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Fratture da stress: quando le ossa cedono (anche senza trauma)

Non serve un grande trauma per danneggiare il nostro scheletro. Le fratture da stress, dette anche da fatica, si sviluppano lentamente quando l’osso è sottoposto a carichi ripetuti senza il tempo necessario per rigenerarsi. Succede spesso a chi pratica corsa, danza o attività che richiedono movimenti ripetitivi, ma anche a chi passa da una vita sedentaria a un’attività fisica intensa troppo in fretta.

Sintomi da non sottovalutare

Il dolore compare gradualmente durante l’attività fisica e tende a ridursi con il riposo. Può localizzarsi in un punto preciso, essere sensibile al tatto o accompagnarsi a un leggero gonfiore. Spesso viene sottovalutato, perché non è legato a un trauma evidente. Le radiografie tradizionali possono non evidenziare subito la frattura; in alcuni casi, si ricorre a risonanza magnetica o altri esami specifici.

Diagnosi: un passaggio importante

Riconoscere una frattura da stress richiede attenzione ai segnali del corpo e un confronto accurato con il medico, che valuterà i sintomi, le abitudini motorie e le attività recenti. Se necessario, si procederà con indagini più approfondite per confermare la diagnosi e impostare il trattamento.

Come si cura una frattura da stress

  1. Riposo: la sospensione temporanea dell’attività che ha causato il sovraccarico è fondamentale.

  2. Modifica del carico: possono essere consigliate attività alternative come nuoto o ciclismo.

  3. Tutori o scarpe ortopediche: utili per proteggere e stabilizzare l’area colpita.

  4. Antidolorifici: da usare con cautela, sempre sotto consiglio medico.

  5. Fisioterapia: indicata per recuperare mobilità e forza, e per prevenire ricadute.

  6. Chirurgia: rara, ma necessaria in casi particolari, ad esempio se la frattura non guarisce o interessa aree delicate.

Tempi di recupero

Generalmente, il recupero richiede da 6 a 8 settimane. In alcuni casi più complessi può estendersi a tre mesi o oltre. Il ritorno all’attività fisica deve essere graduale, seguendo sempre le indicazioni del medico e del fisioterapista.

Come si possono prevenire

  • Allenarsi con gradualità, evitando di aumentare bruscamente i carichi.

  • Usare calzature adeguate all’attività praticata.

  • Rispettare i tempi di recupero tra un allenamento e l’altro.

  • Assicurarsi una dieta ricca di calcio, vitamina D e proteine.

  • Valutare con il medico la salute ossea, soprattutto se si è a rischio di osteoporosi o si è avuta una frattura in passato.

Aptameri a base di acidi nucleici nella salute ossea

Nel panorama della medicina di precisione, la ricerca sui nucleic acid aptamers sta assumendo un rilievo crescente anche nell’ambito ortopedico. Si tratta di brevi sequenze di DNA o RNA capaci di legarsi con alta affinità a bersagli specifici — proteine, recettori, RNA o altre biomolecole — e di modulare in modo selettivo i processi cellulari. Grazie alla tecnologia SELEX (Systematic Evolution of Ligands by Exponential Enrichment), è possibile “selezionare” aptameri con proprietà mirate per diagnosi, terapia e veicolazione di farmaci.

A differenza degli anticorpi monoclonali, gli aptameri presentano bassa immunogenicità, elevata stabilità chimica e una grande flessibilità di modificazione, che consente di migliorarne l’emivita, l’affinità e la capacità di attraversare i tessuti. Queste caratteristiche li rendono strumenti ideali per la medicina rigenerativa ossea, dove la sfida è agire in microambienti complessi, modulando in modo fine l’equilibrio tra osteogenesi, angiogenesi e infiammazione.

Meccanismi chiave e pathway coinvolti

Gli aptameri possono intervenire su vie molecolari cruciali del metabolismo osseo. La revisione cita, tra le principali, le vie del PTH (paratormone), delle BMPs (bone morphogenetic proteins) e della Wnt/β-catenina, fondamentali per la differenziazione osteoblastica e la regolazione del rimodellamento.

  • Il PTH, in forma pulsatile, stimola l’osteogenesi riducendo l’apoptosi degli osteoblasti e reclutando progenitori midollari.
  • Le BMPs, in sinergia con VEGF, promuovono la differenziazione osteoblastica delle cellule mesenchimali e coordinano osteogenesi e angiogenesi.
  • La via Wnt/β-catenina, regolando il rapporto OPG/RANKL, bilancia l’attività osteoblastica e osteoclastica, influendo direttamente sulla densità minerale ossea.

Questa complessa rete di segnali rappresenta il bersaglio ideale per molecole intelligenti come gli aptameri, capaci di agire selettivamente su nodi critici del sistema.

Frattura e riparazione ossea: un laboratorio per gli aptameri

Nel processo di guarigione di una frattura — che si articola in infiammazione, formazione del callo e rimodellamento — gli aptameri possono potenziare la rigenerazione tissutale in diverse fasi.
Un esempio citato nello studio è il sistema 3WJ-BMSCapt/M2-Exos, in cui aptameri diretti alle cellule stromali mesenchimali (BMSC) vengono ancorati a esosomi derivati da macrofagi M2. Questi vettori, in modelli murini, si accumulano selettivamente nel sito di frattura, stimolando la formazione di callo, aumentando la densità minerale e accelerando la rigenerazione ossea.

Altro caso emblematico è l’aptamero CH6, in grado di veicolare siRNA anti-Plekho1 agli osteoblasti. Questo approccio ha mostrato un aumento della formazione ossea e una riduzione dell’accumulo epatico del farmaco, dimostrando la possibilità di un targeting osteoblastico selettivo con minori effetti sistemici.

Applicazioni nell’alveolo dentale e nei tessuti parodontali

L’osso alveolare, costantemente soggetto a rimodellamento, rappresenta un modello naturale per testare nuovi biomateriali. Qui gli aptameri interagiscono con pathway infiammatori come Notch, NF-κB e Wnt, modulando la risposta dei fibroblasti e delle cellule del legamento parodontale.

Gli aptameri tetraedrici (tFNAs), sviluppati dal gruppo di Yunfeng Lin, hanno dimostrato di ridurre i livelli di IL-6 e IL-1β, promuovere la differenziazione osteogenica delle cellule staminali parodontali e prevenire la perdita ossea nei modelli murini di parodontite. Questi risultati aprono la strada a trattamenti non cellulari e biocompatibili per la rigenerazione ossea in ambiente infiammatorio.

Cartilagine, menisco e interfacce osteocondrali

Il potenziale rigenerativo degli aptameri si estende anche ai tessuti cartilaginei, storicamente refrattari alla riparazione spontanea. Sono già stati sviluppati scaffold bilayer in cui aptameri specifici per cellule mesenchimali favoriscono il reclutamento e la differenziazione in condrociti, migliorando la qualità del collagene di tipo II e la resistenza meccanica della neocartilagine.

Un’altra applicazione promettente riguarda i gel a base di GelMA e aptameri bispecifici per menisco e sinovia, che nei modelli animali favoriscono la rigenerazione fibrocartilaginea e riducono la degenerazione articolare. Si tratta di strategie cell-free e autologhe, capaci di sfruttare il potenziale rigenerativo endogeno senza necessità di trapianti cellulari.

Osteoporosi e asse intestino-osso

La revisione dedica ampio spazio all’osteoporosi, sottolineando come gli aptameri possano intervenire non solo a livello scheletrico ma anche sistemico.
Attraverso il controllo dell’espressione di miRNA — come miR-195 e miR-188, regolatori della differenziazione osteogenica e adipogenica — è possibile ristabilire l’equilibrio tra formazione e riassorbimento osseo.

Interessante anche la connessione con il microbiota intestinale: la modulazione degli aptameri sugli assi infiammatori TNF-α, IL-6 e IL-1β suggerisce un possibile effetto indiretto sulla salute ossea mediato dal cosiddetto gut-bone axis. In prospettiva, gli aptameri potrebbero essere integrati in piattaforme nutraceutiche o probiotiche per ottimizzare l’assorbimento di calcio e migliorare la microecologia intestinale.

Tumori ossei e metastasi: nuove sonde molecolari

In oncologia ortopedica, gli aptameri si configurano come biosensori diagnostici e vettori terapeutici di nuova generazione.
L’aptamero OS-7.9, specifico per cellule di osteosarcoma MG-63, riconosce anche cellule di carcinoma polmonare e colorettale, indicando la presenza di marcatori condivisi. Questa capacità di “riconoscimento molecolare trasversale” ne fa un candidato per la diagnosi precoce e la terapia mirata dei tumori ossei e metastatici.

Ulteriori studi su aptameri coniugati a miR-15a/16-1 o diretti al complemento C5a hanno dimostrato un effetto antimetastatico e antiangiogenico, evidenziando come gli oligonucleotidi possano competere con farmaci biologici tradizionali in termini di specificità e sicurezza.

Sfide e prospettive cliniche

Nonostante i risultati promettenti, la traduzione clinica degli aptameri resta complessa. Il loro basso peso molecolare favorisce la rapida filtrazione renale e ne riduce l’emivita sistemica. Le strategie attuali puntano su modificazioni chimiche (PEGylazione, legami al colesterolo) e su nanocarrier dedicati, per migliorarne la stabilità e la biodisponibilità.

Le prospettive sono tuttavia notevoli: gli aptameri uniscono le potenzialità dei farmaci biologici con la precisione dell’ingegneria molecolare. In ortopedia e metabolismo osseo potrebbero diventare, nei prossimi anni, strumenti chiave della medicina rigenerativa, capaci di integrare biologia, nanotecnologia e terapia personalizzata.

Lo studio

He Z, Peng Q, Bin W, Zhao L, Chen Y, Zhang Y, Yang W, Yan X, Liu H. Nucleic acid aptamers in orthopedic diseases: promising therapeutic agents for bone disorders. Bone Res. 2025 Jul 24;13(1):71. doi: 10.1038/s41413-025-00447-8. PMID: 40707473; PMCID: PMC12290010.

Ossa e sport: l’importanza del movimento

Quando pensiamo all’esercizio fisico, lo associamo spesso al benessere cardiovascolare o al mantenimento del peso forma. Tuttavia, muoversi regolarmente è una delle strategie più efficaci per mantenere le ossa forti e prevenire l’osteoporosi. Questo vale a tutte le età, dall’infanzia alla terza età.

Come il movimento stimola l’osso

Il tessuto osseo è vivo e in continuo rinnovamento. L’attività fisica, soprattutto quella che sottopone l’osso a carichi meccanici (come camminare, correre o sollevare pesi leggeri), stimola le cellule ossee (osteoblasti) a produrre nuovo tessuto. In altre parole: se le ossa vengono “usate”, si rafforzano.

Quali sport fanno bene alle ossa?

Le attività più indicate per la salute ossea sono quelle che combinano impatto moderato, forza muscolare e coordinazione. Tra le più consigliate troviamo:

  • Camminata veloce
  • Ginnastica a corpo libero
  • Ballo
  • Nordic walking
  • Yoga e Pilates (per l’equilibrio e la postura)
  • Allenamento con piccoli pesi o elastici

Sport acquatici come il nuoto sono ottimi per la mobilità articolare, ma meno efficaci nel prevenire la perdita di massa ossea, perché l’acqua riduce il carico meccanico sull’osso.

Attività fisica in caso di osteoporosi

Anche chi ha già ricevuto una diagnosi di osteoporosi può e deve muoversi, naturalmente con attenzione. In questi casi è meglio evitare sport a rischio cadute o che prevedono torsioni violente della colonna. È sempre utile confrontarsi con un fisiatra o un chinesiologo per pianificare un programma personalizzato.

L’importanza dell’equilibrio e della forza muscolare

Uno dei maggiori rischi legati all’osteoporosi è la frattura da caduta. L’allenamento dell’equilibrio (propriocezione) e della forza muscolare, in particolare del core (addome, schiena) e degli arti inferiori, è fondamentale per prevenire le cadute. Anche esercizi semplici, eseguiti regolarmente, possono fare la differenza.

Muoversi fin da giovani

La massa ossea raggiunge il suo picco tra i 25 e i 30 anni. Fare sport durante l’infanzia e l’adolescenza contribuisce a costruire uno “zoccolo duro” che sarà utile per tutta la vita. È per questo che il movimento dovrebbe far parte dell’educazione alla salute fin dalla scuola.

Anche la sedentarietà è un fattore di rischio

Stare seduti per troppe ore ogni giorno, senza interrompere con brevi momenti di attività, è oggi considerato un vero fattore di rischio per la salute ossea. Anche chi ha uno stile di vita sedentario può iniziare con piccoli gesti: alzarsi ogni ora, fare le scale, camminare dopo i pasti.

Conclusioni

Il movimento non è solo un modo per tenersi in forma: è un vero e proprio strumento terapeutico per proteggere le ossa e migliorare la qualità della vita. Muoversi fa bene a ogni età, ma farlo con consapevolezza e continuità è la chiave per fare della prevenzione un’abitudine quotidiana.

Rigenerare la cartilagine, riscrivere il futuro dell’artrosi

Chi ha provato il dolore dell’artrosi conosce bene quella sensazione: il ginocchio che scricchiola, la rigidità mattutina, il passo che diventa esitante. La cartilagine, un tempo elastica e levigata, si consuma come una stoffa troppo amata. E la medicina, fino ad oggi, ha potuto fare poco più che lenire. Antinfiammatori, fisioterapia, infiltrazioni, protesi: strategie preziose ma difensive, che rallentano il declino senza restituire ciò che si è perduto.

Rigenerare la cartilagine è stato per decenni un sogno. Un obiettivo inseguito da ricercatori e ortopedici con la stessa ostinazione con cui un esploratore cerca la sorgente nascosta di un fiume. Perché la cartilagine è un tessuto misterioso: privo di vasi sanguigni, quasi isolato, capace di assorbire urti e pressioni ma non di guarire sé stesso. Quando si danneggia, resta ferita. Quando si consuma, scompare.

Eppure, proprio in questa sua fragilità, si cela una delle sfide più affascinanti della medicina rigenerativa.

L’idea che viene dal silenzio degli ultrasuoni

Il gruppo del professor Leonardo Ricotti, alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, insieme ai ricercatori dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, ha deciso di affrontare la questione da un punto di vista nuovo: invece di sostituire la cartilagine, perché non creare le condizioni perché sia lei a rinascere?

Così è nata una combinazione tanto poetica quanto tecnologica: un biomateriale iniettabile, fatto di un idrogel “intelligente”, popolato da cellule staminali derivate dal tessuto adiposo — cellule versatili, pazienti, capaci di ascoltare i segnali dell’ambiente e trasformarsi in ciò che serve.

Il tutto, attivato da un segnale quasi impercettibile: ultrasuoni a bassa intensità. Onde sonore che attraversano il corpo senza dolore, come un sussurro che invita le cellule a fare il proprio lavoro. Il biomateriale, dotato di proprietà piezoelettriche, reagisce a quella vibrazione producendo minuscole stimolazioni elettriche che “parlano” alle cellule, guidandole verso la ricostruzione della cartilagine.
Non un intervento invasivo, ma un dialogo tra materia, suono e biologia.

La vita che torna nei tessuti

Nel laboratorio e nei modelli animali — conigli e pecore, le prime pazienti di questa storia — la risposta è stata sorprendente. Le articolazioni trattate hanno mostrato meno infiammazione, una struttura più compatta del tessuto, un aspetto più simile a quello della cartilagine sana.

Gli scienziati hanno osservato non solo una riparazione, ma un vero processo di rigenerazione, con la formazione di nuova matrice cartilaginea e segni di riattivazione del metabolismo cellulare. Come se il tessuto avesse ricordato chi era.

Certo, si tratta ancora di risultati sperimentali, lontani dall’applicazione clinica. Ma in medicina, le rivoluzioni cominciano sempre così: in silenzio, tra provette e microscopi, con dati che all’inizio sembrano solo promesse.

Dalla gestione alla rigenerazione

Da sempre, l’osteoartrosi viene raccontata come una condizione “irreversibile”. Eppure, questo studio segna un cambio di paradigma: non solo gestire, ma modificare.
Il dolore, l’infiammazione, la perdita di mobilità non sono più l’ultima parola. Se la cartilagine può tornare a crescere, anche la narrativa dell’artrosi deve cambiare: non più malattia cronica da contenere, ma terreno da rigenerare.

È un cambio di prospettiva che riguarda non solo i ricercatori, ma anche i medici e i pazienti. Perché implica una visione più integrata: prendersi cura delle articolazioni non solo quando sono ormai compromesse, ma mentre c’è ancora spazio per rigenerare.

Una sinfonia tra tecnologia e natura

Forse l’aspetto più affascinante di questa ricerca è la sua estetica scientifica: l’incontro tra una tecnologia di frontiera e l’intelligenza della natura.
Gli ultrasuoni, invisibili e delicati, ricordano che la cura non è sempre questione di forza, ma di armonia. Il biomateriale non impone, accompagna. Le cellule non vengono forzate, ma ascoltate. Tutto avviene dentro il corpo, come un ritorno alla memoria biologica del tessuto: “Ricorda come si fa a essere sano”.

È una medicina che non sostituisce, ma orchestra.

Il tempo necessario

I ricercatori lo dicono con onestà: serviranno anni. Prima che si possa passare ai trial clinici sull’uomo, ci saranno test di sicurezza, di efficacia, di standardizzazione. Ci sarà bisogno di investimenti, di collaborazione tra centri, di rigore.

Ma l’orizzonte è chiaro. Dopo decenni in cui l’unica via d’uscita dall’artrosi sembrava la protesi, si apre uno spiraglio di rigenerazione biologica. E anche se ci vorrà tempo, sapere che quel cammino è iniziato cambia già il modo in cui guardiamo al dolore articolare.

Un futuro che cammina

L’osteoartrosi è una malattia che ruba gesti: salire una scala, chinarsi per raccogliere qualcosa, correre dietro a un bambino. Rigenerare la cartilagine non significa solo “curare” — significa restituire movimento, libertà, fiducia.

Nessuno promette miracoli, ma l’idea che la cartilagine possa rinascere grazie a un intreccio di cellule, biomateriali e ultrasuoni ci ricorda che la scienza è, dopotutto, una forma di poesia applicata alla materia.
E che ogni volta che un tessuto torna a vivere, anche una speranza si rimette in cammino.

Dalla chirurgia alle terapie sostitutive, come cambia la gestione ossea nei disturbi paratiroidei

L’ormone paratiroideo (PTH) rappresenta uno dei più fini regolatori dell’omeostasi calcio-fosforica e del metabolismo osseo. Tuttavia, quando il suo equilibrio si spezza, lo scheletro diventa la prima vittima. È quanto conferma una monumentale revisione firmata da Afroditi Roumpou, Andrea Palermo, Symeon Tournis, Valeria Hasenmajer, Andrea Isidori ed Eva Kassi, che raccoglie l’evidenza più aggiornata su oltre quarant’anni di studi clinici e sperimentali sui disturbi paratiroidei, dal classico iperparatiroidismo al suo speculare ipoparatiroidismo.

Il doppio volto del PTH

Il PTH è una molecola bifronte: può essere catabolico o anabolico, a seconda del ritmo con cui agisce sull’osso. Quando l’esposizione è continua, come avviene nell’iperparatiroidismo primario, il risultato è un rimodellamento accelerato a favore del riassorbimento, con perdita di massa corticale e incremento del rischio di frattura. Quando invece l’ormone è assente o insufficiente — nell’ipoparatiroidismo — l’osso diventa densamente mineralizzato ma rigido, con una microarchitettura compromessa e una resistenza meccanica ridotta.

Il meccanismo è mediato dal recettore PTH1R, espresso sugli osteoblasti e sugli osteociti, che attiva la cascata cAMP/PKA. Nella sua azione catabolica, il PTH amplifica il pathway RANK/RANKL/OPG e favorisce la differenziazione osteoclastica; ma in condizioni di stimolazione intermittente — come nel caso dei trattamenti con teriparatide o abaloparatide — prevale l’effetto anabolico, grazie alla stimolazione della differenziazione osteoblastica e all’inibizione di proteine inibitorie come sclerostina e DKK-1.

Iperparatiroidismo: dalla diagnosi precoce alla chirurgia

L’iperparatiroidismo primario (PHPT) resta la forma più comune di disordine paratiroideo, con un’incidenza che cresce con l’età e una netta prevalenza femminile in post-menopausa. Oggi, la malattia viene diagnosticata sempre più spesso in fase asintomatica, grazie al monitoraggio routinario della calcemia. Tuttavia, anche le forme lievi comportano un rischio osseo non trascurabile: la riduzione della densità minerale ossea (BMD) interessa non solo la componente corticale, ma anche quella trabecolare, come dimostrano studi basati su HR-pQCT e Trabecular Bone Score (TBS).

La revisione segnala un rischio di frattura aumentato di 1,7 volte nei pazienti con PHPT rispetto alla popolazione sana, con un picco per le fratture vertebrali e di radio distale. Tra i marker bioumorali, l’aumento del rapporto RANKL/OPG e dei livelli di MCP-1 si conferma associato a una maggiore attività osteoclastica.

La paratiroidectomia rimane il trattamento di scelta e garantisce la normalizzazione della calcemia e la progressiva ricostruzione della massa ossea. Nelle casistiche più ampie, l’intervento riduce del 30% il rischio di fratture complessive e del 24% quello di fratture d’anca. La BMD migliora soprattutto a livello trabecolare, mentre il recupero corticale è più lento. Gli autori sottolineano che anche nelle forme “asintomatiche” la chirurgia porta benefici strutturali evidenti, benché la riduzione del rischio di frattura non sia sempre documentata in modo univoco.

Calcimimetici e antiresorbitivi: l’era della terapia personalizzata

Quando la chirurgia non è indicata o praticabile, i calcimimetici come il cinacalcet offrono un’alternativa efficace, migliorando i parametri biochimici e la BMD, soprattutto nei pazienti con malattia renale cronica e disordine minerale-osseo (CKD-MBD). Nei casi selezionati, gli antiresorbitivi (bisfosfonati, denosumab) possono ridurre il riassorbimento osseo, mentre gli agenti anabolici come romosozumab mostrano risultati promettenti in sottogruppi ad alto rischio.

Ipoparatiroidismo: densità elevata, fragilità nascosta

All’estremo opposto dello spettro si colloca l’ipoparatiroidismo, spesso conseguente a chirurgia del collo. L’assenza cronica di PTH determina un turnover osseo rallentato, un aumento paradossale della BMD e una microarchitettura disorganizzata. I dati sugli eventi fratturativi sono ancora contrastanti: alcune coorti indicano un incremento del rischio di fratture vertebrali, soprattutto nelle forme non chirurgiche.

Sul piano terapeutico, la revisione conferma la validità della terapia convenzionale (calcio e vitamina D attiva) come prima linea, ma evidenzia l’impatto dei sostituti ormonali nel ripristinare un metabolismo osseo fisiologico. Il PTH ricombinante 1-84 si è dimostrato efficace nel normalizzare calcemia e turnover, mentre il nuovo Trans-Con PTH — a rilascio prolungato — mostra risultati molto promettenti nel mantenere un equilibrio stabile di calcio e fosfato, con miglioramenti significativi nella qualità di vita e nella BMD. Mancano, tuttavia, dati solidi sul rischio di fratture a lungo termine.

Le forme rare e genetiche

La revisione dedica spazio anche ai quadri familiari, come il MEN1 e il MEN2A, l’iperparatiroidismo associato a tumore mandibolare (HPT-JT) e l’ipercalcemia ipocalciurica familiare (FHH). Quest’ultima, spesso confusa con il PHPT, non comporta un reale rischio osseo e non richiede paratiroidectomia: la diagnosi genetica resta cruciale per evitare interventi inutili.

Una nuova prospettiva sullo scheletro endocrino

Questo studio contribuisce a ridefinire la comprensione del cosiddetto “scheletro endocrino”, in cui il PTH non è più solo un mediatore del calcio, ma un regolatore dinamico della qualità ossea. La relazione tra densità, turnover e forza meccanica — un tempo lineare — appare oggi più complessa e multifattoriale.

Il futuro della terapia dei disturbi paratiroidei, concludono gli autori, sarà sempre più orientato alla fisiologia sostitutiva: imitare la naturale pulsazione del PTH, invece di correggerne passivamente gli effetti. Una sfida che apre la strada a un nuovo paradigma nella gestione dell’osso metabolico.

Lo studio

Afroditi Roumpou, Andrea Palermo, Symeon Tournis, Valeria Hasenmajer, Janice L Pasieka, Gregory Kaltsas, Andrea Isidori, Eva Kassi, Bone in Parathyroid Diseases Revisited: Evidence From Epidemiological, Surgical and New Drug OutcomesEndocrine Reviews, Volume 46, Issue 4, August 2025, Pages 576–620.

Un passo alla volta: ossa forti per crescere bene

La salute delle ossa non riguarda solo adulti e anziani. Le fondamenta per uno scheletro forte e resistente si costruiscono proprio durante l’infanzia e l’adolescenza. È in questi anni che si raggiunge il cosiddetto “picco di massa ossea”, cioè il massimo livello di densità ossea che ciascuno avrà nella vita. Più è alto questo valore, minore sarà il rischio di fratture e osteoporosi in età adulta.

Il ruolo dell’alimentazione

Un’alimentazione ricca di calcio, proteine e micronutrienti è fondamentale. Il calcio è presente in latte, yogurt, formaggi, ma anche in verdure a foglia verde (come spinaci e cavoli), mandorle e acque minerali calciche. Il fosforo, il magnesio e le proteine aiutano a fissare il calcio nelle ossa. Una dieta equilibrata, varia e sana rappresenta la prima forma di prevenzione.

Vitamina D e sole: alleati indispensabili

La vitamina D è essenziale per l’assorbimento del calcio. I bambini ne hanno un fabbisogno elevato, soprattutto nei primi anni. Ma non sempre l’alimentazione è sufficiente: l’80% della vitamina D si attiva grazie all’esposizione solare. Bastano 15-30 minuti al giorno di luce solare diretta sulla pelle (mani, braccia, gambe o viso), preferibilmente tra primavera e inizio autunno. Nei mesi invernali o in caso di carenze accertate, il pediatra può consigliare un’integrazione.

Il movimento fa bene allo scheletro

Il carico meccanico stimola la formazione ossea. Per questo l’attività fisica è un pilastro della salute scheletrica. Sport come la corsa, il salto, il nuoto, la ginnastica o semplici giochi all’aperto rafforzano le ossa, migliorano l’equilibrio e riducono il rischio di fratture. Il movimento, inoltre, contribuisce a mantenere un peso corporeo adeguato, evitando sovraccarichi e squilibri ormonali.

Le malattie da non sottovalutare

In alcune situazioni, lo sviluppo osseo può essere compromesso. Il rachitismo, oggi raro ma non scomparso, è una malattia legata alla carenza di vitamina D, calcio o fosforo, che provoca deformazioni ossee nei bambini. L’osteopenia giovanile può essere associata a patologie croniche (come celiachia non trattata, malattie infiammatorie intestinali o disordini endocrini) oppure a sedentarietà e carenze nutrizionali. Anche alcuni farmaci, come i corticosteroidi, possono interferire con lo sviluppo osseo.

Quando fare controlli

In presenza di fattori di rischio, ritardi di crescita, fratture frequenti o malattie croniche, il pediatra può valutare la necessità di indagini più approfondite, come la densitometria ossea (MOC) o esami del sangue. Una diagnosi precoce è la chiave per impostare un percorso efficace.

L’educazione comincia in famiglia

Insegnare ai bambini l’importanza del movimento, del mangiare sano e dell’esposizione alla luce solare significa dare loro strumenti concreti per un futuro più sano. I genitori, i pediatri, gli insegnanti hanno un ruolo decisivo nel promuovere buone abitudini quotidiane.

Mitochondria Revolution nella salute ossea, il nuovo fronte della medicina rigenerativa

Un tempo relegati al ruolo di “centrali energetiche” delle cellule, i mitocondri sono oggi riconosciuti come sensori e regolatori della vita cellulare. Nel tessuto osseo – dove l’equilibrio tra osteoblasti e osteoclasti determina la solidità dello scheletro – queste organelle orchestrano processi di differenziazione, omeostasi redox, apoptosi e metabolismo del calcio.
La narrative review ha riunito i risultati più recenti su oltre 100 studi internazionali, delineando una visione unitaria: le disfunzioni mitocondriali non sono semplici conseguenze delle patologie ossee, ma attori centrali nella loro genesi.

Osteociti e osteoblasti: energia per la meccano-biologia

Gli osteociti, cellule chiave per la percezione dei carichi meccanici, modulano la propria attività metabolica alternando glicolisi e fosforilazione ossidativa (OXPHOS). In condizioni di stress, sono capaci di “donare” mitocondri a cellule vicine danneggiate, ristabilendo il metabolismo e favorendo la riparazione tissutale.
Negli osteoblasti, la maturazione è accompagnata da un raffinato equilibrio tra fissione e fusione mitocondriale. Le proteine DRP1 e OPA1 regolano questa dinamica, mentre i sistemi antiossidanti SIRT3/SOD2 proteggono la cellula dallo stress ossidativo. I mitocondri partecipano persino alla mineralizzazione, fungendo da serbatoi di calcio fosfato che alimentano la matrice extracellulare.

Osteoclasti e chondrocyti: quando l’eccesso di ROS distrugge

Nei processi di riassorbimento osseo, gli osteoclasti dipendono da un’intensa attività mitocondriale. Tuttavia, un eccesso di specie reattive dell’ossigeno (ROS) può amplificare l’attività osteoclastica e accelerare la perdita di massa ossea, come avviene nell’osteoporosi o nell’artrite reumatoide.
Anche i condrociti della cartilagine articolare mostrano vulnerabilità simili: l’attivazione anomala della proteina DRP1 induce una fissione eccessiva e favorisce la degenerazione cartilaginea tipica dell’artrosi. Trattamenti antiossidanti, come acido ialuronico o curcumina, hanno dimostrato di ristabilire la funzionalità mitocondriale e la produzione di collagene.

Mitochondria e immunità ossea

Il lavoro sottolinea inoltre il legame tra metabolismo mitocondriale e risposta immunitaria nel microambiente osseo. I mitocondri regolano la polarizzazione dei macrofagi (M1 proinfiammatori e M2 riparativi) e influenzano il rilascio di citochine da parte dei linfociti T e B.
Nell’osteomielite, l’infezione batterica induce gonfiore e frammentazione mitocondriale, con produzione massiccia di ROS e morte cellulare. La manipolazione farmacologica di questi processi, ad esempio attraverso inibitori della fissione mitocondriale, apre nuove prospettive terapeutiche per contrastare l’infiammazione e favorire la rigenerazione.

Le nuove frontiere terapeutiche

Il campo delle “mitochondria-targeted therapies” è in piena espansione. Lo studio individua diverse strategie promettenti:

  • Antiossidanti mirati, come MitoTEMPO, MitoQ e SkQ1, capaci di ridurre selettivamente lo stress ossidativo mitocondriale, preservando la vitalità di osteoblasti e condrociti.
  • Inibitori della fissione mitocondriale, in particolare Mdivi-1, che agisce bloccando la proteina DRP1 e riducendo la produzione di ROS. Nei modelli animali ha prevenuto la perdita ossea e inibito l’attività osteoclastica.
  • Terapie basate sulla biogenesi mitocondriale, che stimolano la produzione di nuove organelle funzionali attraverso l’attivazione di PGC1α e delle sirtuine (SIRT1, SIRT3, SIRT6).
  • Trapianto mitocondriale, una frontiera ancora sperimentale: mitocondri isolati da tessuti sani vengono iniettati nei siti lesionati per ripristinare la funzione energetica. Sebbene già testata in cardiologia, la tecnica resta inesplorata in ortopedia.
  • Fotobiomodulazione (PBM) con luce rossa o infrarossa, che agisce su citocromo c ossidasi migliorando la respirazione cellulare e riducendo l’infiammazione locale. Studi preclinici indicano effetti promettenti su ferite chirurgiche e osseointegrazione.

Applicazioni cliniche in prospettiva

Nell’osteoporosi, la perdita di integrità mitocondriale legata all’età o alla carenza estrogenica compromette la capacità rigenerativa delle cellule staminali mesenchimali. Il peptide mitocondriale MOTS-c ha mostrato, in modelli murini, un effetto protettivo contro la demineralizzazione.
Nel contesto dell’osteomielite, gli autori ipotizzano l’uso combinato di antiossidanti e inibitori della fissione per ridurre il danno tissutale e migliorare l’esito delle infezioni ossee croniche. Mdivi-1, in particolare, potrebbe affiancare i rivestimenti antibatterici di impianti ortopedici, integrando il controllo dell’infezione con un’azione rigenerativa.
Infine, nel ritardo di consolidazione e nelle fratture complesse, l’infusione di mitocondri autologhi o di antiossidanti mitocondriali potrebbe accelerare i tempi di guarigione.

Dalle centrali al cervello dell’osso

La revisione di Redox Biology mette in discussione un paradigma consolidato: i mitocondri non sono più semplici produttori di energia, ma veri centri di regolazione biochimica e meccanica del tessuto osseo.
La loro plasticità – la capacità di fondersi, dividersi e persino trasferirsi tra cellule – li rende un bersaglio strategico per la medicina rigenerativa. Tuttavia, gli autori invitano alla prudenza: molte terapie sono ancora in fase preclinica e richiedono validazioni sulla sicurezza a lungo termine, in particolare per quanto riguarda la risposta immunitaria e l’integrazione tissutale.

Un futuro terapeutico su scala subcellulare

Le prospettive aperte da queste ricerche sono notevoli: personalizzare le terapie ossee in base al “profilo mitocondriale” del paziente, intervenire sui meccanismi energetici cellulari prima che la malattia comprometta il tessuto, combinare strategie farmacologiche e biofisiche.
In sintesi, la salute dell’osso si gioca sempre più sul piano della bioenergetica cellulare. I mitocondri – da antichi batteri endosimbionti a nuovi protagonisti della medicina – potrebbero diventare il cuore delle terapie ortopediche del futuro.

Lo studio

Mendelsohn DH, Walter N, Cheung WH, Wong RMY, Schönmehl R, Winter L, El Khassawna T, Heiss C, Brochhausen C, Rupp M. Targeting mitochondria in bone and cartilage diseases: A narrative review. Redox Biol. 2025 Jun;83:103667. doi: 10.1016/j.redox.2025.103667. Epub 2025 May 7. PMID: 40354767; PMCID: PMC12136924.

Malattie reumatiche e ossa: un legame da conoscere

Quando si parla di malattie reumatiche, spesso l’attenzione si concentra su dolori articolari, infiammazioni o fatica cronica. Tuttavia, una delle complicanze meno considerate – ma potenzialmente gravi – è l’effetto che queste patologie possono avere sulla salute delle ossa.

Le ossa sono un tessuto vivo, soggetto a continui processi di rinnovamento. In condizioni normali, esiste un equilibrio tra la formazione e il riassorbimento osseo. Ma alcune malattie reumatiche croniche alterano questo equilibrio, rendendo lo scheletro più fragile e più esposto al rischio di fratture.

Artrite reumatoide e perdita ossea

L’artrite reumatoide (AR) è una malattia autoimmune sistemica che, oltre a colpire le articolazioni, stimola un’infiammazione cronica che può estendersi al tessuto osseo. Le citochine infiammatorie, come il TNF-alfa e l’interleuchina-6, favoriscono il riassorbimento osseo, riducendo la densità minerale.

Inoltre, i pazienti con AR spesso assumono corticosteroidi per controllare l’infiammazione, e questi farmaci – se usati a lungo – possono aggravare la perdita ossea. Studi recenti mostrano che l’osteoporosi è fino a quattro volte più frequente nelle persone affette da AR rispetto alla popolazione generale.

Spondilite anchilosante: rigidità e fragilità

La spondilite anchilosante (SA) è un’altra malattia reumatica cronica che colpisce principalmente la colonna vertebrale. Provoca infiammazioni a carico delle articolazioni sacro-iliache e delle vertebre, portando nel tempo a una fusione ossea che limita i movimenti.

Quello che spesso si sottovaluta è che, nei primi stadi, la SA può ridurre la densità ossea vertebrale, anche in soggetti giovani. In altre parole, la colonna può diventare sia più rigida sia più fragile. La fragilità ossea in SA è spesso “mascherata” da un’ossificazione anomala, e può essere rilevata solo con esami diagnostici specifici.

Lupus sistemico: uno stress per le ossa

Il lupus eritematoso sistemico (LES) è una malattia infiammatoria cronica che può colpire quasi ogni organo del corpo. Le persone con LES hanno un aumentato rischio di osteoporosi e fratture, anche a causa dei frequenti trattamenti a base di corticosteroidi.

Inoltre, il lupus può ridurre l’esposizione alla luce solare (per motivi medici o per fotosensibilità), diminuendo così la produzione di vitamina D – un elemento cruciale per il metabolismo del calcio e la salute ossea.

Prevenzione e monitoraggio

Chi convive con una malattia reumatica dovrebbe essere informato sul rischio osseo. La densitometria ossea (MOC) è l’esame di riferimento per valutare la densità minerale e il rischio di frattura. In caso di diagnosi di osteoporosi o osteopenia, il medico può suggerire terapie specifiche.

Tra le strategie di prevenzione:

  • Assumere adeguate quantità di calcio e vitamina D
  • Praticare attività fisica regolare e mirata
  • Limitare l’uso prolungato di corticosteroidi, se possibile
  • Valutare con lo specialista l’uso di farmaci specifici per la protezione ossea

Un approccio integrato

La salute delle ossa è parte integrante della gestione delle malattie reumatiche. Reumatologo, endocrinologo e medico di base devono collaborare per prevenire complicanze e preservare la qualità della vita.

Anche il paziente ha un ruolo attivo: informarsi, seguire le indicazioni terapeutiche e sottoporsi ai controlli periodici può fare la differenza.

Osteopenia, parla l’esperto

Nella videointervista, la Prof.ssa Annamaria Colao, professore ordinario di Endocrinologia e Malattie del metabolismo presso l’Università Federico II di Napoli, parla di osteopenia e di come sia fondamentale riconoscerla al fine di prevenire l’osteoporosi e le fratture da fragilità, soffermandosi in particolare su:

  • La definizione secondo i criteri OMS e le differenze rispetto all’osteoporosi.
  • La diffusione della condizione, spesso sottostimata che si presenta non solo dopo i 60 anni ma anche in pazienti più giovani con fattori di rischio, quali il trattamento per patologie croniche.
  • L’importanza di integrare la MOC con biomarker come la vitamina D.
  • Le attuali aree grigie delle linee guida e il valore dell’osteopenia come finestra strategica di prevenzione.
  • L’importanza dell’integrazione, non solo con vitamina D e calcio, ma anche molecole naturali con potenziale osteoprotettivo.

 

Articolo realizzato con il contributo non condizionante di LO.LI. pharma:

Gestione clinica della sindrome di Turner

La sindrome di Turner (TS) è una condizione cromosomica che colpisce circa 1 su 2.500-3.000 neonate femmine e deriva dalla monosomia completa o parziale del cromosoma X. Il quadro clinico è estremamente eterogeneo e può includere bassa statura, disgenesia gonadica, difetti cardiovascolari congeniti, osteoporosi precoce e infertilità.

Nonostante l’ampio spettro fenotipico, la diagnosi spesso avviene tardivamente o viene posta solo in età adulta, quando compaiono segni come amenorrea primaria o secondaria, ridotta densità ossea o anomalie metaboliche. Questo ritardo diagnostico può compromettere l’efficacia degli interventi precoci e aumentare il rischio di complicanze a lungo termine.

Terapia estrogenica: cardine della gestione e chiave per la salute ossea

La disgenesia gonadica determina una carenza estrogenica precoce, con impatto diretto su sviluppo sessuale, salute cardiovascolare e metabolismo osseo. La terapia ormonale sostitutiva (HRT) rappresenta il fulcro del trattamento e dovrebbe essere iniziata idealmente tra gli 11 e i 12 anni, in modo da mimare il più possibile la pubertà fisiologica.

L’induzione graduale con basse dosi di estrogeni, seguita dall’aggiunta di progesterone, non solo favorisce lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari ma contribuisce al raggiungimento di un picco di massa ossea ottimale. Numerosi studi dimostrano che la terapia ormonale precoce e continuativa è associata a un aumento significativo della densità minerale ossea (BMD) e a una riduzione del rischio di fratture vertebrali e non vertebrali.

Negli anni successivi, la HRT dovrebbe essere proseguita almeno fino all’età fisiologica della menopausa (circa 50 anni), valutando benefici e rischi individuali. Le formulazioni transdermiche sono spesso preferibili per il miglior profilo metabolico e cardiovascolare, mentre l’aderenza terapeutica rappresenta una sfida clinica cruciale.

Salute ossea e rischio fratturativo: un obiettivo prioritario

Le pazienti con TS presentano un rischio aumentato di osteoporosi e fratture rispetto alla popolazione generale, spesso già in giovane età. Questo è dovuto non solo alla carenza estrogenica ma anche a fattori aggiuntivi come bassa statura, ridotta massa muscolare, alterazioni della microarchitettura ossea e predisposizione genetica.

Il monitoraggio densitometrico deve iniziare precocemente:

  • DEXA basale all’inizio della terapia ormonale e successivamente ogni 2-3 anni.
  • Valutazione morfometrica vertebrale (VFA) per individuare fratture silenti.
  • Biomarcatori del turnover osseo utili nel monitoraggio terapeutico.

Oltre alla HRT, vanno ottimizzati tutti i fattori di salute ossea: adeguato apporto di calcio e vitamina D, esercizio fisico regolare e correzione di comorbidità come ipotiroidismo o celiachia. Nei casi di osteoporosi conclamata o fratture pregresse, può essere necessario ricorrere a farmaci anti-riassorbitivi secondo linee guida generali.

Salute cardiovascolare e metabolica: un altro fronte critico

La sindrome di Turner è associata a un aumentato rischio cardiovascolare, con prevalenza più elevata di coartazione aortica, dissezione e ipertensione arteriosa. L’ecocardiogramma e la risonanza magnetica cardiaca periodica sono strumenti fondamentali nel follow-up.

Anche la sindrome metabolica, l’insulino-resistenza e il diabete di tipo 2 sono più frequenti, rendendo necessario uno screening annuale di glicemia, lipidi e pressione arteriosa. Questi aspetti influenzano indirettamente anche la salute ossea, poiché il metabolismo glucidico e la funzione vascolare sono fattori chiave nel rimodellamento osseo.

Fertilità e salute riproduttiva: possibilità e limiti

La maggior parte delle donne con TS presenta infertilità primaria per mancato sviluppo follicolare. Tuttavia, alcune pazienti con mosaicismo possono conservare una funzione ovarica residua. Le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) con ovodonazione rappresentano oggi l’opzione principale per il concepimento, ma richiedono un’accurata valutazione cardiologica e metabolica preliminare per il rischio elevato di complicanze gestazionali.

La gestione riproduttiva va integrata in un percorso multidisciplinare che coinvolge endocrinologo, ginecologo e cardiologo.

Approccio multidisciplinare e continuità assistenziale

La complessità clinica della sindrome di Turner impone una gestione multidisciplinare e una transizione ben pianificata dall’età pediatrica all’età adulta. Le pazienti dovrebbero essere seguite in centri di riferimento dedicati, con percorsi che includano:

  • endocrinologo per HRT, salute ossea e metabolica;
  • cardiologo per il monitoraggio cardiovascolare;
  • ginecologo per la salute riproduttiva;
  • psicologo per il supporto emotivo e cognitivo.

Conclusioni

La sindrome di Turner è una condizione multisistemica che richiede un approccio terapeutico globale, personalizzato e continuativo. La terapia estrogenica precoce e correttamente gestita rappresenta il pilastro del trattamento, non solo per lo sviluppo puberale e la fertilità, ma anche per la protezione ossea e cardiovascolare.

Il monitoraggio densitometrico regolare, la prevenzione del rischio fratturativo e la gestione delle comorbidità metaboliche e cardiache devono essere parte integrante del follow-up. Solo un approccio realmente multidisciplinare può migliorare gli esiti a lungo termine e garantire una migliore qualità di vita alle donne con sindrome di Turner.

Lo studio

Davenport ML. Approach to the patient with Turner syndrome. J Clin Endocrinol Metab. 2010 Apr;95(4):1487-95.