venerdì, Febbraio 27, 2026
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Tumore tenosinoviale a cellule giganti: Pexidartinib 

Il tumore tenosinoviale a cellule giganti (TGCT) rappresenta una rara forma di neoplasia che soltanto in una piccola percentuale di casi, senza che il tumore iniziale si sia trasformato in sarcoma, sviluppa metastasi polmonari, per lo più ad andamento benigno.

Il tumore tenosinoviale a cellule giganti colpisce le articolazioni sinoviali, le borse e le guaine tendinee. La sinovia dell’articolazione si ispessisce e tende a danneggiare la cartilagine e a invadere il tessuto osseo adiacente, causando distruzione di tipo cistico. Generalmente la malattia è diagnosticata in pazienti tra i 20 e i 40-50 anni di età, in larga prevalenza (70% dei casi) nel sesso femminile.

La terapia primaria per il TGCT è chirurgica, ma in alcuni pazienti il tumore è difficile da rimuovere e, oltre a comportare la necessità di diversi interventi di resezione e artroplastica, può portare persino all’amputazione dell’articolazione colpita.

Pexidartinib

Pexidartinib è una piccola molecola sperimentale ed è un potente inibitore del recettore del cosiddetto “fattore stimolante le colonie-1” (CSF-1), una proteina che svolge un ruolo chiave nel processo di proliferazione di cellule anomale nella membrana sinoviale che sono responsabili di TGCT. Pexidartinib inibisce anche c kit e FLT3 ITD.

Pexidartinib è stato scoperto da Plexxikon, il centro di R&S sulle piccole molecole di Daiichi Sankyo.
Pexidartinib ha ottenuto la designazione di terapia fortemente innovativa (Breakthrough Therapy) per il trattamento di pazienti con sinovite villonodulare pigmentosa o tumore a cellule giganti della guaina tendinea, nonché la designazione di farmaco orfano da parte della Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti.

Pexidartinib ha anche ricevuto la designazione di farmaco orfano per il trattamento di TGCT dalla Commissione Europea.

Pexidartinib non è ancora approvato dalla FDA.

Studio ENLIVEN

ENLIVEN è lo studio di Fase III, multicentrico globale, randomizzato, in doppio cieco, che ha valutato  in pazienti con TGCT sintomatico avanzato. La prima parte dello studio, la fase in doppio cieco, ha arruolato 120 pazienti che sono stati randomizzati a ricevere pexidartinib alla dose di 1000 mg al giorno, o placebo, per 2 settimane, seguita da 800 mg di pexidartinib al giorno per 22 settimane, allo scopo di valutare l’efficacia e la sicurezza di pexidartinib rispetto al placebo.

L’endpoint primario dello studio era quello di verificare la percentuale di pazienti che otteneva una risposta completa o parziale dopo 24 settimane di trattamento, valutata sulla base di una lettura centralizzata delle immagini della risonanza magnetica. I principali endpoint secondari includevano l’estensione dei movimenti, la risposta in termini di volume del tumore, la funzionalità fisica, la rigidità e le misure di riduzione del dolore.
Gli endpoint secondari di efficacia hanno dimostrato che i pazienti trattati con pexidartinib hanno presentato una risposta globale del 56% in termini di volume del tumore, mentre la risposta è stata assente nei pazienti che avevano ricevuto il placebo.
Nello studio ENLIVEN, la tossicità epatica è stata più frequente con pexidartinib che con placebo. Otto pazienti hanno interrotto il trattamento con pexidartinib a causa di eventi avversi (EA) epatici, quattro dei quali erano EA gravi non fatali.

Disfunzioni e indicazioni per una postura corretta

Esistono specifiche linee guida per la valutazione della corretta postura

La posturologia è la scienza dell’equilibrio umano e di tutte le condizioni fisiologiche che lo rendono possibile. Su questa scienza, ancora non riconosciuta ufficialmente in Italia, si è concentrato un documento emesso dal Ministero della Salute: “Linee guida nazionali sulla classificazione, inquadramento e misurazione della postura e delle relative disfunzioni”.

Si parla, come sempre più spesso accade, di un approccio multidisciplinare che vede coinvolti tanto specialisti della riabilitazione, tra cui il fisiatra, l’ortopedico e il fisioterapista, quanto professioni mediche differenti, come l’oculista, l’ortodontista e l’otorino. Fanno parte dei professionisti interessati anche il posturologo, sebbene non sia ancora una figura riconosciuta, e il podologo. L’intento del documento è definire dei percorsi di presa in carico dei pazienti con disfunzioni posturali che siano omogenei, ben codificati e basati sulle migliori evidenze scientifiche. E il primo step è stato definire appunto come individuare i soggetti con tali disfunzioni.

Esiste una postura standard?

Il primo punto preso in considerazione dalle linee guida è la postura ideale che si dovrebbe avere, in quanto è quella che permette “la massima efficacia del gesto in assenza di dolore e la massima economia energetica: tutte le forze che agiscono sul corpo sono bilanciate e, quindi, lo stesso rimane nella posizione di equilibrio statico oppure è in grado di eseguire, in equilibrio dinamico, un movimento finalizzato”.

Che cosa significa, in pratica? Ecco una descrizione schematica della postura standard: la testa “eretta in posizione ben equilibrata con il piano occipitale parallelo al pavimento e il piano bipupillare parallelo all’orizzonte, in modo che sia minima la tensione a carico dei muscoli del collo; la colonna vertebrale presenta curve fisiologiche; le ossa degli arti inferiori hanno un allineamento ideale per il sostegno del peso; il torace e la regione dorsale si trovano in una posizione che favorisce la funzione ottimale degli organi della respirazione; la posizione “neutra” del bacino suggerisce il buon allineamento dell’addome, del tronco e degli arti inferiori”.

Quella riportata come corretta postura ideale è puramente teorica, perché nessun individuo è perfettamente simmetrico e bilanciato. Inoltre non tutti gli scostamenti dalla postura ideale determinano carichi funzionali che a lungo andare sfociare in una patologia. Nella pratica quotidiana si debba sempre tenere in considerazione chi si ha davanti, il suo contesto, cosa ci riferisce e cosa viene evidenziato dal professionista in fase di valutazione e in fase di trattamento.

Le conseguenze di una postura scorretta

Le principali patologie che si possono sviluppare a seguito di una postura scorretta sono quadri clinici derivanti da carichi statici applicati a livello del tratto cervicale, dei cingoli scapolari e del rachide lombare. Si tratta di condizioni rappresentate da dolore localizzato non solo a livello della colonna ma talora irradiato, per esempio in forma di cefalea o emicrania. Sono casi frequenti essendo tipicamente legati a situazioni lavorative comuni, come quelle d’ufficio in cui si deve stare seduti a lungo in posizioni non corrette.

La collaborazione con il posturologo può essere utile per sistemare le disfunzioni posturali sul nascere, cioè nell’adolescenza. Tali posture scorrette nell’adolescente non danno grandi conseguenze, ma diventano un bagaglio con cui il soggetto cresce, diventa adulto e anziano. Ed è proprio in queste due fasi della vita che si originano le patologie: le curve della colonna si accentuano e una lordosi lombare o una cifosi dorsale diventano dolorose e possono portare a un sovraccarico dei dischi intervertebrali, con degenerazione degli stessi. A questa situazione se ne possono aggiungere altre in età avanzata. Per esempio, problematiche all’anca incidono parecchio sulla postura della persona.

Un approccio multidisciplinare all postura

In una delle Raccomandazioni incluse nelle linee guida del Ministero si legge: “un’alterazione recettoriale, può determinare disallineamenti e disturbi posturali. I comuni trattamenti (es. antinfiammatori, kinesiterapia) non sono sufficienti poiché hanno effetto terapeutico sulle conseguenze e non sulle cause. Tali terapie possono apportare benefici sintomatici temporanei. Solo il trattamento delle cause del disturbo posturale legato alla alterazione recettoriale potrebbe essere risolutivo. Pertanto, l’esame clinico di un disturbo posturale deve prevedere la valutazione del funzionamento corretto dei recettori a livello dell’occhio, orecchio, apparato stomatognatico, vertebrale, piede-caviglia, e apparato cutaneo”.

È fondamentale ricordare come le informazioni visive, vestibolari e propriocettive, derivanti soprattutto dal tratto cervicale, siano integrate tra di loro e che si rende quindi necessario valutare più sistemi, per ricavare il maggior numero di informazioni.

Occorre fare cultura perché ancora oggi non tutti gli specialisti sono a conoscenza di questa stretta relazione tra postura e accessi sensoriali. 

Come lavorare sulla postura

E’ necessario sapere che lavoro fa quel paziente o che attività svolge nel suo tempo libero, in modo da scegliere il miglior approccio riabilitativo. Se necessario si possono mettere in atto esercizi di Riabilitazione Posturale Globale (RPG) oppure esercizi mirati a rafforzare il legame tra la vista e la propriocezione. Alle volte sono utili esercizi di allungamento muscolare o di terapia manuale, che permettono di alleviare il dolore nelle zone dove questo è importante, banalmente mobilizzando i segmenti corporei in un arco di movimento non doloroso e favorendo la circolazione periferica».

Altri specialisti, come il podologo, possono intervenire per migliorare il carico della persona a livello del piede-caviglia. In questo modo il paziente viene visto davvero a 360° e l’intervento può essere più mirato sulle sue necessità.ì 

Odontoiatria e postura

L’appoggio dentale (occlusione) incide molto sulla colonna. Lo dimostra il fatto che chi si occupa di patologie della colonna sta ben attento a valutare l’impatto di un apparecchio per la correzione dentale in un soggetto scoliotico. Spesso occorre chiedere ai professionisti di correggere meno di quello che dovrebbero, perché una spinta eccessiva dell’apparecchio, e quindi un cambiamento considerevole della bocca, possono portare a forti peggioramenti della scoliosi.

Anche in questo caso, poter collaborare con un posturologo qualificato potrebbe essere utile, perché questo specialista è in grado di individuare gli effetti che un apparecchio piuttosto che un altro potrebbero avere sulla colonna del soggetto.

Biomateriali per protesi: progetto EVPRO per le protesi d’anca

Nell’ultimo decennio il numero di protesi d’anca impiantate in Europa è cresciuto in maniera costante – si parla di 300 protesi ogni 100.000 abitanti- e con esso è aumentata anche la frequenza dei processi infiammatori asettici tra osso e impianto, accompagnata da allentamento della protesi, con conseguente riduzione della durata della sostituzione dell’anca. In questo problematico scenario  si colloca il progetto europeo EVPRO Extracellular Vesicles Promoted Regenerative Osseointegration, il cui obiettivo è quello di  prolungare la vita delle protesi d’anca e ridurre il rischio di infiammazione attraverso l’utilizzo di biomateriali avanzati, migliorando la mobilità e il benessere dei pazienti e diminuendo i problemi associati all’impianto di protesi articolari.

Progetto EVPRO

Il progetto propone il’impiego di rivestimenti bioattivi che, adattati sulla protesi, siano in grado di controllare l’eventuale infiammazione tra la protesi e il tessuto circostante. Questo permetterà una migliore integrazione dell’impianto, riducendo così le complicazioni e promuovendo la rigenerazione ossea. Il rivestimento sarà costituito da un nuovo biomateriale biodegradabile, bioistruttivo e nano-funzionalizzato, caricato con vescicole extracellulari, incorporato sulla superficie microporosa e nano-ruvida delle protesi.Il prodotto biomedicale cercato dovrebbe, a lungo termine, diminuire il numero di interventi chirurgici di revisione degli impianti, con un impatto positivo sia sui tempi di ospedalizzazione sia sui costi. La nuova tecnologia sviluppata sarà destinata alla vendita e, successivamente, potrebbe essere applicata anche alle protesi di ginocchio primarie e secondarie, oppure a connettori come viti o chiodi endomidollari o dentali e a medicazioni per il trattamento delle ferite croniche o delle ustioni gravi.

Il Politecnico di Torino nel progetto EVPRO

Il Politecnico di Torino coordinerà la fase della caratterizzazione preclinica, i cui esiti sono decisivi al fine della trasferibilità in clinica dei prototipi sviluppati nell’ambito del progetto, in termini di citocompatibilità in vitro e potenzialità antiinfiammatoria. Il Politecnico di Torino è incaricato di organizzare le fasi di caratterizzazione preclinica. Il loro esito è considerato decisivo, secondo la stessa università torinese, «ai fini della trasferibilità delle tecnologie e dei prototipi sviluppati» alla pratica chirurgica quotidiana, testando la cito-compatibilità in vitro e le potenzialità antinfiammatorie dei rivestimenti sviluppati nel progetto. Sempre il team del Politecnico è il responsabile delle ricerche relative alla realizzazione di «un nuovo modello bioingegnerizzato del tessuto osseo fabbricato mediante tecniche di bioprinting».

Meno trattamenti e più qualità

Target primario di Extracellular vesicles promoted regenerative osseointegration sono i pazienti anziani, ai quali si cerca di garantire il mantenimento della mobilità e, per ciò stesso, il miglioramento della qualità di vita; l’aumento del benessere. L’idea è assicurare una coesistenza non problematica con le protesi minimizzando i potenziali fattori di rischio infiammatorio e quindi anche la necessità e la frequenza degli eventuali trattamenti medici successivi. Cuore dello studio è «l’impiego di rivestimenti bioattivi che, adattati sulla protesi, siano in grado di controllare l’eventuale infiammazione tra la protesi e il tessuto circostante».

In questo modo si otterrebbe «una migliore integrazione dell’impianto, diminuendo così le complicazioni e promuovendo la rigenerazione ossea». Il rivestimento si basa su un biomateriale di nuova generazione: è biodegradabile, bioistruttivo e nano-funzionalizzato, «caricato con vescicole extracellulari, incorporato sulla superficie microporosa e nano-ruvida delle protesi».

Impattando sul totale delle operazioni di revisione degli impianti, che avvengono con crescente frequenza, Evpro può rivelarsi vantaggioso per abbreviare i tempi di ospedalizzazione e tagliare la spesa a essi relativa. L’anca può rappresentare in più un punto di partenza, nella direzione di un più vasto ventaglio di possibili applicazioni. Per esempio, stando ancora a quanto ricordato dal Politecnico, «per le protesi di ginocchio primarie e secondarie; oppure i connettori quali le viti e i chiodi e le medicazioni per il trattamento delle ferite croniche o di gravi ustioni».

Al Politecnico di Torino sarà seguita la caratterizzazione delle protesi a contatto con le cellule del tessuto osseo e in previsione ci sono ulteriori esperimenti in ambienti tridimensionali tali da poter riprodurre fedelmente le situazioni biologiche reali. Ne guadagnano in efficacia le attività progettuali e aumentano le possibilità di ottenere indicazioni importanti per i passaggi successivi.

Diminuisce la necessità di compiere degli esperimenti su animali la cui capacità predittiva non è sempre precisa al 100%.

Il progetto nel suo complesso è per natura multidisciplinare e a esso concorrono conoscenze e approcci diversificati. Il gel, per esempio, è frutto dell’ingegno del Leibniz Institute di Aachen, in Germania. Si tratta appunto di gel che vengono poi arricchiti con agenti antinfiammatori: sostanze bioattive o vescicole ora in fase di sviluppo all’Ospedale Universitario di Essen. La componente industriale è rappresentata, nell’ambito dell’iniziativa, da Stryker, che ha il quartier generale ad Amsterdam in Olanda e una vasta esperienza nella produzione e nella commercializzazione di rivestimenti e protesi in titanio. Certificazione e validazione sono prerogative dell’altra olandese, Lonza Netherlands, che insieme al Politecnico e all’Ospedale di Bochum progetta le sperimentazioni in vitro per poi curare in autonomia quelle in vivo e biologiche.

 

 

Beyond Rheumatology, rivista open access per reumatologi

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Beyond Rheumatology, la rivista scientifica open access del CReI, il Collegio Reumatologi Italiani presieduto da Angela De Cata, esce in aprile 2019. La rivista scientifica avrà una periodicità quadrimestrale e sarà pubblicata da Page Press. Ne saranno tirate 500 copie nella versione cartacea in Italia e sarà distribuita online nella formula open access e peer-reviewed in inglese sul sito http://beyond-rheumatology.org/index.php/br, per garantire a tutti gli stakeholders la possibilità di consultarla.

Obiettivi della rivista del collegio reumatologi italiani

Beyond Rheumatology nasce con l’intento di colmare un vuoto nelle pubblicazioni scientifiche di settore, grazie alle firme di nomi illustri della Reumatologia e di altre branche mediche che si occupano, negli ambulatori e negli ospedali del territorio, della cura dei più dei 5milioni di malati reumatici in Italia. Perché le 150 patologie reumatiche a oggi conosciute coinvolgono più organi, e possono interessare gli occhi, i polmoni, il cuore, la pelle e non ultima la psiche. «L’obiettivo della nostra rivista scientifica è quello di intercettare la real life delle malattie reumatiche, quella vissuta dai pazienti ogni giorno».

L’obiettivo di Beyond Rheuamtology non si conclude qui: «Sarà open access e sarà l’organo ufficiale non solo del CReI, ma anche di altre società scientifiche affini alla Reumatologia», aggiunge l’Editor in Chief della rivista Alberto Migliore, Direttore della UOS di Reumatologia del Dipartimento di Medicina Interna l’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma e Docente di Reumatologia presso il corso di laurea infermieristica della Facoltà di Medicina e Psicologia della “Sapienza” di Roma. Tra queste vi sono l’Associazione Reumaimaging, l’Antiage (Associazione Nazionale per la Terapia Intra Articolare dell’Anca con Guida Ecografica), la Società italiana G.U.I.D.A (per la gestione unificata e interdisciplinare del dolore msucolo-scheletrico dell’algodistrofia), la SIGR (Società italiana di GastroReumatologia), CORA Autoimmunity Network, il GIBIS (Gruppo italiano per lo studio dei bisfosfonati), la ASON (Associazione specialisti osteoarticolari nazionali).

Il Collegio Reumatologi Italiani (CReI) riunisce gli specialisti in reumatologia che operano negli ospedali e sul territorio e tutela l’erogazione dell’assistenza ai malati reumatici in Italia. Dal 2018 è stato riconosciuto come Società Scientifica e cura la vastissima area degli interessi assistenziali e sociali, inserendosi in tal modo all’interfaccia delle associazioni dei pazienti.

 

Approvazione FDA per tecar e laser Mectronic

Tecarterapia

La Tecarterapia, nota anche comeTecarTrasferimento Energetico Capacitivo-Resistivo, è un trattamento elettromedicale che trova particolare impiego nella cura di traumi e patologie infiammatorie dell’apparato muscolo-scheletrico.
Diffusa soprattutto in ambito fisioterapico, la Tecarterapia prevede l’utilizzo di uno strumento capace di ridurre il dolore e accelerare la naturale riparazione dei tessuti, laddove ovviamente ci sia un danno.
la Tecarterapia trova largo impiego nel recupero da infortuni, quali lesioni tendinee, tendiniti, esiti di traumi ossei, distrazioni legamentose e nel trattamento di patologie muscolari e osteoarticolari, come contratture, artrosi e infiammazioni osteoarticolari; nei programmi riabilitativi post-operatori, come per esempio dopo gli interventi chirurgici alla mano, al polso, alla colonna, al ginocchio, zone anatomiche che meglio si prestano al trattamento tramite Tecar.

Laserterapia

La laserterapia è una particolare terapia fisica che si avvale degli effetti dell’energia generata da raggi laser per ottenere una risposta in corrispondenza della membrana lesa. Ha un effetto antidolorifico, antiedemigeno e antinfiammatorio. È rivolta a tutti coloro che soffrono di dolori cronici o acuti, dovuti a patologieartro-reumatiche, a stiramenti, distorsioni, epicondiliti, tendiniti o contusioni o dopo la rimozione di gessi o interventi chirurgici di natura ortopedica.

La terapia del dolore è data dall’azione analgesica che viene indotta dall’aumento della soglia della percezione delle terminazioni nervose algotrope e dalla liberazione di endorfine.

In breve, si può dire che il flusso Laser penetrando i tessuti provoca reazioni biochimiche sulla membrana cellulare e all’interno dei mitocondri che inducono diversi effetti tra i quali:

L’effetto antiflogistico, antiedema, eutrofico e stimolante è dato dall’aumento del flusso ematico dovuto alla vasodilatazione capillare ed arteriolare.

L’effetto di aumento dell’assorbimento dei liquidi interstiziali e conseguente riduzione degli edemi è dovuto alla modifica della pressione idrostatica intracapillare.

Certificazione FDA per Medtronic

Un’indagine pubblicata da Reuters prospetta che il mercato mondiale della laser terapia raggiungerà il valore stimato di 1900 milioni di dollari entro il 2022, con una crescita annuale del 9,2% nel solo territorio americano. Sono proprio gli Stati Uniti infatti i protagonisti di questo settore, date l’elevata popolazione di pazienti, la spesa governativa che sostiene ricerca e  sviluppo e l’ingente spesa sanitaria: basti pensare che, secondo il Centres for Disease Control and Prevention, nel 2016 quest’ultima rappresentava il 18% del PIL totale, pari a circa 3,2 trilioni di dollari.

E proprio all’enorme mercato degli Stati Uniti punta Mectronic, azienda italiana che ha ottenuto per i propri dispositivi di tecar e laser terapia l’approvazione della Food and Drug Administration, l’ente governativo che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari, sanitari e farmaceutici.

I dispositivi di tecar e laser terapia di Mectronic hanno ricevuto la certificazione della Food and Drug Administration Mectronic punta al mercato americano anche con una partnership commerciale con Luna America.

Ulcere cutanee e diabetiche, patologie della colonna vertebrale come ernie e lombosciatalgie, lesioni del cavo orale e dolori articolari e muscolari, sono alcune tra le numerose le malattie che vengono trattate con l’ausilio di dispositivi laser e tecar di ultima generazione.

Informativa per il paziente

Nella pratica clinica i pazienti in terapia con farmaci anti-riassorbitivi per l’osteoporosi spesso riferiscono il rifiuto da parte dell’odontoiatra di sottoporli a interventi di chirurgia orale come estrazioni dentali e posizionamento di impianti, per il timore di incorrere in complicanze come fallimento implantare e osteonecrosi della mandibola.
È dunque utile che il medico prescrittore di farmaci anti-riassorbitivi fornisca al paziente un’informativa da consegnare all’odontoiatra, allo scopo di fornire quelle che sono le attuali raccomandazioni in termini di prevenzione delle suddette complicanze.
SCARICA informativa diretta al dentista

Diagnosi di patologie tiroidee e complicanze derivanti dalla chirurgia

L’esame di elezione nella diagnostica di lesioni nodulari a carico del parenchima tiroideo è rappresentato dalla citologia agoaspirativa. Si tratta di un esame altamente sensibile, che però esige di essere sempre richiesto in maniera appropriata, sulla base di un sospetto ecografico concreto. Il risultato consiste in una valutazione probabilistica del rischio di malignità atteso, sulla cui base si procederà a ripetizione (l’esame soffre anche dell’eventualità di diagnosi indeterminate), semplice follow-up, o approccio chirurgico. La classificazione istologica italiana va indicativamente da TIR1 (reperto non diagnostico), passando per TIR2 (rischio atteso di malignità <3% ≡ benigno), fino a TIR5 (rischio atteso di malignità 95% ≡ maligno). La diagnosi definitiva rimane esclusivamente quella istologica.

Tra le indicazioni non oncologiche, sono contemplate forme mono o multinodulari (gozzo multinodulare tossico, tipico dell’anziano), in grado di portare a disturbi compressivi a carico delle vie aeree o dell’esofago, e come alternativa alla terapia radiometabolica (comunque la prima scelta) o farmacologica della principale forma di ipertiroidismo autoimmune, la malattia di Graves-Basedow.

Le alternative alla chirurgia sono già state in parte delineate: un approccio tipo wait and see è adottabile solo in caso di microcarcinomi e nel management dei casi locali di recidiva. Le tecniche minimamente invasive (non per questo prive di complicanze) percutanee come alcolizzazione, laser e, più recentemente, radiofrequenza hanno dimostrato efficacia nel controllo locale della massa e dei sintomi a essa correlati ma richiederanno ulteriori validazioni per poter essere contemplate definitivamente all’interno della pratica routinaria.

Per quanto riguarda le tecniche di approccio chirurgico alla tiroide, l’approccio di base è quello classico, che prevede un accesso diretto alla ghiandola a partire da un’incisione centrale a livello cervicale. Negli ultimi anni si è assistito all’introduzione della chirurgia endoscopica, che permette di accedere alla tiroide (in presenza di lesioni circoscritte) a partire da una piccola incisione sul collo, e, ultimamente, anche di quella robotica, in grado di fornire nuovi accessi extracervicali.

Complicanze in seguito a chirurgia della tiroide

Da ultime, le complicanze: vengono qui considerate due problematiche di particolare interesse, non tanto per la frequenza, quanto per la possibile gravità e la specificità con cui possono correlarsi alla procedura in esame. Più comuni sono infatti complicanze normalmente legate a qualsiasi intervento chirurgico: dolore, gonfiore, ematoma. Si tenga peraltro presente che, normalmente, il paziente viene dimesso a 1-2 giorni di distanza e può riprendere le proprie attività quotidiane nel giro di una decina.

Una complicanza temibile è quella legata al coinvolgimento dei nervi laringei. La disfonia in forma temporanea va in effetti paventata anche al paziente come complicanza comune (25–84%) dei casi. Sono contemplate metodiche come il monitoraggio intraoperatorio (IONM) volte a prevenire danni gravi e potenzialmente permanenti.

Dal punto di vista endocrinologico, è naturale che il paziente sottoposto a tiroidectomia diventi automaticamente dipendente dalla supplementazione farmacologica di ormoni tiroidei. Il coinvolgimento, obbligato o accidentale, delle ghiandole paratiroidi, magari anche a causa di alterazioni anatomiche quali ad esempio ectopie, comporta necessariamente l’instaurarsi di ipoparatiroidismo, cui segue un’ipocalcemia anche grave. Quella iatrogena risulta in effetti essere la più comune tra le forme di ipoparatiroidismo (7-36% dei casi) è, considerando le tipologie di intervento, la prima voce (38% degli episodi) consiste proprio nella tiroidectomia totale.

Letteratura sulle patologie della tiroide e il loro trattamento

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25692624

https://www.gavazzeni.it/cure/tiroidectomia/

Tiroidectomia: quando l’approccio chirurgico è necessario

La tiroidectomia totale è una procedura chirurgica indaginosa che trova indicazione in ambito di patologie sia oncologiche che non. Per quanto le forme tumorali maligne rappresentino le più comuni ragioni di intervento, una voce importante deriva invece dalle forme di gozzo e ipertiroidismo. Nelle seconde, l’asportazione non rappresenta sempre la prima scelta – a differenza delle forme cancerose salvo poche eccezioni – in virtù della disponibilità di farmaci e anche della terapia radiometabolica.

I carcinomi della tiroide rappresentano il 90% dei tumori oncologici e il 4% circa di tutte le neoplasie. Negli ultimi anni hanno mostrato una tendenza all’aumento dell’incidenza, verosimilmente in virtù di una migliore accessibilità alla diagnosi: alcuni autori osservano una tendenza all’overdiagnosis di microcarcinomi papillari.

I tumori maligni tiroidei sono classificati su base istologica in tre gruppi principali, che comportano differenze drastiche anche dal punto di vista terapeutico e prognostico.

I carcinomi differenziati comprendono a loro volta i carcinomi papillari e quelli follicolari, che insieme coprono il 90% dei tumori maligni della tiroide, in un rapporto indicativo 10:1. Costituiscono anche il gruppo con la prognosi sistematicamente favorevole, con un tasso di sopravvivenza a 20 anni pari rispettivamente a 98-99 e 80-90%.

La scelta tra emitiroidectomia e tiroidectomia totale

Allo stato attuale dell’arte, la chirurgia conservativa, ovvero l’emitiroidectomia (cioè l’exeresi del solo lobo interessato, estesa fino all’istmo) può essere presa in considerazione esclusivamente nel caso di tumori ben differenziati di piccole dimensioni, anche in risposta al trend diagnostico considerato in precedenza. Sono contemplata anche delle forme intermedie (tiroidectomia subtotale e quasi totale).

I carcinomi midollari sono tumori neuroendocrini originanti dalle cellule C parafollicolari, deputate alla produzione della calcitonina. La loro diagnostica non è basata sull’imaging ma essenzialmente sui livelli della stessa calcitonina. Si presentano in forma sporadica, familiare o nel contesto delle sindromi MEN (multiple endocrine neoplasia) 2A e 2B.

Rispetto ai precedenti istotipi, la sopravvivenza scende al 75-50% a 10 anni.

Vista la bassa responsività alle terapie mediche, radianti e radiometaboliche, il carcinoma midollare esige sempre trattamento escissionale (tiroidectomia) associato a svuotamento di tutte le stazioni linfonodali cervicali. In caso di riscontro occasionale di carcinoma midollare dopo emitiroidectomia, è sempre indicata la chirurgia di completamento.

Da ultimi, i carcinomi anaplastici, i quali fortunatamente rappresentano solo l’1-2% dei tumori maligni della tiroide, si caratterizzano per la prognosi nettamente peggiore, con un tasso di sopravvivenza che non raggiunge il 20% a un anno dalla diagnosi.

Nei casi in cui viene preso in considerazione, l’intervento indicato è il più radicale possibile: tiroidectomia totale associata a svuotamento dei comparti centrale e laterali del collo.

Letteratura di riferimento su tiroidectomia totale ed emitiroidectomia

http://media.aiom.it/userfiles/files/doc/LG/2017_LGAIOM_Tiroide.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5676172/

Densitometria: trabecular bone score (TBS)

La metodica dual energy x-ray absorptiometry (DXA o DEXA) rappresenta oggi la più diffusa e riproducibile tecnica MOC (mineralometria ossea computerizzata) nella misurazione quantitativa del contenuto scheletrico di calcio (densità minerale ossea BMD). Va inoltre ricordato che, allo stato attuale dell’arte, il T-score necessario alla diagnosi della principale patologia osteometabolico, l’osteoporosi, può essere applicato, per gli standard dettati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO), esclusivamente ai valori densitometrici raccolti tramite MOC-DEXA, appunto.

Partendo da questi presupposti, pare logico il perché molti degli sforzi nell’innovazione della diagnostica scheletrica siano stati siano stati incanalati nell’implementazione delle sistematiche di questo tipo. Il trabecular bone score (TBS) rappresenta un tool di recente introduzione (già approvato dalla FDA statunitense), che viene appunto incorporato nei sistemi DEXA, rispetto a cui non costituisce un esame addizionale.

Non è infrequente che su soggetto venga interessato da un episodio fratturativo in assenza di un significativo decremento della BMD.

L’algoritmo acquisisce e rielabora le variazioni della scala di grigio (corrispondenti all’attenuazione del fascio di raggi X) nei diversi pixel, ovvero in ogni singolo punto dell’immagine DEXA della colonna lombare (L1-L4). Tali valori sono indicativi delle diverse conformazioni micro-architetturali dell’osso trabecolare. Vertebre eventualmente già affette da fratture vengono escluse dal calcolo.

Ciò che si ottiene, senza esporre il paziente a ulteriori radiazioni, è un indice quantitativo, detto appunto trabecular bone score, che viene letto in maniera complementare al dato della BMD. Per esattezza, il TBS non è un indicatore diretto ma è correlato ad alcune caratteristiche tridimensionali come numero e densità delle trabecole ossee.

Trabecular bone score: valori di riferimento

La variabile, al pari della BMD, è correlata all’età: tra i 30 e i 45 anni non si osservano grosse alterazioni del TBS; nella fase successiva della vita si osserva un progressivo decremento, in misura maggiore sul sesso femminile. Un TBS ridotto è indicativo di una micro-architettura debole, esposta alle fratture. Volendo definire in questo senso dei valori di riferimento, un gruppo di lavoro internazionale ha fornito i seguenti range (unità di misura adimensionale) validi per soggetti di sesso femminile in fase post-menopausale:≥1350 normale; 1349–1201 micro-architettura parzialmente degradata; ≤1200 micro-architettura degradata.

Lo stato attuale delle evidenze, le quali consistono in un numero rilevante di studi cross-sezionali e prospettici, indica nel TBS un dato predittivo del rischio fratturativo, in sede vertebrale e anche extravertebrale, nelle donne in menopausa. Tali indicazioni sono confermate anche da studi sulla popolazione maschile. La variabile viene confrontata con la BMD e risulta utile nella stratificazione dei pazienti osteoporotici e, ancora di più, nella fascia di osteopenia, che, nel caso della MOC-DEXA, corrisponde a un T-score compreso tra -1 e -2.5 deviazioni standard.

Letteratura di riferimento su TBS e densitometria ossea

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4538791/pdf/emss-64652.pdf

http://www.jgerontology-geriatrics.com/wp-content/uploads/2016/09/04-Guglielmi-2.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25166040

Vitamina K1, K2 e K3

La definizione vitamina K raggruppa, come del resto avviene nel caso di altre vitamine, una serie di composti liposolubili che condividono la base 2-metil-1,4-naftochinone. La vitamina fu descritta per la prima volta nel 1935 si deve al biologo e fisiologo danese Henrik Carl Peter Dam, che, per tale scoperta, nel 1943 fu insignito del premio Nobel (in condivisione con lo statunitense Edward Adelbert Doisy, al quale si deve la sintesi della molecola) e al quale si deve anche la scelta della lettera K, che sta per Koagulation. Il termine, pertanto, è identificativo della sistema fisiologico con il quale la vitamina è primariamente coinvolta, ovvero il mantenimento dell’attività dei fattori della coagulazione a livello epatico.

Vitamina K: il significato delle diverse forme

La forma vitamina K1 (fillochinone PK, chimicamente 2-metil-3-fitil-1,4-naftochinone) è quella maggiormente presente nella dieta (quantomeno in quella occidentale), essendo presente nei vegetali a foglie verdi, come spinaci, verza e cavolo. Viene assorbita a livello ileale.

La vitamina K2 (menachinoni MKn) comprende molecole differenti (ad esempio MK-6, -7, -8) per il numero di unità isopreniche presenti nella catena laterale, di sintesi batterica. Pertanto, esse vengono prodotte dalla flora intestinale, oltre a essere presenti negli alimenti fermentati (ad esempio i fagioli di soia, molto consumati in paesi come il Giappone). Fa eccezione la MK-4, sintetizzata per conversione dalla PK in tessuti dell’organismo (pancreas, testicolo, parete vascolare).

Da ultima, vitamina K3 (menadione) identifica l’analogo sintetico, privo di catena laterale. Presenta anche un derivato bisolfitico, idrosolubile.

Le due classi principali differiscono per sede di assorbimento: ileo per la vitamina K1, grosso intestino per la K2. In entrambi i casi le molecole fanno ingresso negli enterociti sotto forma di micelle, per poi essere cedute ai tessuti seguendo il ciclo delle lipoproteine a bassa densità (chilomicroni, quindi VLDL e infine LDL).

La vitamina agisce a livello del reticolo endoplasmatico della cellula come coenzima di un enzima deputato alla carbossilazione dell’amminoacido glutammato, processo implicato nell’attivazione di una serie di proteine, denominate appunto vitamina K-dipendenti. Tra queste, le più note sono senza dubbio i fattori VII, IX e X della coagulazione: l’anticoagulante orale più diffuso, il warfarin, agisce come antagonista della vitamina K, bloccandone due passaggi enzimatici del ciclo. Una subunità di uno dei due enzimi può essere usato come marker del metabolismo osseo, essendo il suo polimorfismo correlato con la densità minerale ossea (bone mineral density, BMD). Un ridotto intake risulta collegato a un BMD ridotto (e di conseguenza a un aumentato rischio fratturativo) in donne di tutte le età. La vitamina K sembra avere proprietà osteoinduttive al pari della vitamina D (senza dubbio quella maggiormente coinvolta nel metabolismo osseo). Alcuni studi hanno stabilito gli effetti positivi di una supplementazione dietetica sul rischio di fratture ossee nella fascia di popolazione femminile in età postmenopausale. La ricerca sta facendo luce sui meccanismi alla base di tale effetto: la vitamina K1 agirebbe maggiormente sulla qualità ossea, mentre il dato della BMD sarebbe da correlare alla conversione a MK-4.

Un uso estensivo della vitamina K nel trattamento farmacologico del paziente osteoporotico rappresenta pertanto una prospettiva meritevole di approfondimento scientifico. Attualmente, l’indicazione principale alla supplementazione della vitamina è rappresentata dalle patologie emorragiche (soprattutto neonatali) susseguenti a deficit di fattori della coagulazione vitamina K – dipendenti.

In ultima analisi, si ricordi che la vitamina K costituisce anche l’antidoto dei derivati cumarinici (warfarin, acenocumarolo) e viene pertanto utilizzata nella TAO reversal in caso di emergenze emorragiche susseguenti a intossicazione. Somministrata per via endovenosa, induce una normalizzazione dell’INR nel 45% dei pazienti nel giro 6 ore e praticamente in tutti i casi entro le 24 ore. Non sarà invece efficace sui NAO, non a caso chiamati anche Non-vitamin K oral anticoagulants (NOAC).

Letteratura sulla vitamina K

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5726210/

http://www.ospfe.it/il-professionista/societa-medico-chirurgica/archivio-convegni-2012/fibrillazione-atriale-e-trombosi-venosa-profonda-aspetti-fisiopatologici-clinici-e-terapeutici/Emergenze%20emorragiche%20in%20corso%20di%20terapia%20anticoagulante_quale%20gestione_-Melandri.pdf