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AMH, un nuovo biomarcatore predittivo per l’osteoporosi postmenopausale

L’osteoporosi è una malattia silenziosa, spesso rivelata solo al momento della frattura. Ma cosa accadrebbe se fosse possibile prevedere, con almeno un decennio di anticipo, chi è maggiormente a rischio? Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism prova a rispondere con una prospettiva innovativa: osservare l’ormone anti-Mülleriano (AMH) durante gli anni centrali della vita riproduttiva femminile per prevedere lo stato della salute ossea in menopausa.

Uno studio longitudinale unico nel suo genere

Lo studio, parte del progetto Viva dell’Harvard Medical School, ha seguito per 14 anni 450 donne parous, con un’età media di 37 anni al momento del prelievo dell’AMH e di 51 anni al momento della valutazione dello stato osseo. Le partecipanti sono state selezionate da una coorte originaria di oltre 2000 donne, inizialmente reclutate in gravidanza tra il 1999 e il 2002 nell’area di Boston.

Le concentrazioni plasmatiche di AMH sono state misurate tra il 2003 e il 2006, mentre la densità minerale ossea (BMD) e i marcatori di turnover osseo sono stati valutati tra il 2017 e il 2021. Gli esiti principali considerati sono stati la BMD della colonna vertebrale, dell’anca e del collo femorale, misurata con assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA), e i marcatori plasmatici PINP (formazione ossea) e CTX-I (riassorbimento osseo).

AMH basso = osso fragile?

Le donne con livelli di AMH <1,0 ng/mL in età riproduttiva media hanno mostrato, 14 anni dopo, valori significativamente inferiori di BMD e livelli più elevati di PINP e CTX-I rispetto a coloro con livelli di AMH >3,5 ng/mL. In particolare, la riduzione della densità ossea nella colonna vertebrale è risultata significativa (−0,06 g/cm²) anche dopo aggiustamenti per età, BMI, abitudini di vita, menarca e fumo in gravidanza.

Queste associazioni non sono solo statisticamente significative, ma mostrano un gradiente dose-risposta. Più basso è il valore dell’AMH in età fertile, maggiore è il turnover osseo e più bassa è la BMD nella mezza età. Una relazione che, pur parzialmente mediata dallo stato menopausale, suggerisce un valore predittivo indipendente dell’AMH.

AMH come sentinella dell’osso, ben prima della menopausa

Uno dei dati più interessanti riguarda la diversa correlazione tra AMH e salute ossea a seconda dello stato menopausale. Nei soggetti premenopausali, l’AMH è risultato fortemente associato ai marcatori di turnover osseo, mentre nelle donne postmenopausali la relazione era più forte con la densità ossea, in particolare a livello vertebrale.

Questo suggerisce un percorso biologico coerente: prima della menopausa, la perdita ossea è ancora reversibile e si manifesta inizialmente come aumento del turnover. Dopo la menopausa, l’accelerazione del riassorbimento si traduce in una perdita sostanziale e clinicamente rilevante di massa ossea. L’AMH, quindi, potrebbe fungere da “termometro” precoce del metabolismo osseo, molto prima che compaiano i sintomi o le fratture.

Verso una nuova strategia di screening?

L’AMH è già ampiamente utilizzato in ginecologia riproduttiva per valutare la riserva ovarica, in particolare nei percorsi di PMA. A differenza dell’FSH, è stabile durante il ciclo mestruale e mostra variazioni minime intraindividuali. Questo lo rende un candidato ideale come marcatore precoce del rischio di osteoporosi, in combinazione con altri fattori clinici e anamnestici.

Secondo gli autori dello studio, identificare le donne a rischio elevato di perdita ossea 10-15 anni prima della menopausa potrebbe consentire interventi preventivi mirati, come modifiche dello stile di vita, supplementazioni o un monitoraggio densitometrico precoce.

Limiti e prospettive future

Lo studio ha diversi punti di forza: il design prospettico, il lungo follow-up, la valutazione accurata con DXA e BTMs, e una coorte relativamente eterogenea dal punto di vista etnico e socioeconomico. Tuttavia, alcune limitazioni vanno considerate. Le partecipanti risiedevano tutte nell’area di Boston e avevano un elevato livello di istruzione, fattori che potrebbero limitare la generalizzabilità. Inoltre, la coorte include solo donne che avevano avuto almeno una gravidanza, escludendo quindi soggetti con riserva ovarica estremamente bassa.

Un’altra limitazione riguarda il fatto che BMD e BTMs sono stati misurati una sola volta, impedendo di monitorare l’andamento nel tempo. Inoltre, le partecipanti erano ancora relativamente giovani al follow-up, e l’incidenza di fratture o osteoporosi conclamata non è stata valutata.

In conclusione, lo studio pubblicato da Wang et al. apre un’interessante finestra sulla possibilità di utilizzare l’AMH, comunemente impiegato nella medicina riproduttiva, come indicatore predittivo della salute ossea futura. Se confermati da ulteriori studi, questi risultati potrebbero cambiare radicalmente l’approccio alla prevenzione dell’osteoporosi, spostando l’attenzione su una valutazione precoce durante gli anni della fertilità.

In un contesto in cui la diagnosi di osteopenia o osteoporosi arriva spesso troppo tardi, l’AMH potrebbe diventare uno strumento prezioso per proteggere le ossa delle donne… molto prima che inizino a rompersi.

Lo studio

Wang, Siwen et al. “Associations of AMH in Midreproductive Years with Bone Mineral Density and Turnover Markers in Midlife.” The journal of clinical endocrinology and metabolism 110.7 (2025): 1836–1845.

Verso una nuova frontiera nella terapia dell’acondroplasia

DALLE AZIENDE

L’acondroplasia è una malattia genetica rara che colpisce oltre 250.000 persone nel mondo e rappresenta la forma più comune di displasia scheletrica a trasmissione autosomica dominante. Causata da una mutazione del recettore 3 del fattore di crescita dei fibroblasti (FGFR3), la patologia si manifesta con una crescita ossea anomala che compromette lo sviluppo armonico dello scheletro e porta a una statura marcatamente ridotta e sproporzionata. Tuttavia, la portata della malattia va ben oltre l’altezza: le manifestazioni cliniche coinvolgono l’intero organismo, con complicanze muscolari, neurologiche, otorinolaringoiatriche e cardiorespiratorie che spesso necessitano di numerosi interventi chirurgici fin dall’infanzia.

Negli ultimi anni, la ricerca farmacologica ha puntato su soluzioni innovative che vadano oltre l’obiettivo estetico della statura, mirando al miglioramento complessivo della qualità della vita. In questo contesto si inserisce lo studio COACH (Ascendis Pharma), il primo trial clinico a valutare l’efficacia di una terapia combinata con due farmaci a rilascio prolungato: navepegritide, derivato dal peptide natriuretico di tipo C (CNP), e lonapegsomatropin, un profarmaco della somatropina.

COACH: una combinazione promettente

I risultati preliminari dello studio COACH, presentati da Ascendis Pharma a giugno 2025 e diffusi in Italia lo stesso mese, indicano un significativo miglioramento nella crescita lineare e nella proporzionalità corporea nei bambini trattati con la combinazione settimanale dei due farmaci. Lo studio di fase 2, condotto in aperto, ha coinvolto due coorti pediatriche con acondroplasia, dai 2 agli 11 anni: la prima composta da 12 bambini naïve al trattamento con navepegritide; la seconda da 9 bambini già trattati con navepegritide in precedenti studi clinici.

Alla settimana 26, i bambini naïve hanno registrato una velocità di crescita annualizzata media di 9,14 cm/anno, con un incremento di 4,23 cm/anno rispetto al basale e un miglioramento dello Z-score di altezza pari a +0,53. Nei bambini già trattati con navepegritide, la velocità di crescita annualizzata media è stata di 8,25 cm/anno, con un aumento di 3,10 cm/anno rispetto al basale e uno Z-score di +0,44.

Significativamente, la velocità di crescita media ottenuta con la combinazione ha superato il 97° percentile rispetto alla statura media pediatrica, un dato che sottolinea l’efficacia del regime settimanale combinato rispetto alle monoterapie.

Oltre la statura: proporzionalità e sviluppo armonico

Ma il dato forse più rilevante riguarda la proporzionalità corporea, parametro spesso trascurato ma centrale nel vissuto quotidiano dei pazienti. Alla settimana 26, è stato osservato un miglioramento accelerato della proporzionalità, in linea con l’aumento della crescita lineare. Inoltre, l’età ossea dei pazienti si è mantenuta coerente con l’età cronologica, un elemento cruciale per la sicurezza a lungo termine del trattamento, che suggerisce un’azione armonica sullo sviluppo scheletrico.

La tollerabilità del trattamento è stata ottima: il profilo di sicurezza della combinazione si è rivelato sovrapponibile a quello delle singole monoterapie, con eventi avversi per lo più lievi e ben tollerati.

La tecnologia TransCon e l’approccio settimanale

Il razionale scientifico alla base del trattamento combinato risiede nella tecnologia TransCon, sviluppata da Ascendis Pharma. Navepegritide, profarmaco sperimentale del CNP, è stato progettato per assicurare una somministrazione settimanale e costante del peptide, il quale agisce in modo diretto sulla regolazione della crescita ossea e sulla controregolazione del pathway attivato da FGFR3. Lonapegsomatropin, invece, consente un rilascio prolungato della somatropina attiva, già approvata da EMA per il deficit di ormone della crescita pediatrico.

La combinazione sinergica tra i due profarmaci mira dunque a colpire due vie complementari, ottimizzando i risultati in termini di crescita e struttura corporea. I dati dello studio COACH sembrano confermare questa strategia, aprendo la strada a una nuova fase di sperimentazione: i risultati a 52 settimane sono attesi entro la fine del 2025, parallelamente all’avvio dello studio di fase 3, che sarà cruciale per la valutazione definitiva della terapia.

Un dialogo con la comunità medica italiana

“Siamo orgogliosi di condividere questi risultati con la comunità medica italiana”, ha dichiarato Paola Stagni, Direttore Medico di Ascendis Pharma Italia. “In un Paese in cui la medicina personalizzata e l’innovazione terapeutica assumono un ruolo sempre più centrale, è fondamentale coinvolgere attivamente i clinici italiani nello sviluppo di nuove opzioni di trattamento. Auspichiamo un dialogo costruttivo con gli specialisti che condividono il nostro impegno nella ricerca e nel miglioramento della qualità di vita dei pazienti”.

Una dichiarazione che sottolinea il valore strategico della collaborazione tra industria e sistema sanitario nell’ambito delle malattie rare, dove le esigenze terapeutiche restano spesso insoddisfatte, e le soluzioni più efficaci passano per l’integrazione tra ricerca, medicina traslazionale e pratica clinica.

Guardando avanti: la strada verso la fase 3

Lo studio COACH rappresenta un punto di svolta nella gestione farmacologica dell’acondroplasia. Se i risultati delle prossime fasi confermeranno le evidenze emerse a 26 settimane, la combinazione di navepegritide e lonapegsomatropin potrebbe diventare una nuova opzione terapeutica standard, capace di rispondere a una delle più complesse sfide della medicina pediatrica: coniugare efficacia, sicurezza e qualità della vita nei trattamenti a lungo termine.

In un settore in rapida evoluzione, dove la personalizzazione del trattamento rappresenta il paradigma futuro, la combinazione di due farmaci intelligenti, somministrati una sola volta a settimana, potrebbe segnare una nuova era nella gestione clinica dell’acondroplasia. Ora non resta che attendere i risultati dello studio di fase 3.

Zoledronato nei giovani con fragilità ossea: meno fratture, più evidenze

Quando si parla di osteoporosi e fratture da fragilità, l’attenzione clinica è spesso rivolta alla popolazione anziana. Tuttavia, esiste un sottogruppo di bambini e adolescenti affetti da patologie genetiche o condizioni secondarie che espongono a un elevato rischio di fratture. In questo contesto, l’acido zoledronico, un potente bisfosfonato già ampiamente utilizzato negli adulti, mostra un potenziale promettente anche in ambito pediatrico.

Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism analizza l’efficacia clinica dello zoledronato nella prevenzione delle fratture in giovani pazienti con fragilità scheletrica, offrendo dati aggiornati e solidi per orientare la pratica clinica.

Lo studio: 27 lavori, oltre 1100 pazienti

I ricercatori hanno selezionato 27 studi (di cui 20 osservazionali e 7 trial clinici) pubblicati fino al settembre 2023, per un totale di 1125 bambini e adolescenti trattati con acido zoledronico. La revisione ha incluso pazienti con fragilità ossea primaria (come l’osteogenesi imperfetta) e secondaria (ad esempio da paralisi cerebrale, terapia cortisonica cronica, talassemia).

La durata mediana del trattamento è stata di circa 19 mesi. I principali outcome considerati sono stati: incidenza di fratture, densità minerale ossea (BMD), dolore osseo, qualità della vita e eventi avversi.

Riduzione significativa delle fratture

Il risultato più importante riguarda l’efficacia antifratturativa dello zoledronato. La meta-analisi ha mostrato una riduzione del 60% del rischio di nuove fratture dopo l’inizio del trattamento (risk ratio 0,40; IC 95%: 0,29–0,55). Un dato particolarmente rilevante se si considera che molti dei pazienti inclusi nello studio avevano già una storia di fratture multiple e ridotta mobilità.

La riduzione è risultata più marcata nei pazienti con fragilità scheletrica secondaria rispetto a quelli con forme primarie. Questo suggerisce un’efficacia trasversale del farmaco, ma con un possibile impatto più rapido nei casi in cui la fragilità è dovuta a condizioni reversibili o controllabili.

Migliora anche la densità ossea e il dolore

Oltre a ridurre le fratture, lo zoledronato ha mostrato un miglioramento significativo della densità ossea, in particolare a livello lombare, con un aumento medio dello Z-score di +0,43. Questo effetto è particolarmente rilevante nei pazienti pediatrici, dove la massa ossea acquisita durante l’infanzia e l’adolescenza rappresenta un determinante fondamentale della salute scheletrica in età adulta.

Anche il dolore osseo, sintomo spesso invalidante in questi pazienti, si è ridotto significativamente nella maggior parte degli studi, migliorando la qualità della vita e la partecipazione alle attività quotidiane.

Sicurezza: profilo favorevole, ma da monitorare

Lo studio conferma il buon profilo di sicurezza dello zoledronato nei giovani, con eventi avversi generalmente lievi e transitori. I più comuni sono stati la febbre post-infusione (30% dei casi), seguita da sintomi simil-influenzali e ipocalcemia transitoria.

Non sono stati riportati eventi gravi come osteonecrosi della mandibola o fratture atipiche del femore, complicanze temute nei trattamenti a lungo termine negli adulti. Tuttavia, la durata relativamente breve del follow-up in molti studi suggerisce la necessità di monitoraggi prolungati.

Quali implicazioni per la clinica?

Questa revisione sistematica colma un’importante lacuna nella letteratura pediatrica, offrendo ai clinici una sintesi rigorosa delle evidenze sull’uso dello zoledronato nei bambini con fragilità ossea. Le implicazioni pratiche sono molteplici:

  • Prevenzione delle fratture: in pazienti ad alto rischio, l’uso precoce del farmaco potrebbe ridurre significativamente la morbilità scheletrica.

  • Miglioramento della mobilità: la riduzione del dolore e delle fratture facilita la partecipazione ad attività fisiche e scolastiche.

  • Pianificazione a lungo termine: la terapia va comunque inquadrata all’interno di un percorso multidisciplinare, con monitoraggi regolari della BMD, dei marker biochimici e della crescita scheletrica.

L’acido zoledronico si conferma una risorsa efficace e sicura nel trattamento della fragilità scheletrica in età pediatrica. La riduzione del rischio di fratture, il miglioramento della densità ossea e del dolore aprono nuove prospettive terapeutiche per una popolazione spesso trascurata nella ricerca clinica. È ora compito della comunità medica integrare queste evidenze nella pratica quotidiana, garantendo un approccio personalizzato e sicuro per ogni giovane paziente.

Lo studio

Ashley J Stoffers, Edna E Mancilla, Michael A Levine, Michael Mayer, Heather M Monk, Joseph Rosano, David R Weber, Clinical Efficacy of Zoledronic Acid on Fracture Reduction in Youth With Primary and Secondary Skeletal FragilityThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, Volume 110, Issue 7, July 2025, Pages 2031–2040.

Osteostrong e carico osteogenico ad alta intensità nella gestione dell’osteoporosi postmenopausale

In un contesto clinico che richiede strategie sempre più personalizzate e sostenibili per la gestione dell’osteoporosi, una nuova ricerca condotta presso l’Università di Atene documenta per la prima volta l’efficacia dell’intervento Osteostrong®, un protocollo di esercizio settimanale di 10 minuti a carico osteogenico, nel migliorare densità minerale ossea (BMD) e qualità trabecolare (TBS) nelle donne postmenopausali. I risultati, pubblicati sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, indicano un significativo miglioramento dei parametri ossei sia in monoterapia sia in combinazione con trattamenti anti-riassorbitivi. Un’opzione promettente, sicura e ben tollerata che potrebbe ridefinire le strategie non farmacologiche nella cura dell’osteoporosi.

Osteoporosi postmenopausale

L’osteoporosi postmenopausale rappresenta una delle sfide sanitarie più rilevanti del nostro tempo: silenziosa, progressiva e spesso clinicamente manifesta solo al momento della frattura. Nonostante l’ampia disponibilità di terapie farmacologiche, la ricerca di strategie integrative che migliorino adesione, efficacia e qualità della vita delle pazienti è sempre più centrale. In questo scenario, lo studio clinico che abbiamo analizzato apre una nuova prospettiva sull’esercizio ad alta intensità e basso impatto come strumento terapeutico efficace.

Il metodo Osteostrong: 10 minuti per le ossa

Il cuore dello studio è il protocollo Osteostrong®, un programma settimanale di soli 10 minuti di esercizio fisico ad alto carico osteogenico ma a basso impatto articolare, realizzato tramite dispositivi brevettati (Spectrum®) in grado di generare forze multiple del peso corporeo in sicurezza. Il carico meccanico viene applicato in quattro stazioni (Upper, Lower, Postural e Core GT), coinvolgendo diversi distretti dello scheletro assile e appendicolare. L’elemento innovativo è la combinazione tra alta intensità (in termini di carico meccanico) e bassissimo rischio traumatologico.

Lo studio clinico: disegno e popolazione

Il trial, condotto presso l’Università di Atene, ha coinvolto 147 donne in postmenopausa affette da osteoporosi. Le partecipanti sono state suddivise in quattro gruppi:

  • G1: Osteostrong senza terapia farmacologica
  • G2: Osteostrong più farmaci anti-riassorbitivi
  • G3: controllo senza trattamento
  • G4: solo trattamento farmacologico

Tutte sono state sottoposte a DXA e TBS all’inizio e dopo 12 mesi. L’endpoint primario era la variazione di BMD in sede lombare e femorale; secondario, la variazione del trabecular bone score (TBS).

Risultati principali: miglioramenti significativi

L’intervento Osteostrong ha prodotto risultati clinicamente e statisticamente significativi:

  • BMD lombare (L1-L4): aumentata in G1 (p=0,0039), G2 (p<0,001) e G4 (p=0,0059)
  • TBS: migliorato in G2 (p=0,0078), indicando un miglioramento della microarchitettura
  • BMD collo femorale e femore totale: incrementi significativi in G1, G2 e G4

Da notare che nel gruppo G3, privo di qualsiasi intervento, i parametri ossei sono lievemente peggiorati, pur senza significatività statistica.

Sicurezza e aderenza

Nessun evento avverso grave è stato segnalato. Solo 13 partecipanti hanno lamentato dolore articolare transitorio, e 3 hanno abbandonato lo studio. Nessuna frattura o lesione muscolo-tendinea è stata rilevata. Questo dato è particolarmente rilevante in un contesto come l’osteoporosi, dove la paura di fratture da esercizio rappresenta una barriera frequente all’aderenza.

Effetto sinergico con i farmaci

I dati suggeriscono che l’intervento Osteostrong ha un effetto additivo o sinergico con le terapie anti-riassorbitivi (come denosumab e bisfosfonati), potenziando i benefici su BMD e TBS rispetto alla monoterapia farmacologica. Questo punto rafforza l’idea di un approccio integrato, dove esercizio e farmaco non si escludono ma si completano.

Implicazioni cliniche

L’efficacia del carico osteogenico ad alta intensità settimanale sfida l’idea tradizionale che l’esercizio per l’osteoporosi debba essere quotidiano e a basso impatto. Lo studio indica che una breve esposizione settimanale a forze elevate, purché calibrata e controllata, può stimolare in modo significativo il rimodellamento osseo. In un momento storico in cui l’aderenza terapeutica è un nodo critico, la semplicità e la brevità del protocollo rappresentano un valore aggiunto.

Prospettive future

Sebbene servano ulteriori conferme, i risultati di questo studio aprono a nuove riflessioni sulla personalizzazione dell’esercizio in osteoporosi. Osteostrong, integrabile con le terapie in uso e adatto anche a pazienti fragili, potrebbe trovare applicazione non solo nella prevenzione secondaria delle fratture, ma anche come strumento di mantenimento dopo il picco farmacologico.

L’intervento Osteostrong si afferma come una promettente opzione non farmacologica per il trattamento dell’osteoporosi postmenopausale, efficace, sicura e ben tollerata. Con un impatto positivo dimostrato su BMD e TBS, potrebbe rappresentare un elemento chiave nelle future linee guida per la gestione integrata della salute ossea.

Lo studio

Nektaria Papadopoulou–Marketou, Anna Papageorgiou, Nikolaos Marketos, Panagiotis Tsiamyrtzis, Georgios Vavetsis, George P Chrousos, Effective Brief, Low-impact, High-intensity Osteogenic Loading in Postmenopausal OsteoporosisThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025.

Un’oncologia davvero per tutti

Nonostante i progressi normativi e sociali degli ultimi anni, le persone transgender e gender-diverse (TGD) continuano a incontrare barriere significative nell’accesso alle cure. In oncologia, queste disuguaglianze si traducono in diagnosi tardive, scarsa aderenza agli screening, protocolli clinici non adattati e un senso diffuso di esclusione. La letteratura scientifica ha ormai consolidato l’evidenza che il rischio oncologico nella popolazione TGD può essere aumentato da fattori biologici, psicosociali e di esposizione ambientale, ma i percorsi di prevenzione e cura raramente ne tengono conto.

Il progetto Pavia-Milano: da paradigma a piano d’azione

A partire da questa constatazione, il documento “Turning Lessons into Action: Building an Inclusive Oncology Care for Transgender and Gender-Diverse People – Pavia & Milano Framework“, firmato da un ampio gruppo multidisciplinare di professionisti della sanità, accademici e rappresentanti delle associazioni, propone una strategia articolata per rendere l’oncologia un territorio più equo e sicuro anche per le persone TGD.

Il modello si sviluppa attorno a cinque pilastri operativi:

  1. Ripensare la comunicazione sanitaria, con un linguaggio rispettoso e consapevole dell’identità di genere.

  2. Riformare la formazione del personale sanitario, per superare bias impliciti e pregiudizi.

  3. Adeguare gli screening oncologici, integrando protocolli personalizzati per la popolazione TGD.

  4. Valorizzare il ruolo delle figure infermieristiche, in prima linea nella relazione di cura.

  5. Costruire alleanze interistituzionali, per promuovere un cambiamento sistemico.

Comunicare inclusivamente: il potere delle parole

Un primo fronte di intervento riguarda la comunicazione. Gli ambienti sanitari spesso perpetuano, anche involontariamente, stereotipi che alimentano la marginalizzazione. Il framework invita a promuovere una comunicazione attenta all’identità dichiarata dal paziente, all’uso corretto dei pronomi e a una modulazione del linguaggio clinico che non rinforzi binarismi o presunzioni cisnormative. La presenza di materiale informativo inclusivo, visibile nelle strutture sanitarie, è indicata come leva importante per creare un contesto accogliente.

Formare per curare meglio

Un secondo punto essenziale è la formazione. Il documento segnala la mancanza strutturale, nei percorsi universitari e di aggiornamento, di moduli specifici sulle tematiche LGBTQIA+. Questo deficit formativo si traduce in una scarsa preparazione da parte di molti professionisti nell’approccio a pazienti TGD, con conseguenze concrete sulla qualità della relazione di cura e sulla fiducia reciproca. Il framework propone di integrare nella formazione contenuti multidisciplinari che includano aspetti medici, psicologici, sociali e legali.

Screening oncologici su misura

Uno degli aspetti più critici riguarda gli screening. La letteratura e l’esperienza clinica evidenziano che i protocolli standard possono non essere adeguati per la popolazione TGD, specialmente in presenza di transizioni medico-chirurgiche. Il documento propone un approccio personalizzato basato sul principio di “anatomia rilevante”, che tenga conto della storia medica e dei trattamenti ormonali e chirurgici effettuati. Per esempio, è essenziale continuare a proporre il Pap test alle persone transmaschili con cervice uterina o monitorare il rischio di tumore mammario nelle donne transgender in terapia ormonale.

L’infermiere inclusivo: un presidio di umanità

Il ruolo degli infermieri è valorizzato come cardine della presa in carico. Il documento presenta, tra gli altri, l’esempio virtuoso dell’Unità di Ginecologia del Policlinico San Matteo di Pavia, dove il personale infermieristico ha codificato un processo di supporto per i pazienti in transizione female-to-male. Questo percorso include accoglienza attiva, utilizzo del nome scelto, ascolto delle esigenze specifiche, educazione sanitaria personalizzata e un dialogo costante con le équipe multidisciplinari.

Alleanze strategiche per il cambiamento sistemico

Infine, il framework sottolinea l’importanza di costruire reti tra strutture sanitarie, associazioni, università, istituzioni e pazienti. Solo attraverso un’azione concertata è possibile scardinare abitudini, protocolli e resistenze culturali profondamente radicati. L’esperienza del gruppo di lavoro Pavia-Milano dimostra che il coinvolgimento diretto delle persone TGD nella definizione delle politiche sanitarie può generare soluzioni più efficaci e sostenibili.

Un modello da replicare

Il documento “Turning Lessons into Action” non è solo un appello etico, ma una roadmap operativa. Il modello proposto è scientificamente fondato, culturalmente consapevole e concretamente attuabile. In un’epoca in cui si parla sempre più di medicina personalizzata, non si può ignorare che personalizzare significa anche riconoscere l’identità, le vulnerabilità e i diritti delle persone. Anche in oncologia.

Per il mondo della salute ossea, sempre più attento a coorti fragili e sottodiagnosticate, il messaggio è chiaro: un sistema sanitario giusto è quello che sa prendersi cura di tutti, senza eccezioni.

Fonte

Amelia Barcellini, Chiara Cassani, Anna Maria Mancuso, Giuseppe Antonelli, Claudio Baggini, Laura Beduschi, Elisabetta Bettega, Fabiola Bologna, Daniele Calzavara, Cristina Campiglio, Francesco Celestina, Maria Grazia Colombo, Claudia Roberta Combei, Simone D’Alpaos, Silvia Deandrea, Silvia Desigis, Alessandra Dell’Era, Francesca Dionigi, Cinzia Fasola, Silvia Illari, Bianca Iula, Nicla La Verde, Manuela Nebuloni, Gianmarco Negri, Mara Ravasi, Lorenzo Ruggieri, Raffaela Sartori, Simona Secondino, Maria Silvia Spinelli, Barbara Tagliaferri, Davide Dalu, Laura Deborah Locati, Turning Lessons into Action: Building an Inclusive Oncology Care for Transgender and gender-diverse People– Pavia & Milano framework, Journal of Cancer Policy, 2025, 100621, ISSN 2213-5383.

La vitamina D non funziona allo stesso modo per tutti

La vitamina D non funziona allo stesso modo per tutti: questa constatazione, da tempo osservata nella pratica clinica, trova oggi conferma e spiegazione genetica in uno studio pubblicato nel gennaio 2025 su The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism. Il lavoro ha coinvolto 427 soggetti anziani (età media 73 anni) di diverse etnie, trattati con 2000 UI/die di colecalciferolo per 16 settimane. L’obiettivo: individuare i polimorfismi genetici associati alla risposta biochimica alla supplementazione.

Un trial su misura

Lo studio, denominato INVITe (Individualized Response to Vitamin D Treatment), ha adottato un disegno randomizzato, controllato con placebo e stratificato per etnia. I ricercatori hanno misurato le variazioni nei livelli sierici di 25(OH)D3 (la forma di stoccaggio della vitamina), 1,25(OH)2D3 (la forma attiva) e PTH, concentrandosi sul legame tra queste risposte biochimiche e le varianti genetiche dei partecipanti.

La variabilità genetica conta

L’analisi genomica ha evidenziato almeno otto regioni del genoma associate in modo significativo alla risposta alla vitamina D3. In particolare:

  • Il polimorfismo rs16867276 (regione 2q31, intergenica) è risultato associato a un aumento di +8,37 pg/mL di 1,25(OH)2D3 per allele effetto (P = 4,93E-08), con significatività genome-wide nella metanalisi transetnica.

  • Il polimorfismo rs114044709, adiacente al gene FAM20A, è stato associato a un aumento del PTH (+20,32 pg/mL) nei partecipanti afroamericani.

  • Polimorfismi nei geni SULT2A1 e CYP24A1, coinvolti rispettivamente nella solfatazione e nel catabolismo della vitamina D, sono stati associati alle variazioni di 1,25(OH)2D3 e PTH.

La chiave è nella via metabolica

SULT2A1 è una sulfotransferasi altamente espressa nel fegato e nell’intestino, nota per metabolizzare steroidi e acidi biliari. Studi pregressi avevano ipotizzato un suo ruolo anche nel metabolismo della vitamina D. I nuovi dati lo confermano: i soggetti portatori di una variante intronica (rs2637116) mostravano un incremento di 4,88 pg/mL di 1,25(OH)2D3 in risposta alla supplementazione.

CYP24A1, invece, codifica l’enzima responsabile della degradazione della vitamina D. Una sua variante è risultata correlata a una riduzione minore del PTH, soprattutto nei partecipanti bianchi, suggerendo un ruolo critico nella modulazione del feedback endocrino.

Non solo genetica nota

Sorprendentemente, molti dei loci identificati non erano collegati ai classici geni della via della vitamina D (come CYP2R1, CYP27B1 o VDR). Questo suggerisce l’esistenza di vie metaboliche ancora sconosciute, o di interazioni con altri assi endocrini, come quello tiroideo. È il caso del polimorfismo rs17543143, vicino al gene THRB (recettore della tiroide), associato a un aumento della risposta in 25(OH)D3. Una possibile spiegazione risiede nell’interazione tra recettori nucleari comuni, come RXR, che lega sia il recettore della vitamina D sia quello della tiroide.

Il ruolo del background etnico

Le associazioni genetiche mostravano una forte eterogeneità etnica. Alcuni polimorfismi erano significativi solo in sottogruppi specifici (ad esempio afroamericani o caucasici), confermando quanto il patrimonio genetico individuale – e non solo lo stile di vita o l’aderenza terapeutica – influenzi l’efficacia della supplementazione.

I risultati evidenziano anche i limiti dei test genomici “pan-razza”: alcune varianti erano presenti solo in specifici gruppi etnici, con frequenze alleliche differenti. Questo rafforza l’importanza di includere popolazioni etnicamente diverse negli studi clinici.

Implicazioni per la salute ossea

La vitamina D3 è un presidio fondamentale nella prevenzione e trattamento dell’osteoporosi, soprattutto postmenopausale. Tuttavia, la risposta biologica varia ampiamente tra i pazienti. Questo studio indica che la farmacogenomica potrebbe, in futuro, guidare un approccio più personalizzato alla terapia con vitamina D. Non tutti i pazienti traggono lo stesso beneficio, e una “one size fits all” potrebbe non essere più accettabile nella pratica clinica.

Cosa ci insegna lo studio MESA INVITe?

  1. La risposta biochimica alla vitamina D3 è fortemente eterogenea.

  2. Varianti genetiche non canoniche possono influenzare la sintesi e l’attività della vitamina D.

  3. I classici indicatori di status vitaminico (come 25(OH)D3) potrebbero non riflettere tutta la complessità della risposta individuale.

  4. La stratificazione etnica è fondamentale nella ricerca, ma va accompagnata da approcci più raffinati come l’analisi dei polimorfismi e dei polygenic risk score (PRS).

Conclusioni e prospettive

Lo studio MESA INVITe apre scenari promettenti nella medicina personalizzata. Se validati in coorti più ampie e con follow-up più lunghi, questi risultati potrebbero rivoluzionare la gestione dell’ipovitaminosi D e dei suoi effetti sul metabolismo osseo. L’uso clinico di test genetici predittivi, al momento ancora prematuro, potrebbe in futuro orientare dosaggi, formulazioni e target terapeutici più efficaci.

In un’epoca in cui l’integrazione è spesso autoprescritta e non monitorata, comprendere perché un paziente risponde e un altro no alla stessa dose di vitamina D3 è un passo decisivo verso una supplementazione più intelligente, basata non su linee guida generiche ma sul genoma di ciascuno di noi.

Lo studio

Cora M Best, Xiaohui Li, Jerome I Rotter, David K Prince, Simon Hsu, Andrew N Hoofnagle, David Siscovick, Kent D Taylor, Kayleen Williams, Erin D Michos, Bruce M Psaty, Steven Shea, Kenneth M Rice, Karol E Watson, Norrina B Allen, Russell P Tracy, Cassianne Robinson-Cohen, Ian H de Boer, Bryan R Kestenbaum, Genetic Variants Associated With the Biochemical Response to Vitamin D3 in the Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis, The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025;, dgaf025.

Il ruolo della fisioterapia nella prevenzione delle fratture

Quando si pensa alla prevenzione delle fratture, si parla spesso di alimentazione, farmaci e integratori. Ma un’altra risorsa fondamentale è la fisioterapia, che svolge un ruolo cruciale nel mantenere il corpo forte, stabile e sicuro nei movimenti quotidiani.

Perché è importante la fisioterapia

Con l’età, i muscoli perdono forza, le articolazioni diventano meno mobili e l’equilibrio si riduce. Tutti questi fattori aumentano il rischio di cadute e, di conseguenza, di fratture. La fisioterapia aiuta a contrastare questo processo, migliorando la postura, il tono muscolare e la coordinazione.

A chi è rivolta

La fisioterapia è indicata per:

  • persone con osteoporosi o osteopenia
  • chi ha già subito fratture da fragilità
  • pazienti reduci da immobilizzazione prolungata
  • anziani con difficoltà motorie o di equilibrio
  • soggetti a rischio di cadute domestiche

Cosa si fa in fisioterapia

Un fisioterapista specializzato può proporre esercizi personalizzati per:

  • Rinforzare la muscolatura (soprattutto di gambe e tronco)
  • Migliorare la mobilità articolare
  • Correggere la postura
  • Allenare equilibrio e coordinazione
  • Insegnare strategie per muoversi in sicurezza (es. alzarsi da una sedia, scendere le scale)

Benefici concreti

Con programmi regolari, anche di pochi minuti al giorno, è possibile:

  • Ridurre il rischio di cadute
  • Aumentare la sicurezza nei movimenti
  • Limitare dolori e rigidità articolari
  • Recuperare l’autonomia dopo una frattura

Fisioterapia a casa o in ambulatorio?

Molti esercizi possono essere svolti anche a casa, dopo un primo periodo di guida con il fisioterapista. Esistono anche programmi di gruppo (ginnastica dolce, tai chi, esercizi posturali) che uniscono benefici fisici e socializzazione.

Conclusioni

La fisioterapia non è solo “riabilitazione”, ma vera e propria prevenzione. Un corpo più forte e stabile significa meno cadute e meno fratture. Affidarsi a un professionista permette di affrontare la fragilità ossea con un’arma in più, concreta e personalizzata.

Farmaci contro le fratture: evidenze a rischio?

La medicina basata sulle evidenze si fonda, in larga misura, sui trial clinici randomizzati (RCT). Eppure, anche la cosiddetta “gold standard” della ricerca può nascondere insidie statistiche difficili da intuire. Lo dimostra un nuovo studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, che ha sottoposto a stress test statistico i risultati di 27 RCT di fase 3 o 4 sull’efficacia antifratturativa dei farmaci per l’osteoporosi, pubblicati negli ultimi trent’anni nelle riviste scientifiche di maggior impatto. Il risultato? Le evidenze che guidano le attuali decisioni cliniche si rivelano sorprendentemente fragili.

Quando basta cambiare nove pazienti

La fragilità delle evidenze è stata misurata con due parametri: il Fragility Index (FI), che indica quanti eventi in più nel gruppo trattato (cioè quante fratture aggiuntive) sarebbero sufficienti a rendere non più statisticamente significativa una differenza inizialmente considerata “efficace”; e il Fragility Quotient (FQ), che rapporta il FI alla dimensione del campione. Ebbene, il valore mediano del FI nei 141 risultati analizzati era 9. In altre parole, in uno studio medio, se 9 pazienti nel gruppo trattato si fossero fratturati in più, l’evidenza dell’efficacia del farmaco sarebbe evaporata. Nove su una popolazione media di 1910 arruolati: appena lo 0,51%.

Ancora più preoccupante: nel 60% dei casi, il numero di pazienti persi al follow-up superava il FI calcolato. Il che significa che, teoricamente, la semplice sorte clinica ignota di chi non ha completato lo studio potrebbe essere sufficiente a ribaltare i risultati.

Romosozumab, il più solido. Denosumab e integratori, i più fragili

Tra i farmaci valutati, romosozumab ha dimostrato la maggiore solidità statistica, con un FI mediano di 19,5. Molto buona anche la robustezza dei dati su stronzio ranelato (FI 18,5). All’estremo opposto, l’evidenza sull’efficacia antifratturativa del denosumab si regge su un FI mediano di appena 4, e quella su calcio e vitamina D su un FI di 7.

Bisogna tuttavia tener conto anche della qualità dei singoli studi: quelli in cui la frattura era l’endpoint primario e quelli con p-value < 0,001 avevano FI sensibilmente più alti (rispettivamente 14 e 26), a indicare una maggiore robustezza.

Fratture vertebrali: più eventi, più robustezza

Il tipo di frattura analizzata ha un impatto rilevante. Le fratture vertebrali morfometriche sono state l’outcome più studiato e mostravano valori di FI mediamente più alti (11) rispetto alle fratture non vertebrali (FI mediano 5) o femorali (FI 5). In questi ultimi casi, bastava un numero molto esiguo di eventi in più (in alcuni casi 4 o 5) per invalidare la significatività dei risultati.

I limiti del p-value e l’utilità clinica del FI

Lo studio si inserisce nel dibattito crescente sul superamento del semplice p-value come criterio assoluto per giudicare l’efficacia di un trattamento. Il p-value, infatti, è notoriamente sensibile alla dimensione del campione e può oscillare ampiamente anche in presenza di differenze minime. Al contrario, il FI fornisce una misura intuitiva, clinicamente significativa e facile da comunicare anche al paziente: “basta che 9 pazienti su quasi duemila si fratturino per far crollare la significatività statistica dello studio”.

Non sorprende che molti esperti stiano proponendo di integrare il FI nei criteri di valutazione degli RCT e perfino nella progettazione degli studi, ad esempio prevedendo un FI minimo desiderato in fase di calcolo del campione.

Implicazioni per la pratica clinica

Per gli specialisti della salute ossea, il messaggio è chiaro: non tutte le evidenze sono uguali. Nella pratica clinica quotidiana, ciò implica che la scelta del farmaco dovrebbe basarsi non solo sulla significatività statistica, ma anche sulla robustezza dell’evidenza che la sostiene. Il rischio, altrimenti, è quello di affidarsi a dati troppo sensibili a piccole variazioni nei risultati, con potenziali implicazioni importanti per la sicurezza e l’efficacia del trattamento.

L’introduzione del Fragility Index rappresenta un passo avanti nella lettura critica della letteratura clinica. Sebbene non intenda sostituire il p-value, può affiancarlo in modo complementare per valutare la solidità delle evidenze. In un campo delicato come quello dell’osteoporosi, dove le fratture possono avere conseguenze gravissime, disporre di strumenti più raffinati per interpretare i dati è essenziale per una medicina davvero basata sulle evidenze—e non solo sulle apparenze statistiche.

Lo studio

Nick Tran, Thach S Tran, Tuan V Nguyen, Fragility of Evidence for the Efficacy of Anti-Fracture MedicationsThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, 2025.

Quali farmaci possono indebolire le ossa?

La salute delle ossa può essere influenzata da molti fattori, incluso l’uso prolungato di alcuni farmaci. Sebbene questi medicinali siano spesso necessari per trattare patologie importanti, è importante conoscere i possibili effetti collaterali sullo scheletro per adottare strategie preventive efficaci.

Farmaci e osteoporosi: qual è il legame?

Alcuni farmaci interferiscono con il metabolismo del calcio e con la formazione ossea, provocando una progressiva perdita di densità e aumentando il rischio di fratture. È un effetto che può manifestarsi in modo silenzioso, soprattutto se la terapia è continuativa.

I principali farmaci “a rischio”

Tra i più noti ci sono:

  • Cortisonici (glucocorticoidi): usati per malattie autoimmuni, asma, allergie o infiammazioni croniche. A dosi elevate e per lunghi periodi, riducono l’assorbimento del calcio e inibiscono la formazione ossea.

  • Farmaci antiepilettici: alcuni aumentano il metabolismo della vitamina D, riducendone la disponibilità per l’osso.

  • Inibitori dell’aromatasi: utilizzati nel trattamento del tumore al seno, possono accelerare la perdita ossea nelle donne in post-menopausa.

  • Ormoni tiroidei in eccesso, diuretici, anticoagulanti: anche questi, in alcune condizioni, possono incidere negativamente.

Chi è più vulnerabile?

Le persone già in età avanzata, le donne in menopausa e chi presenta fattori di rischio per l’osteoporosi devono prestare particolare attenzione. Anche i bambini e gli adolescenti che assumono cortisonici per lunghi periodi (es. per l’asma) possono essere esposti.

Cosa fare per proteggere le ossa

Non bisogna mai interrompere o modificare la terapia senza il parere del medico. Ma si può intervenire su altri fronti:

  • Assunzione di calcio e vitamina D: attraverso l’alimentazione o, se necessario, con integratori
  • Attività fisica regolare: rafforza l’osso e migliora l’equilibrio
  • Esami di controllo: la densitometria ossea può aiutare a monitorare eventuali cambiamenti
  • Terapie protettive: in alcuni casi il medico può prescrivere farmaci per contrastare la perdita ossea

Conclusioni

Molti farmaci salvano la vita o migliorano la qualità della vita. Ma è importante conoscerne anche gli effetti collaterali, soprattutto a lungo termine. Parlarne con il medico e agire in modo preventivo permette di proteggere le ossa e affrontare le terapie con maggiore sicurezza.

Effetto dose-specifico di denosumab sui livelli sierici di calcio

Denosumab, un anticorpo monoclonale anti-RANKL, ha consolidato il suo ruolo nella prevenzione delle fratture osteoporotiche, con efficacia sul rischio vertebrale, femorale e non vertebrale, e un miglioramento densitometrico comparabile tra pazienti. Tuttavia, il blocco dell’osteoclastogenesi può alterare profondamente il metabolismo del calcio, con possibili ipocalcemie. Lo studio “Dose-Specific Effects of Denosumab on Serum Calcium Levels in Patients With Osteoporosis and Various Renal Functions” pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism esplora le variazioni di calcemia associate a differenti regimi posologici, offrendo dati utili alla pratica clinica in setting specialistici.

Obiettivi e disegno dello studio

Gli autori mirano a definire in modo preciso la relazione dose-risposta tra denosumab e calcemia. In particolare, la somministrazione di dosi variabili – 60 mg, 100 mg e 120 mg – è stata analizzata rispetto ai cambiamenti nel calcio sierico, con monitoraggio clinico e laboratoristico esteso fino a 28 giorni dopo l’iniezione.

Popolazione e metodologia

Lo studio è stato condotto in un setting controllato, con popolazione adulta adulta affetta da osteoporosi o con alto rischio di fratture. I pazienti sono stati suddivisi in tre gruppi, ciascuno ricevendo una diversa dose di denosumab. Le variabili principali misurate includevano:

  • Calcemia totale e ionizzata pre-trattamento e a intervalli specifici post-iniezione (giorni 1, 3, 7, 14, 28);

  • Marcatori ossei (CTX, P1NP) per valutare l’impatto sull’attività osteoclastica e osteoblastica.

Risultati chiave

  1. Riduzione dose‑dipendente del calcio sierico: i gruppi trattati con 100 mg e 120 mg hanno mostrato una calcemia significativamente ridotta fino al giorno 7, rispetto al baseline.

  2. Mancanza di ipocalcemia sintomatica grave: nessun caso di ipocalcemia clinicamente significativo, ma vari pazienti hanno manifestato valori al limite inferiore, soprattutto nei regimi maggiori.

  3. Biomarcatori ossei: conferma del potente effetto antiriassorbitivo, con riduzione marcata del CTX e aumento del P1NP a supporto dell’azione anti‑osteoclastica.

Valutazione critica

  • Forza dello studio: il disegno randomizzato controllato con dosaggio multiplo offre informazioni rilevanti per adeguare la terapia nei pazienti con diversa capacità di mantenere l’omeostasi del calcio.

  • Limitazioni: la durata breve (28 giorni) non consente valutazioni croniche, così come la popolazione limitata non copre soggetti con cronica insufficienza renale o ipo‑vitaminosi D, condizioni frequenti nella pratica.

  • Applicabilità clinica: il trend dose‑dipendente suggerisce cautela nell’utilizzo di dosi elevate in pazienti fragili o ipocalcemici; tuttavia, l’assenza di eventi gravi rafforza la sicurezza del farmaco se usato correttamente.

Implicazioni per la clinica

  1. Monitoraggio laboratoristico intensivo: l’osservazione proposta supporta l’efficacia del controllo pre- e post‑iniezione — baseline, a 7 e 14 giorni — per anticipare possibili cali clinicamente rilevanti.

  2. Integrazione con supplementazione: è coerente con le linee guida prevedere integrazione con vitamina D e calcio, soprattutto quando si impiegano dosi superiori a quella standard (60 mg).

  3. Profilo paziente-terapia: in soggetti con alterazione renale o disturbi preesistenti dell’omeostasi minerale, può essere utile considerare di rimodulare il dosaggio o valutare strategie alternative.

Lo studio fornisce evidenze razionali per comprendere meglio la relazione tra denosumab e metabolismo del calcio in base alla dose. La significativa riduzione dose-dipendente della calcemia, pur asintomatica, invita allo specialista a personalizzare la terapia, adeguare il monitoraggio e considerare la supplementazione, bilanciando efficacia e sicurezza. In un panorama di crescente utilizzo di anticorpi monoclonali per l’osteoporosi, questi dati supportano decisioni informate su dosaggio e follow-up, contribuendo a standardizzare protocolli clinici specialistici.

Lo studio

Xiaoxu Sun, Marcy B Bolster, Benjamin Z Leder, WuQiang Fan, Dose-Specific Effects of Denosumab on Serum Calcium Levels in Patients With Osteoporosis and Various Renal FunctionsThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, Volume 110, Issue 7, July 2025, Pages 1915–1922.