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Localizzazioni ossee da mieloma multiplo e linfomi non Hodgkin

Durante il congresso Bone Health “Malattie del metabolismo fosfo-calcico: Update 2023” è stato trattato il delicato argomento degli eventi scheletrici in pazienti con metastasi ossee da carcinoma mammario e prostatico con l’intervento delle dott.sse Criscitiello e Marandino. Successivamente la prevenzione dei SRE è stata analizzata anche dal punto di vista delle metastasi ossee da mieloma multiplo e linfomi non-Hodgkin con una relazione del dott. Guabello.

Ad oggi l’acido zoledronico (nella dose di 4mg ev ogni 28 giorni) rappresenta la terapia standard per ridurre il rischio di SRE in pazienti con metastasi ossee, ma nelle più recenti evidenze cliniche il denosumab (120 mg sc ogni 28 giorni), essendo un anticorpo monoclonale diretto contro RANKL, il principale mediatore della osteoclastogenesi, si è dimostrato essere un ancora più potente inibitore del riassorbimento osseo. I vantaggi del denosumab rispetto al zolendronato riguardano l’efficacia in termini di ritardo dell’insorgenza dei primi eventi scheletrici e una riduzione degli effetti collaterali a livello renale. Sono ancora in fase di studio, invece, i suoi effetti immunomodulatori e antitumorali.

La relazione del dott. Guabello ha posto l’attenzione su due casi clinici, rendendo ulteriormente interessante il momento di studio dando la possibilità di ragionare sulla soluzione dei casi.

Caso clinico 1:

Donna 79 anni con linfoma non-Hodgkin con multiple localizzazioni ossee alla PET total-body (rachide lombare/dorsale, sterno, coste, sacro, ali iliache, femori prossimali). RMN rachide LD/bacino Ott 2022: cedimento L1 L2, non presenta fratture femorali. Da Novembre 2022 CT secondo schema R-COMP per 4 cicli, attualmente ritenuto il trattamento di riferimento per il trattamento dei linfomi non Hodgkin aggressivi dell’anziano. Non sta facendo terapia anti-riassorbitiva e non sta prendendo vitamina D. Nel Marzo 2023 insorgenza di osteoporosi, esami calcio-fosforo: 25OHD3 15 ng/ml e CTX sierico 0,883, ALP 200 VN<150, PTH-calcio-fosforo nella norma. MOC: lombare T-score: -2,9. Si richiede revisione della RMN fatta in precedenza per approfondimento sulle fratture L1 e L2.

Dato questo scenario la domanda da porsi è: la paziente avrebbe già dovuto iniziare la terapia anti-riassorbitiva? In tal caso, al dosaggio per osteoporosi o al dosaggio per le metastasi?

Caso clinico 2:

Donna 43 anni affetta da osteosarcoma osteogenico osteoblastico L4: Febbraio 2019 escissione intralesionale , Marzo-Maggio 2019 CT con metotrexate-adriamicina-cisplatino. Giugno 2019 II intervento di escissione con protesi di sostituzione del soma di L4. Da Luglio 2019 II ciclo di CT accompagnato da Agosto ad Ottobre con trattamento radiante con ioni carbonio su L3-4-5. Ultimo imaging Novembre 2022 (TAC, PET, RMN) negativo per recidiva di malattia. La paziente viene vista nel 2023 per insorgenza di osteoporosi, eumenorroica con assunzione di Decapeptyl in corso di CT. Attualmente in terapia con Dmab 120mg sc ogni 28 giorni, più integrazione di calcio e vitamina D. MOC: FN Z-score -2,9, FT Z-score -0,7. Metabolismo osseo: CTX 0,097, ALP 34 U/L vn 46-170.

Lo scenario è molto diverso dal precedente e anche la domanda che il medico si pone: la terapia anti-riassorbitiva al dosaggio oncologico è corretta? Ed è corretto averla prescritta in relazione alla CT e alla soppressione ovarica?

Numerosi studi, di cui uno particolarmente rilevante del 2018 “Denosumab versus zoledronic acid in bone disease treatment of newly diagnosed multiple myeloma: an international, double-blind, double-dummy, randomised, controlled, phase 3 study”, hanno dimostrato come il denosumab non sia inferiore al zoledronato per quanto riguarda la prevenzione degli eventi scheletrici in in pazienti con metastasi ossee da mieloma multiplo o linfoma non Hodgkin.

Nello studio sopracitato viene fatta una sperimentazione di fase 3, multicentrica, in doppio cieco, randomizzata e controllata di 1.718 pazienti assegnati a denosumab 120 mg per via sottocutanea + placebo per via endovenosa ogni 4 settimane oppure a ZA 4 mg per via endovenosa più placebo per via sottocutanea ogni 4 settimane, portando alle seguenti valutazioni:

  • Denosumab è non inferiore a ZA in termini di tempo al primo SRE
  • migliora la sopravvivenza libera da progressione (progression-free survival, PFS)
  • riduce gli eventi avversi (adverse event, AE) associati a tossicità renale.

Considerate dunque queste importanti conclusioni sull’efficacia dell’anticorpo monoclonale rispetto al bisfosfonato, possiamo rispondere alle domande che ci sono state poste sui casi clinici.

Nel caso clinico 1, la paziente anziana con LNH, post-M, localizzazioni ossee multiple, osteoporosi densitometrica, cedimento L1 e L2 e ipovitaminosi D3 avrebbe già dovuto iniziare una terapia anti-riassorbitiva? La risposta è sì, al dosaggio adatto alle metastasi ossee.

Per quanto riguarda il secondo caso clinico, donna giovane con sarcoma L4, pre-M, non localizzazioni ossee, osteoporosi densitometrica, cedimento L3 L5, CTX e ALP soppressi, la terapia in corso ovvero un anti-riassorbitivo al dosaggio oncologico è corretta? No, benché sia comunque necessaria la somministrazione di un anti-riassorbitivo.

Prevenzione di eventi scheletrici da metastasi ossee

Un grande spunto di riflessione durante il congresso Bone Health “Malattie del metabolismo fosfo-calcico: update 2023” lo ha dato la sessione sulla prevenzione degli eventi scheletrici nel paziente con metastasi ossee. Le dottoresse Marandino e Criscitiello hanno fatto una panoramica dei trattamenti ad oggi consigliati per i pazienti che soffrono di cancro alla prostata e al seno con metastasi ossee.

Metastasi ossee da carcinoma prostatico

Il rischio di sviluppare il cancro alla prostata è strettamente correlato all’età del paziente, infatti oltre l’85% delle diagnosi è in pazienti che hanno più di 60 anni. Il cancro alla prostata in stadio avanzato comporta diversi eventi scheletrici quali fratture, compressione midollare, ipercalcemia, effetti che condizionano negativamente la qualità di vita del paziente e la sua sopravvivenza.

In uno studio multicentrico con controllo placebo, 643 uomini con cancro alla prostata metastatico ormone-resistente (mCRPC) sono stati assegnati in modo casuale a ricevere per via endovenosa acido zolendronico (4 mg o 8 mg) o placebo ogni tre settimane per quindici mesi (fase centrale dello studio) con l’opzione di proseguire il trattamento per ulteriori nove mesi. Per quanto riguarda la progressione del dolore e l’aspettativa di vita l’assunzione di zolendronato non ha un impatto significativo sui pazienti, mentre per quanto riguarda gli eventi scheletrici è stato osservato che i soggetti trattati con zolendronato hanno avuto una diminuzione del 30% degli eventi scheletrici quali fratture, compressione del midollo spinale e chirurgia alle ossa.

Un secondo studio ha valutato l’efficacia di denosumab utilizzando eventi scheletrici sintomatici (SSE) come endpoint, mostrando una significativa riduzione dello sviluppo di eventi scheletrici sintomatici nei pazienti trattati con denosumab rispetto a quelli trattati con acido zolendronico. Per quanto riguarda gli eventi correlati allo scheletro (SRE) invece non ci sono differenze evidenti tra i due farmaci.

La raccomandazione dalle linee guida è quindi quella di somministrare bisfosfonati o Denosumab in pazienti con metastasi ossee da carcinoma prostatico resistente alla castrazione, in quanto in grado di ritardare la comparsa di eventi scheletrici sintomatici.

Metastasi ossee da carcinoma mammario

Bisfosfonati e denosumab sono considerati ormai standard nel trattamento delle metastasi ossee, infatti è stato dimostrato che possono prevenire la perdita di materiale osseo indotto dalle terapie oncologiche e in particolare denosumab riduce la frequenza delle fratture e può ridurre la probabilità di recidiva nel cancro al seno.

La perdita di massa ossea è un evento fisiologico particolarmente evidente nelle donne dopo la menopausa, ma in presenza di terapie oncologiche, e ancor di più in presenza di terapie da deprivazione ormonale, la perdita di massa ossea è molto più veloce e pericolosa, con una frequenza di fratture delle vertebre e del bacino molto alta. Sono diversi i trial in fase III per la somministrazione di denosumab in pazienti con cancro al seno in uno stadio precoce e, a partire dai 12 mesi di trattamento, si evidenzia una diminuzione del numero di fratture nelle donne che assumono denosumab.

Le raccomandazioni dalle linee guida per la prevenzione della perdita di massa ossea indotta da trattamento oncologico prevedono di valutare inizialmente il T score: se minore di 2 insieme a due o più fattori di rischio come età avanzata, fumo di sigaretta, storia familiare di fratture e fragilità ossea, si procede alla somministrazione di denosumab o bisfosfonati (oltre all’esercizio fisico e l’assunzione di integratori di calcio e vitamina D)e un monitoraggio della BMD ogni due anni; se il T score è maggiore di 2 e non sono stati evidenziati ulteriori fattori di rischio la procedure prevede l’assunzione di integratori di calcio e vitamina D e il monitoraggio della BMD ad intervalli di uno o due anni.

Il punto che ancora una volta viene evidenziato è la necessità di un team medico interdisciplinare che possa curare il paziente non solo dal punto di vista oncologico ma anche ortopedico, assicurando la migliore qualità di vita possibile.

Osteopatia nella disfunzione paratiroidea – Iperparatiroidismo primario

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Durante la prima sessione dell’annuale convegno Bone Health “Malattie del metabolismo fosfo-calcico: Update 2023” è stato trattato il tema dell’osteopatia in correlazione alle disfunzioni paratiroidee. L’intervento del dottor Palermo, endocrinologo presso Fondazione Policlinico Universitario Campus Biomedico di Roma, ha descritto le gravi conseguenze, anche a livello osseo, dell’iperparatiroidismo primario.

L’iperparatiroidismo primario (PHPT) è caratterizzato dall’iperattività di una o più delle ghiandole paratiroidee, disordini nell’omeostasi del calcio e un conseguente innalzo dei livelli di calcio nel siero oltre che livelli troppo elevati di ormone paratiroideo (PTH) circolante. I sintomi dell’iperparatiroidismo primario sono gli stessi dell’ipercalcemia, e sin dalla sua scoperta negli anni 70 la diagnosi è sempre stata tardiva nonostante il profilo clinico estremamente preoccupante.

È stata per lunghi anni definita la “sindrome degli ones” dall’inglese: stones, bones, thrones, psychiatric overtones, abdominal groans. Stones (sassi) si riferisce ai calcoli renali e a tutta una serie di complicazioni che possono portare ad un collasso dei reni. Bones (ossa) si riferisce alle complicazioni relative alle ossa, tipicamente osteoporosi e artrite. Thrones e Abdominal groans (letteralmente gemiti addominali) si riferiscono a sintomi quali la costipazione, indigestione, nausea e vomito. Psychiatric overtones (sfumature psichiatriche) si riferisce agli effetti sul sistema nervoso centrale quali letargia, fatica, depressione, perdita di memoria.

Questo panorama clinico cambia radicalmente quando sul finire del 1970 si fa strada l’uso dell’autoanalizzatore multicanale che permette di rilevare la concentrazione di calcio nel siero ogni qualvolta ne venga ordinato il test di screening biochimico, portando ad un incremento dell’incidenza di questa malattia quattro volte maggiore.

I pazienti con PHPT classico sono stati definiti come quelli con ipercalcemia (calcio sierico superiore a 10,5 mg/dL) ed eccesso di ormone paratiroideo (PTH) (PTH superiore a 65 pg/mL, i livelli normali sono 15-65). I pazienti con PHPT non classico sono stati definiti come quelli con ipercalcemia (calcio sierico superiore a 10,5 mg/dL) e livelli di PTH inappropriatamente normali o non soppressi compresi tra 21 e 65 pg/mL. I pazienti che non soddisfacevano nessuno di questi criteri PTH sono stati seguiti nel tempo per misurare un eventuale secondo livello elevato di calcio sierico entro 3-24 mesi per confermare l’ipercalcemia cronica.

L’iperparatiroidismo genera complicazioni molto gravi a carico del sistema nervoso centrale e muscolare, del sistema renale e gastrointestinale, cardiovascolare e in ultimo, non per gravità, al sistema scheletrico.

L’artrite da pirofosfato di calcio (detta precedentemente pseudogotta) è una patologia causata da depositi di cristalli di pirofosfato diidrato di calcio nella cartilagine articolare, e provoca attacchi intermittenti di infiammazione dolorosa delle articolazioni o un’artrite cronica simile all’artrite reumatoide.

L’osteite fibrosa cistica (OFC) è un disturbo scheletrico che provoca un indebolimento delle ossa poiché le loro strutture di supporto calcificate vengono sostituite da tessuto fibroso (fibrosi peritrabecolare) e la formazione di tumori bruni simili a cisti dentro e intorno all’osso.

I principali sintomi dell’OFC sono dolore osseo, fratture ossee e deformità scheletriche come l’incurvamento delle ossa. Generalmente, le prime ossa ad essere colpite sono le dita, le ossa facciali, le costole e il bacino. Anche le ossa lunghe, che sono più lunghe che larghe, sono tra le prime colpite anche se con il progredire della malattia, in mancanza di cure, possono essere colpite tutte le ossa dello scheletro.

Una paratiroidectomia totale porta alla normalizzazione degli indici biochimici e sembra aumentare la densità minerale ossea in tutti i siti osservati, riducendo il rischio di fratture. Quando la chirurgia non è indicata il ,trattamento dell’iperparatiroidismo prevede la somministrazione di bisfosfonati o denosumab, entrambi si sono dimostrati efficaci nell’aumentare la densità minerale ossea e il turn over osseo sembra ridursi con successo, ma non ci sono dati certi relativamente al rischio di frattura.

 

Carcinoma tiroideo e fragilità ossea

La fragilità scheletrica nei pazienti oncologici è attualmente un importante argomento di discussione, che richiede l’attenzione di diversi specialisti. Durante il congresso annuale di Bone HealthMalattie del metabolismo fosfo-calcico: Update 2023” il dottor Vena, specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo dell’Istituto Clinico Humanitas Gavezzoni, ha parlato della situazione in cui si trovano i pazienti affetti da carcinoma tiroideo e di come gli ormoni tiroidei influenzino lo stato di salute delle ossa.

Il carcinoma tiroideo

Il carcinoma tiroideo (DTC) è attualmente la forma di neoplasia più frequente nel sistema endocrino, e l’incidenza di questa malattia è in aumento grazie allo screening dei noduli toroidei che evidenziano la patologia precocemente.

Secondo i dati GLOBOCAN l’incremento dell’incidenza dei casi di DTC è omogeneo in entrambi i sessi ed i tassi d’incidenza sono fino a cinque volte maggiori nei paesi più sviluppati, tuttavia la mortalità legata a DTC rimane simile nei diversi setting socio-demografici.

La maggior parte dei DTC riscontrati ad oggi si presentano come noduli di piccole dimensioni, non palpabili, che restavano misconosciuti negli anni precedenti e lo restano tuttora nei paesi che hanno meno accesso alle tecniche di imaging avanzate. Questo ci spinge a sforzarci per gestire in maniera ottimale la terapia di questa patologia per ridurre al minimo il rischio di recidiva e di morte, senza sfociare nell’ “overtreatment”.

Le linee guida internazionali rilasciate dall’ATA nel 2015 forniscono delle indicazioni specifiche per la gestione del DTC. In particolare, dopo il trattamento iniziale (chirurgia e/o eventuale RAI), in base alla specifica classe di rischio ed in base alla risposta al primo step terapeutico si potrà decidere se optare per:

  • mantenere target di TSH semi-soppresso (0.1-0.5 uU/ml) per 5 anni per i pazienti con risposta eccellente.
  • mantenere un target di TSH < 0.1 indefinitamente (suggerito per le situazioni di risposta incompleta biochimica o strutturale e/o risposta indeterminata).

Analogamente, in Italia siamo guidati dalla Consensus Statement multi-societaria rilasciata nel 2018, che conferma la necessità di ottenere livelli di TSH soppressi o semi-soppressi in determinate classi di rischio (intermedio/alto ed età < 65 anni)  e mantenerli durante il follow up dei pazienti con risposta biochimica incompleta/indeterminata o risposta strutturale incompleta.

Tuttavia nella pratica clinica è riscontro molto comune, nel contesto di pazienti con storia di carcinoma tiroideo, il proseguimento della terapia soppressiva con LT4 ben al di là delle tempistiche previste sulla base di evidenze scientifiche.

Attività degli ormoni tiroidei sullo scheletro

L’attività degli ormoni tiroidei, in particolare di T3, è fondamentale per il corretto sviluppo scheletrico, per la crescita lineare delle ossa e, durante la vita adulta, per il fisiologico turnover osseo e per il mantenimento della massa ossea. I recettori per l’ormone tiroideo alfa 1 sono dieci volte più espressi nelle ossa rispetto a quelli per beta 1, pertanto il TRα1 è considerato il principale mediatore degli effetti scheletrici degli ormoni tiroidei appena citati.

In particolare l’ormone T3 è in grado di regolare la proliferazione, la differenziazione e la funzione degli osteoblasti direttamente tramite il Trα, ma sembrerebbe capace di regolare anche l’attività degli osteoclasti sia direttamente che tramite signaling mediato dagli stessi osteoblasti.

Oltre al ruolo degli ormoni tiroidei è importante considerare l’effetto dell’ormone tireostimolante (TSH) sulle cellule del sistema osteoarticolare. È noto che condrociti, osteoblasti ed osteoclasti esprimano il recettore per il TSH e questo ha portato all’ipotesi di un effetto diretto di questa tropina ipofisaria sullo scheletro.

È stato evidenziato uno studio in vitro su modello murino, in cui gli autori non solo sono stati in grado di dimostrare l’espressione precoce del recettore per TSH in osteoblasti e osteoclasti di animali wild type, ma anche come la presenza di TSH sia in grado di determinare la riduzione del numero degli osteoclasti maturi, e la riduzione dell’attività degli osteoclasti presenti.

Studi in vivo hanno dimostrato che le ossa di topi trattati con T4 contenevano il 41% di trabecole in meno rispetto alle ossa di topi di controllo. La presenza di TSH nel siero è inversamente proporzionale all’aumento dei marker del turnover osseo il che significa che se il TSH è fortemente presente si avrà una minor velocità di turnover osseo, portando ad un aumento della densità ossea. È stato infatti dimostrato con degli studi clinici che pazienti sottoposti ad una deprivazione di TSH per sei mesi o più, erano maggiormente soggetti al rischio di fratture ossee.

The magazine for bone & joint specialists

Il magazine multimediale “The magazine for bone & joint specialists” dedicato all’informazione e all’aggiornamento di medici, ricercatori, farmacologi in tema di metabolismo minerale, osteoporosi e malattie dello scheletro nasce dall’esigenza di evolvere la comunicazione tradizionale e offrire ai lettori nuovi sistemi per la fruizione dei contenuti: arricchito da foto gallery, podcast, video e animazioni dà allo specialista dell’osso un’esperienza immersiva godibile da qualsiasi dispositivo e disponibile in ogni momento.

copertina del primo numero di Bone Health Magazine
Il magazine si integra nella piattaforma editoriale ideata da MakingLife che diventa sempre più – grazie al sito, ai convegni, ai congressi e ora al magazine multimediale – il punto di riferimento in grado di aggiornare e migliorare la conoscenza delle patologie ossee presso medici e operatori sanitari, che sono a loro volta interlocutori insostituibili per i malati, le loro associazioni e le famiglie.

La femoro-rotulea: trattamenti conservativi

Sabato 11 marzo si è tenuto il convegno targato Bone Health sulla femoro-rotulea, che ha portato all’Ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano tanti medici e specializzandi. La faculty di specialisti, presieduta dal dottor Federico Valli, ha reso la mattinata molto interessante spaziando dall’inquadramento clinico del dolore anteriore del ginocchio all’inserimento di protesi femoro-rotulea all’avanguardia.

I trattamenti conservativi sono la prima linea per iniziare un percorso di guarigione, quando questi falliscono si rende necessaria la chirurgia. In questa sessione del convegno, sempre relativa al dolore anteriore di ginocchio, il dottor Rossi e il dottor Negrini hanno approfondito i due tipi di trattamenti conservativi: quelli rigenerativi e quelli riabilitativi.

I farmaci ortobiologici utilizzano componenti cellulari autologhe per promuovere la guarigione dei tessuti e ne esistono di quattro categorie:

  1. Derivati piastrinici (PRP, PRGF, APS)
  2. Bone marrow aspirate concentrate (BMAC)
  3. Lipoaspirate (Microfragmented adipose tissue)
  4. Amniotic Tissue and Umbelical products

Secondo la letteratura scientifica la medicina rigenerativa è fortemente in aumento, e i trattamenti con derivati piastrinici sono usati in larga maggioranza. I trattamenti PRP (platelet rich plasma) sono un concentrato di piastrine e fattori di crescita che stimolano la rigenerazione tissutale. Le loro proprietà sono anti-infiammatorie; rigenerative, inducendo la proliferazione di cellule staminali nel sito di infiltrazione e sostituendo il tessuto danneggiato con la stimolazione della produzione di matrice extracellulare. Sono angiogeniche e analgesiche e infine anti-batteriche, riducendo il rischio di infezione.

L’altra grande categoria di ortobiologici è la terapia con cellule staminali che possono essere mesenchimali o ematopoietiche. Le principali fonti di queste cellule sono nell’adulto il tessuto adiposo e il midollo osseo, mentre a livello fetale sono reperibili nel fluido amniotico o nel cordone ombelicale. La procedura di prelievo è fondamentale per il risultato che si vuole ottenere, sia per quanto riguarda il prelievo da midollo osseo sia da tessuto adiposo; quest’ultimo presenta notevoli pregi, è una procedura poco invasiva, la quantità di cellule staminali mesenchimali nel tessuto adiposo è nettamente superiore a quella presente nel midollo osseo ed hanno una capacità immunomodulatoria superiore. Al contrario, le cellule staminali da tessuto adiposo sembrano avere un minor potenziale osteogenico rispetto a quello del midollo osseo, ma al momento non ci sono evidenze scientifiche a supporto della superiorità di un trattamento rispetto all’altro. È bene ricordare, inoltre, che le infiltrazioni intra-articolari riducono i sintomi e migliorano la qualità della vita dei pazienti ma purtroppo non sono ancora trattamenti definitivi, vanno ripetuti con ciclicità.

Per quanto riguarda la medicina riabilitativa, ci sono prove significative in letteratura che la terapia fisica per la sindrome da dolore patello-femorale possa comportare una riduzione clinicamente importante del dolore e un miglioramento della capacità funzionale, oltre a migliorare il recupero a lungo termine. Tuttavia non ci sono prove sufficienti per determinare la migliore forma di terapia fisica e non è noto se questo risultato si applichi a tutte le persone affette da PFPS. indubbiamente la tipologia di esercizi detta “a catena cinetica chiusa” sono preferibili in quanto prevedono il movimento non solo del ginocchio ma anche dell’anca, rendendo l’esercizio più fattibile. Un altro importate strumento è il taping, che se utilizzato in maniera personalizzata in combinazione con la terapia fisica, può portare ad una immediata riduzione del dolore a livello patellare, e può migliorare i risultati della terapia riabilitativa nel breve tempo. Ulteriori dati sconsigliano l’uso di ginocchiere e di solette plantari a meno che non si verifichino in concomitanza anche problematiche ai piedi.

Un fattore importante per la riabilitazione fisica è l’educazione del paziente e la cura non solo del suo dolore fisico ma attenzionando anche la componente psicologica. Se il paziente cade nella depressione che spesso il dolore cronico porta, e si lascia andare alla kinetofobia, la paura del movimento, sarà molto più difficile e lungo il percorso di riabilitazione.

 

Con il contributo non condizionante di:

zimmer       

 

 

                                     

La femoro-rotulea: inquadramento clinico

Sabato 11 marzo si è tenuto il convegno targato Bone Health sulla femoro-rotulea, che ha portato all’Ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano tanti medici e specializzandi. La faculty di specialisti, presieduta dal dottor Federico Valli, ha reso la mattinata molto interessante spaziando dall’inquadramento clinico del dolore anteriore del ginocchio all’inserimento di protesi femoro-rotulea all’avanguardia.

Il convegno si è svolto sviluppando gli argomenti in tre sessioni:

  1. Dolore anteriore di ginocchio
  2. Instabilità femoro-rotulea
  3. Artrosi femoro-rotulea

Nella prima parte della mattinata, con gli interventi del dottor Agnoletto e del dottor Albano, si è parlato delle cause e del riconoscimento del dolore anteriore di ginocchio.

Inquadramento clinico

Il dolore anteriore al ginocchio è la prima causa che porta il paziente ad un consulto specialistico, nel 15-30% della popolazione adulta attiva e nel 20-40% degli adolescenti. Colpisce maggiormente il genere femminile per questioni anatomiche ma anche sociali come il (troppo) frequente accavallamento delle gambe. È un dolore che ha un elevato tasso di ricorrenza e nel 70-90% dei casi tende a cronicizzarsi, generando restrizioni nelle attività sportive ma anche nella quotidianità del paziente.

Per il clinico è importante fare una corretta e approfondita anamnesi del paziente, per capire le caratteristiche del dolore (progressivo/acuto, sordo/intenso) la sua insorgenza in termini di localizzazione e in relazione al movimento (durante/dopo) e in questo caso che tipo di movimento scatena il dolore; infine il clinico deve essere informato del tipo di manifestazione del dolore (click/scatti/scrosci articolari).

I principali fattori che causano questo dolore sono: imbalance femoro-rotulea come prima causa, a seguire lesioni condrali e artrosi, tendinopatia della rotula e quadricipitale, plica sinoviale, infiammazione. Il dolore al ginocchio non è da sottovalutare non solo per le sue implicazioni mediche ma anche per i risvolti psicologici che comporta: infatti è molto comune per chi soffre di dolori cronici al ginocchio sviluppare catastrofizzazione e kinesiofobia, ovvero la paura di svolgere un movimento, che rende ulteriormente difficoltoso il processo di riabilitazione.

Diagnostica per immagini

Per lo specialista il miglior strumento a disposizione è l’imaging radiologico, dal quale emerge, in base al tipo di acquisizione delle immagini, la natura dell’instabilità femoro-rotulea del paziente. I fattori più frequenti sono la displasia trocleare, la rotula alta e la lateralizzazione del tubercolo tibiale, mentre tra i fattori minori sono riscontrati difetti torsionali del femore e tibia e il valgismo del ginocchio. Grazie alle accurate immagini radiologiche viene data particolare attenzione alla morfologia della troclea femorale, la quale può subire delle modificazioni portando a displasia più o meno grave. Anche la risonanza magnetica è molto importante nel determinare la causa del dolore al ginocchio, una volta individuata una lussazione rotulea infatti è possibile osservare se ci sia o meno edema osseo e delle parti molli, versamenti cartilaginei o lesioni condrali/osteocondrali della rotula.

 

Con il contributo non condizionante di:

zimmer       

 

 

                                     

Osteoporosi da deprivazione ormonale

L’osteoporosi da deprivazione ormonale, scientificamente nota come “cancer treatment induced bone loss” è una condizione che colpisce diverse categorie di pazienti: donne con tumore alla mammella in età pre- e postmenopausa, uomini con tumore alla prostata, persone sottoposte o in lista per il trapianto di midollo osseo allogenico e pazienti in terapia con glucorticoidi da più di tre mesi.

Il dottor Guabello illustra, attraverso molte interessanti pubblicazioni scientifiche dalle più note a quelle con i più recenti sviluppi, alcuni casi clinici spiegando caso per caso quando sia consigliata la terapia anti-riassorbimento e a quali rischi di frattura vanno incontro determinati pazienti.

Gli effetti collaterali delle terapie ormonali sulla salute delle ossa sono ormai noti ma purtroppo non ancora presi nella totale considerazione del trattamento del paziente oncologico, per questo è auspicabile una maggior comunicazione tra gli specialisti in modo da offrire le migliori cure ai pazienti.

Per approfondire e ascoltare il commento di alcuni casi clinici da parte del dottor Guabello, a questo link trovate il video completo.

Osteoporosi da deprivazione ormonale – lezione di Gregorio Guabello – YouTube

Effetti sul metabolismo osseo della terapia endocrina per tumori ginecologici e alla prostata

Dopo i primi venti anni di vita, nell’uomo come nella donna, la presenza di estrogeni ed androgeni è essenziale per il raggiungimento di un’omeostasi ossea in cui l’attività degli osteoblasti che formano l’osso e il riassorbimento da parte degli osteoclasti si mantiene in equilibrio, garantendo il mantenimento della massa e della struttura ossea.

Questo equilibrio può essere gravemente alterato in pazienti che presentano un sostanziale cambiamento nella concentrazione degli ormoni sessuali, in primis nelle donne in menopausa o in gravidanza per quanto riguarda eventi non patologici, ma allo stesso modo si verifica un grave squilibrio in pazienti con disordini endocrini o sottoposti a cure che modificano l’assetto ormonale fisiologico. Tutto ciò porta ad una maturazione eccessiva degli osteoclasti e della loro attività riassorbitiva, dove invece la funzione degli osteoblasti rimane invariata, creando una disparità tra le due attività.

Uno studio del 2010 condotto negli Stati Uniti ha stimato che sono 40 milioni le persone che presentano una diminuzione della densità minerale ossea (BMD), e tra le persone affette dal cancro l’incidenza è nettamente più alta. Questo dato prende in considerazione sicuramente l’effetto diretto del cancro sulle cellule delle ossa quando sono sede di metastasi, ma in questo articolo ci interessa maggiormente l’effetto che hanno alcune terapie oncologiche sul metabolismo osseo, dalla chemio-radio terapia alle terapie a soppressione ormonale che hanno un gravissimo effetto sulla densità ossea dei pazienti.

Le donne con tumori ginecologici sono maggiormente colpite da questi effetti collaterali, molto spesso infatti le terapie a cui sono sottoposte portano ad una menopausa precoce, che sappiamo essere un grande fattore di rischio per l’osteoporosi ma la stessa radioterapia, uno dei trattamenti preferenziali per trattare il cancro ginecologico, è nota per avere effetti deleteri sulla densità ossea.

Chemioterapia e radioterapia per tumori ginecologici

Gli effetti della chemio e radioterapia sulla densità ossea sono tra i più studiati per quanto riguarda il metabolismo osseo nelle pazienti oncologiche con tumori ginecologici. Un piccolo studio del 2013 è andato a osservare gli effetti di chemio e radioterapia sulla densità ossea in 35 donne in premenopausa affette da tumori ginecologici (cancro ovarico, endometrico e cervicale), e hanno misurato la densità ossea con lo scanner Dexa (assorbimetria a raggi X a doppia energia) all’inizio e a 12 mesi dalla terapia. Quello che hanno riportato è una significativa diminuzione della BMD tra l’inizio e i 12 mesi di terapia in tutte le pazienti che avevano ricevuto una terapia combinata di chemio e radioterapia. Altri studi hanno dimostrato la correlazione tra la radioterapia nella zona pelvica e la diminuzione del materiale osseo con conseguente frattura delle ossa pelviche nel 12% delle pazienti.

Terapia endocrina sul cancro al seno e alla prostata

Il cancro al seno nella donna e quello alla prostata nell’uomo sono le due forme più comuni di neoplasie maligne, entrambi esprimono recettori ormonali e tendono ad essere particolarmente sensibili alle terapie endocrine. Purtroppo la maggior parte di questi trattamenti si ripercuote sulla salute delle ossa e sulla loro forza. Ci sono molti studi in supporto a queste evidenze per quanto riguarda il cancro al seno, ma pochissimi sono gli studi sugli altri tumori di tipo ginecologico, in cui pure è stata riscontrata una ripercussione sul metabolismo osseo in seguito a queste terapie.

Le donne con cancro al seno vengono sottoposte a terapia endocrina in base alle caratteristiche del tumore ma soprattutto in base al loro stato ormonale, pre o post menopausa. Nelle donne in premenopausa le ovaie sono la sede di produzione della maggior parte degli estrogeni presenti nel corpo; la soppressione delle funzioni ovariche si può ottenere in modo permanente con ovariectomia oppure con una radioterapia localizzata. Un’alternativa reversibile è la somministrazione di un agonista dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH) che può interrompere le funzioni ovariche in maniera temporanea riducendo la secrezione di gonadotropina da parte dell’ipofisi e di conseguenza diminuendo la produzione di estrogeni da parte delle ovaie. Nelle donne in post menopausa gli estrogeni circolanti derivano per lo più dalla conversione degli androgeni in estrogeni da parte dell’enzima CYP19AI, un’aromatasi fortemente espressa nel tessuto tumorale della mammella. Gli inibitori delle aromatasi costituiscono una terapia ormonale molto comune come trattamento del cancro al seno positivo ai recettori ormonali, e sono in grado di ridurre significativamente il livello di estrogeni circolanti per un tempo che va da una settimana sino a qualche mese.

In pazienti con cancro alla prostata le terapie endocrine sono simili a quelle usate per il cancro al seno nelle donne e consistono in una soppressione della produzione degli androgeni o nella somministrazione di inibitori dei recettori per gli androgeni nel tessuto tumorale. Nell’uomo la maggior parte del testosterone viene prodotta nei testicoli; la castrazione chirurgica tradizionale, grazie alla quale il testosterone circolante viene ridotto sino al 95%, è stata ampiamente sostituita da approcci farmacologici altrettanto efficaci, per esempio gli agonisti di GnRH che riducono le concentrazioni di testosterone ad un livello paragonabile alla castrazione in sole tre settimane ma è un processo reversibile e sicuramente più accettabile. Gli anti-androgeni bloccano i loro recettori prevenendo la cascata di segnale nelle cellule tumorali della prostata, ma non sono in grado di ridurre la quantità di androgeni circolanti per cui sono solitamente abbinati ad una terapia con agonisti di GnRH per ottenere un blocco totale degli ormoni sessuali maschili.

Effetti della terapia endocrina sulle ossa

La perdita di massa ossea generalmente aumenta con l’avanzare dell’età, circa dell’1% all’anno negli uomini a del 2% all’anno nelle donne in menopausa. Durante il trattamento con terapia endocrina è stato osservato un aumento della perdita di massa ossea del 2,6% nelle donne in post menopausa in cura con inibitori delle aromatasi, e del 4,6% negli uomini in cura con GnRH analoghi, per arrivare ad una riduzione della massa ossea del 7% in donne in premenopausa trattate con una combinazione di GnRH analoghi e inibitori delle aromatasi. Alla luce di questi dati, nonostante gli inibitori delle aromatasi siano il trattamento più efficace nel prevenire le recidive tumorali, possono essere somministrati solo alle donne in post menopausa affette da un tumore al seno sensibile al trattamento ormonale.

Tamoxifen è il farmaco più utilizzato tra i modulatori dei recettori degli estrogeni e, se combinato al trattamento con GnRH analoghi, aiuta a ridurre significativamente la perdita di materiale osseo in seguito alla soppressione degli estrogeni durante la cura del cancro al seno. Uno studio di grandi dimensioni con oltre 13000 soggetti ha analizzato gli effetti del tamoxifen nel ridurre il rischio di frattura in donne a rischio tumore al seno; dopo cinque anni di trattamento, il tamoxifen ha ridotto il rischio di insorgenza di un tumore invasivo del 49% e ha anche ridotto il rischio di fratture da osteoporosi del 32%.

Le terapie da deprivazione di androgeni nell’uomo inducono un alto livello di turn over osseo, che porta ad una riduzione della densità ossea, è stata osservata una diminuzione del 4% della BMD nella colonna vertebrale dopo 12 mesi di trattamento. In un grande trial clinico, uomini sottoposti a terapia da deprivazione di androgeni hanno avuto un rischio di fratture ossee del 23% più alto rispetto ai pazienti con cancro alla prostata trattati con diversa terapia.

Ad eccezione del tamoxifen per le donne in post menopausa, è evidente che la terapia endocrina ha effetti collaterali negativi sulla salute delle ossa, benché i suoi benefici a livello di sopravvivenza ne garantiscano ancora l’utilizzo. Detto questo, il metabolismo osseo andrebbe attivamente monitorato prima e durante la terapia endocrina.

Gestione della perdita di massa ossea a causa del trattamento endocrino

L’efficacia dei bisfosfonati per prevenire la perdita ossea in pazienti sottoposti a terapia endocrina per il cancro è stata evidenziata in seguito a diversi clinical trials, in particolare i bisfosfonati hanno mostrato effetti positivi sulla densità minerale ossea nei pazienti che ricevono inibitori delle aromatasi. Nelle donne con osteoporosi l’assunzione di alendronato ha incrementato la BMD del 15% dopo tre anni di assunzione, nelle donne in condizioni di osteopenia (meno debilitante dell’osteoporosi) invece la BMD è salita del 6,3% in più rispetto alle pazienti assegnate al gruppo placebo che hanno visto invece una riduzione della BMD del 5,4%.

I bisfosfonati sono stati oggetto di diversi studi clinici anche sugli uomini in trattamento con terapie endocrine, mostrando un effetto protettivo contro la perdita di BMD nei pazienti trattati rispetto a quelli che hanno ricevuto il placebo. Una miglior alternativa ai bisfosfonati è il denosumab, un anticorpo monoclonale diretto contro RANKL largamente utilizzato per il trattamento dell’osteoporosi e, al doppio del dosaggio, nelle metastasi ossee. Nonostante sia un farmaco decisamente più costoso è risultato essere preferito rispetto a bisfosfonati per la sua somministrazione sottocutanea mensile, invece che quella orale o endovenosa del bisfosfonato.

Ciò che emerge da questi studi è che la sensibilizzazione sugli effetti sulla densità ossea per i pazienti sottoposti a terapia endocrina è essenziale da parte dei professionisti sanitari che hanno in cura uomini e donne con tumori di tipo ormonale come il cancro alla prostata e al seno.

 

Iperfosfatemia: sintomi e cause

L’iperfosfatemia è un disturbo forse meno complesso rispetto all’ ipofosfatemia ma è sintomo di malattie assolutamente da non sottovalutare. Le cause dell’iperfosfatemia  infatti sono nella maggior parte dei casi riconducibili a disfunzioni renali, croniche o acute.

Definizione di Iperfosfatemia

Se un normale range di fosfato nel siero è tra 0.80 e 1.45 mmol/L e una grave ipofosfatemia si verifica quando il livello scende sotto 0.32 mmol/L, si parla di iperfosfatemia acuta quando il fosfato nel siero supera le 2mmol/L nell’adulto, ricordiamo invece che nei bambini i livelli di fosfato fisiologico sono significativamente maggiori.

L’iperfosfatemia cronica è spesso asintomatica, rendendo quindi più difficile il suo riconoscimento, ma può altresì causare una calcificazione dei tessuti molli e dei vasi sanguigni.

I meccanismi biologici che conducono allo svilupparsi dell’iperfosfatemia sono due: un significativo aumento del fosfato extracellulare dovuto ad uno shift tra compartimenti intra ed extracellulari, oppure una diminuzione della secrezione di fosfato a livello renale a causa di una ridotta filtrazione glomerulare o un aumento del riassorbimento tubulare.

Cause dell’iperfosfatemia acuta

Danni renali acuti: la causa sicuramente più comune per l’insorgenza di iperfosfatemia è un danno renale, in particolare è stata riscontrata nel 65% dei pazienti prima di un trapianto di reni. La causa è una riduzione nel numero dei nefroni correttamente funzionanti e quindi una forte diminuzione del fosfato secreto attraverso l’urina, il tutto accompagnato dalla mancanza di un meccanismo compensatorio; nei primi stadi di una malattia renale cronica, infatti, il fosfato nel siero viene mantenuto a livelli fisiologici grazie all’aumento degli ormoni FGF23 e PTH, che invece vengono meno quando il danno renale è troppo grave.

Aumento dell’assorbimento intestinale: se associato ad una funzione renale compromessa, un alto assorbimento del fosfato può essere causa di iperfosfatemia, così come un’intossicazione da vitamina D, proprio contrariamente a quanto avviene nel caso dell’ipofosfatemia.

Shift transcellulare: questo fenomeno avviene molto spesso nella sindrome della lisi tumorale, quando le cellule tumorali, in risposta ad una terapia chemioterapica, riversano il loro contenuto nel circolo sanguigno portando gravissime complicazioni, tra cui iperfosfatemia. Quando nel sangue aumentano i livelli di calcio, il fosfato presente si lega ad esso formando dei cristalli di calcio-fosfato causando danni al corretto funzionamento renale e ipocalcemia, dovuta alla sottrazione di tutto il calcio presente liberamente nel sangue.

Cause dell’iperfosfatemia cronica

Malattie renali croniche: è la più diffusa causa per l’iperfosfatemia, che si manifesta di solito in una fase tardiva della malattia renale cronica e incrementa il rischio di mortalità del paziente.

Ipoparatiroidismo acquisito: quando il livelli dell’ormone PTH si abbassano il paziente va incontro a ipocalcemia e a iperfosfatemia, che può contribuire alla produzione di calcoli renali e alla nefrocalcinosi a causa della formazione del calcio-fosfato. La causa più comune per l’ipoparatiroidismo è un danno, o addirittura la resezione, della ghiandola paratiroidea.

Ipoparatiroidismo genetico: nonostante questa malattia si manifesti geneticamente in meno del 10% dei casi, è la causa primaria di ipoparatiroidismo infantile e presenta la stessa sintomatologia del precedente, in particolare l’ipocalcemia.

Esiste anche una forma genetica di iperfosfatemia, che si manifesta in modo non aggressivo e altalenante ed è causata da una mutazione loss of function nel gene che codifica per la fosfatasi alcalina non tessuto specifica, portando ad una distribuzione non omogenea del calcio nelle ossa, fenomeno particolarmente pericoloso nei bambini.

L’iperfosfatemia congenita può provocare anche un aumento del riassorbimento renale del fosfato, i cui sintomi possono essere letali nella forma neonatale oppure, nell’adulto, possono presentarsi sporadicamente a livello dentale.

Approccio clinico all’iperfosfatemia

Quando la malattia si manifesta nella sua forma acuta, si andranno a cercare e trattare i suoi sintomi più gravi come danni renali acuti, associati o meno ad uno shift transcellulare di fosfato, emolisi o sindrome della lisi tumorale.

In assenza di una sintomatologia acuta, la storia clinica del paziente aiuterà nell’escludere un’eventuale falsa iperfosfatemia e per capire se sono presenti dei disturbi renali cronici o un ipoparatiroidismo acquisito, le due più comuni cause riscontrate sino ad ora.

La comunità scientifica è concorde sull’affermare che l’iperfosfatemia sia, nella maggior parte dei casi, una conseguenza di un disfunzionamento renale, cronico o acuto.

Fonte The Causes of Hypo and Hyperphosphatemia in Humans