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Prebiotici come modulatori dell’assorbimento intestinale di calcio e magnesio

Il calcio (Ca2+) e il magnesio (Mg2+) sono nutrienti essenziali, fondamentali per numerosi processi fisiologici, tra cui la formazione ossea, la trasmissione sinaptica e la contrazione muscolare. La loro carenza è associata a gravi problemi di salute, come l’osteoporosi e il diabete di tipo II. Tuttavia, l’assorbimento intestinale di Ca2+ e Mg2+ è spesso insufficiente, con meno del 30% del calcio e meno del 50% del magnesio ingeriti che entrano effettivamente nel circolo sanguigno.

Tradizionalmente, l’assorbimento di calcio è stato attribuito principalmente a meccanismi attivi nel duodeno e nel digiuno, mentre il magnesio viene assorbito prevalentemente nell’ileo e nel colon. Tuttavia, recenti evidenze suggeriscono che il colon possa avere un ruolo più importante del previsto nell’assorbimento di questi minerali, specialmente in presenza di una dieta ricca di prebiotici.

I prebiotici e il loro ruolo nell’assorbimento di calcio e magnesio

I prebiotici sono carboidrati complessi che resistono alla digestione nell’intestino tenue e raggiungono il colon, dove vengono fermentati dai microbi intestinali. Questo processo di fermentazione porta alla produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA), che abbassano il pH luminale e aumentano la solubilizzazione del calcio e del magnesio, rendendoli più disponibili per l’assorbimento.

Studi su modelli animali e su soggetti umani hanno dimostrato che l’assunzione di prebiotici come inulina e fruttoligosaccaridi può aumentare l’assorbimento di Ca2+ e Mg2+ nel colon fino al 30%. Questo aumento è attribuito a vari meccanismi, tra cui:

  1. L’aumento della concentrazione di ioni liberi di calcio e magnesio grazie alla produzione di SCFA.
  2. La stimolazione del trasporto transcellulare mediato da proteine come TRPV6 e TRPM6, che favoriscono l’ingresso di questi minerali nelle cellule epiteliali del colon.
  3. La modulazione della barriera intestinale, che potrebbe facilitare l’assorbimento paracellulare.

Effetti dei prebiotici sulla densità minerale ossea

Numerosi studi hanno evidenziato che una dieta ricca di prebiotici può migliorare la densità minerale ossea e aumentare la forza delle ossa. In modelli animali, l’integrazione con prebiotici ha portato a un aumento della capacità di assorbimento del calcio, a una maggiore ritenzione di magnesio e a un miglioramento della resistenza ossea. Studi condotti su donne in post-menopausa hanno mostrato che l’integrazione con inulina arricchita di oligofruttosio ha migliorato l’assorbimento minerale e marcatori di formazione ossea.

Un meccanismo potenziale è rappresentato dall’attivazione dell’asse entero-osseo, in cui gli SCFA prodotti dalla fermentazione stimolano la produzione di ormoni intestinali come il GLP-2, che contribuisce a migliorare l’assorbimento intestinale e a stimolare la formazione ossea.

Sicurezza e prospettive future

Nonostante i benefici potenziali, l’uso di prebiotici per migliorare l’assorbimento di calcio e magnesio e la salute ossea necessita di ulteriori ricerche cliniche. È importante identificare le dosi ottimali e valutare eventuali effetti collaterali, come l’eccessiva produzione di gas o la tollerabilità intestinale in soggetti sensibili.

In conclusione, i prebiotici rappresentano una promettente strategia non invasiva per migliorare l’assorbimento di calcio e magnesio e per supportare la salute ossea, specialmente in popolazioni a rischio di osteoporosi. L’integrazione di prebiotici nella dieta potrebbe offrire un approccio complementare e sicuro nella prevenzione e nel trattamento delle patologie ossee legate all’età.

Lo studio

Stumpff FManneck DPrebiotics as modulators of colonic calcium and magnesium uptakeActa Physiol2025241:e14262.

Fratture vertebrali da fragilità: consapevolezza, adesione terapeutica e coinvolgimento del paziente

Le fratture vertebrali da fragilità (VFF) sono una delle manifestazioni cliniche più comuni e gravi dell’osteoporosi. Rappresentano un segnale predittivo importante di future fratture e di aumento della morbilità e mortalità. Tuttavia, queste fratture rimangono spesso non diagnosticate, con circa il 70% dei casi non identificati. La diagnosi avviene frequentemente in modo incidentale, in corso di esami radiologici richiesti per altre ragioni. Questo fenomeno ha dato origine alla definizione di fratture vertebrali opportunisticamente identificate (OIVFF).

Uno studio retrospettivo condotto presso il Musgrove Park Hospital, nel Regno Unito, ha analizzato il comportamento dei pazienti con OIVFF all’interno di un servizio di liaison per le fratture (FLS), comparandolo con quello di pazienti con fratture vertebrali acute (AVFF) e fratture da fragilità non a carico dell’anca o della colonna (NHSFF).

Obiettivi dello Studio

L’indagine si è posta i seguenti obiettivi:

  • Valutare il grado di consapevolezza dei pazienti riguardo alla frattura vertebrale diagnosticata;
  • Analizzare il tasso di coinvolgimento dei pazienti nei percorsi di cura post-frattura;
  • Misurare la compliance iniziale (inizio del trattamento) e l’aderenza terapeutica a 12 mesi ai farmaci per l’osteoporosi;
  • Evidenziare eventuali differenze comportamentali tra i tre gruppi di pazienti.

Materiali e Metodi

Lo studio ha analizzato i dati raccolti dal servizio FLS locale tra gennaio e dicembre 2022, su 1.403 pazienti di età superiore ai 50 anni. I pazienti sono stati suddivisi in tre coorti:

  1. AVFF: fratture vertebrali acute, sintomatiche e diagnosticate clinicamente;
  2. OIVFF: fratture vertebrali diagnosticate incidentalmente mediante imaging;
  3. NHSFF: fratture da fragilità di altri segmenti scheletrici (esclusi anca e colonna).

Dati raccolti:

  • Questionari inviati ai pazienti per valutare il livello di consapevolezza della frattura e il coinvolgimento;
  • Registrazioni mediche per monitorare la compliance terapeutica a 3 mesi e l’aderenza a 12 mesi.

Risultati

Profilo Demografico

Dei 1.241 pazienti analizzati, il 32,4% degli OIVFF erano uomini, contro il 18,9% degli AVFF e il 14,7% dei NHSFF. L’età mediana era di 77 anni. Questo dato suggerisce che gli uomini siano più frequentemente soggetti a OIVFF, sollevando interrogativi sui fattori di rischio specifici di genere.

Consapevolezza della Frattura

Solo il 18,98% dei pazienti OIVFF era consapevole della frattura vertebrale, contro il 68,75% degli AVFF. Questo risultato evidenzia una carenza comunicativa nel trasferimento dell’informazione diagnostica ai pazienti con frattura incidentale.

Coinvolgimento

Il tasso di restituzione dei questionari è stato del 70,3% nel gruppo OIVFF, simile agli altri gruppi. Questo indica che, nonostante la scarsa consapevolezza della frattura, i pazienti OIVFF mostrano una buona disponibilità a partecipare ai percorsi di monitoraggio della salute ossea.

Compliance e aderenza terapeutica

Dopo 3 mesi, il 87,9% dei pazienti OIVFF aveva iniziato il trattamento osteoporotico, un valore comparabile al 96,2% degli AVFF e al 75,4% dei NHSFF. Dopo 12 mesi, l’aderenza risultava simile nei tre gruppi (AVFF 88%, OIVFF 78,3%, NHSFF 80,7%).

Discussione

Il dato più rilevante riguarda l’elevata proporzione di uomini nel gruppo OIVFF, elemento che richiede ulteriori approfondimenti per comprendere se vi siano differenze nella diagnosi o nella presentazione clinica delle fratture vertebrali tra i sessi.

La scarsa consapevolezza delle fratture tra i pazienti OIVFF sottolinea l’importanza di migliorare la comunicazione tra i radiologi e i medici di base, per garantire che i pazienti ricevano informazioni chiare e comprensibili sul significato della frattura vertebrale e sui rischi futuri.

Nonostante la scarsa consapevolezza, i pazienti OIVFF hanno dimostrato livelli di compliance e aderenza simili agli altri gruppi. Ciò suggerisce che, una volta informati, i pazienti sono disposti a seguire il trattamento raccomandato.

Lo studio evidenzia che i pazienti con fratture vertebrali opportunisticamente identificate non differiscono in modo significativo dagli altri pazienti in termini di coinvolgimento e aderenza terapeutica. Tuttavia, la scarsa consapevolezza delle fratture nel gruppo OIVFF rappresenta un problema cruciale, evidenziando la necessità di migliorare i flussi comunicativi tra radiologi, medici curanti e pazienti.

Raccomandazioni

  • Implementare percorsi di comunicazione chiari per informare tempestivamente i pazienti sulle fratture vertebrali incidentali;
  • Rafforzare la formazione del personale radiologico e medico sul riconoscimento e la gestione delle VFF;
  • Approfondire con studi prospettici il comportamento dei pazienti maschi con OIVFF, per valutare eventuali differenze cliniche e diagnostiche legate al genere.

Lo studio

R. James, R. Meertens, A retrospective service evaluation of patient awareness and engagement, and medication compliance and adherence, in patients with opportunistically identified vertebral fragility fractures in a local fracture liaison service,
Radiography, Volume 31, Issue 1, 2025, Pages 406-414, ISSN 1078-8174.

Fraxin, una nuova speranza per la salute ossea

L’equilibrio tra formazione e riassorbimento osseo è essenziale per la salute dello scheletro. Nell’osteoporosi, il bilancio pende verso il riassorbimento a causa di un’eccessiva attività degli osteoclasti, cellule specializzate nella degradazione della matrice ossea. L’iperattivazione degli osteoclasti è spesso correlata all’aumento delle specie reattive dell’ossigeno (ROS), che amplificano la differenziazione e l’attività di queste cellule. Fraxin, grazie alle sue proprietà antiossidanti, sembra contrastare questi effetti dannosi.

Il ruolo dei ROS nell’osteoporosi e l’azione di Fraxin

Le ROS sono molecole instabili che svolgono un ruolo cruciale nella regolazione della funzione degli osteoclasti. Il legame del ligando RANK (RANKL) con il suo recettore RANK sulle cellule progenitrici degli osteoclasti attiva una cascata di segnali intracellulari, inclusa la via delle MAPK (Mitogen-Activated Protein Kinases) e la via NF-κB, che portano all’aumento della produzione di ROS e all’attivazione del fattore nucleare NFATc1, il regolatore principale della differenziazione osteoclastica. Fraxin contrasta questo processo riducendo i livelli di ROS, ristabilendo l’attività degli enzimi antiossidanti e modulando le vie di segnalazione intracellulari coinvolte nell’osteoclastogenesi.

Evidenze sperimentali: Fraxin in vitro e in vivo

Studi in vitro dimostrano che fraxin riduce significativamente la formazione di osteoclasti maturi derivati da precursori di midollo osseo. L’esposizione a fraxin inibisce la formazione dell’anello di F-actina, struttura essenziale per l’attività di riassorbimento osseo, e diminuisce l’espressione di geni chiave dell’osteoclastogenesi come NFATc1, MMP-9 e cathepsina K.

Nei modelli murini di osteoporosi post-ovariectomia (OVX), il trattamento con fraxin ha mostrato una significativa protezione contro la perdita ossea. Le analisi con micro-CT hanno evidenziato un aumento del volume osseo trabecolare, una maggiore densità minerale e una riduzione del numero di osteoclasti attivi nei topi trattati con fraxin rispetto ai controlli.

Prospettive future e potenziale clinico

I risultati ottenuti indicano che fraxin potrebbe rappresentare una strategia terapeutica innovativa per il trattamento dell’osteoporosi e di altre patologie osteolitiche. Tuttavia, è necessario approfondire gli studi per determinare il dosaggio ottimale, la biodisponibilità e la sicurezza del composto negli esseri umani. La ricerca futura dovrebbe inoltre valutare l’efficacia di fraxin in combinazione con altri trattamenti anti-osteoporotici e il suo potenziale effetto sul metabolismo osseo globale.

Conclusione

Fraxin si afferma come un promettente candidato per il trattamento delle malattie ossee degenerative grazie alla sua capacità di inibire l’osteoclastogenesi e ridurre lo stress ossidativo. Sebbene siano necessari ulteriori studi clinici, le evidenze attuali suggeriscono che questa molecola naturale potrebbe rappresentare un nuovo approccio terapeutico per preservare la salute scheletrica.

Lo studio

Han Zhou, Pianpian Chen, Chuanyong Zhao, Siyuan Zou, Hao Wu, Chenhao Huang, Hongwei Hu, Qianmo Wu, ChunWu Zhang, Weidong Weng,
Fraxin inhibits ovariectomized-induced bone loss and osteoclastogenesis by suppressing ROS activity, International Immunopharmacology, Volume 147, 2025, 113871, ISSN 1567-5769.

Indice infiammatorio della dieta e salute ossea negli adolescenti statunitensi

La fase adolescenziale rappresenta un periodo cruciale per lo sviluppo osseo. L’acquisizione di una massa ossea ottimale riduce il rischio di fratture e osteoporosi nell’età adulta. Studi precedenti hanno dimostrato che l’infiammazione cronica a basso grado è un fattore determinante nel metabolismo osseo, influenzando il bilanciamento tra la formazione e il riassorbimento osseo. Citochine pro-infiammatorie come IL-1, IL-6 e TNF-α favoriscono la degradazione ossea attraverso l’attivazione degli osteoclasti e la soppressione dell’attività osteoblastica.

Metodologia dello studio

L’analisi ha coinvolto 8773 adolescenti tra i 12 e i 18 anni. Il DII è stato calcolato in base ai dati di richiamo alimentare, mentre la salute ossea è stata valutata attraverso la densitometria ossea (DXA) per determinare i valori di BMD e BMC a livello della colonna lombare e dello scheletro totale (escludendo il cranio). L’indagine ha suddiviso i partecipanti in quartili di DII, dal più basso (dieta meno infiammatoria) al più alto (dieta più infiammatoria).

Risultati principali

L’analisi di regressione multivariata ha rivelato una correlazione negativa tra il DII e la densità minerale apparente della colonna lombare (BMADa), con un effetto più marcato nei maschi e negli individui non di etnia afroamericana. Gli adolescenti con un DII elevato mostravano una BMADa inferiore rispetto a quelli con un DII basso. Al contrario, non è stata trovata un’associazione statisticamente significativa tra il DII e la BMD dello scheletro totale (TBLH BMD).

Implicazioni dei risultati

Questi dati suggeriscono che una dieta con alto potenziale infiammatorio possa influire negativamente sulla salute ossea, specialmente nella colonna vertebrale. L’associazione più forte nei maschi potrebbe essere dovuta a differenze ormonali e metaboliche, che rendono il metabolismo osseo maschile più sensibile agli effetti dell’infiammazione. Inoltre, il minor impatto del DII negli adolescenti afroamericani potrebbe essere attribuito a fattori genetici e strutturali che conferiscono una maggiore densità ossea rispetto ad altre etnie.

Conclusioni e prospettive future

L’evidenza di una relazione tra alimentazione infiammatoria e salute ossea negli adolescenti sottolinea l’importanza di adottare strategie nutrizionali preventive. Promuovere una dieta ricca di alimenti anti-infiammatori, come frutta, verdura, cereali integrali e grassi salutari, potrebbe contribuire a ottimizzare lo sviluppo scheletrico e ridurre il rischio di patologie ossee future. Studi longitudinali saranno necessari per confermare questi risultati e stabilire un nesso causale tra il DII e la salute ossea in età giovanile.

Lo studio

Yuanyuan Zhang, Xuejing Wang, Shiguang Huo, Li Hong, Feifei Li, The association between dietary inflammatory index and bone health in US adolescents: Analysis of the NHANES data, Bone Reports, Volume 24, 2025, 101823, ISSN 2352-1872.

L’uso dell’AI nella valutazione della BMD, una nuova frontiera diagnostica

La densità minerale ossea (BMD) è il principale parametro diagnostico per identificare e monitorare questa condizione. Tradizionalmente, la BMD viene misurata mediante densitometria ossea a raggi X (DXA) o tomografia computerizzata quantitativa (QCT). Tuttavia, recenti sviluppi nella tomografia computerizzata a doppia energia (DECT) e l’introduzione di sistemi basati su intelligenza artificiale (AI) stanno trasformando il panorama della diagnostica ossea.

Mentre la DXA e la QCT rappresentano i metodi standard, la DECT ha recentemente mostrato il potenziale per una valutazione accurata della BMD senza necessità di calibrazione periodica. L’impiego dell’AI in questo contesto potrebbe rappresentare un salto qualitativo nella diagnosi dell’osteoporosi, consentendo un’analisi automatizzata delle immagini DECT con maggiore efficienza e precisione.

Metodi

Lo studio ha incluso 120 pazienti sottoposti a scansioni DECT e QCT tra agosto e dicembre 2023. Due reti neurali convoluzionali, 3D RetinaNet e U-Net, sono state impiegate per la segmentazione automatica del corpo vertebrale e l’estrazione della BMD. L’accuratezza della misurazione è stata valutata mediante l’errore di misurazione relativa (RME%). Inoltre, sono stati effettuati analisi di regressione lineare e di Bland-Altman per confrontare i valori di BMD tra i sistemi AI e manuale rispetto alla QCT.

Risultati

L’analisi ha rivelato che il sistema AI ha ottenuto un errore medio di misurazione inferiore rispetto al metodo manuale (-15,93% ± 12,05% vs. -25,47% ± 14,83%). Inoltre, la correlazione tra i valori di BMD ottenuti con l’AI e la QCT è risultata più elevata rispetto a quella del metodo manuale (R2 = 0,973 vs. 0,948; p < 0,001). L’AI ha mostrato un’elevata accuratezza diagnostica con un’area sotto la curva (AUC) di 0,979 per la diagnosi di osteoporosi e di 0,980 per la rilevazione di una BMD ridotta.

Discussione

L’uso dell’AI per l’analisi della BMD in immagini DECT offre numerosi vantaggi rispetto ai metodi tradizionali. In primo luogo, l’AI garantisce una segmentazione vertebrale automatizzata e accurata, riducendo l’errore umano. Inoltre, il sistema AI permette di ottenere misurazioni della BMD in modo rapido e standardizzato, facilitando l’integrazione della valutazione densitometrica nelle pratiche cliniche quotidiane. Un altro vantaggio significativo è la possibilità di effettuare screening opportunistici su immagini TC acquisite per altri scopi, senza necessità di scansioni dedicate.

Tuttavia, esistono alcune limitazioni. Lo studio ha utilizzato un unico scanner TC, e la validazione su apparecchiature diverse è necessaria per garantirne la generalizzabilità. Inoltre, sebbene la correlazione tra AI e QCT sia elevata, la differenza nei valori di BMD suggerisce la necessità di calibrazioni specifiche per migliorare ulteriormente l’accuratezza delle misurazioni.

Conclusioni

I risultati di questo studio indicano che l’uso dell’AI per la misurazione della BMD nelle scansioni DECT è altamente promettente. L’elevata accuratezza diagnostica e la riduzione dell’errore rispetto al metodo manuale suggeriscono che l’AI potrebbe diventare uno strumento essenziale per lo screening e il monitoraggio dell’osteoporosi. L’implementazione di questi sistemi nelle routine cliniche potrebbe migliorare la prevenzione delle fratture e l’identificazione precoce dei pazienti a rischio, aprendo nuove prospettive per la gestione della salute ossea.

Lo studio

Yali Li, Dan Jin, Yan Zhang, Wenhuan Li, Chenyu Jiang, Ming Ni, Nianxi Liao, Huishu Yuan,
Utilizing artificial intelligence to determine bone mineral density using spectral CT,
Bone, Volume 192, 2025, 117321, ISSN 8756-3282.

Osteoporosi, il ruolo emergente della fisetina nelle nuove strategie di trattamento

L’osteoporosi è una patologia sistemica dell’osso caratterizzata da una riduzione della densità minerale e da un deterioramento della microarchitettura ossea, con conseguente aumento del rischio di fratture. In ambito scientifico, l’attenzione si è recentemente focalizzata sull’impiego di composti naturali per la prevenzione e il trattamento dell’osteoporosi, in particolare in condizioni di microgravità. Uno di questi composti, la fisetina, ha dimostrato un notevole potenziale terapeutico.

Fisetina: una molecola promettente per la salute ossea

La fisetina (3,3′,4′,7-tetraidrossiflavone) è un flavonoide naturale presente in diversi frutti e verdure, tra cui mele, fragole, uva, cipolle e cetrioli. Nota per le sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e neuroprotettive, la fisetina ha recentemente mostrato effetti positivi sulla differenziazione degli osteoblasti e sulla formazione ossea, rendendola un candidato ideale per il trattamento dell’osteoporosi.

Uno studio recente ha evidenziato che la fisetina promuove la differenziazione degli osteoblasti attraverso la regolazione del fattore di trascrizione Runt-related 2 (RUNX2) e della proteina Collagen Type I Alpha 1 (COL1A1). Questi effetti si traducono in un aumento della mineralizzazione ossea e in una maggiore resistenza della matrice extracellulare.

Effetti della fisetina sulla microgravità e sull’osteoporosi

L’osteoporosi indotta da microgravità rappresenta una delle principali problematiche per gli astronauti impegnati in missioni spaziali prolungate. Studi su modelli animali hanno dimostrato che l’esposizione a microgravità porta a una rapida perdita di massa ossea, simile a quella osservata nelle donne in post-menopausa.

Attraverso modelli sperimentali in vivo, come topi sottoposti a sospensione degli arti posteriori (HU) e topi ovariectomizzati (OVX), la fisetina ha mostrato un’azione protettiva contro la perdita ossea. I risultati ottenuti mediante micro-TC e assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA) hanno rivelato un significativo aumento della densità minerale ossea (BMD), del volume osseo trabecolare (Tb.BV/TV) e dello spessore corticale (Ct.Th) nei gruppi trattati con fisetina rispetto ai controlli non trattati.

Meccanismo d’azione della fisetina

Uno degli aspetti più innovativi di questo studio riguarda il meccanismo molecolare attraverso cui la fisetina esercita il suo effetto benefico sull’osso. La molecola agisce regolando l’espressione della chinasi CDK12, una proteina coinvolta nella fosforilazione del fattore di trascrizione RUNX2. La riduzione dell’espressione di CDK12 comporta una diminuzione della fosforilazione di RUNX2, favorendo così la trascrizione di geni osteogenici e accelerando la differenziazione degli osteoblasti.

Inoltre, l’azione della fisetina si estende alla regolazione dell’attività degli osteoclasti. Diversi studi hanno dimostrato che la fisetina inibisce la fusione cellulare e la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) indotte dal ligando RANKL, riducendo così il riassorbimento osseo.

Prospettive future e applicazioni cliniche

I risultati ottenuti suggeriscono che la fisetina potrebbe rappresentare un’opzione terapeutica promettente per il trattamento dell’osteoporosi, specialmente in contesti di perdita ossea accelerata, come la microgravità e l’osteoporosi post-menopausale. Tuttavia, ulteriori studi clinici sono necessari per confermare l’efficacia e la sicurezza del composto negli esseri umani.

La ricerca futura dovrebbe concentrarsi sull’ottimizzazione della biodisponibilità della fisetina e sulla sua possibile combinazione con altri agenti osteoprotettivi. Inoltre, l’identificazione di biomarcatori specifici potrebbe facilitare il monitoraggio della risposta al trattamento e l’individuazione di sottogruppi di pazienti che potrebbero beneficiare maggiormente di questa terapia.

Conclusione

La fisetina emerge come un agente naturale innovativo per la prevenzione e il trattamento dell’osteoporosi. I suoi effetti benefici sulla formazione ossea, unitamente alla sua capacità di inibire la degradazione ossea, la rendono un candidato ideale per studi clinici futuri. Con ulteriori ricerche, la fisetina potrebbe diventare un elemento chiave nelle strategie terapeutiche per la salute ossea, offrendo nuove speranze per i pazienti affetti da osteoporosi e per la protezione della salute degli astronauti in missione spaziale.

Lo studio

Zixiang Wu, Lifang Hu, Wenjuan Zhang, Kang Ru, Xia Xu, Shuyu Liu, Hua Liu, Yunxia Jia, Zhihao Chen, Airong Qian, Fisetin enhances osteoblast differentiation and bone formation under simulated microgravity, Acta Astronautica, Volume 228, 2025, Pages 724-739, ISSN 0094-5765.

Nuove prospettive per il trattamento dell’osteoporosi postmenopausale

L’osteoporosi postmenopausale (PMO) colpisce milioni di donne in tutto il mondo, aumentando il rischio di fratture e compromettendo la qualità della vita. Denosumab, un anticorpo monoclonale che inibisce il RANKL, è tra i trattamenti più efficaci, ma il suo costo rappresenta un ostacolo alla sua ampia diffusione. I biosimilari, come SB16, offrono un’opzione terapeutica economicamente più sostenibile, purché dimostrino equivalenza in termini di efficacia, sicurezza e immunogenicità rispetto al farmaco originale.

Un recente studio di fase III ha valutato SB16 rispetto a denosumab per un periodo di 18 mesi, coinvolgendo 457 donne con osteoporosi postmenopausale. Dopo 12 mesi di trattamento, le partecipanti che assumevano denosumab sono state randomizzate per continuare con il farmaco originario o passare a SB16, mentre le pazienti trattate con SB16 hanno continuato lo stesso regime terapeutico.

Risultati principali

Efficacia

L’aumento della densità minerale ossea (BMD) alla colonna lombare, all’anca totale e al collo del femore è risultato comparabile tra i gruppi di trattamento. In particolare:

  • L’incremento della BMD alla colonna lombare è stato del 6,8% nel gruppo SB16-SB16, del 6,2% nel gruppo Denosumab-SB16 e del 6,8% nel gruppo Denosumab-Denosumab.
  • Per l’anca totale, la variazione della BMD è stata rispettivamente del 4,4%, 3,5% e 4,0%.
  • Al collo del femore, l’incremento è stato del 3,4%, 3,1% e 2,7%.

Questi dati confermano che SB16 è equivalente a denosumab in termini di efficacia, sia nelle pazienti che lo hanno assunto sin dall’inizio, sia in coloro che sono passate da denosumab a SB16.

Sicurezza e tollerabilità

Il profilo di sicurezza di SB16 si è dimostrato sovrapponibile a quello di denosumab. Gli eventi avversi più comuni sono stati lievi o moderati, con un’incidenza simile tra i gruppi. Solo un caso di sviluppo di anticorpi anti-farmaco è stato osservato nel gruppo Denosumab-SB16, senza effetti clinicamente rilevanti. Nessun caso di osteonecrosi della mandibola o fratture atipiche del femore è stato riportato.

Farmacodinamica e immunogenicità

Le analisi hanno evidenziato una soppressione efficace del turnover osseo, con riduzioni comparabili dei livelli sierici di CTX e P1NP nei tre gruppi di trattamento. La risposta farmacocinetica e l’immunogenicità di SB16 sono risultate simili a quelle di denosumab, con un rischio molto basso di sviluppo di anticorpi neutralizzanti.

Implicazioni cliniche

L’introduzione di SB16 rappresenta una svolta significativa nella gestione dell’osteoporosi postmenopausale. La disponibilità di un biosimilare efficace e sicuro può migliorare l’accesso delle pazienti al trattamento, riducendo i costi e garantendo una maggiore aderenza terapeutica. La possibilità di passare da denosumab a SB16 senza perdita di efficacia o aumento degli eventi avversi rafforza ulteriormente la validità di questa opzione terapeutica.

Conclusioni

I risultati dello studio confermano che SB16 è un’alternativa valida e sicura a denosumab per il trattamento dell’osteoporosi postmenopausale. L’equivalenza dimostrata in termini di efficacia, sicurezza e immunogenicità lo rende una scelta strategica per la gestione di questa patologia, con potenziali benefici economici e clinici per pazienti e sistemi sanitari.

Lo studio

Yoon-Sok Chung, Bente Langdahl, Rafal Plebanski, Edward Czerwinski, Eva Dokoupilova, Jerzy Supronik, Jan Rosa, Andrzej Mydlak, Rafal Sapula, Anna Rowińska-Osuch, Ki-Hyun Baek, Audrone Urboniene, Robert Mordaka, Sohui Ahn, Young Hee Rho, Jisuk Ban, Richard Eastell, SB16 versus reference denosumab in postmenopausal women with osteoporosis: 18-month outcomes of a phase III randomized clinical trial, Bone, Volume 192, 2025,
117371, ISSN 8756-3282.

Implicazioni cliniche tra fragilità e osteoporosi senile

L’invecchiamento demografico è uno dei fenomeni più significativi del XXI secolo, accompagnato da un aumento delle malattie croniche e delle condizioni legate all’età avanzata. Tra queste, l’osteoporosi senile (SOP) rappresenta un problema di salute pubblica globale, caratterizzato da una perdita di massa ossea e da una fragilità strutturale che aumenta il rischio di fratture. La fragilità, definita come una condizione clinica complessa che riduce la capacità fisiologica di diversi sistemi corporei, è spesso associata all’osteoporosi senile, creando un circolo vizioso di declino fisico e funzionale.

Metodologia dello studio

Uno studio sistematico e una meta-analisi recentemente pubblicati hanno analizzato 18 studi per un totale di 9.664 pazienti. La ricerca ha incluso dati provenienti da diverse banche dati (come PubMed, Cochrane Library ed Embase) fino a giugno 2023, utilizzando criteri di inclusione rigorosi per garantire l’affidabilità dei risultati. Gli strumenti di valutazione della fragilità includevano scale validate, come il Fried Frailty Phenotype (FP), i criteri J-CHS e la scala FRAIL.

Risultati principali

L’analisi ha evidenziato che la prevalenza media di fragilità tra i pazienti con osteoporosi senile è del 37,8%. Tuttavia, il dato varia significativamente in base a fattori demografici e metodologici:

  • Età: la fragilità è più comune nei pazienti di età compresa tra 60 e 74 anni (47,4%) rispetto a quelli di età pari o superiore a 75 anni (33,3%). Questa discrepanza potrebbe essere spiegata da un bias di sopravvivenza selettiva, dove i pazienti più anziani e meno sani non partecipano agli studi.
  • Sesso: le donne mostrano una prevalenza di fragilità più elevata (27,7%) rispetto agli uomini (12,3%), a causa di fattori ormonali e di una maggiore perdita di massa ossea post-menopausale.
  • Paesi sviluppati vs. in via di sviluppo: nei Paesi in via di sviluppo, la fragilità raggiunge il 42,3%, rispetto al 23,2% nei Paesi sviluppati, probabilmente a causa di disparità nell’accesso alle cure sanitarie.
  • Strumenti di valutazione: la scala FRAIL ha riportato il tasso di prevalenza più elevato (47,2%), suggerendo che gli strumenti utilizzati possano influenzare significativamente i risultati.

Discussione

I risultati dello studio sottolineano una forte correlazione tra fragilità e osteoporosi senile, enfatizzando l’importanza di identificare precocemente i pazienti a rischio. La fragilità non è solo un predittore di fratture e disabilità, ma è anche associata a un aumento dei costi sanitari e a una riduzione della qualità della vita.

La maggiore prevalenza nelle donne riflette il ruolo centrale degli estrogeni nel mantenimento della salute ossea, mentre le disparità geografiche evidenziano l’urgenza di migliorare i sistemi sanitari nei Paesi a basso e medio reddito. Inoltre, l’aumento della prevalenza di fragilità dopo il 2015 (47,4%) potrebbe essere attribuito a un miglioramento degli strumenti diagnostici e a una maggiore consapevolezza clinica.

Implicazioni cliniche e raccomandazioni

Gli operatori sanitari devono adottare strategie mirate per la gestione della fragilità nei pazienti con osteoporosi senile, che includano:

  1. Screening precoce: implementare strumenti come la scala FRAIL per identificare tempestivamente i pazienti a rischio.
  2. Interventi personalizzati: sviluppare programmi di esercizio fisico e nutrizionali per migliorare la densità ossea e la forza muscolare.
  3. Supporto nei Paesi in via di sviluppo: promuovere l’accesso a cure di qualità attraverso politiche sanitarie e programmi educativi.
  4. Monitoraggio continuo: integrare la valutazione della fragilità nei programmi di gestione delle malattie croniche per prevenire esiti negativi.

La fragilità rappresenta una condizione diffusa e complessa nei pazienti con osteoporosi senile, richiedendo un approccio multidisciplinare per la prevenzione e la gestione. Investire in strumenti diagnostici efficaci e in interventi precoci può contribuire significativamente a migliorare la qualità della vita della popolazione anziana, riducendo al contempo il carico economico sui sistemi sanitari globali.

Lo studio

Yidie Hu, Huiqiong Xu, Wenting Ji, Jing Yang, Hang Li, Kexin Li, Li Zhang, Chaoming Hou, Jing Gao, Prevalence of frailty in senile osteoporosis: A systematic review and meta-analysis, Archives of Gerontology and Geriatrics, Volume 130, 2025, 105718, ISSN 0167-4943.

 

Inquinamento atmosferico, fattore di rischio per l’osteoporosi?

Con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dell’aspettativa di vita, il numero di persone affette da osteoporosi è in costante crescita. Le cause dell’osteoporosi sono multifattoriali e includono fattori genetici, età, sesso, dieta, stili di vita e condizioni mediche. Tuttavia, negli ultimi anni, l’esposizione a inquinanti atmosferici è stata identificata come un potenziale nuovo fattore di rischio per la salute delle ossa.

Il ruolo degli inquinanti atmosferici

L’esposizione prolungata a inquinanti atmosferici, in particolare al particolato fine (PM2.5), al biossido di zolfo (SO2) e all’ozono (O3), è stata associata a una riduzione della densità minerale ossea (BMD) e a un aumento del rischio di fratture osteoporotiche. Questi effetti sembrano essere mediati da diversi meccanismi biologici:

  1. Danno ossidativo e infiammazione: l’inalazione di particelle fini può indurre stress ossidativo e infiammazione sistemica, che a loro volta possono alterare il metabolismo osseo.
  2. Accumulo di metalli pesanti: alcuni metalli presenti nelle particelle inquinanti possono accumularsi nel tessuto osseo, interferendo con i processi di rimodellamento osseo.
  3. Disregolazione endocrina: alcuni inquinanti agiscono come distruttori endocrini, alterando l’equilibrio ormonale necessario per la formazione e il mantenimento della massa ossea.

Popolazioni a rischio

Le evidenze suggeriscono che alcune categorie di persone siano particolarmente vulnerabili agli effetti dell’inquinamento atmosferico sull’osteoporosi:

  • Donne: diversi studi hanno evidenziato una maggiore associazione tra esposizione agli inquinanti e riduzione della BMD nelle donne, probabilmente a causa delle variazioni ormonali legate alla menopausa.
  • Anziani: sebbene i dati siano eterogenei, le persone di età superiore ai 60 anni sembrano essere a maggior rischio di fratture correlate all’esposizione a inquinanti.
  • Persone con indice di massa corporea elevato: alcuni studi hanno indicato un rischio maggiore per individui con BMI superiore a 25, suggerendo una possibile interazione tra obesità e sensibilità agli inquinanti.
  • Residenti in aree urbane: l’esposizione cronica all’inquinamento è più elevata in contesti urbani rispetto a quelli rurali, rendendo gli abitanti delle città più suscettibili ai danni da inquinamento.

Evidenze epidemiologiche

Una revisione narrativa condotta su nove studi epidemiologici ha confermato il legame tra inquinamento atmosferico e salute ossea. I risultati più significativi includono:

  • Particolato fine (PM2.5): La maggior parte degli studi ha trovato un’associazione tra l’esposizione a lungo termine al PM2.5 e una maggiore incidenza di osteoporosi e fratture correlate.
  • Biossido di zolfo (SO2) e ozono (O3): Questi inquinanti sono stati collegati a un aumento delle ospedalizzazioni per fratture osteoporotiche, anche se i risultati sono meno consistenti rispetto al PM2.5.

Implicazioni per la salute pubblica

Con oltre 200 milioni di persone colpite da osteoporosi nel mondo, le implicazioni del legame tra inquinamento atmosferico e salute ossea sono enormi. Le politiche di mitigazione dell’inquinamento potrebbero avere un impatto positivo non solo sulla salute respiratoria e cardiovascolare, ma anche sulla prevenzione delle malattie muscolo-scheletriche.

Prospettive future

Per migliorare la comprensione di questo fenomeno, sono necessari studi epidemiologici più ampi e diversificati, che tengano conto di:

  1. Disegni di studio più robusti: i dati provenienti da coorti prospettiche consentirebbero di stabilire relazioni causali più solide rispetto agli studi trasversali o retrospettivi.
  2. Popolazioni di studio più rappresentative: espandere la ricerca a regioni meno studiate potrebbe migliorare la generalizzabilità dei risultati.
  3. Modelli analitici avanzati: approcci statistici innovativi potrebbero identificare meglio i modificatori di effetto e le popolazioni a rischio.

In conclusione, possiamo sostenere che l’inquinamento atmosferico rappresenta una nuova sfida per la salute pubblica in relazione all’osteoporosi. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per confermare le evidenze e identificare le strategie di intervento più efficaci, è chiaro che affrontare l’inquinamento atmosferico non è solo una questione ambientale, ma anche una priorità per la salute globale. La collaborazione tra esperti di salute pubblica, ricercatori e politici è fondamentale per sviluppare azioni mirate che riducano l’onere di questa patologia silente.

Lo studio

Lee, H., Kim, Y., Ahn, S. et al. Association Between Air Pollution and Osteoporosis with High-Risk Populations: A Narrative ReviewCurr Osteoporos Rep 23, 4 (2025).

Microbiota intestinale e osteoporosi, una nuova frontiera nella salute ossea

L’osteoporosi rappresenta una delle principali malattie metaboliche dell’osso, con un impatto significativo sulla qualità della vita e sui costi sanitari globali. Recentemente, il microbiota intestinale (GM) è emerso come un importante mediatore nella regolazione del metabolismo osseo. Il GM, considerato un “organo endocrino” virtuale, è composto da trilioni di microrganismi che interagiscono con il sistema immunitario, endocrino e metabolico.

Studi preclinici e clinici hanno rivelato che alterazioni nella composizione e nella funzione del microbiota sono associate a cambiamenti nella densità minerale ossea (BMD) e nella qualità strutturale dell’osso.

Invecchiamento, microbiota e osteoporosi

Con l’avanzare dell’età, il microbiota intestinale subisce cambiamenti significativi, inclusa una riduzione della diversità microbica e un aumento della permeabilità intestinale. Studi sugli esseri umani e su modelli animali hanno dimostrato che l’invecchiamento è associato a una diminuzione di specie benefiche come Faecalibacterium prausnitzii e Lactobacillus, e a un aumento di batteri pro-infiammatori.

Nei roditori anziani, le alterazioni del microbiota sono correlate a una riduzione della BMD e a un peggioramento della microarchitettura ossea. Allo stesso modo, negli anziani umani, l’abbondanza di specie come Bacteroides sembra influenzare negativamente la densità ossea.

Metaboliti del microbiota e metabolismo osseo

I metaboliti prodotti dal microbiota, come gli acidi grassi a catena corta (SCFA) e gli acidi biliari, svolgono un ruolo cruciale nella regolazione ossea. Gli SCFA, derivati dalla fermentazione delle fibre alimentari, promuovono la formazione ossea attraverso l’attivazione delle cellule osteoblastiche e la riduzione dell’infiammazione sistemica. Inoltre, gli acidi biliari secondari regolano la differenziazione degli osteoclasti, influenzando il riassorbimento osseo.

Interventi sul Microbiota per Migliorare la Salute Ossea

Probiotici e Prebiotici

L’integrazione di probiotici e prebiotici ha dimostrato effetti positivi sulla salute ossea. Studi clinici hanno evidenziato che il Lactobacillus reuteri riduce la perdita ossea in donne in post-menopausa. I prebiotici, come i galatto-oligosaccaridi, favoriscono la crescita di batteri benefici, migliorando l’assorbimento di calcio e magnesio.

Trapianto di Microbiota Fecale (FMT)

Il trapianto di microbiota fecale da donatori sani è stato utilizzato con successo in modelli animali per invertire la perdita ossea. Ad esempio, il trasferimento di microbiota da giovani a topi anziani ha migliorato la BMD, suggerendo un potenziale uso clinico dell’FMT per trattare l’osteoporosi.

Prospettive future

Nonostante i progressi, restano alcune sfide. Gli studi clinici sull’uomo sono ancora limitati e è necessaria una migliore comprensione dei meccanismi molecolari sottostanti. Inoltre, l’identificazione di specifici ceppi batterici con effetti benefici sulla salute ossea potrebbe portare allo sviluppo di terapie personalizzate.

Il microbiota intestinale rappresenta una promettente area di ricerca per il trattamento e la prevenzione dell’osteoporosi. Attraverso la modulazione del microbiota e dei suoi metaboliti, è possibile influenzare positivamente il metabolismo osseo, aprendo la strada a nuove strategie terapeutiche. Tuttavia, la transizione dalle evidenze precliniche alla pratica clinica richiederà ulteriori studi rigorosi e multidisciplinari.

Le future ricerche dovrebbero anche esplorare il ruolo del microbiota in condizioni complesse, come l’osteosarcopenia e l’osteoporosi secondaria a patologie croniche.

Lo studio

Zheng, X. Q., Wang, D. B., Jiang, Y. R., & Song, C. L. (2024). Gut microbiota and microbial metabolites for osteoporosisGut Microbes17(1).