di rischio, quali il fumo, l’abuso di alcol e altre abitudini di vita (ad esempio, la possibilità di esporsi alla luce solare e simili).

Valutazione antropometrica e storia ponderale: l’incipit di ogni trattamento terapeutico

Il peso è solo un numero, che va contestualizzato – Valentina Braschi

Una valutazione iniziale accurata della composizione corporea è fondamentale per individuare variazioni nella massa grassa e in quella magra del soggetto con osteoporosi. Nell’arco della vita una variazione considerevole di questi parametri può intaccare la salute delle ossa, come nel caso dell’obesità osteosarcopenica, dove l’aumento del peso e della massa grassa può mascherare una fragilità ossea molto pericolosa per i soggetti anziani.

Come affermato anche da Braschi, una valutazione ponderale è molto importante, ma va inquadrata in un contesto più ampio. Prendere in considerazione le fluttuazioni ponderali del paziente potrebbe ricostruirne la sua storia nutrizionale, aiutando a identificare una precedente dieta seguita in autonomia che potrebbe aver peggiorato in qualche modo lo stato di salute attuale.

Oltre a questo, anche una storia clinica che vede il ricovero ospedaliero del paziente potrebbe influire sulla sua costituzione del paziente. È stato visto come pazienti anziani, allettati per diversi giorni in ospedale, possano perdere dall’1 al 3% di massa magra al giorno.

Siamo l’uomo di Leonardo da Vinci

Anche l’altezza può segnalare un cambiamento nella massa ossea, quando inserita nel giusto contesto. Se rapportata all’ampiezza delle braccia aperte (Arm Span), proprio come nell’uomo ritratto da Leonardo da Vinci, essa può diventare un utile campanello di allarme per una eventuale perdita di altezza dovuta ad un cedimento vertebrale.

La distribuzione adiposa ricopre ovviamente un ruolo importate, in quanto permette la valutazione di un possibile rischio cardiovascolare nel soggetto esaminato.

Alimentazione e integrazioni: come e quando vanno prescritte

In caso di pazienti affetti da osteoporosi, l’assunzione di calcio è di fondamentale importanza. L’assorbimento del calcio, infatti, diminuisce con l’età e va integrata con latte e derivati (anche parzialmente scremati). Questa integrazione non è valida però solo per questo tipo di pazienti, ma è da prendere in considerazione anche per altre categorie di soggetti, come ad esempio:

  • Ridotto consumo di latte e derivati e/o intolleranza a lattosio
  • Dieta vegana
  • Eccessiva assunzione di sodio, che favorisce l’escrezione di calcio
  • Terapia con corticosteroidi da lungo tempo
  • Patologie che comportano malassorbimento intestinale
  • Chirurgia bariatrica

Anche la vitamina D ha un ruolo importante nella prevenzione e nella gestione dell’osteoporosi, sebbene solo il 20% del fabbisogno quotidiano derivi dall’alimentazione. La parte rimanente viene sintetizzata in maniera endogena a livello cutaneo grazie ai raggi UVB, evidenziando ancora una volta come siano fondamentali in questo contesto anche le abitudini di vita.

Non è comunque da escludere la possibilità di prevedere l’assunzione di integratori di questa vitamina, prendendo sempre in considerazione le condizioni iniziali del paziente e sottoponendolo prima ad un ciclo definito “di carico” (50000 UI/settimana per 2 mesi) per poi continuare con un dosaggio minore allo scopo di mantenimento (stessa concentrazione ma ogni 15 giorni).

Abitudini di vita quotidiana come veri e propri trattamenti terapeutici

Come accennato prima, non sono da sottovalutare il ruolo che ricoprono l’attività fisica e le abitudini di vita quotidiane. L’assunzione di alcol e caffè in quantità eccessive può compromettere, rispettivamente, l’assorbimento del calcio e aumentare la sua escrezione tramite le urine. È stato invece dimostrato in numerose pubblicazioni che la nicotina contenuta nelle sigarette può anticipare la menopausa anche di 2 anni, portando con sé anche tutte le conseguenze ormonali tipiche di questa fase della vita che impattano fortemente sullo stato di salute delle ossa.

Sempre riguardo alle abitudini di vita, nei pazienti anziani affetti da osteoporosi può essere di aiuto un’attività fisica finalizzata al miglioramento della condizione clinica e supervisionata da specialisti. In queste circostanze, infatti, viene raccomandata un’attività fisica settimanale moderata di 150-300 minuti accompagnata da sessioni di stretching e/o tonificazione muscolare.

Diversi studi hanno infatti evidenziato come un’attività fisica esercitata in queste condizioni permetta di ottenere un miglioramento della densità ossea e della mobilità funzionale negli anziani con una diminuzione delle cadute dal 25% al 50%.

Fonte

Congresso BoneHealth 6 marzo 2021

Cellule staminali nel trattamento dell’osteoporosi

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Nella valutazione dell’approccio terapeutico al trattamento dell’osteoporosi, la scelta del farmaco da utilizzare ha nella maggior parte dei casi il solo scopo di prevenire quelli che sono i danni causati da uno scompenso ormonale che provoca a sua volta un’alterazione dell’omeostasi ossea. La medicina rigenerativa, con l’ausilio delle cellule staminali mesenchimali, potrebbe coprire il divario tra l’insorgenza della patologia e il verificarsi della frattura dovuta all’aumento della fragilità ossea, andando ad agire alla radice del problema. In una recente review condotta dal gruppo di Arjmand vengono analizzate quelle che sembrano essere delle promettenti alternative terapeutiche per questa malattia.

Il ruolo delle cellule staminali nel rimodellamento osseo

L’osteoporosi è una malattia complessa, indotta da fattori sia endogeni che esogeni. La modulazione di questi fattori potrebbe portare ad una gestione più efficace della patologia, andando a colpire le cause alla base della fragilità ossea.

In questo contesto le cellule staminali, e in particolare quelle mesenchimali (mesenchymal stem cells, MSCs) potrebbero essere dei candidati ideali per la regolazione del complesso sistema di segnalazione cellulare che è alla base del rimodellamento osseo. Le MSCs, infatti, possono secernere una vasta gamma di fattori come IGF-1, TGF-β e VEGF, oltre ad altri fattori coinvolti nella prevenzione della perdita della massa ossea.

Un arsenale variegato per una terapia innovativa

Le cellule staminali si classificano in base al loro potere di differenziazione e al modo in cui vengono recuperate. Tra le diverse tipologie, le più promettenti in campo clinico risultano essere le cellule staminali embrionali (embryonic stem cells, ESCs) e le cellule staminali pluripotenti indotte (induced pluripotent stem cells, iPSCs).

Purtroppo, le tecniche di approvvigionamento di un numero sufficiente di questi due tipi cellulari risultano al momento problematiche. Le ESCs pongono delle questioni etiche piuttosto consistenti mentre le iPSCs, sebbene provengano da cellule adulte, richiedono delle procedure di laboratorio complesse e sono molto difficili da ottenere.

Di recente, la scoperta delle piccole cellule staminali simil-embrionali (very small embryonic-like stem cells, VSELs), cellule pluripotenti di natura non ematopoietica e conservate in vari organi e tessuti durante l’organogenesi, potrebbe costituire una valida alternativa per ipotizzare un approccio basato sulla medicina rigenerativa per i soggetti affetti da osteoporosi. Sfortunatamente, la progressiva riduzione del numero di queste cellule con l’età non ne permette di ottenere un numero adeguato dai pazienti per programmare una terapia che possa efficace.

Cellule staminali mesenchimali, un compromesso eccellente

Nel campo della medicina rigenerativa, l’utilizzo delle MSCs sembra essere l’ideale per il trattamento dell’osteoporosi. Esse possiedono una buona capacità di differenziazione, sono facilmente recuperabili dai tessuti dei soggetti e non presentano problematiche etiche di alcun genere.

In particolare, le cellule staminali mesenchimali derivate dal midollo osseo (bone marrow-derived mesechymal stem cells, BM-MSCs), con la loro elevata capacità osteogenica, sono le candidate ideali per il trattamento dei pazienti affetti da osteoporosi.

Molti studi recenti suggerisco che il loro utilizzo porti fin da subito benefici curativi non soltanto per le loro capacità di differenziazione, ma soprattutto grazie agli effetti paracrini che influenzano il microambiente dei tessuti ossei colpiti dalla malattia.

Una nuova strategia per contrastare le patologie dell’invecchiamento

Quanto riportato nella review permette di comprendere come l’utilizzo delle cellule staminali possa aprire nuove prospettive e permettere di ipotizzare nuovi percorsi terapeutici che sfruttino le stesse capacità rigenerative presenti in alcuni tessuti del paziente.

È evidente che ulteriori studi siano necessari per trasformare questi spunti in vere e proprie terapie, ma è altrettanto chiaro che molte delle problematiche dovute all’utilizzo dei farmaci contro l’osteoporosi (ad es. l’osteonecrosi indotta dai farmaci) potrebbero divenire presto solo un lontano ricordo di terapie divenute obsolete grazie all’impiego di questo tipo di cellule.

Fonte: Arjmand B, Sarvari M, Alavi-Moghadam S, Payab M, Goodarzi P, Gilany K, Mehrdad N, Larijani B. Prospect of Stem Cell Therapy and Regenerative Medicine in Osteoporosis. Front Endocrinol (Lausanne). 2020 Jul 3;11:430. doi: 10.3389/fendo.2020.00430. PMID: 32719657; PMCID: PMC7347755.

Le fluvastatine nella prevenzione dell’osteonecrosi mascellare

L’osteonecrosi mascellare farmaco relata (medication-related osteonecrosis of the jaw, MRONJ) è un fenomeno ancora poco conosciuto e tuttavia molto comune nei pazienti in trattamento con denosumab e bisfosfonati che si sottopongono ad interventi odontoiatrici. Ad oggi esistono solo terapie che cercano di mitigarne i sintomi, come l’uso di antibiotici.

Nello studio condotto dal gruppo di Adachi pubblicato su Nature viene ipotizzato che l’utilizzo delle fluvastatine potrebbe combattere l’insorgenza di questa malattia grazie alla loro azione antimicrobica, promuovendo allo stesso tempo il riparo del tessuto osseo e di quello gengivale.

Un efficace scudo contro l’osteonecrosi mascellare farmaco-relata

Nel modello murino sviluppato nel corso dello studio, creato mediante la somministrazione di farmaci come i bisfosfonati e denosumab e sottoposti ad estrazione dentaria, il trattamento con fluvastatina ha portato ad una rimarginazione del tessuto epiteliale e di quello connettivo senza provocare infiammazione o tessuto necrotico.

Sono state utilizzate diverse concentrazioni di farmaco: 0,1 mg/kg, 1 mg/kg e 10 mg/kg. Nel corso degli esperimenti, solo il trattamento con 10 mg/kg ha portato ad una prevenzione completa ed efficace dell’osteonecrosi della mascella, sebbene si siano riscontrati risultati promettenti anche con la somministrazione di 1 mg/kg. Si notato inoltre che, nei modelli murini trattati con fluvastatina, l’area necrotica era più ristretta rispetto ai campioni prelevati dal gruppo non trattato.

La ragione di questo effetto protettivo andrebbe ricercata nella capacità delle fluvastatine di aumentare la proliferazione delle cellule epiteliali e dei fibroblasti, inducendo contemporaneamente la differenziazione degli osteoblasti e della proteina morfogenica dell’osso (bone morphogenetic protein-252, BMP-2). Oltre a queste importanti proprietà, alcuni recenti studi suggeriscono inoltre che le fluvastatine possiedano un’interessante azione antimicrobica.

Una nuova possibile scelta per la terapia e la prevenzione dell’osteonecrosi

L’insorgenza dell’osteonecrosi è una problematica molto comune nei pazienti affetti da patologie che comportano l’indebolimento del tessuto osseo (ad es. l’osteoporosi) e che sono in trattamento con farmaci come i bisfosfonati e anticorpi monoclonali specifici (come denosumab).

Quanto riportato dal gruppo di Adachi, se confermato nel corso di studi clinici sull’essere umano, risulta essere particolarmente importate per questa categoria di pazienti. Infatti, esso permetterebbe di mitigare, se non prevenire del tutto, quello che è uno degli effetti collaterali più complicati da gestire per quanto riguarda questo trattamento farmacologico.

 

Fonte: Adachi N, Ayukawa Y, Yasunami N, Furuhashi A, Imai M, Sanda K, Atsuta I, Koyano K. Preventive effect of fluvastatin on the development of medication-related osteonecrosis of the jaw. Sci Rep. 2020 Mar 27;10(1):5620. doi: 10.1038/s41598-020-61724-6. PMID: 32221325; PMCID: PMC7101417.

Stress ossidativo e osteoporosi

Lo stress ossidativo sembra essere coinvolto nel processo scatenante dell’osteoporosi, ma ad oggi non è stato ancora possibile ottenere una visione completa dei reali effetti di questo processo nello sviluppo della patologia.

Un gruppo di ricercatori ha condotto una metanalisi volta a comprendere il maggior numero possibile di studi clinici focalizzati sul ruolo dello stress ossidativo nell’osteoporosi, rilevando che il ruolo di questo fenomeno è tutt’altro che secondario nella predisposizione alla malattia.

Una ricerca meticolosa nei precedenti studi

La metanalisi ha preso in considerazione 36 studi clinici i quali, nel complesso, hanno coinvolto più di 5000 soggetti e di cui più di 2000 erano donne affette da osteoporosi post-menopausa. Gli studi sono stati individuati mediante ricerca sulle principali banche dati (PubMed, EMBASE e Web of Science) e selezionati mediante l’utilizzo di criteri ben specifici come:

  1. L’inclusione nello studio di donne a cui è stata diagnosticata osteoporosi post-menopausa.
  2. Studi nei quali la diagnosi di osteoporosi post-menopausa fosse in rispetto delle ultime Linee Guida dell’Organizzazione Mondiale della Salute (World Health Organization, WHO).
  3. L’analisi di biomarcatori legati all’osteoporosi post-menopausa, trai i quali lo stato ossidativo totale (total oxidant status, TOS), il potenziale antiossidante totale (total antioxidant power, TAP), l’indice di stress ossidativo (oxidative stress index, OSI) e altri.

La correlazione fra l’osteoporosi e i livelli di stress ossidativo

Una volta analizzati, i risultati della ricerca hanno permesso di evidenziare un aumento dei valori di OSI, malondialdeide (MDA), dei prodotti proteici dell’ossidazione tardiva (advanced oxidation protein products, AOPP) e della vitamina B12. Allo stesso tempo, sono stati rilevati livelli ridotti del TAP, dello stato anti-ossidativo totale (total antioxidative status, TAS), acido urico e folato.

Nel corso dello studio sono stati analizzati anche i tre principali enzimi che concorrono al mantenimento dei livelli delle specie reattive dell’ossigeno (reactive oxygen species, ROS), quali la superossido dismutasi (superoxide dismutase, SOD), catalasi e la glutatione perossidasi (glutathione peroxidase, GPx). Sia l’attività delle catalasi che quella delle GPx era aumentata nei pazienti con osteoporosi post-menopausa, mentre i livelli sierici di SOD non hanno mostrato cambiamenti significativi.

Sono stati valutati anche i livelli di MDA, AOPP e acido urico. I primi due sono risultati essere più elevati nei pazienti con osteoporosi, mentre quelli dell’acido urico erano più bassi del normale. È stato ipotizzato in diversi studi che l’acido urico sia coinvolto nei processi antiossidanti e potrebbe avere un ruolo nel recupero osseo da traumi e fratture proprio per questa sua peculiarità. Questo spiegherebbe il perché siano stati riscontrati bassi livelli di acido urico rispetto alla norma nel gruppo di pazienti con osteoporosi.

Essendo coinvolti infine anche fattori nutrizionali nella predisposizione dei soggetti anziani allo sviluppo dell’osteoporosi post-menopausa, nell’analisi sono stati studiati anche i valori di omocisteina (homocysteine, hcy), vitamina B12 e folati. Sebbene non siano stati rilevati livelli significativamente elevati per l’omocisteina, è stato invece riscontrato un livello piuttosto basso di folati e uno elevato di vitamina B12 nel gruppo dei pazienti affetti dalla patologia.

I parametri dell’ossidazione come nuovo possibile elemento per la prevenzione dell’osteoporosi

I risultati riportati nella pubblicazione mostrano come il bilanciamento tra i fattori ossidanti e quelli antiossidanti potrebbero essere utilizzati nella pratica clinica non solo come metodo diagnostico per la patologia, ma anche come utile strumento per la prevenzione efficace della malattia. In questo modo, sarebbe possibile non solo evitare un carico importante sul sistema sanitario nazionale derivato dalla gestione dei pazienti con osteoporosi post-menopausa, ma porterebbe anche ad una nuova strategia nel trattamento dei pazienti affetti dalla malattia.

Fonte:

Zhao F, Guo L, Wang X, Zhang Y. Correlation of oxidative stress-related biomarkers with postmenopausal osteoporosis: a systematic review and meta-analysis. Arch Osteoporos. 2021 Jan 5;16(1):4. doi: 10.1007/s11657-020-00854-w. PMID: 33400044.

BoneHealth | Il giornale del metabolismo osseo marzo 2021

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