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Osteonecrosi dei mascellari da bifosfonati: eziologia, epidemiologica e clinica

I bifosfonati rappresentano una famiglia farmacologica di molecole a somministrazione orale o endovenosa che trovano impiego nel trattamento di una varietà di severe problematiche osteometaboliche (ipercalcemia paraneoplastica, lesioni osteolitiche primitive o metastatiche e malattia di Paget) e, dall’altra parte, della più comune osteoporosi post-menopausale.

Essi svolgono una potente azione inibitoria a carico del metabolismo osteoclastico, dunque della fase riassorbitiva del fisiologico processo di rimodellamento scheletrico.

In ambito odontoiatrico i paziente – o, più comunemente, le pazienti – in terapia con bifosfonati sono tendenzialmente approcciati con un certo timore, soprattutto nel caso in cui il piano di cure contempli interventi anche routinari nel normale ambito della chirurgia orale, quali estrazioni dentali o posizionamento di impianti osteointegrati.

Questo perché tra le possibili complicanze odontogene del paziente in trattamento con i bifosfonati viene contemplata una problematica severa, detta osteonecrosi dei mascellari. Si tratta di una condizione analoga a una quadro precedentemente descritto a seguito dell’esposizione a terapia radiante. Colpisce indicativamente la mandibola in 2/3 dei casi e il mascellare superiore nel restante terzo.

Bifosfonati e osteonecrosi dei mascellari: i primi casi tra il 2001 e il 2003

I primi 63 casi spontantei in pazienti oncologici non radiotrattati, riconosciuti tra febbraio 2001 e novembre 2003, vennero riportati da Ruggiero e colleghi in un articolo pubblicato nel 2004 sul Journal of Oral and Maxillofacial Surgery.

Il rischio maggiore è correlato alla somministrazione endovenosa nelle patologie oncologiche, per cui si stima un’incidenza cumulativa compresa tra lo 0.8 e il 12%.

La prevalenza risulta molto ridotta in caso di somministrazione orale, dallo 0.01% fino allo 0.06%, corrispondente a un caso ogni 1700 su un campione di 13000 pazienti. Felsenberg riporta una rischio praticamente nullo (prevalenza dello 0.00038%) nel paziente trattato per osteoporosi.

Oggi l’osteonecrosi dei mascellari da bisfofonati (bisphosphonate-related ostenonecrosis of the jaws, BRONJ) viene inclusa in un più ampio contenitore, chiamato medication-related ostenonecrosis of the jaws (MRONJ) proprio perché correlato all’uso di diverse altre molecole farmacologiche: anticorpi monoclonali, inibitori delle tirosin-kinasi e inibitori mTOR.

Il quadro si caratterizza per un’esposizione ossea protratta per più di 8 settimane, associata a infiammazione e necrosi e a sintomi quali tumefazione, sensazione di pesantezza, problematiche dentarie e altro. L’osso esposto va incontro a sovrainfezione microbica (osteomielite), con preponderanza da parte di batteri Gram- ed anaerobi solitamente già presenti come commensali nel cavo orale.

Radiograficamente, è possibile distinguere un’area radiopaca di sequestro osseo. La raccolta di esami tridimensionali come la TC cone beam favorisce il riconoscimento di lesioni precoci. La stessa stadiazione proposta nel 2009 dall’American Association of Oral and Maxillofacial Surgeons (AAOMS) prevede uno stage 0 prenecrotico.

Attualmente, la patogenesi della condizione rimane dibattuta ma vi sono forti indicazioni che ne indicano un’origine multifattoriale, comprendente riduzione del turnover osseo, decremento nella sintesi di matrice extracellulare da parte dei fibroblasti, blocco del processo di neoangiogenesi e tossicità nei confronti dei tessuti molli. Sono finanche stati riconosciuti dei polimorfismi genetici che potrebbero essere associati a maggiore suscettibilità individuale.

Letteratura su osteonecrosi dei mascellari da bifosfonati

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15122554

http://www.st-orofacial.dinstudio.se/files/American_Association_of_Oral_and_Maxillofacial_Surgeons_Position_Paper_on_Bisphosphonate-Related_Osteonecrosis_of_the_Jaw1.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30314708

Artropatia dell’articolazione temporo-mandibolare: approccio diagnostico

L’articolazione temporo-mandibolare (ATM), per anatomia (condiloartrosi doppia completa) e in virtù della funzionalità (masticatoria e non solo) rappresenta uno dei sistemi articolari più complessi dell’organismo umano. Analogamente, l’approccio diagnostico e terapeutico alle problematiche interessanti tale struttura sta diventando sempre più articolato e multi-specialistico. Tali condizioni patologiche possono identificate sotto la definizione di sindrome algico-disfunzionale, termine volutamente generico che riunisce quadri a presentazione varia, tendenzialmente caratterizzata dalla presenza di dolore e/o alterazione funzionale.

Dal punto di vista epidemiologico, si tratta di una condizione relativamente comune, forse sottostimata, con un impatto socio-sanitario già considerevole: nonostante un quarto della popolazione riporti sintomi correlati, la quota che effettivamente si auto-indirizza allo specialista rappresenta indicativamente un 3-7%.

Diagnosi di patologie dell’articolazione temporo-mandibolare (ATM)

La diagnostica è un esempio evidente di come l’approccio non possa essere limitato alla sola articolazione. L’imaging dell’ATM deve essere necessariamente abbinata allo studio dell’apparato su cui l’articolazione agisce, quello masticatorio, sia dal punto di vista morfologico (quindi odontoiatrico) che da quello funzionale (kinesiografia), e al mezzo attraverso il quale tale azione viene esercitata, ovvero la muscolatura (in particolare i quattro muscoli masticatori principali), ad esempio tramite la metodica dell’elettromiografia di superficie.

In riferimento all’articolazione propriamente detta, la semplice ortopantomografia è soggetta per definizione a distorsione e non si presta perciò alle misurazioni craniometriche. Oltre che alla valutazione odontoiatrica, in ambito specialistico può essere utile al fine di riconoscere alterazioni di ordine macroscopico a carico del condilo.

L’esame radiografico di secondo livello, ossia la TC cone beam, pur condizionata dalla più elevata esposizione, permette di raccogliere scansioni realistiche, multiplanari, prive di sovrapposizione della struttura ossea condilare, con una maggiore sensibilità e soprattutto specificità nel riconoscere alterazioni dimensionali lievi.

Attualmente la risonanza magnetica rappresenta il gold standard nell’imaging dell’ATM, tanto nella resa del tessuto oseeo – comprese le anomalie della componente midollare – quanto in quella delle strutture non mineralizzate. La RMN, infatti, permette, ad esempio, di riconoscere alterazioni a carico del disco (la dinamicità dell’esame è particolarmente utile in un quadro di incoordinazione condilo-discale) o versamenti articolari. Tali alterazioni morfologiche possono essere correlate con i riscontri clinico-sintomatologici.

Ciò nonostante alcuni studi osservano come la RMN presenti comunque un’accuratezza diagnostica inferiore del 50% rispetto alle metodiche esplorative, che però devono essere soppesate sulla base dei costi biologici. In altre parole, non ha senso confrontare la RMN con una chirurgia open: si tratta di passaggi che possono innestarsi in un approccio clinico sequenziale alla patologia. Un compromesso può essere quello dell’artroscopia, che unisce il basso rischio richiesto da una procedura di tipo diagnostico con una buona predicibilità terapeutica.

Letteratura scientifica sull’artropatia dell’articolazione temporo-mandibolare

https://www.omicsonline.org/open-access/current-management-of-temporomandibular-joint-tmj-disease-2167-7921.1000138.php?aid=28264#7

 

 

 

Articolazione temporo-mandibolare: possibilità terapeutiche

In un precedente articolo dedicato all’approccio clinico della patologia  algicodisfunzionale dell’articolazione temporomandibolare ci si è soffermati in maniera prevalente sulla fase diagnostica strumentale, dedicando un breve inciso conclusivo alla quella terapeutica. Volendosi soffermare in maniera più sistematica su questa, si consideri il fatto che anch’essa, al pari della diagnosi, prevede uno schema ad albero. Partendo da una fase sintomatica che non necessita sempre trattamento – il click isolato non costituisce necessariamente segno di patologia – la terapia può farsi via via più indaginosa di pari passo con la gravità e la mancata responsività del quadro disfunzionale.

Artrocentesi nei disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare

La manovra clinica di base è attualmente rappresentata dall’artrocentesi, effettuata secondo la tecnica a due vie. Si tratta di una procedura introdotta nella prima metà degli anni ’90 che prevede l’accesso allo spazio articolare tramite un ago (solitamente la misura consigliata è di 19 gauge) attraverso il quale viene iniettata soluzione fisiologica. Il razionale prevede sia lo sfruttamento della pressione nell’ottica di risolvere almeno parzialmente la lussazione sia la rimozione di materiale infiammatorio dal sito: all’interno della capsula pesca infatti un secondo ago, che permette il drenaggio dello stesso liquido verso l’esterno. La soluzione potrebbe essere medicata, ad esempio con acido ialuronico a funzione lubrificante o antinfiammatori corticosteroidei.

L’artrocentesi a due vie è un’opzione largamente diffusa e costituisce appunto un approccio di base, in quanto manovra valida di relativamente facile esecuzione, a bassa invasività, che può essere condotta in ambulatorio e in regime di anestesia locale.

La tecnica è stata sviluppata secondo diverse modalità: la review di Samiee del 2011 sottolinea a sua volta l’efficacia dell’iniezione iniezione intrarticolare di cortisonici nel trattamento delle limitazioni in apertura. Altri autori supportano un approccio indiretto, per cui le iniezioni, questa volta di farmaci come la tossina botulinica, vengono effettuate a livello dei muscoli su cui l’ATM agisce, ovvero quelli masticatori.

Artroscopia nelle patologie dell’articolazione temporo-mandibolare

Un’evoluzione di grande attualità è rappresentata dall’artroscopia: pur richiedendo personale maggiormente specializzato, tale metodica presenta numerosi vantaggi in termini di sicurezza e affidabilità (a partire dalla visualizzazione diretta del sito) e, secondo quanto stabilito da Breik nel 2016, si presta a essere applicata già nelle prime fasi di patologia.

Bisogna sottolineare il fatto che quelle a cui si è fatto riferimento finora costituiscono sistematicamente terapie non risolutive (si pensi alla tossina botulinica che ha appunto un’efficacia limitata nel tempo) o parzialmente risolutive. Ciò non toglie che queste possano essere in grado di controllare la sintomatologia e portare beneficio duraturo al paziente.

In ultima analisi, si consideri pertanto la chirurgia open, che secondo la meta-analisi di Al-Moraissi del 2015 conserva una maggiore efficacia nel ridurre il dolore rispetto alla chirurgia artroscopica, la quale però è già ugualmente efficace per quanto riguarda altri reperti clinici come il click e, soprattutto, grado di apertura e funzionalità. Inoltre, la metodica ha risentito positivamente dell’evoluzione tecnologica nell’ambito della programmazione digitale preoperatoria: pertanto è auspicabile la diffusione, nell’immediato futuro, di protocolli minimamente invasivi di chirurgia guidata, come quello recentissimamente descritto da Krause.

Letteratura scientifica in merito alla riabilitazione dell’articolazione temporo-mandibolare

https://www.omicsonline.org/open-access/current-management-of-temporomandibular-joint-tmj-disease-2167-7921.1000138.php?aid=28264

https://www.mayoclinic.org/diseases-conditions/tmj/diagnosis-treatment/drc-20350945

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29574810

http://www.jdrntruhs.org/temp/JNTRUnivHealthSci23196-3631741_100517.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21959659

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27836550

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25701306

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30940211

Algoritmi di valutazione del rischio di frattura da fragilità ossea

Le fratture da fragilità legate alla patologia osteoporotica rappresentano una delle problematiche di maggiore impatto sociale nella fascia di popolazione anziana, soprattutto nel sesso femminile. Negli ultimi anni si è acquisita una forte consapevolezza in senso preventivo di tali complicanze. L’esame diagnostico principale consiste nella quantificazione della massa ossea come bone mineral density (BMD) tramite l’esame MOC-DXA. La BMD può essere poi integrata con la valutazione di fattori di rischio parzialmente o totalmente indipendenti dalla densità ossea, alcuni dei quali sono stati considerati in maniera approfondita da un precedente articolo presente su queste stesse pagine. Al fine di compiere tali studi sono stati messi a punto diversi algoritmi, la cui logica consiste nel fornire una buona indicazione utilizzando una serie di dati di facile reperibilità.

Come soppesare il rischio di frattura nei prossimi 10 anni

L’obiettivo di una valutazione di questo tipo consiste nella definizione del rischio di frattura da fragilità a cui il paziente è esposto a medio termine, ovvero nei successivi 10 anni. Tale periodo non è casuale, ma è accettato da Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) e International Osteoporosis Foundation (IOF) perché compatibile con la durata del trattamento e dei relativi benefici susseguenti alla sospensione dello stesso. L’algoritmo probabilmente più utilizzato in ambito clinico e di ricerca è il Fracture risk assessment tool (FRAX®) – disponibile online alla pagina https://www.sheffield.ac.uk/FRAX/ – il quale, secondo alcuni autori presenta alcuni limiti: la possibilità di non includere la BMD e alcune commorbidità importanti e variabili dicotomiche come “pregressa frattura”.

L’algoritmo Derived Fracture Risk Assessment (DeFRA©) – disponibile online alla pagina https://defra-osteoporosi.it – è stato messo a punto su dati riguardanti la popolazione italiana, analogamente a quanto fatto in Gran Bretagna con il Q-fracture e risulta dunque particolarmente utile all’applicazione dei criteri farmacologici forniti dall’AIFA. Ha poi l’ulteriore vantaggio di porre rimedio ad alcune delle criticità sopracitate, ad esempio qualificando le fratture per numero e sede e anche includendo più farmaci osteopenizzanti e comorbilità, BMD vertebrale e non solo femorale. Tale algoritmo è supportato dalla Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS), nelle cui linee guida viene a essere incluso.

In ultima analisi, si consideri un altro algoritmo italiano, il FRA-HS, basato sugli indicatori del database Health Search, interamente formato da popolazione italiana afferente agli studi dei medici di medicina generale. L’obiettivo è, anche in questo caso, di incrementare accuratezza e affidabilità operativa, nell’intento di rendere la valutazione del rischio di frattura routinaria al pari delle carte del rischio cardiovascolare.

Letteratura di approfondimento sul rischio di frattura

https://www.siommms.it/wp-content/uploads/2015/11/Linee-guida-OP_2015.pdf

https://www.sheffield.ac.uk/FRAX/

https://defra-osteoporosi.it/

https://www.simg.it/sicilia/frahs-il-nuovo-score-per-la-valutazione-del-rischio-di-frattura-osteoporotica/

 

Correlazione tra dieta ipoproteica e metabolismo del calcio

Negli anni sono state proposte evidenze contrastanti riguardanti la correlazione fra un mancato bilancio fra intake proteico e metabolismo del calcio.

Riguardo a un elevata assunzione di proteine, in passato sospettata di predisporre alla perdita di calcio da parte dell’osso, le ultime evidenze disponibili depongono favorevolmente. Questa avrebbe infatti un impatto complessivamente positivo sulla salute dell’osso, promuovendo l’assorbimento del calcio e il metabolismo del tessuto. Su queste basi non troverebbero pertanto riscontro le indicazioni a ridurre l’intake proteico.

Per contro, si prendano in considerazione i possibili effetti di una dieta povera di proteine, che si rifanno ad alcuni lavori di alcuni anni fa e, in modo particolare, a un’importante review di ambito statunitense, pubblicata da Kestetter su Journal of Nutrition di marzo 2003.

Si definisce fabbisogno proteico il quantitativo di proteine alimentari necessarie all’organismo al fine di soddisfare il proprio fabbisogno nutrizionale e mantenere le proprie riserve e l’omeostasi in generale. Così come il fabbisogno energetico generale, questo dato subisce variazioni importanti su base anagrafica e anamnestica.

Intake di proteine e dieta ipoproteica

Viene comunemente identificato dal dato della dose giornaliera raccomandata (recommended daily allowance RDA), che per le proteine è pari a 0.8 grammi prokilo.

I dati statunitensi (studio NHANES) riferiti al periodo 2001-2014 e, pertanto, più aggiornati di quelli a disposizione di Kestetter, sottolineano come, nonostante la maggior parte della popolazione statunitense superi le dosi minime raccomandate, si osserva un deficit di intake proteico in una percentuale considerevole – 13 e 11% rispettivamente – di anziani (> 71 anni) e, soprattutto, adolescenti di sesso femminile (14-18 anni), gruppo quest’ultimo che può essere particolarmente danneggiato da tale condizione.

Gli studi più recenti attestano come un alto intake proteico abbia un’azione sinergica con il calcio (che è il regolatore principale del proprio stesso livello). Essa induce, infatti, l’assorbimento del calcio a livello intestinale e, di conseguenza, ne sfavorisce il riassorbimento renale, inducendo ipercalciuria.

Al contrario, un ridotto intake proteico agisce in acuto riducendo l’assorbimento intestinale e portando a ipocalciuria. Inoltre, l’ipocalcemia attiva per feedback negativo il rilascio dell’ormone ipercalcemizzante (paratormone) a livello paratiroideo: si tratta perciò di una forma di iperparatiroidismo secondario.

Lo stesso Kestetter ha seguito fino a 7 settimane un campione di donne sottoposte a dieta povera di proteine. Fino a 4 settimane è stata riscontrata la permanenza tanto dell’ipocalciuria quanto dell’iperparatiroidismo, il quale è però andato a risolversi successivamente. Questo rilievo è presumibilmente indicativo dell’attivazione progressiva di un meccanismo compensatorio.

Il quesito più importante che ne consegue è se l’eventuale cronicizzazione di un quadro acuto non corretto sia in grado di condizionare negativamente il metabolismo osseo, come sembrerebbero suggerire gli studi epidemiologici.

Riferimenti bibliografici relativi alla dieta ipoproteica

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22127335

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4659357/pdf/nihms-735357.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/29931213/

 

 

Nefropatia cronica, bilancio e intake del calcio

La malattia renale cronica, termine equivalente alla dicitura anglosassone chronic kidney disease (CKD) rappresenta un quadro che porta a progressivo danneggiamento della funzionalità renale e favorisce l’insorgenza delle relative complicanze. La CKD è in grado di condurre a un quadro non reversibile di insufficienza renale, la quale a sua volta può esitare a un quadro, detto end-stage renal disease (ESRD), che necessita una terapia sostitutiva (dialisi o trapianto renale).

La malattia renale è un quadro assai comune, in quanto favorito da diverse patologie, molte delle quali a loro volta comuni. La revisione sistematica di Hill e colleghi (PLoS ONE 2016) riferisce una prevalenza globale della CKD compresa fra l’11 e il 13%.

Il rene è un organo chiave nel bilancio del calcio all’interno dell’organismo: rappresenta un vertice di un triangolo insieme con la riserva fondamentale scheletrica e con l’intestino, organo di assorbimento dalla dieta. Nonostante i meccanismi fisiologici e regolatori siano piuttosto complessi, la definizione del bilancio è concettualmente semplice, essendo calcolabile come differenza tra quote di calcio eliminate (urina e feci) e reintegrate (riassorbimento renale, neoassorbimento intestinale). Un soggetto sano adulto presenta un bilancio del calcio sostanzialmente neutro, mentre il soggetto in crescita (e in particolare il suo scheletro) esige un bilancio altamente positivo; al contrario, l’anziano e soprattutto la donna in età post-menopausale presentano un bilancio negativo. I processi di mantenimento del bilancio divengono naturalmente più complessi in corso di nefropatia cronica.

Intake corretto di calcio nel paziente con nefropatia cronica

Spiegel e Brady (2012) hanno studiato il bilancio di calcio in pazienti affetti da CKD di grado moderato (da 3 a 4) a due regimi dietetici, equivalenti a un intake di 800 e 2000 mg/die di calcio elementare, effettuando anche un confronto con un gruppo di controllo (pazienti sani) ugualmente numeroso. Pazienti sani e malati mostravano indifferentemente un bilancio neutro o lievemente negativo. Al regime più elevato, il bilancio va incontro a un innalzamento significativamente superiore nei soggetti nefropatici.

I 2000 mg/die corrispondono peraltro al limite massimo tollerabile per la popolazione generale fissato sia dall’Istituto di Medicina degli Stati Uniti, lo stesso suggerito per i pazienti con CKD di grado 3-5 dalle linee guida della National Kidney Foundation, le quali raccomandano una restrizione della dose in presenza di ipercalcemia persistente o ricorrente, oltre a una generale limitazione dell’uso di leganti del fosfato a base di calcio.

Lo studio precedentemente citato, tuttavia, suggerisce come la soglia vada rivista al ribasso nel caso dei pazienti affetti da CKD di grado almeno moderato. I modelli di paziente con ESRD (i quali correrebbero un rischio non giustificabile sottoponendosi a uno studio clinico) mostrano un aumento di concentrazione di calcio nel fluido extracellulare, con rischio di ritenzione, nel momento in cui l’intake dietetico supera i 1500 mg/die.

In conclusione con un intake di calcio in un soggetto adulto sano pari a 1000–1200 mg/die, pare consigliabile abbassare a 800-1000 i livelli adeguati a un nefropatico cronico.

Riferimenti bibliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4934905/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22297674

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5442193/pdf/11914_2017_Article_368.pdf

https://www.niddk.nih.gov/health-information/kidney-disease/mineral-bone-disorder

 

Supplementazione della vitamina D

La vitamina D esercita una funzione fondamentale – non l’unica per la verità – nel metabolismo del calcio, rispetto al quale viene considerata a tutti gli effetti un ormone (o, per la precisione, un proormone) agente in sinergia con il paratormone (PTH), prodotto dalle ghiandole paratiroidi.

Il termine raccoglie un totale di 5 diverse molecole liposolubili, le più importanti tra le quali sono la vitamina D2 (ergocalciferolo, contenuta negli alimenti vegetali) e soprattutto la vitamina D3 (colecalciferolo, di origine animale).
La vitamina D presenta un’ulteriore peculiarità: solo un terzo del fabbisogno giornaliero viene in realtà introdotto tramite la dieta, a differenza delle altre vitamine che, per definizione, devono essere acquisite principalmente per via alimentare. In virtù della sua liposolubilità, la vitamina viene rapidamente assorbita dall’intestino, trasportata in circolo legata a un α-proteina detta VDBP, quindi distribuita quasi totalmente dal tessuto adiposo, da cui viene liberata in piccole quantità.

La maggior parte della vitamina D viene sintetizzata, in seguito all’esposizione alla radiazione ultravioletta, a livello della cute a partire dal 7-deidrocolesterolo (è dunque uno steroide, al pari degli ormoni corticosurrenalici e sessuali). Da questo deriva un intermedio instabile, la previtamina D3, che va incontro a un rapido e spontaneo riarrangiamento del doppio legame, convertendosi in una forma termodinamicamente stabile, il colecalciferolo (vitamina D3) appunto.

Come anticipato, la vitamina viene considerata come il precursore di un ormone. Al fine di raggiungere la forma biologicamente attiva, la molecola va incontro a una doppia idrossilazione: una prima, a opera dell’enzima epatico 25-idrossilasi, a formare 25-idrossicolecalciferolo, quindi una seconda a livello renale. In questa sede agisce anche l’ormone PTH, il quale ricopre quindi il ruolo di principale regolatore (in senso positivo: effetto ipercalcemizzante). Ne risulta quindi il metabolita attivo 1,25-diidrossicolecalciferolo, detto anche calcitriolo.

La forma intermedia – indicata sinteticamente come 25(OH)D – è presente in circolo a concentrazioni mille volte superiori e ha anche emivita più lunga rispetto alla forma attiva. Pertanto, si presta meglio a essere dosata.

Il calcitriolo agisce legando dei recettori specifici (VDR) presenti sia in sede nucleare (meccanismo genomico) che a livello della membrana cellulare (azione mediata da secondi messaggeri). Tali recettori sono sostanzialmente ubiquitari, a testimonianza del fatto che gli effetti dell’ormone non sono limitati al metabolismo del calcio.

Volendosi comunque limitare all’azione sugli enterociti, il calcitriolo induce la sintesi di una proteina legante il calcio (CBP). Anche l’assorbimento passivo dello ione viene facilitato. L’effetto complessivo, come anticipato, è dunque un aumento della calcemia susseguente all’assorbimento di calcio dalla dieta.

In conclusione, si vuole ricordare il fatto che la vitamina D può essere supplementata farmacologicamente nella prevenzione e trattamento degli stati carenziali.

Risedronato – acido risedronico

Il risedronato (acido risedronico) rappresenta una molecola appartenente alla famiglia dei bifosfonati somministrato per via orale. Costituisce, per esattezza, un aminobifosfonato di terza generazione.

Viene commercializzato nei dosaggi di 30, 35 e 75 mg e risulta inoltre disponibile anche come farmaco equivalente con diversi nomi commerciali.

La compressa da 35 mg trova indicazione nel trattamento delle forme principali di osteoporosi, a partire da quella post-menopausale, al fine di ridurre il rischio di fratture correlate. Allo stesso modo, il farmaco può essere utilizzato in tutti i pazienti di sesso maschile affetti da osteoporosi secondaria e con aumentato rischio fratturativo. La posologia prevede una cadenza di somministrazione settimanale.

Al fine di valutare le caratteristiche farmacologiche, è utile confrontare la molecola con un altro bifosfonato, appartenente alla generazione precedente. Si faccia riferimento, nello specifico, all’alendronato, peraltro farmaco fra i più utilizzati della classe.

Analogamente a esso, l’assorbimento intestinale dello zoledronato può subire l’interferenza da parte di bevande e alimenti: per questo l’assunzione viene raccomandata subito dopo il risveglio o comunque in anticipo di almeno 30 minuti sul primo pasto della giornata. Non viene indicato un termine ideale alla terapia: allo specialista si consiglia una rivalutazione periodica del rapporto costi/benefici, soprattutto a partire dai 5 anni di trattamento.

Complessivamente, entrambe le molecole rappresentano una prima linea terapeutica.Proseguendo le analogie con l’alendronato, quest’ultimo trova indicazione anche nel trattamento della seconda malattia osteometabolica del paziente adulto-anziano, ovvero la malattia ossea di Paget, a un dosaggio ridotto. Il risedronato viene somministrato a un dosaggio leggermente ridotto (30 mg), questa volta a cadenza giornaliera e per un periodo ben definito: 2 mesi, contro i 6 dell’alendronato, da ripetere eventualmente dopo aver atteso quantomeno lo stesso periodo.

Il differente dosaggio è un elemento importante: il passaggio dalla seconda alla terza generazione riflette l’aggiunta alla struttura molecolare di un anello eterociclico, il quale comporta, sempre confrontando risedronato con alendronato, un aumento della potenza del farmaco.

Il dosaggio dei 75 mg rappresenta un’alternativa nel trattamento dell’osteoporosi post-menopausale con aumentato rischio di frattura.

Lo schema terapeutico è peculiare, dato che il paziente deve assumere una compressa per due giorni consecutivi al mese.

Poter utilizzare una stessa molecola, nel trattamento di una certa patologia, utilizzando due dosaggi e due posologie alternative è un vantaggio indiscutibile: soppesare la scelta sul grado di aderenza offerto dal paziente è, infatti, una norma generale per quanto riguarda i bisfofonati. In effetti, confrontando 35 e 75 mg, non si rilevano differenze in termini di controindicazioni (limitate sostanzialmente ai casi accertati di ipersensibilità) e precauzioni per l’uso: al pari di altri bifosfonati, grave compromissione della funzionalità renale e patologie comportanti un ritardo nel transito esofageo e nello svuotamento gastrico.

Riferimenti bibliografici relativi a Risedronato – acido risedronico

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26438307

Mineralometria ossea computerizzata: MOC-DXA

La massa ossea può essere valutata in termini densitometrici (Bone Mineral Density, BMD) tramite diverse tecniche, raggruppate con il ben noto termine di mineralometria ossea computerizzata (MOC): MOC-SPA (a singolo raggio fotonico), -DPA (a doppio raggio fotonico), -QTC (tomografia quantitativa computerizzata), -QUS (ultrasonografia quantitativa). Allo stato attuale dell’arte, tuttavia, sono solamente i valori la MOC-DXA a poter essere impiegata al fine di diagnosticare la principale patologia metabolica dello scheletro, ossia l’osteoporosi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, definisce l’osteoporosi come una condizione di densità ossea inferiore oltre le 2.5 deviazioni standard da un valore di riferimento, detto T-score, applicabile a valori densitometrici ottenuti tramite metodica DXA.

L’introduzione della MOC risale ai primi anni ’80, mentre il primo scanner DXA (precedentemente DEXA, dual-energy X-ray absorptiometry) è stato commercializzato a partire dal 1987.

MOC-DXA up-to-date

Oggi questa tecnologia costituisce la più diffusa e riproducibile metodica di indagine quantitativa della BMD. Si correla sia con la resistenza ossea che con il rischio fratturativo.

Per quanto riguarda quest’ultimo, la tecnologia prevede oggi l’integrazione della tecnica MXA di morfometria vertebrale.

La DXA costituisce un esame radiologico, caratterizzato però da una dose radiante estremamente ridotta: in accordo con l’American Association of Physicists in Medicine (AAPM) e l’American Board of Radiology (ABR), questa si attesta sugli 0.001 mSv, pari a un centesimo di quello di una radiografia standard del torace e comparabile all’esposizione per sole 3 ore alla radiazione di fondo ambientale. La dose cutanea, inferiore ai 50 μGy, quindi a sua volta minimale, non è peraltro indicativa del rischio reale, data la circoscrizione dell’area cutanea esposta.

L’esame, basato sul principio dell’attenuazione, consiste nell’irradiazione un segmento osseo con due fasci collimati di raggi X a diversi livelli di energia, ottimizzando così la distinzione tra i tessuti duri e molli. Rispetto alle tecniche usate in precedenza, risulta vantaggioso per quanto riguarda tempi di scansione e risoluzione spaziale (e quindi dell’immagine).

Viene quantificato il contenuto minerale osseo (bone mineral content BMC), proiettandolo su di una superficie: ciò ne deriva è appunto il BMD (unità di misura: g/cm2 di segmento osseo). Può essere virtualmente condotto su qualsiasi segmento osseo: attualmente, i siti principali sono quello centrale (vertebre lombari da L1 a L4) e il femore prossimale, corrispondenti alle più comuni sedi di frattura, ma è contemplato anche l’avambraccio. Sulla colonna lombare è applicabile il trabecular bone score (TBS), un tool indicativo della micro-architettura ossea e pure utile ai fini della predittività fratturativa.

Come anticipato, la refertazione densitometrica di osteoporosi si basa sul confronto tra il valore di BMD del singolo paziente con il valore medio di una popolazione sana giovane (30 anni), espresso in termini di deviazione standard (T-score). Tali criteri OMS non sono possono essere applicati a donne in età premenopausale né una popolazione maschile di età inferiore ai 50 anni.

La stessa DXA esprime però anche lo Z-score, in grado di raffrontare la BMD del paziente con il valore medio dei soggetti di pari età e sesso, e che si presta, pertanto, alla diagnosi di patologia osteometabolica nel paziente giovane. In questo caso, il limite inferiore del range atteso per l’età equivale a -2 deviazioni standard.

Riferimenti bibliografici relativi a Mineralometria ossea computerizzata, MOC-DXA

https://www.siommms.it/wp-content/uploads/2015/11/Linee-guida-OP_2015.pdf

https://www.who.int/chp/topics/Osteoporosis.pdf

https://www.radiologyinfo.org/en/info.cfm?pg=safety-xray#part3

https://www.aapm.org/meetings/03AM/pdf/9873-13152.pdf

http://www.jgerontology-geriatrics.com/wp-content/uploads/2016/09/04-Guglielmi-2.pdf

https://webthesis.biblio.polito.it/8909/1/tesi.pdf

https://webthesis.biblio.polito.it/8178/1/tesi.pdf

(https://www.iaea.org/resources/rpop/health-professionals/other-specialities-and-imaging-modalities/dxa-bone-mineral-densitometry)

(https://www.aapm.org/meetings/03AM/pdf/9873-13152.pdf)

Teriparatide: indicazioni

Il paratormone rappresenta l’ormone chiave che sovrintende al metabolismo del calcio all’interno dell’organismo, essendo in grado di indurre direttamente il riassorbimento dello ione a livello renale, indirettamente (attraverso la vitamina D) l’assorbimento intestinale del calcio contenuto negli alimenti e, ancora in maniera diretta, la mobilizzazione delle riserve ossee. Si tratta perciò di un ormone ad azione ipercalcemizzante.

Il paratormone (PTH) endogeno è un ormone peptidico costituito da 84 amminoacidi. Viene secreto dalle ghiandole paratiroidi secondo un ritmo circadiano al quale va aggiunta una secrezione di tipo pulsatile (6-7 episodi l’ora) che copre indicativamente un quarto del rilascio totale. Complessivamente, l’ormone viene rilasciato in maniera continua, tenendo però presente che l’elemento regolatore del feedback non è la concentrazione dell’ormone, bensì il parametro da questo regolato, ovvero la calcemia stessa che, innalzandosi, blocca il rilascio di PTH.

Un dosaggio cronicamente elevato di paratormone andrebbe comunque a depauperare le riserve ossee di calcio: in questo senso, non se ne ravvederebbero le basi per un utilizzo clinico. Il razionale farmacologico si basa su osservazioni cliniche che hanno dimostrato come un’andamento intermittente della concentrazione della molecola – compatibile quindi con una somministrazione farmacologica – vada a favorire il metabolismo osteoblastico più che quello osteoclastico (che comunque si attiva). In altre parole, viene avvantaggiata la deposizione di matrice, favorendo un incremento netto della densità minerale ossea (BMD). Il fenomeno viene detto finestra anabolica ed è maggiormente evidente nel corso dei primi 12 mesi di trattamento.

Teriparatide: Posologia e razionale

L’indicazione terapeutica è pertanto rappresentata dall’osteoporosi nelle donne in età post-menopausale e negli uomini soggetti ad alto rischio di frattura. Si pensi all’osteoporosi susseguente a prolungata terapia corticosteroidea

La molecola farmacologica, chiamata teriparatide, consiste in un polipeptide sintetico, ricombinante, dell’ormone endogeno. Essendo stato scoperto che, degli 84 amminoacidi che, come detto, compongono il PTH, solo il frammento 1-34, cioè la porzione N-terminale è responsabile dell’attività biologica, il teriparatide riprende solo tale parte.

Il teriparatide è commercializzato, come forma più diffusa, con  un dosaggio pari a 20 μg, somministrato quotidianamente, sotto forma di penna a uso sottocutaneo. In questo caso, l’emivita è di circa 1 ora.

Rispetto ai bifosfonati, il teriparatide mostra un’efficacia superiore nell’incremento dei valori di BMD sull’osso trabecolare. In più, induce miglioramenti nella geometria dell’osso corticale. Complessivamente, la riduzione del rischio fratturativo, dopo 21 mesi di trattamento, si attesta sul 65% per quanto riguarda le vertebre e sul 53% nelle altre sedi.

Le complicanze sono tendenzialmente lievi: nausea, crampi agli arti inferiori, ipercalcemia asintomatica.

D’altra parte, il trattamento è svantaggioso dal punto di vista economico e, soprattutto, non può essere proseguito per più di 2 anni consecutivi, né ripetuto nel corso della vita. A fine trattamento, è inoltre indispensabile impostare una terapia antiriassorbitiva. Queste indicazioni inducono a selezionare con cautela i pazienti da sottoporre alla terapia.

Riferimenti bibliogafici relativi a Teriparatide

https://www.siommms.it/wp-content/uploads/2015/11/Linee-guida-OP_2015.pdf

https://www.mayoclinic.org/drugs-supplements/teriparatide-subcutaneous-route/description/drg-20066280