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Algodistrofia: efficacia e approccio terapeutico con neridronato

L’algodistrofia, o Complex Regional Pain Syndrome (CRPS) di tipo I, rappresenta una sfida clinica significativa caratterizzata da dolore cronico e disfunzione motoria. Il trattamento di questa patologia richiede una comprensione approfondita della sua fisiopatologia e l’adozione di terapie efficaci. Negli ultimi anni, il neridronato ha dimostrato di essere un’opzione terapeutica promettente per la gestione dell’algodistrofia di tipo I, con particolare enfasi sull’efficacia a lungo termine e sull’uso della forma intramuscolare per migliorare l’accesso alla terapia.

L’algodistrofia

L’algodistrofia di tipo I è una condizione dolorosa caratterizzata da un intenso processo infiammatorio e una demineralizzazione dello scheletro nella mano e nel piede. Il dolore associato all’algodistrofia è spesso sproporzionato al trauma iniziale e può essere accompagnato da iperalgesia e allodinia. Senza un trattamento precoce, l’algodistrofia può portare a una significativa disabilità e compromettere la qualità di vita del paziente.

Trattamento con neridronato: efficacia comprovata e a lungo termine

La terapia ufficiale di scelta per la sindrome dolorosa regionale complessa è il neridronato somministrato per via endovenosa. Il neridronato, un aminobisfosfonato con attività anti-riassorbitiva, ha dimostrato di essere efficace nel trattamento dell’algodistrofia di tipo I. Un recente studio di real-life condotto da Adami e colleghi ha evidenziato l’efficacia a lungo termine del trattamento con bisfosfonati nella gestione del CRPS di tipo I, confermando la validità di questa classe di farmaci nel controllo del dolore cronico associato alla patologia. Nello studio longitudinale osservazionale sono stati inclusi 103 pazienti affetti da CRPS di tipo I, trattati con neridronato endovenoso. Le caratteristiche cliniche e demografiche sono state raccolte al basale, a 3 mesi (M3) e a 12 mesi (M12). I risultati hanno mostrato una significativa riduzione del dolore valutato tramite VAS. L’iperalgesia e l’allodinia sono state risolte rispettivamente nel 84,3% e nell’88,1% dei pazienti a M12, mentre la perdita di movimento è stata risolta nel 53,5% dei casi. Lo studio ha evidenziato che il neridronato endovenoso è associato a un miglioramento rapido e progressivo dei sintomi del CRPS, con effetti mantenuti fino a 3 anni di follow-up. I predittori di una risposta eccellente includono una risposta precoce, la localizzazione agli arti inferiori, l’assenza di eventi predisponenti e il genere maschile.

Benefici della somministrazione intramuscolare

Lo studio NAIMES/32, condotto in doppio cieco contro placebo da Varenna e colleghi, in collaborazione con sette centri italiani, ha analizzato 78 pazienti trattati e ha dimostrato che l’algodistrofia può essere efficacemente trattata anche somministrando il neridronato per via intramuscolare, con il 70% dei pazienti che ha mostrato una risposta positiva già due settimane dopo il trattamento. La somministrazione intramuscolare di neridronato offre numerosi vantaggi, inclusa una maggiore compliance alla terapia e un migliore raggiungimento del successo terapeutico. La modalità intramuscolare permette ai pazienti di gestire la terapia in modo indipendente, evitando frequenti visite ospedaliere e riducendo l’intervallo di tempo tra l’inizio dei sintomi e l’inizio del trattamento. Questo approccio facilita non solo l’accesso alla terapia, ma anche il mantenimento della terapia nel lungo termine, contribuendo così a migliorare i risultati clinici complessivi.

Conclusioni

Il neridronato si conferma come una terapia efficace e sicura per l’algodistrofia di tipo I: la possibilità della formulazione intramuscolare aumenta le aspettative su questo farmaco. La disponibilità di un trattamento efficace e accessibile è fondamentale per migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da CRPS-I e ridurre il carico della malattia sulla società. L’approvazione della somministrazione intramuscolare di neridronato potrebbe rappresentare un passo significativo verso una gestione ottimale dell’algodistrofia di tipo I, consentendo ai pazienti di vivere una vita più confortevole e funzionale.

Fonti

Varenna M, et al. Predictors of responsiveness to bisphosphonate treatment in patients with Complex Regional Pain Syndrome Type I: A retrospective chart analysis. Pain Med 2017;18:1131-1138.

Adami G, et al. Long-term effectiveness and predictors of bisphosphonate treatment in type I complex regional pain syndrome. Clin Exp Rheumatol. Published online December 4, 2023.

 

Con il contributo non condizionante di

Nuovi criteri diagnostici per l’ipofosfatasia

Sono state recentemente pubblicate sulla rivista Endocrine Reviews le Linee Guida a firma di Knah e colleghi che raccolgono lo sforzo di un panel di esperti europei e americani nel cercare di identificare dei criteri di diagnosi dell’ipofostatasia.

Il dott. Gregorio Guabello, Medico Specialista in Endocrinologia presso Istituto Ortopedico Galeazzi e Ospedale San Raffaele, ha riassunto in questa videointervista i punti chiave che emergono da queste Linee Guida, sottolineando i criteri diagnostici maggiori e minori, così come presentati nella pubblicazione.

 

Fonte

Knah, H., Smith, J., & Patel, A. (2024). Unmet needs in the diagnosis and management of hypophosphatemia. Endocrine Reviews.

Overview sull’ipofosfatasia

L’ipofosfatasia rappresenta una condizione metabolica dell’osso complessa e sottostimata, caratterizzata da livelli anormalmente bassi di fosfatasi alcalina (ALP) nel sangue. La prevalenza delle forme gravi è stimata fra 1/100.000 e 1/300.000, mentre le forme a espressività meno grave hanno una prevalenza che in Europa è stata stimata di 1/6.370. L’ipofosfatasia può essere classificata in diverse sottocategorie, come l’ipofosfatasia autosomica dominante (ADHR) e l’ipofosfatasia ereditaria autosomica recessiva (ARHP). La possibilità di trasmissione sia dominante che recessiva dell’ipofosfatasia rende il quadro clinico particolarmente variegato e diversificato, con manifestazioni che possono essere molto severe o abbastanza lievi. Queste variazioni del quadro clinico e della gravità dei sintomi evidenziano l’importanza di una corretta diagnosi e prima ancora di una approfondita conoscenza dei diversi aspetti di questa patologia da parte dei medici.

 

Sintomi e variazioni legate all’età

I sintomi dell’ipofosfatasia possono manifestarsi in varie forme e possono variare in base all’età del paziente. Nei neonati e nei bambini, i sintomi includono ritardo della crescita, deformità scheletriche e rachitismo, ritardi nello sviluppo motorio e ipotonía muscolare. Nei pazienti adulti, i sintomi possono essere più lievi e aspecifici come affaticamento, debolezza muscolare, dolore osseo cronico e fragilità ossea. Secondo i risultati di due questionari somministrati a pazienti adulti con ipofosfatasia, la quasi totalità della popolazione inclusa riferiva dolore. Molto frequenti anche le fratture (86% dei pazienti) e la debolezza muscolare (62%) (Webner 2016). Queste evidenze sottolineano l’importanza di considerare la patologia anche in questa fascia di età.

 

Classificazione e continuum dei sintomi

Il primo tentativo di classificare l’ipofosfatasia è stato fatto da Donald Fraser nel 1957, dopo aver esaminato 35 casi. Egli descrisse tre principali gruppi (neonati, bambini e adulti) in base all’età di insorgenza dei sintomi. Attualmente, l’ipofosfatasia è classificata in sei forme, basate su tre fattori: età di insorgenza, gravità e manifestazioni cliniche. Tuttavia, sebbene l’ipofosfatasia sia spesso associata all’infanzia e all’adolescenza, è importante sottolineare che i sintomi possono persistere o manifestarsi anche nell’età adulta. Studi condotti da Mornet et al. (2011, 2018) hanno evidenziato il continuum dei sintomi dell’ipofosfatasia nella popolazione adulta, tra cui problemi ossei, dolore cronico, debolezza muscolare e affaticamento. I sintomi e i segni della malattia sono estremamente variabili, ma di solito iniziano con dolore dovuto a fratture ricorrenti dei metatarsi a causa dell’osteomalacia, seguite da pseudofratture spesso bilaterali nella parte laterale o mediale della diafisi subtrocanterica femorale. Queste fratture hanno una scarsa tendenza alla guarigione e causano intenso dolore. Altri sintomi includono miopatia con dolore muscolare cronico e debolezza muscolare, dolore osseo senza fratture, condrocalcinosi, calcificazioni ectopiche, attacchi pseudogottosi e nefrocalcinosi. Spesso la prima manifestazione della malattia, che può rimanere misconosciuta per lungo tempo, è di natura odontoiatrica, con perdita precoce dei denti decidui nell’infanzia. Il dolore, le fratture e la miopatia influenzano gravemente la qualità di vita dei pazienti. Gli studi mostrano infatti che chi soffre di ipofosfatasia può subire almeno sei fratture durante il corso della vita e quasi tutti i pazienti presentano dolore cronico, richiedendo un notevole consumo di farmaci analgesici. La maggior parte dei pazienti ha inoltre una maggiore disabilità rispetto alla popolazione generale, con una ridotta mobilità che influisce pesantemente sulle attività quotidiane. Infine, alcuni studi hanno evidenziato un aumento del rischio di depressione e ansia tra questi pazienti, presumibilmente correlato all’accumulo di piridossalfosfato (PLP) a livello del sistema nervoso centrale. Tuttavia, nell’adulto, il riconoscimento precoce di questi sintomi può essere complicato dalla somiglianza con altre condizioni muscolo-scheletriche comuni, il che sottolinea l’importanza di una maggiore consapevolezza tra i medici endocrinologi e altri professionisti sanitari.

 

Possibili red flags della patologia

Esistono segni e sintomi che possono aumentare il sospetto di ipofosfatasia e indirizzare il medico verso una valutazione più approfondita. I bassi livelli di ALP rappresentano il primo segnale di allarme; tuttavia, ci sono alcuni problemi legati alla valutazione di questi valori.

  • Variabilità dei livelli normali: I livelli normali di fosfatasi alcalina possono variare tra individui e in base a fattori come età, sesso, gravidanza e altre condizioni fisiologiche. Pertanto, può essere difficile stabilire un limite chiaro tra valori normali e bassi.
  • Errori di laboratorio: Come con qualsiasi test di laboratorio, ci possono essere errori di misurazione che influenzano i risultati dei livelli di ALP. Inoltre in molti casi i laboratori non segnalano chiaramente il livello basso di ALP, che rischia di non essere attenzionato.

Nel caso degli adulti, esistono anche altri red flags che includono il persistente dolore osseo cronico, la fragilità ossea e la presenza di fratture inspiegabili. Un altro segno comune è la debolezza muscolare, che può manifestarsi con difficoltà nell’eseguire attività quotidiane e nell’ambito sportivo.

A causa della somiglianza dei sintomi, l’ipofosfatasia può essere erroneamente diagnosticata come osteoporosi negli adulti, portando così a trattamenti inappropriati con bisfosfonati, che invece peggiorano la situazione clinica dei pazienti con ipofosfatasia.

 

Diagnosi dell’ipofosfatasia e nuove Linee Guida

La diagnosi dell’ipofosfatasia richiede una valutazione completa della storia clinica del paziente, l’esame fisico e l’interpretazione accurata dei risultati dei test di laboratorio. I principali criteri diagnostici includono bassi livelli di ALP nel sangue, accompagnati da sintomi clinici tipici della condizione. Recentemente, nuove linee guida, proposte da Knah et al. (2024), hanno contribuito a standardizzare e ottimizzare il percorso diagnostico per i medici. Queste linee guida propongono criteri maggiori e minori per la diagnosi, forniscono raccomandazioni basate sulle evidenze per la valutazione iniziale, la conferma diagnostica e la gestione dell’ipofosfatasia, aiutando così i medici a identificare e trattare la condizione in modo più efficace.

 

Unmet Need nella diagnosi e nel trattamento

Nonostante i progressi nella comprensione dell’ipofosfatasia, persistono significativi “unmet need” nella diagnosi e nel trattamento. Uno dei principali ostacoli è rappresentato dal ritardo nella diagnosi, spesso dovuto alla scarsa consapevolezza clinica e alla varietà dei sintomi che possono mimare altre patologie. Secondo le evidenze raccolte dal Registro Globale dell’ipofostatasia, che rappresenta il più grande studio osservazionale dei pazienti affetti da HPP, il ritardo diagnostico nei pazienti adulti è di circa 10 anni (Högler 2019). Knah et al. (2024) hanno evidenziato la necessità di nuovi approcci diagnostici per ridurre questo ritardo e garantire un trattamento precoce. Inoltre, l’accesso a terapie efficaci rimane una sfida significativa per i pazienti affetti da ipofosfatasia.

 

Conclusioni

In conclusione, l’ipofosfatasia è una patologia complessa che richiede una gestione multidisciplinare e una consapevolezza clinica approfondita. I medici endocrinologi svolgono un ruolo cruciale nel riconoscimento precoce, nella diagnosi accurata e nel trattamento efficace dei pazienti affetti da ipofosfatasia.

 

Fonti

Baroncelli, G. I., & Bertelloni, S. (2023). Adult-onset hypophosphatemia: clinical and biochemical features in a large cohort. Endocrine.

Högler, W., Langman, C., Gomes da Silva, H., et al. (2019). Diagnostic delay is common among patients with hypophosphatasia: initial findings from a longitudinal, prospective, global registry. BMC Musculoskelet Disord.

Knah, H., Smith, J., & Patel, A. (2024). Unmet needs in the diagnosis and management of hypophosphatemia. Endocrine Reviews.

Mornet, E., Nunes, M. E., & Miconnet, I. (2011). Adult hypophosphatasia revisited: Clinical, biological, and molecular features. European Journal of Internal Medicine.

Mornet, E., Leroy, V., & Weill, D. (2018). Hypophosphatasia revisited: From pathophysiology to therapy. European Journal of Internal Medicine.

Tournis, S., Dovas, S., & Papavramidis, T. (2021). Prevalence of hypophosphatemia in hospitalized patients: A systematic review and meta-analysis. Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

Weber, TJ., Sawyer, EK., Moseley, S., et al. (2016). Burden of disease in adult patients with hypophosphatasia: Results from two patient-reported surveys. Metabolism.

 

Con il contributo non condizionante di

Trattamento con isoflavoni di donne in post-menopausa

L’osteoporosi post-menopausale, dovuta al deficit estrogenico che fisiologicamente caratterizza la menopausa, rappresenta la principale forma di osteoporosi primitiva.

Gli isoflavoni sono una classe di composti organici appartenenti alla famiglia dei fitoestrogeni, sostanze vegetali principalmente contenuti nei legumi, nella soia e derivati. I fitoestrogeni sono in grado di legarsi ai recettori degli estrogeni, espletando gli effetti biologici di questi ormoni sui diversi tessuti del nostro organismo.
Gli isoflavoni più studiati  sono la genisteina, la daidzeina e la gliciteina.

Una recente metanalisi “Isoflavone intervention and its impact on bone mineral density in postmenopausal women: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials” ha valutato l’impatto degli isoflavoni sulla densità minerale ossea (BMD) nelle donne in post-menopausa.

Sono stati selezionati sui diversi portali di ricerca biomedica esclusivamente trial randomizzati controllati (RCT) in cui veniva confrontato l’impatto sulla BMD degli isoflavoni versus placebo. Complessivamente sono stati analizzati 63 articoli scientifici, per un totale di 4754 pazienti trattati con isoflavoni, e di 4272 partecipanti trattati con placebo. La maggioranza degli studi è stata svolta in Europa (n = 29), seguita dal Nord America (n = 11) e dall’Asia (n = 21).

Le pazienti trattate con isoflavoni assumevano isoflavoni generici o genisteina, a una dose giornaliera tra i 4,5 a 600 mg e  tra i 30 a 54 mg, rispettivamente.

Il trattamento con isoflavoni nelle donne in post-menopausa ha portato a un aumento significativo della BMD rispetto al placebo a livello lombare (IC al 95%, 0,0088 a 0,0263, P <0,0001), del radio distale ( IC al 95%, 0,0077 a 0,0198, P <0,0001) e del collo femorale (; IC al 95%, 0,0046 a 0,0298, P = 0,0073).Tuttavia, non è stato osservato alcun aumento significativo della BMD rispetto al placebo a livello del radio e del femore totale.

Beneficio di isoflavoni su BDM

In conclusione, i risultati di questa metanalisi dimostrano l’effettivo beneficio della somministrazione degli isoflavoni sulla BMD, in particolare nei segmenti scheletrici in cui la componente di osso trabecolare, che maggiormente risente del deficit estrogenico post-menopausale, risulta predominante. Tuttavia è importante considerare i diversi limiti della metanalisi, come l’eterogeneità degli studi selezionati, in particolare riguardo la posologia e la durata della somministrazione degli isoflavoni, e la mancanza di dati legati alla sicurezza di questo tipo di supplementazione.

Lo studio

Inpan, R., Na Takuathung, M., Sakuludomkan, W. et al. Isoflavone intervention and its impact on bone mineral density in postmenopausal women: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trialsOsteoporos Int 35, 413–430 (2024).

Supplementazione di vitamina D e fatigue nella sclerosi multipla

La vitamina D svolge un ruolo chiave nella regolazione del metabolismo minerale, favorendo il riassorbimento intestinale di calcio e fosfato.  La scoperta dell’espressione del recettore della Vitamina D (VDR)  in numerosi altri tessuti e cellule del nostro organismo, in particolare su diverse cellule del sistema immunitario,  ha suscitato un notevole interesse scientifico circa i possibili effetti extra-scheletrici della vitamina D.

Alcuni studi hanno riscontrato l’associazione tra bassi livelli sierici di 25-idrossivitamina D3 e il rischio di insorgenza di Sclerosi Multipla (SM), mentre altre evidenze scientifiche suggeriscono come livelli subottimali di vitamina D possano contribuire all’infiammazione e alla degenerazione assonale nei pazienti con SM.

Al contrario, l’effetto della supplementazione di vitamina D sulla fatigue in SM è stato poco studiato con risultati controversi.
La fatigue è un sintomo frequente ed invalidante, con un forte impatto sulla qualità della vita dei pazienti con SM. Diversi fattori concorrono nella patogenesi di questo sintomo, sia alterazioni centrali specifiche della patologia come la demielinizzazione, sia fattori non specifici legati a disfunzioni di altri sistemi corporei.

Ruolo della supplementazione di vitamina D sulla fatigue in pazienti con SM

Questo studio rappresenta la prima revisione sistematica sul ruolo della supplementazione della vitamina D sulla fatigue in pazienti con SM.

Sono stati analizzati 10 studi, di cui 5 RCT, per un totale di 345 pazienti, la cui maggioranza risultava affetta da una forma recidivante-remittente. La durata media di malattia variava dai 5,7 agli 11 anni. La supplementazione della vitamina D utilizzata nei diversi studi risultava eterogena, sia in termini di dosaggio (dosi da 1mcg a 50.000 IU), sia in termini di intervallo di somministrazione, da 1 a 7 volte a settimana.

Analizzando i dati raggruppati emerge un effetto positivo della supplementazione con Vitamina D sulla fatigue in pazienti con sclerosi multipla (−0.18; 95% CI: −0.36 to −0.01). Non emerge, tuttavia, alcun consenso sulla dose ottimale di vitamina D da assumere come terapia aggiuntiva nei pazienti con SM.

Altri significativi limiti di questa revisione sistematica sono rappresentati dalle ridotte dimensioni campionarie degli studi inclusi, oltre all’ampia variabilità legata al tipo di supplementazione con Vitamina D, alla dose ed alla durata del trattamento. Risultano pertanto necessari futuri studi ed RCT per comprendere dose ottimale e durata della supplementazione con vitamina D nella gestione della fatigue in corso di sclerosi multipla.

Lo studio

Purificación López-Muñoz, Ana Isabel Torres-Costoso, Rubén Fernández-Rodríguez, María José Guzmán-Pavón, Sergio Núñez de Arenas-Arroyo, Julián Ángel Basco-López, and Sara Reina-Gutiérrez. Effect of Vitamin D Supplementation on Fatigue in Multiple Sclerosis: A Systematic Review and Meta-Analysis. 

 

Correlazione tra osteoporosi e “deterioramento cognitivo”

L’osteoporosi influisce sulla salute generale degli individui più anziani. Ha effetti negativi sulla salute fisica e mentale, inclusa la depressione, e compromette l’equilibrio e la funzione dell’andatura degli anziani, oltre ad aumentare il tasso di cadute e la mortalità.

Esiste una correlazione? I risultati dello studio

Lo screening della letteratura, l’estrazione dei dati e la valutazione della qualità sono stati condotti da due ricercatori, Zhao YY e Chen HQ, in modo indipendente. L’attività di ricerca, tramite parole chiave (quali osteoporosi, perdita ossea, densità ossea, massa ossea, riassorbimento osseo, morbo di Alzheimer, demenza, cognitivi, rischio, mortalità) è stata condotta su testi in lingua inglese o cinese, escludendo la letteratura con scarsa qualità degli studi, con pochi dati o dati incompleti. I disaccordi sono stati risolti mediante negoziazione o, se necessario, il coinvolgimento di un terzo ricercatore (Chen J). La meta-analisi è stata eseguita dal software RevMan 5.4.

Lo studio ha dimostrato che i pazienti con osteoporosi hanno un rischio maggiore di deterioramento cognitivo.

Attualmente, inoltre, alcune prove suggeriscono una correlazione indipendente tra BMD e cognizione: valori BMD più elevati sono associati a una migliore funzione cognitiva.
Clinicamente, inoltre, l’osteoporosi e il deterioramento cognitivo condividono esiti di rischio comuni come cadute, perdita della funzione muscolare, disturbi dell’equilibrio, anomalie dell’andatura e morte.

Questa meta-analisi ha stimato l’associazione tra osteoporosi e deterioramento cognitivo. I pazienti con osteoporosi avevano un rischio più elevato di deterioramento cognitivo ( OR = 2,01 , IC 95% : 1,63–2,48)

La prevenzione e il trattamento dell’osteoporosi, compresa l’assunzione di calcio e l’uso di bifosfonati, possono non solo migliorare la massa ossea per ridurre l’incidenza delle fratture, ma anche migliorare la capacità dei pazienti di camminare, il che può migliorare ulteriormente la qualità della vita e contribuire a migliorare prognosi.

Pur dimostrando una correlazione tra osteoporosi e deterioramento cognitivo, lo studio presenza alcuni limiti quali l’impossibilità di escludere i bias dovuti ai diversi tipi di ricerca, il numero limitato di studi inclusi, l’elevata eterogeneità, nonché l’incidenza di alcuni fattori, come l’uso di farmaci rilevanti. Sono quindi necessari ulteriori studi clinici di ampia portata per fornire ulteriori prove volte a dimostrare l’associazione tra osteoporosi e deterioramento cognitivo.

Lo studio

Yangyang Zhao, Heqing Chen, Fei Qiu, Jianquan He, Jian Chen. Cognitive impairment and risks of osteoporosis: A systematic review and meta-analysis. Archives of Gerontology and Geriatrics, Vol. 106, 2023 March, 104879.

Malattie che richiedono terapie con glucocorticoidi e rischio di fratture

L’osteoporosi indotta da glucocorticoidi (GIOP) è una causa comune di osteoporosi secondaria ed è associata a un aumento di rischio di fratture da fragilità, soprattutto a livello dello scheletro assile. Tra lo 0,5 e l’1% della popolazione è in trattamento cronico con glucocorticoidi per svariate malattie che richiedono l’utilizzo di tali farmaci, ma non è ancora chiaro il ruolo indipendente sulla salute delle ossa dei glucocorticoidi e quello delle malattie che richiedono l’uso di glucocorticoidi.

Un gruppo di ricercatori italiani ha condotto un’analisi trasversale retrospettiva per determinare, in un contesto di vita reale, l’associazione tra fratture da fragilità e malattie che comunemente richiedono terapia con glucocorticoidi, indipendentemente dai glucocorticoidi stessi e da altri fattori di rischio tradizionali rilevanti per le fratture, utilizzando il set di dati del DeFRAcalc79, un nuovo strumento web di valutazione del rischio di frattura che aggiusta aritmeticamente il rischio di frattura sulla base dei fattori contemplati dalla Nota 79 dell’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA).

I ricercatori hanno scoperto che la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e le malattie neurologiche erano indipendentemente associate al rischio di fratture sia vertebrali che non vertebrali, mentre l’artrite reumatoide era indipendentemente associata a fratture non vertebrali e non dell’anca.

Queste associazioni erano indipendenti dai livelli di densità minerale ossea (BMD) e dall’assunzione di glucocorticoidi, evidenziando ulteriormente gli effetti deleteri che l’infiammazione sistemica ha sulle ossa.

Sulla base dei nostri risultati, si dovrebbe prestare particolare attenzione alla salute delle ossa dei pazienti affetti da artrite reumatoide, BPCO, IBD e malattie neurologiche, indipendentemente dall’uso di glucocorticoidi.

Lo studio

Adami G., Gatti D., Rossini M., Giollo A., Gatti M., Bertoldo F., Bertoldo E., Mudano A. S., Saag K. G., Viapiana O., Fassio A., Risk of fracture in women with glucocorticoid requiring diseases is independent from glucocorticoid use: An analysis on a nation-wide database,
Bone, Volume 179, 2024, 116958, https://doi.org/10.1016/j.bone.2023.116958.

Equilibrio e andatura associati a osteosarcopenia

Gli individui affetti da osteosarcopenia hanno una scarsa funzione muscolare e una maggiore fragilità ossea, che si traduce in un grave danno per la salute. Pertanto, per intervenire tempestivamente, è necessario individuare parametri facilmente accessibili associati all’osteosarcopenia.

Uno studio australiano ha cercato di determinare nuove variabili sensibili di equilibrio e/o andatura associate all’osteosarcopenia in una popolazione di anziani con una storia di cadute e/o fratture.

Equilibrio e andatura come predittori di osteosarcopenia

In uno studio di coorte trasversale, 306 uomini e donne di età ≥65 anni hanno completato una serie di questionari, valutazioni cliniche e test di forza e funzionalità muscolare. Successivamente, i partecipanti sono stati suddivisi nei gruppi “osteopenia”, “osteoporosi” e “osteosarcopenia”, per il confronto e ulteriori analisi.

L’osteosarcopenia ha avuto risultati peggiori dell’osteopenia e dell’osteoporosi in termini di forza di presa, velocità dell’andatura, punteggi della funzione fisica e indici multipli di andatura ed equilibrio (p <0,001). Durante i test posturografici, erano presenti aree ellittiche più grandi con gli occhi aperti (p = 0,003) e gli occhi chiusi (p = 0,043) e una maggiore velocità di oscillazione su una piattaforma solida (p = 0,007) nel gruppo dell’osteosarcopenia, rispetto all’osteoporosi.

I limiti di stabilità e l’area dell’ellisse con gli occhi aperti hanno contribuito in modo significativo al modello multivariabile (p = 0,029 e p = 0,038, rispettivamente), suggerendo che questi parametri di equilibrio, insieme alla forza di presa, possono essere utili per identificare gli anziani con osteosarcopenia da quelli con solo osteopenia/osteoporosi.

Gli adulti più anziani con osteosarcopenia e una storia di cadute e/o fratture hanno dimostrato caratteristiche inferiori di forza, funzionalità e andatura.

Questo studio ha identificato indici di equilibrio che erano discriminatori sensibili per l’osteosarcopenia e potevano essere facilmente implementati nella valutazione di routine.

Nello studio, i partecipanti osteosarcopenici hanno dimostrato valutazioni fisiche significativamente inferiori rispetto sia ai gruppi con osteopenia che a quelli con osteoporosi.

 

Lo studio

Debruin DA, Miksa K, Vogrin S, Duque G, Sales M, Hayes A. Exploring new balance and gait factors that are associated with osteosarcopenia in patients with a previous fall and/or fracture history. Arch Gerontol Geriatr. 2023 Oct 6;117:105221. doi: 10.1016/j.archger.2023.105221. Epub ahead of print. PMID: 37832464.

Osteoporosi in un bambino di 11 anni, un caso clinico

Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di pediatria del Kasturba Medical College, Manipal Academy of Higher Education (MAHE) in India ha pubblicato uno studio clinico relativo a un bambino di 11 anni presentatosi con dolore alla schiena progressivo da due mesi e fattura da compressione della vertebra D7.

All’esame, il ragazzino non presentava pallore, linfoadenopatia o organomegalia; aveva dolorabilità lombare inferiore. Lo striscio periferico non mostrava blasti. Ulteriori indagini hanno evidenziato osteoporosi con frattura da compressione delle vertebre da D7 a D11. L’aspirato del midollo osseo ha confermato la diagnosi di leucemia linfoblastica acuta a cellule pre-B.

Un’evenienza rara, da indagare approfonditamente

L’osteoporosi è rara nell’età pediatrica ed è solitamente secondaria a malassorbimento, chemioterapia, tumori maligni, trattamento prolungato con corticosteroidi, malattie reumatiche, osteogenesi imperfetta e alcuni disturbi endocrini.

L’osteoporosi è una complicanza nota della leucemia pediatrica e può verificarsi dal momento della diagnosi fino alla remissione, tuttavia sono stati segnalati pochissimi casi con osteoporosi ad esordio acuto e frattura vertebrale con conseguente dolore lombare diffuso, come osservato nel paziente in esame che, tra l’altro, presentava emocromo completo, VES e striscio periferico normali. Escluse altre cause di osteoporosi, come l’istiocitosi a cellule di Langerhans, l’osteogenesi imperfetta, la tubercolosi e il mieloma multiplo, che erano negativi, e in considerazione dell’alto indice di sospetto, i medici hanno condotto studi sul midollo osseo che hanno confermato la diagnosi di leucemia linfoblastica acuta pre-B.

Il caso presentato evidenzia l’importanza di una valutazione dettagliata di bambini che presentano osteoporosi ad esordio acuto senza comorbilità e la necessità di approfondire ulteriormente gli studi relativa alla correlazione tra osteoporosi e leucemia linfoblastica acuta.

Lo studio

KJ M, SC M, DM G, RA P. Osteoporosis in an 11 year old: a case report. Pediatr Oncall J. 2023 Jun 20. doi: 10.7199/ped.oncall.2025.45

Prodotti finali della glicazione avanzata e sarcopenia: ruolo di mediazione dell’osteoporosi

La sarcopenia è una sindrome caratterizzata da una perdita progressiva e generalizzata della massa e della forza del muscolo scheletrico.

La prevalenza della sarcopenia varia nelle diverse popolazioni del mondo a causa dei diversi criteri diagnostici. Tra gli anziani di età compresa tra 60 e 89 anni nella Cina orientale, la prevalenza della sarcopenia è del 21,7% nelle donne e del 12,9% negli uomini.

Sarcopenia e osteoporosi

La sarcopenia è associata a un aumento del rischio di esiti avversi, tra cui disabilità fisica, scarsa qualità della vita e un’elevata prevalenza tra gli individui con malattie cardiovascolari, demenza e osteoporosi.

È stato riportato che la prevalenza della sarcopenia è del 29,7% nei soggetti con osteoporosi, mentre è del 9,0% in quelli senza osteoporosi. Tuttavia, lo screening precoce e l’intervento per la sarcopenia e l’osteoporosi sono spesso insufficienti tra gli anziani che risiedono nelle comunità cinesi.

Sarcopenia, osteoporosi e prodotti finali della glicazione avanzata

I prodotti finali della glicazione avanzata (AGE) sono un gruppo di molecole generate attraverso reazioni non enzimatiche e associate a varie malattie legate all’età, tra cui la sarcopenia e l’osteoporosi.

Un gruppo di ricercatori cinesi ha intrapreso uno studio per esaminare le associazioni tra AGE, osteoporosi e sarcopenia negli anziani che vivono in comunità in Cina, nonché per esplorare potenziali effetti di mediazione.

Lo studio trasversale “Association between advanced glycation end products and sarcopenia: the mediating role of osteoporosis” ha incluso 1991 anziani di età compresa tra 72,37±5,90 anni provenienti dalla Cina.

I livelli di AGE sono stati misurati dal dispositivo AGE ReaderTM. La densità minerale ossea è stata valutata utilizzando l’assorbimetria a raggi X a doppia energia e l’osteoporosi è stata diagnosticata sulla base di un punteggio T < -2,5.

La sarcopenia è stata definita come perdita di massa muscolare associata a perdita di forza muscolare e/o ridotta prestazione fisica.

La presarcopenia è stata definita come una ridotta massa muscolare con forza muscolare normale e prestazioni fisiche normali.

Un’associazione significativa

La prevalenza della sarcopenia era del 18,5% e quella dell’osteoporosi era del 40,5%.

Rispetto al quartile AGE più basso, il quartile AGE più alto ha mostrato un’associazione significativa con la sarcopenia (OR 2,42, IC al 95% [1,60, 3,66]) (P per il trend <0,001), ma non con la prercopenia.

L’aumento dell’AGE per deviazione standard (SD) è stato associato a probabilità più elevate di sarcopenia (OR 1,44, IC al 95% [1,26, 1,66]). Inoltre, nell’analisi di mediazione, quando gli AGE sono stati trattati come una variabile continua (l’effetto di mediazione è indicato da Za*Zb = 18,81, IC al 95% [8,07, 32,32]—l’IC al 95% non contiene zero, rappresentando un valore di mediazione significativo effetto) o una variabile categoriale (l’effetto di mediazione è espresso come Zmediazione = 3,01 > 1,96, che rappresenta un effetto di mediazione significativo), l’osteoporosi ha svolto un ruolo di mediazione parziale nell’associazione tra AGE e sarcopenia.

Dallo studio della relazione tra AGE e sarcopenia negli anziani che vivono in comunità in Cina, i ricercatori hanno trovato un’associazione significativa tra gli AGE e la comparsa di sarcopenia, ma non di prercopenia, e hanno stato scoperto che l’osteoporosi svolge un ruolo di mediazione in questa associazione.

Lo screening precoce degli AGE e dell’osteoporosi può aiutare a mitigare la futura incidenza della sarcopenia negli anziani.