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Verso una vera terapia sostitutiva per l’ipoparatiroidismo

L’ipoparatiroidismo cronico è una delle poche endocrinopatie in cui la terapia ormonale sostitutiva non è ancora una prassi clinica consolidata. Lo studio pubblicato da Palermo et al. esplora i limiti delle attuali opzioni terapeutiche con PTH ricombinante e presenta palopegteriparatide come la prima vera terapia sostitutiva, capace di migliorare non solo i parametri biochimici ma anche la qualità della vita e la funzione renale. Una nuova frontiera si apre nella gestione di questa complessa patologia.

Un disordine raro e le sue insidie terapeutiche

L’ipoparatiroidismo cronico (HypoPT), spesso conseguente a tiroidectomia chirurgica, si contraddistingue per un deficit persistente di paratormone (PTH) e una gestione clinica ancora ancorata all’uso di calcio e vitamina D attiva. Questo approccio, pur efficace nel correggere l’ipocalcemia, non ripristina la fisiologia ormonale né previene le complicanze renali o scheletriche, e impatta negativamente sulla qualità della vita dei pazienti.

La carenza di PTH determina uno stato di basso rimodellamento osseo, iperfosfatemia e ipercalciuria, con aumentato rischio di nefrocalcinosi e compromissione renale cronica. In questo scenario, l’introduzione di analoghi del PTH ha segnato un primo passo verso la terapia sostitutiva, ma con risultati contrastanti e limitazioni cliniche evidenti.

rhPTH (1–84): un’illusione terapeutica?

Il PTH (1–84) ricombinante umano, commercializzato come Natpara®, ha rappresentato una svolta parziale. Studi clinici come REPLACE ne hanno dimostrato la capacità di ridurre l’uso di supplementi e stabilizzare la calcemia, ma senza normalizzare la calciuria nelle 24 ore né garantire un miglioramento consistente della qualità della vita (QoL).

A queste incertezze si sono aggiunti problemi pratici: un richiamo del prodotto nel 2019 per contaminazione da particolato e l’annunciata cessazione della produzione da parte di Takeda entro fine 2024. La farmacocinetica di rhPTH (1–84), con una doppia fase di assorbimento e un’emivita di circa tre ore, non permette un’esposizione continua al recettore PTH1R, lasciando scoperti i pazienti nelle ore che precedono la successiva somministrazione.

Inoltre, studi istomorfometrici e di imaging ad alta risoluzione hanno rilevato un incremento della porosità corticale e una riduzione della densità ossea a livello dell’avambraccio. Sebbene non siano stati documentati effetti avversi significativi sul rischio di frattura, l’impatto a lungo termine resta incerto.

Palopegteriparatide: farmacologia pensata per sostituire

Palopegteriparatide, o TransCon PTH, è un profarmaco di PTH (1–34) disegnato per rilasciare l’ormone in modo costante per almeno 24 ore. La molecola sfrutta un linker autocleavabile sensibile a pH e temperatura fisiologici, permettendo un rilascio graduale e prolungato dell’ormone attivo.

Questa modalità d’azione elimina i picchi e le fluttuazioni plasmatiche tipiche degli analoghi precedenti, assicurando una stimolazione continua dei recettori PTHR1 a livello renale e osseo. L’emivita funzionale della molecola è stimata in circa 60 ore, con effetti farmacodinamici prolungati anche in caso di mancata somministrazione.

Prove di efficacia: il salto di qualità dei trial PaTH Forward e PaTHway

I dati degli studi clinici di fase II (PaTH Forward) e fase III (PaTHway) sono solidi: oltre il 75% dei pazienti trattati con palopegteriparatide ha potuto sospendere completamente la terapia convenzionale con calcio e vitamina D attiva.

Il beneficio renale è particolarmente promettente: in pazienti con funzione renale compromessa (eGFR < 60), si è osservato un incremento medio di +11,5 mL/min/1,73m² a 52 settimane. La calciuria si è ridotta sin dalle prime settimane, superando le performance di rhPTH (1–84), che ha mostrato un miglioramento solo dopo 5 anni.

Anche la qualità della vita, valutata con la scala specifica HPES, ha evidenziato miglioramenti clinicamente rilevanti e statisticamente significativi. È la prima volta che un questionario validato specificamente per HypoPT viene utilizzato in uno studio registrativo.

Osso e sicurezza: dati in evoluzione

Il profilo osseo di palopegteriparatide mostra una riduzione iniziale della BMD nei primi 6 mesi, seguita da una stabilizzazione che suggerisce il raggiungimento di un nuovo equilibrio metabolico. Questo comportamento è coerente con una vera terapia sostitutiva più che con una stimolazione anabolica episodica.

Non sono stati ancora pubblicati dati HR-pQCT a lungo termine, ma i risultati preliminari di 3 anni suggeriscono un impatto contenuto sulla porosità corticale rispetto a rhPTH (1–84), grazie alla maggiore continuità di esposizione al recettore.

Quanto alla sicurezza, non si segnalano eventi avversi gravi correlati al farmaco. Il rischio di osteosarcoma, documentato in ratti Fischer 344 con rhPTH, non è stato osservato con palopegteriparatide, sebbene siano ancora necessarie cautele nei pazienti con fattori di rischio noti.

Una svolta terapeutica reale

Palopegteriparatide rappresenta, oggi, il primo candidato ad affermarsi come terapia sostitutiva “completa” per l’ipoparatiroidismo. I vantaggi vanno oltre la semplice normalizzazione della calcemia: miglioramento della funzione renale, riduzione della calciuria, recupero della qualità della vita e un profilo osseo incoraggiante.

Se confermati dai dati di follow-up a lungo termine, questi risultati potrebbero ridefinire gli standard di cura, avvicinando l’endocrinologia alla fisiologia naturale anche in un disturbo fino a ieri considerato marginale nella pipeline terapeutica.

Lo studio

Palermo, A., Naciu, A.M., Donovan, Y.K.T. et al. PTH Substitution Therapy for Chronic Hypoparathyroidism: PTH 1–84 and PalopegteriparatideCurr Osteoporos Rep 23, 12 (2025).

Teriparatide e il lungo respiro della terapia

Dai dati real-world raccolti in due decenni su oltre 600 pazienti emerge un messaggio forte per la clinica: il trattamento con teriparatide, seguito da terapia antiriassorbitiva, mantiene nel tempo gli incrementi di densità ossea (soprattutto vertebrale), migliora la microarchitettura ossea e riduce le fratture in modo persistente. I benefici si osservano anche nei pazienti pretrattati, e il T-score dell’anca totale non predice il rischio di frattura. Una conferma concreta dell’importanza della terapia sequenziale in pazienti fragili con fratture recenti.

Teriparatide, evidenze di lunga durata per una terapia a lungo termine

La gestione dell’osteoporosi grave, soprattutto nei pazienti con fratture vertebrali recenti o multipli eventi fratturativi, continua a rappresentare una delle sfide più complesse per il clinico. In questo contesto, l’utilizzo di terapie anaboliche come il teriparatide ha segnato un’importante svolta, ma le evidenze sulla durata e sulla qualità dell’effetto nel lungo termine erano finora limitate.

Lo studio recentemente pubblicato da Guyer et al. su Bone fornisce un contributo fondamentale in questo senso, analizzando gli effetti a lungo termine del trattamento con teriparatide (18-24 mesi), seguito da terapia antiriassorbitiva, in una coorte real-world di 624 pazienti iscritti al registro nazionale svizzero dell’osteoporosi e seguiti fino a 20 anni.

Una coorte reale e rappresentativa

La popolazione analizzata comprende in prevalenza donne (87%), con un’età media di 67 anni. Di questi, il 32% era naïve rispetto a terapie antiriassorbitive, mentre il restante 68% presentava un pretrattamento di durata mediana pari a 5,9 anni. Tutti i pazienti hanno ricevuto in seguito una terapia antiriassorbitiva (principalmente bifosfonati o denosumab).

L’inizio del trattamento anabolico era spesso preceduto da fratture recenti, in particolare vertebrali, coerentemente con le indicazioni di rimborso svizzere. La densità minerale ossea (BMD) e il trabecular bone score (TBS) sono stati monitorati fino a 10 anni prima e 10 anni dopo la terapia con teriparatide.

Miglioramenti persistenti di BMD e TBS

I risultati dell’analisi globale mostrano un incremento significativo della BMD lombare dopo la terapia con teriparatide, mantenuto fino a 5 anni dopo il passaggio alla terapia antiriassorbitiva (T-score +0,876, p<0,001). Miglioramenti minori ma significativi si sono osservati anche a livello del collo femorale (+0,182) e dell’anca totale (+0,112). Anche il TBS è aumentato in modo significativo (+0,047, p<0,001), indicando un miglioramento della microarchitettura ossea.

L’analisi temporale rivela inoltre che nei pazienti naïve l’incremento della BMD si manifesta già durante la fase anabolica anche a livello femorale, mentre nei pretrattati l’effetto si manifesta principalmente nella fase post-teriparatide, dopo l’introduzione della terapia antiriassorbitiva.

Rischio fratturativo: calo marcato e sostenuto

Lo studio documenta un picco di incidenza fratturativa nei due anni precedenti all’inizio del trattamento (es. vertebrali: 0,96 eventi/anno), seguito da un calo netto durante la terapia con teriparatide e un mantenimento dei bassi livelli anche nei successivi anni di terapia antiriassorbitiva. L’effetto si estende fino a 8 anni dopo l’interruzione di teriparatide.

Questo dato appare particolarmente rilevante se si considera che la coorte era composta da soggetti ad altissimo rischio, con una media di 1,8 fratture vertebrali e 0,8 fratture non vertebrali già all’inizio della terapia.

Il paradosso del T-score dell’anca

Uno degli aspetti più interessanti dello studio è l’assenza di correlazione tra il T-score dell’anca totale durante il trattamento con teriparatide e il rischio fratturativo successivo. Questo dato appare coerente con la fisiologia del trattamento anabolico, che tende a migliorare più rapidamente la BMD vertebrale rispetto a quella dell’anca, soprattutto nei pazienti già trattati in precedenza.

Inoltre, come sottolineano gli autori, l’efficacia antifratturativa del teriparatide dipende in larga parte da miglioramenti nella qualità ossea e nella microarchitettura, elementi non completamente catturati dalla BMD dell’anca.

Un forte argomento per la terapia sequenziale

I dati supportano in modo netto la strategia sequenziale: teriparatide in fase acuta, seguito da consolidamento con terapia antiriassorbitiva per mantenere gli incrementi di massa ossea e ridurre il rimodellamento eccessivo. Gli effetti positivi si mantengono fino a 5 anni, con una lieve tendenza al declino oltre i 6 anni, suggerendo la necessità di monitoraggio continuo e potenzialmente di ulteriori cicli terapeutici.

Limiti e punti di forza dello studio

Lo studio, di natura osservazionale, presenta alcune limitazioni: l’assenza di un gruppo di controllo, la varietà dei regimi antiriassorbitivi successivi e la mancata distinzione tra i farmaci utilizzati (denosumab, bifosfonati orali e endovenosi). Tuttavia, la durata eccezionale del follow-up, la numerosità campionaria e l’inclusione di pazienti reali ad alto rischio conferiscono grande valore ai risultati.

Lo studio di Guyer e colleghi offre solide evidenze in favore del trattamento anabolico sequenziale nei pazienti ad alto rischio fratturativo. Teriparatide, se seguito da un’adeguata terapia antiriassorbitiva, offre benefici prolungati in termini di incremento della BMD, miglioramento della microarchitettura e riduzione del rischio di fratture, sia nei pazienti naïve sia nei pretrattati. Il monitoraggio del T-score dell’anca non è sufficiente a prevedere l’efficacia clinica, rendendo necessari strumenti più raffinati per la valutazione del rischio residuo.

Per il clinico, questi dati rappresentano un invito concreto a considerare con decisione la terapia anabolica sequenziale, specialmente nei pazienti con fratture vertebrali recenti, al fine di massimizzare il beneficio terapeutico nel lungo periodo.

Lo studio

Laura Guyer, Oliver Lehmann, Mathias Wenger, Sven Oser, Ueli Studer, Christian Steiner, Hans-Rudolf Ziswiler, Gernot Schmid, HansJörg Häuselmann, Stephan Reichenbach, Thomas Lehmann, Judith Everts-Graber, Long-term impact of teriparatide on bone mineral density, trabecular bone score, and fracture risk relative to total hip T-score: A two-decade, registry-based cohort study, Bone, Volume 195, 2025, 117445, ISSN 8756-3282.

Intelligenza artificiale per la cura personalizzata dei pazienti

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Con il crescente ricorso ai portali sanitari, i pazienti pongono domande sempre più specifiche su dieta, glicemia, farmaci, problemi amministrativi e, in alcuni casi, su aspetti meno immediati come la salute ossea. La pandemia di COVID-19 ha accelerato questa tendenza, evidenziando la necessità di strumenti di supporto più efficienti.

Analizzare mezzo milione di messaggi per comprendere i bisogni

Uno studio condotto presso Stanford Health Care ha analizzato oltre 528.000 messaggi sicuri inviati da pazienti diabetici.

L’uso combinato di NLP e AI generativa ha permesso di identificare dodici aree chiave di interesse, tra cui: controllo dietetico e gestione della glicemia, interpretazione dei risultati di laboratorio, problemi amministrativi, gestione della tiroide e salute ossea.

Gli strumenti AI proposti: opportunità e cautele

I medici valutano positivamente diverse soluzioni AI, in particolare:

  • Risposte automatizzate evidence-based a domande frequenti
  • Educazione strutturata su ipoglicemia e uso di dispositivi glicemici
  • Aggiornamenti tempestivi su coperture assicurative e politiche

Maggiori cautele emergono per strumenti che analizzano autonomamente dati clinici o propongono triage automatizzati.

Salute ossea: un’area da integrare nella personalizzazione

Tra i temi emersi, la gestione della salute ossea si è distinta come rilevante, specie tra donne e pazienti bianchi. Gli autori suggeriscono che strumenti AI potrebbero supportare l’educazione dei pazienti su imaging e chirurgia ossea, nonché ottimizzare l’invio a esami diagnostici.

Un passo verso una medicina più centrata sul paziente

Gli strumenti AI possono:

  • Alleggerire il carico operativo dei clinici
  • Migliorare la comunicazione medico-paziente
  • Offrire un supporto educativo personalizzato
  • Rafforzare aree di cura spesso trascurate, come la salute ossea

Con un approccio prudente e guidato dalla clinica, l’intelligenza artificiale potrà davvero contribuire a una medicina più efficace, efficiente e centrata sui bisogni reali dei pazienti.

I 12 bisogni principali dei pazienti secondo l’analisi AI

Tema Descrizione sintetica
1. Dieta e controllo del peso Gestione dell’alimentazione e impatto dei carboidrati sul peso.
2. Interpretazione dei test di laboratorio Comprensione di analisi del sangue, urine e A1C.
3. Gestione della tiroide Dubbi su dosaggi di levotiroxina e livelli di TSH.
4. Sfide amministrative Problematiche relative a burocrazia, assicurazioni, autorizzazioni.
5. Salute ossea Preoccupazioni su complicanze ossee, imaging e chirurgia correlata.
6. Navigazione ordini e risultati di laboratorio Chiarimenti su ordini di test e risultati clinici.
7. Coordinamento appuntamenti Richieste di fissare, modificare o confermare visite.
8. Gestione del dosaggio dei farmaci Regolazione delle terapie farmacologiche quotidiane.
9. Ricariche di prescrizioni e copertura assicurativa Rinnovo farmaci e problematiche di rimborso.
10. Educazione su tecnologie mediche Uso di sensori glicemici (Dexcom) e pompe insuliniche.
11. Preoccupazioni per l’ipoglicemia Sintomi da glicemia bassa e richiesta di consigli.
12. Gestione della glicemia Fluttuazioni dei livelli di zucchero nel sangue e loro controllo.

Nota: Questi temi sono emersi da 528.199 messaggi clinici inviati tra il 2013 e il 2024. Costituiscono una guida utile per progettare interventi educativi e clinici basati sui bisogni reali.

Fonte

Kim, J., Chen, M.L., Rezaei, S.J. et al. Artificial intelligence tools in supporting healthcare professionals for tailored patient care. npj Digit. Med. 8, 210 (2025). https://doi.org/10.1038/s41746-025-01604-3

L’impatto a lungo termine della terapia anabolica sull’osso e sul rischio di frattura

Uno studio ventennale su oltre 600 pazienti dimostra come teriparatide, seguito da terapia anti-riassorbitiva, non solo migliori la densità minerale ossea (BMD) e il trabecular bone score (TBS), ma mantenga ridotto il rischio di frattura fino a 8 anni dopo la fine del trattamento. Le implicazioni per il trattamento sequenziale dell’osteoporosi sono rilevanti, anche in pazienti già trattati con bisfosfonati.

Teriparatide nel mondo reale: una terapia che lascia il segno

Teriparatide è da tempo considerato un’opzione potente per l’osteoporosi severa, ma quanto durano davvero i suoi effetti? La risposta arriva da uno studio osservazionale su 624 pazienti svizzeri, seguito per due decenni. I risultati sono chiari: se seguito da un’adeguata terapia anti-riassorbitiva, teriparatide consente un mantenimento a lungo termine dei benefici in termini di BMD, TBS e rischio fratturativo.

La coorte, costituita per l’87% da donne con un’età media di 67 anni, comprendeva sia pazienti naïve che già trattati con bisfosfonati o denosumab. Dopo 18-24 mesi di teriparatide, tutti hanno ricevuto terapia anti-riassorbitiva secondo le linee guida svizzere. E proprio questa combinazione sequenziale sembra essere la chiave del successo.

Densità minerale e struttura trabecolare in miglioramento

Nel periodo che ha seguito la terapia con teriparatide, i pazienti hanno mostrato un aumento significativo della densità ossea:

  • Colonna lombare: +0,876 nel T-score (p < 0,001)

  • Collo femorale: +0,182 (p < 0,001)

  • Anca totale: +0,112 (p < 0,005)

  • TBS: +0,047 (p < 0,001)

Questi dati confermano l’effetto anabolico della molecola, ma mostrano anche come il mantenimento e il consolidamento dei guadagni sia fortemente dipendente dalla successiva terapia anti-riassorbitiva. Il miglioramento della TBS suggerisce un’influenza positiva anche sulla microarchitettura trabecolare, aspetto spesso trascurato nel monitoraggio clinico.29

Meno fratture, per anni

Prima dell’inizio del trattamento con teriparatide, le incidenze fratturative erano elevate: 0,96 fratture vertebrali, 0,11 fratture d’anca e 1,37 fratture totali per paziente nei due anni precedenti. Durante e dopo il trattamento, queste cifre sono crollate e si sono mantenute basse per un periodo osservato fino a 8 anni.

Una riduzione così duratura è significativa, soprattutto se si considera che molti pazienti presentavano fratture recenti al momento dell’arruolamento, con un rischio “imminente” di nuovi eventi. Questo dato sottolinea la validità della strategia sequenziale anche nei pazienti ad alto rischio.

La T-score dell’anca non predice le fratture durante teriparatide

Uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio è la mancanza di correlazione tra il T-score dell’anca durante la terapia con teriparatide e il rischio fratturativo successivo (r² = 0,0337; p = 0,44). Il motivo? L’osso corticale dell’anca risponde meno intensamente alla stimolazione anabolica di quanto faccia l’osso trabecolare vertebrale, specialmente nei pazienti già trattati con anti-riassorbitivi.

Il messaggio per la clinica è chiaro: la risposta al trattamento con teriparatide non può essere valutata solo sulla base del T-score dell’anca. È necessario un monitoraggio più articolato che includa TBS e l’andamento delle fratture cliniche.

Sequenza, non solo scelta: il ruolo del trattamento anti-riassorbitivo

Il beneficio osservato non è attribuibile solo al teriparatide, ma anche alla corretta prosecuzione con una terapia anti-riassorbitiva. Il trattamento sequenziale ha garantito stabilità dei valori di BMD per circa 5 anni dopo la fine della terapia anabolica. Successivamente, si osserva una lieve riduzione della densità ossea e un incremento modesto nel rischio fratturativo, segnalando la necessità di rivalutare periodicamente la terapia.

In Svizzera, la prescrizione di teriparatide è subordinata a una frattura da fragilità, rendendo difficile un confronto con pazienti trattati solo con anti-riassorbitivi. Tuttavia, i risultati indicano chiaramente che la strategia sequenziale rappresenta un’opzione robusta per la gestione dell’osteoporosi severa, anche in pazienti già in terapia da tempo.

Conclusioni per la pratica clinica

Questo studio di coorte conferma in un contesto reale e su un lungo periodo ciò che i trial clinici randomizzati avevano già suggerito: teriparatide, seguito da un’adeguata terapia anti-riassorbitiva, può ridurre in modo significativo e prolungato il rischio di fratture. È efficace nei pazienti naïve ma anche in quelli già trattati, e migliora non solo la densità, ma anche la qualità dell’osso.

La chiave non è tanto la singola molecola quanto la sequenza terapeutica, costruita sulla storia clinica del paziente e modulata nel tempo. Una lezione importante per una medicina dell’osso che sia sempre più personalizzata, sostenibile ed efficace.

Lo studio

Laura Guyer, Oliver Lehmann, Mathias Wenger, Sven Oser, Ueli Studer, Christian Steiner, Hans-Rudolf Ziswiler, Gernot Schmid, HansJörg Häuselmann, Stephan Reichenbach, Thomas Lehmann, Judith Everts-Graber, Long-term impact of teriparatide on bone mineral density, trabecular bone score, and fracture risk relative to total hip T-score: A two-decade, registry-based cohort study, Bone, Volume 195, 2025, 117445, ISSN 8756-3282

Oltre la razza

Le differenze razziali ed etniche nella struttura scheletrica, nel rischio di frattura e nei biomarcatori dell’osteodistrofia renale sollevano interrogativi fondamentali sull’adeguatezza degli approcci terapeutici attuali. Alla luce di nuove evidenze, emerge la necessità di superare i parametri tradizionali — tra cui la stessa categoria di “razza” — per abbracciare una medicina davvero personalizzata, capace di rispondere alla complessità biologica dell’individuo.

Un paradigma da rivedere

L’osteodistrofia renale (Renal Osteodystrophy, ROD) è una complicanza centrale della malattia renale cronica (CKD), con impatti clinici importanti: fratture, deformità, disabilità. L’attuale classificazione, fondata su biopsia ossea dell’osso iliaco, distingue quadri a elevato o ridotto rimodellamento osseo, con o senza difetti di mineralizzazione. Ma nella pratica, la limitata accessibilità alla biopsia ha portato a sostituirla con biomarcatori surrogati come il paratormone (PTH) e l’alcalina fosfatasi ossea.

Tuttavia, l’eterogeneità della ROD — amplificata da marcate differenze tra individui — sta mettendo in discussione l’efficacia di questi approcci. Lo studio firmato da Marciana Laster propone un punto di svolta: le differenze razziali ed etniche osservate nella microarchitettura ossea, nel rischio di frattura e nei biomarcatori non sono solo una questione epidemiologica, ma un’occasione per ripensare l’intera strategia terapeutica. In altre parole, la razza non è (solo) una variabile da considerare, ma un sintomo della necessità urgente di una medicina di precisione.

Densità, forza, fratture: cosa dice la biologia

Nella popolazione sana, le differenze razziali sono evidenti già nei bambini: i soggetti neri mostrano un’accresciuta densità ossea vertebrale rispetto ai bianchi, con una maggiore forza ossea in adolescenza e un profilo microarchitetturale favorevole (maggiore spessore corticale e trabecolare, minore porosità). Risultati simili si osservano negli adulti, in particolare nelle donne nere post-menopausali, che presentano un rischio di frattura inferiore rispetto a donne bianche, ispaniche o asiatiche.

Nella CKD, queste differenze si confermano: in uno studio su biopsie ossee iliache, i pazienti neri con insufficienza renale avevano più frequentemente volumi ossei normali o elevati rispetto ai bianchi, nei quali predominava un basso volume osseo. In ambito pediatrico, bambini neri in dialisi presentavano uno spessore corticale superiore del 36% rispetto ai bianchi, pur a parità di età, sesso e livelli di PTH.

Anche i dati sul rischio di frattura parlano chiaro. Il CRIC Study ha rilevato che negli adulti con CKD la razza nera è un fattore protettivo per fratture vertebrali e dell’anca. Nei bambini con CKD pre-dialitica, il rischio di frattura era inferiore del 74% nei soggetti neri e del 66% in quelli ispanici rispetto ai bianchi.

Il paradosso biochimico e i suoi limiti

Sorge però un paradosso: i soggetti neri presentano livelli meno favorevoli di biomarcatori classici — minore vitamina D, PTH più alto — ma mostrano una struttura ossea più robusta e un minor rischio di frattura. Questo fenomeno, noto come “skeletal paradox”, sfida l’attuale paradigma terapeutico che si fonda su target uniformi di PTH e vitamina D per tutti i pazienti CKD, indipendentemente dalla loro biologia individuale.

In passato si è ipotizzato che tali discrepanze derivassero da livelli inferiori di proteina legante la vitamina D (VDBP) nei neri, con conseguente maggiore disponibilità biologica della vitamina. Tuttavia, recenti metodi basati su spettrometria di massa hanno smentito questa ipotesi, mostrando livelli simili di VDBP tra i gruppi etnici. Altri studi hanno evidenziato una maggiore attività dell’enzima CYP27B1 e una minore attività di CYP24A1 nei soggetti neri, con un impatto positivo sull’omeostasi del calcio e sulla produzione della forma attiva della vitamina D (1,25-diidrossivitamina D).

Superare la razza: la sfida della personalizzazione

L’insieme di queste evidenze ci obbliga a una riflessione profonda: la razza e l’etnia, pur essendo utili nel descrivere tendenze a livello di popolazione, sono strumenti troppo grossolani per guidare terapie individuali. Il futuro della cura della ROD risiede nella capacità di identificare biomarcatori predittivi dell’attività ossea e della mineralizzazione che vadano oltre le categorie etniche, riflettendo la vera complessità biologica del paziente.

Anche l’impiego del PTH, ancora centrale nelle linee guida KDIGO, dovrebbe evolversi verso un’interpretazione più dinamica: il valore ottimale di PTH potrebbe variare da individuo a individuo, e solo l’osservazione combinata con l’alcalina fosfatasi — meglio ancora se ossea specifica — può offrire una finestra utile sull’attività ossea reale. Tuttavia, anche questo marker ha dei limiti, specie in età pediatrica, dove le alterazioni della mineralizzazione sono frequenti.

La razza è un campanello d’allarme, non una risposta

La vera lezione che emerge da questi studi è che la razza, più che una variabile da inserire negli algoritmi, è un segnale della nostra ignoranza sulle vere determinanti biologiche dell’osteodistrofia renale. Il passo avanti non consiste nel trattare diversamente i pazienti neri o bianchi, ma nel comprendere cosa rende unico ciascun paziente: il suo assetto genetico, la sua biochimica ossea, il suo metabolismo della vitamina D, la sua risposta al PTH.

Una medicina della precisione, dunque, che parta dalla complessità dell’individuo e non dai confini storici delle categorie razziali.

Lo studio

Laster M. Precision Renal Osteodystrophy: What’s Race Got to do With It? Curr Osteoporos Rep. 2024 Dec 2;23(1):5. doi: 10.1007/s11914-024-00894-y. PMID: 39621165; PMCID: PMC11612005.

BoneHealth | The magazine for bone and joint specialists | Aprile 2025

CONTENUTO RISERVATO AGLI OPERATORI SANITARI

Il nuovo numero di BoneHealth approfondisce i temi più attuali nella gestione delle patologie osteo-metaboliche, confermando l’identità della rivista come spazio di confronto clinico e scientifico di alto profilo.

Al centro dell’edizione di aprile 2025 troviamo l’algodistrofia e l’impatto del neridronato nelle fasi precoci della CRPS-1, le terapie conservative con cellule staminali mesenchimali e la protesizzazione in osso osteoporotico. Uno speciale è dedicato all’ipoparatiroidismo e al confronto tra terapia convenzionale e sostitutiva con palopegteriparatide, mentre un focus emergente esplora il ruolo del microbiota nell’osteoporosi postmenopausale.

Il numero raccoglie anche gli highlights del Congresso “The Bone Identity”, divenuto un punto di riferimento per la comunità scientifica.

Approfondimenti, illustrazioni originali e voci esperte compongono un magazine ricco, pensato per chi vive la salute dell’osso con visione e competenza.

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L’era del paratormone sostitutivo

L’ipoparatiroidismo sta finalmente guadagnando visibilità grazie a iniziative di sensibilizzazione, innovazioni terapeutiche e una nuova consapevolezza clinica.

In Italia, secondo le stime più aggiornate, soffrono di questa malattia rara circa 10.500 persone, un numero apparentemente esiguo, ma che cela una quotidianità costellata di sintomi cronici e complicanze sistemiche.

Due recenti appuntamenti promossi da Ascendis Pharma hanno rilanciato il dibattito su questa patologia ancora orfana di una terapia sostitutiva realmente efficace. Il primo destinato ai giornalisti si è tenuto a Milano a fine marzo; il secondo si è svolto a Roma il 10 aprile 2025 alla Camera dei Deputati, riunendo clinici di riferimento e rappresentanti delle istituzioni.

Una patologia invisibile ma impattante

L’ipoparatiroidismo è una disfunzione endocrina causata da un deficit, totale o parziale, di paratormone (PTH), che compromette gravemente l’omeostasi del calcio e del fosforo. I sintomi sono spesso aspecifici e debilitanti: crampi, spasmi, parestesie, affaticamento, confusione mentale, ansia, depressione. Il trattamento convenzionale con calcio e vitamina D attiva, pur alleviando alcuni sintomi, non sostituisce il PTH e può portare a complicanze renali e calcificazioni extrascheletriche.

Ipoparatiroidismo media tutorial
Media tutorial. Milano, 27 marzo 2025

Secondo la prof.ssa Maria Luisa Brandi, specialista in endocrinologia e presidente della Fondazione FIRMO, “Il paratormone è l’ormone dimenticato. La sua assenza compromette funzioni vitali e rende la malattia estremamente invalidante”.

Le forme cliniche e le cause

Come ha spiegato la prof.ssa Brandi durante il Media Tutorial, l’ipoparatiroidismo può essere congenito (per mutazioni genetiche o malattie autoimmuni rare) o secondario, per lo più a seguito di tiroidectomie o trattamenti oncologici con immunoterapie (es. anti PD-1/PD-L1).

Il dott. Andrea Palermo, endocrinologo presso il Policlinico Universitario Campus Biomedico di Roma, ha evidenziato le complicanze croniche: “La supplementazione non sostitutiva può causare ipercalciuria, nefrolitiasi, nefrocalcinosi e aumentare il rischio di insufficienza renale. Lo scheletro si modifica in modo patologico, diventando più denso ma meno resistente”.

La prof.ssa Valentina Camozzi, endocrinologa all’Università di Padova, ha spiegato: “Il calcio e il calcitriolo sono solo un surrogato. Non replicano le funzioni fisiologiche del PTH e comportano un notevole burden terapeutico. In molti casi, la qualità della vita è gravemente compromessa”.

La testimonianza dei pazienti: Marta e la quotidianità negata

Nel corso dell’incontro milanese, Marta Cecconi, vicepresidente dell’associazione A.P.P.I., ha raccontato la propria esperienza di ipoparatiroidismo postchirurgico, conseguente all’asportazione della tiroide per morbo di Basedow.

Ha descritto un decorso difficile, caratterizzato da crisi tetaniche, ospedalizzazioni prolungate e necessità di ricorrere frequentemente al pronto soccorso per la somministrazione di calcio endovena. La sua testimonianza ha messo in luce quanto la malattia possa condizionare la quotidianità e la qualità della vita, anche nei gesti più semplici. Tuttavia, durante la gravidanza e l’allattamento, grazie alla produzione naturale di PTH-like peptide, la sua condizione è migliorata. Una parentesi felice che sottolinea il bisogno di terapie più efficaci e continuative.

Una svolta terapeutica all’orizzonte: il palopegteriparatide

L’innovazione terapeutica che potrebbe cambiare il paradigma di trattamento dell’ipoparatiroidismo si chiama palopegteriparatide.
Il farmaco, già approvato da FDA ed EMA, ma non ancora disponibile in Italia, rappresenta una svolta epocale. Si tratta di una molecola a rilascio prolungato che garantisce livelli fisiologici costanti di PTH per 24 ore, ripristinando la regolazione del metabolismo calcio-fosforo.

I dati dello studio di fase 3 PaTHway mostrano che dopo 52 settimane:

  • l’81% dei pazienti ha raggiunto normocalcemia e indipendenza da calcio e vitamina D attiva;
  • il 95% ha interrotto completamente la terapia convenzionale;
  • sono migliorati significativamente i parametri di qualità di vita (HPES e SF-36);
  • la calciuria è diminuita, con riduzione del rischio renale.

Il dott. Palermo sottolinea: “Palopegteriparatide è l’unica terapia sostitutiva registrata per questa patologia. Ripristina le funzioni fisiologiche del PTH e può prevenire le complicanze sistemiche”.

La prof.ssa Brandi ha definito la molecola: “Una scoperta paragonabile a quella dell’insulina per il diabete. Il vero problema è che in Italia non è ancora disponibile. È urgente colmare questo paradosso”.

Il confronto politico-istituzionale alla Camera dei Deputati

L’evento romano, promosso dall’On. Ilenia Malavasi, ha permesso un dialogo concreto tra clinici, istituzioni e associazioni.

La parlamentare ha ricordato l’importanza di ascoltare il punto di vista dei pazienti, che spesso sono i primi a cogliere le lacune del sistema. Ha inoltre richiamato la necessità di uniformare l’accesso alle cure su tutto il territorio nazionale, soprattutto per le patologie rare.

Il prof. Andrea Frasoldati, presidente AME (Associazione Medici Endocrinologi), ha ribadito che l’ipoparatiroidismo resta una patologia troppo spesso sottovalutata nella pratica clinica quotidiana e ha auspicato una maggiore consapevolezza tra i professionisti.

Gli ha fatto eco il prof. Gianluca Aimaretti, presidente SIE (Società Italiana di Endocrinologia), sottolineando come oggi la comunità scientifica disponga di strumenti diagnostici e conoscenze avanzate, ma debba ancora colmare il gap terapeutico.

Thomas Carlo Maria Topini, General Manager di Ascendis Pharma Italia, ha dichiarato:

“Per troppo tempo l’ipoparatiroidismo è rimasto nell’ombra. Vogliamo dare voce ai pazienti e accompagnarli verso una quotidianità più serena, con terapie all’altezza delle loro esigenze.”

Una nuova narrazione per una nuova normalità

Parallelamente al dialogo clinico e istituzionale, durante l’evento istituzionale di Roma, Ascendis Pharma ha lanciato la campagna di awarness: “Si può parlare di normalità? Ipoparatiroidismo: conoscerlo e gestirlo per vivere una nuova quotidianità”. Rivolta a medici, pazienti, caregiver e opinione pubblica, l’iniziativa vuole promuovere una maggiore consapevolezza sull’impatto della patologia e sulla necessità di un cambiamento concreto.

Accanto alla campagna principale, Ascendis ha annunciato tre ulteriori progetti:

  • Medicina narrativa: un percorso realizzato con la Scuola Holden e Feltrinelli Education per raccogliere e raccontare le storie dei pazienti e dei loro medici. Il progetto culminerà in un e-book e in un evento pubblico a Torino.
  • Documentari: una serie di video realizzati con NABA – Nuova Accademia di Belle Arti, che offriranno uno spaccato autentico della vita quotidiana con l’ipoparatiroidismo.
  • Sportello legale: uno spazio di consulenza gratuito, gestito da OMAR (Osservatorio Malattie Rare), per fornire supporto su diritti, lavoro, invalidità e accesso alle cure.

Queste iniziative testimoniano una visione sistemica del problema, in cui il paziente non è più solo un destinatario di cure, ma un protagonista attivo del cambiamento.

L’impegno della comunità endocrinologica, il ruolo attivo delle associazioni e l’apertura del mondo istituzionale indicano una direzione chiara: riconoscere l’ipoparatiroidismo come patologia cronica a elevato impatto e garantire l’accesso alle migliori opzioni terapeutiche disponibili.

Come ha ricordato Marta Cecconi, la normalità per i pazienti affetti da ipoparatiroidismo è ancora un obiettivo da conquistare. E ogni passo verso una terapia più adeguata rappresenta una conquista di dignità.

Il futuro del trattamento dell’ipoparatiroidismo è già cominciato. Ora spetta al Sistema Sanitario Nazionale scegliere se cogliere questa opportunità o continuare a ignorarla.

L’importanza dell’esercizio fisico nell’osteoporosi

Numerosi studi hanno dimostrato l’efficacia dell’esercizio fisico nella prevenzione delle fratture e nel miglioramento della densità ossea:

  • Riduzione del Rischio di Fratture: Una meta-analisi ha evidenziato che l’esercizio fisico comporta una riduzione del 23% nell’incidenza di fratture osteoporotiche maggiori, sottolineando l’efficacia dell’attività fisica nella prevenzione delle fratture a bassa energia (PMC9813248).
  • Attività fisica e riduzione del rischio di fratture: L’allenamento regolare migliora la stabilità posturale e la coordinazione, riducendo così il rischio di cadute, che rappresentano la causa principale delle fratture osteoporotiche. Programmi di esercizio specifici hanno dimostrato di migliorare la velocità dell’andatura, la forza degli arti inferiori e il controllo dell’equilibrio, riducendo l’incidenza di cadute del 25-30%.

Tipologie di esercizi raccomandati

  • Esercizi di Impatto: Attività come salti da una piattaforma, jumping chin-ups con atterraggi controllati e salto con la corda, eseguiti con 50 ripetizioni per sessione almeno tre volte a settimana per sei mesi, sono raccomandati per migliorare la densità minerale ossea (PMC10345999).
  • Esercizi di Resistenza Muscolare: L’allenamento della forza, incluso l’uso di pesi liberi, macchine isotoniche o elastici, è essenziale per stimolare la rigenerazione ossea e migliorare la densità minerale. Studi hanno dimostrato che esercizi di resistenza progressiva, svolti almeno due volte a settimana, migliorano la forza muscolare e riducono il rischio di cadute del 40%. L’American College of Sports Medicine (ACSM) raccomanda esercizi con carichi progressivi, adattati all’età e alla condizione del paziente, per ottenere i migliori benefici in termini di salute ossea e funzionale.
  • Esercizi da Evitare: È consigliabile evitare esercizi ad alto impatto come corsa o salti e movimenti che comportano flessioni o torsioni eccessive del tronco, in quanto possono aumentare il rischio di fratture in soggetti con ossa fragili (Mayo Clinic).

Linee guida internazionali

Le principali organizzazioni internazionali forniscono raccomandazioni chiare sull’attività fisica per la gestione dell’osteoporosi:

Considerazioni cliniche

Per massimizzare i benefici dell’attività fisica e ridurre il rischio di eventi avversi, è fondamentale adottare un approccio personalizzato e supervisionato:

  • Personalizzazione dell’Esercizio: L’adattamento dei programmi di esercizio deve considerare fattori individuali come l’età, la severità dell’osteoporosi, la presenza di fratture pregresse e altre comorbidità.
  • Monitoraggio e Supervisione: L’implementazione di programmi di esercizio dovrebbe avvenire sotto la supervisione di professionisti qualificati per garantire la sicurezza e l’efficacia, specialmente in pazienti ad alto rischio di frattura.
  • Educazione del Paziente: Informare i pazienti sui benefici dell’attività fisica e sulle modalità sicure di esecuzione degli esercizi è cruciale per migliorare l’aderenza e ridurre la paura di cadute o fratture. La formazione dovrebbe includere istruzioni pratiche su come eseguire correttamente gli esercizi, informazioni sui segnali di sovraccarico o dolore e consigli su come integrare l’attività fisica nella vita quotidiana. Inoltre, il supporto di materiali informativi e sessioni educative può aumentare la consapevolezza e la motivazione del paziente a seguire un programma di esercizio costante.

Conclusioni

L’esercizio fisico rappresenta uno strumento essenziale per la prevenzione e la gestione dell’osteoporosi. La scelta degli esercizi deve essere basata su evidenze scientifiche e adattata alle caratteristiche individuali del paziente. Il coinvolgimento di specialisti e l’aderenza a linee guida consolidate sono fondamentali per garantire risultati ottimali nella salute ossea e nella qualità della vita dei pazienti.

The Bone Identity | V congresso BoneHealth

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Si è tenuto il 5 aprile, nella suggestiva cornice dell’Enterprise Hotel di Milano, la quinta edizione del Congresso “The bone Identity” organizzato da BoneHealth.

Con oltre 120 presenti, il congresso si è confermato appuntamento fisso per i bone specialist, che hanno potuto confrontarsi su questioni cruciali che riguardano le patologie osteo-metaboliche, le loro implicazioni cliniche e le innovazioni terapeutiche emergenti.

La giornata congressuale

L’organizzazione della giornata e il programma, ricco di temi attuali e innovativi, hanno permesso di consolidare la rete di competenze tra gli specialisti e offrire un contributo significativo per una gestione moderna e integrata delle patologie osteo-metaboliche, sottolineando l’esigenza di un approccio terapeutico avanzato, su misura e multidisciplinare al fine di migliorare il percorso di cura per specifiche condizioni, come l’osteoporosi post-menopausale.

Il programma congressuale ha visto l’alternarsi sul palco di 20 docenti coordinati dai responsabili scientifici, Gregorio Guabello (Ambulatorio di Endocrinologia, IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio, Milano) e Matteo Longhi (SC Reumatologia, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Milano).

Il Congresso è stato aperto con la lettura di Andrea Palermo sul palopegteriparatide nella terapia all’ipoparatirodismo.

La prima sessione, moderata da Sabrina Corbetta e Critina Eller-Vainiker, è stata dedicata alla fisiopatologia del tessuto osseo. Giovanni Adami, Gregorio Guabello e Sara Cassibba hanno presentato relazioni su modeling e remodeling-based bone formation, PTH e PTH, e Citochine e ormoni target delle terapie anti-ospeoporosi.

La terapia anabolica nell’osteoporosi menopausale è stato argomento della seconda sessione, moderata da Matteo Longhi e Francesca Zucchi, e con le relazioni di Carmen Aresta, che ha confrontato l’utilizzo di Abaloparatide e Teriparatide nel trattamento di donne con osteoporosi; la relazione di Alberto Ghielmetti ha analizzato il Romosozumab, mentre la relazione conclusiva della sessione, di Ombretta Viapiana, ha approfondito la terapia combinata e sequenziale. 

Monica Giordano e Gregorio Guabello hanno moderato la sessione dedicata alla deprivazione androgenica nel carcinoma prostatico e suoi correlati endocrino-metabolici, con un confronto interessante tra lo sguardo dell’oncologo e quello dell’endocrinologo, grazie alle relazioni di Marco Stellato e di Walter Vena.

Della fragilità ossea in specifici setting clinici, spesso meno conosciuti, si è discusso durante la quarta sessione, moderata da Alberto Falchetti e Gregorio Guabello. Luisella Cianferotti ha affrontato l’argomento dell’osteoporosi a basso turn-over; di osteosarcopenia ha invece parlato Matteo Longhi; a conclusione della sessione, l’intervento di Chiara Crotti su algodistrofia. 

A conclusione della giornata, sono stati analizzati tre studi clinici:

  • Frattura vertebrale “sospetta” in corso di terapia di consolidamento dopo Denosumab (a cura di Francesco Orsini)
  • Frattura atipica di femore in corso di terapia anti-riassorbitiva (a cura di Claudia Cordini)
  • Un caso particolare di osteoporosi gravidica (a cura di Flaminia Carrone)

 


Evento realizzato grazie al contributo non condizionante di:

Sponsor evento The bone identity 2025

CKD-MBD e fragilità scheletrica

CONTENUTO RISERVATO AGLI OPERATORI SANITARI

La CKD-MBD (Chronic Kidney Disease-Mineral and Bone Disorder) è un disordine sistemico del metabolismo minerale del paziente nefropatico cronico.

Leggendo “CKD-MBD e fragilità scheletrica” a cura di Gregorio Guabello potrai conoscere:

  • Quali sono le linee guida che forniscono raccomandazioni per la diagnosi, la valutazione, la prevenzione e il trattamento dell’osteodistrofia renale (CKD-MBD);
  • Quali sono i fattori di rischio da valutare;
  • Quali sono le terapie più opportune dell’osteodistrofia renale nei suoi diversi stadi.

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