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Osteoporosi e menopausa: le raccomandazioni aggiornate della North American Menopause Society

L’osteoporosi è una condizione cronica e progressiva, che richiede una terapia a vita. Una corretta valutazione dei rischi di frattura e dei provvedimenti da mettere in atto, inclusi stile di vita e farmaci appropriati, può massimizzare la qualità della vita della persona. Dal momento che l’osteoporosi colpisce molte donne in menopausa, è importante che coloro che le hanno in cura conoscano le migliori pratiche da applicare ai casi specifici. A questo scopo, la North American Menopause Society (NAMS) ha incaricato un gruppo di medici esperti in malattie del metabolismo osseo e/o di salute della donna per aggiornare la dichiarazione di posizione del 2010. L’aggiornamento si basa su prove fornite da trial clinici e, ove questo non era possibile, sulle migliori pratiche cliniche, come valutato dal gruppo di professionisti.

Raccomandazioni per la prevenzione dell’osteoporosi nelle donne in menopausa

La prevenzione è l’arma più efficace per evitare le conseguenze più gravi dell’osteoporosi. Il NAMS raccomanda che i medici incoraggino tutte le donne in menopausa ad assumere uno stile di vita che riduca il rischio di perdita ossea:

  • avere una dieta bilanciata che consenta di assumere adeguate dosi di calcio e vitamina D. Secondo l’IOM (Institute Of Medicine), per le donne sopra i 50 anni l’assunzione giornaliera di calcio dovrebbe essere pari a 1000-1200 mg e quella di vitamina D pari a circa 400-600 IU (800 IU sopra i 70 anni). Gli integratori sono raccomandati solo laddove non è possibile raggiungere queste dosi tramite l’alimentazione;
  • svolgere attività fisica regolarmente;
  • mantenere il peso forma;
  • evitare il fumo (che incrementa il rischio di fratture del 30%) e l’assunzione eccessiva di alcol;
  • usare misure per evitare cadute, soprattutto nelle donne più anziane e con mobilità ridotta.

È importante anche la prevenzione secondaria: annualmente, il medico dovrebbe misurare altezza e peso corporeo, cifosi, dolore cronico alla schiena e rischi clinici per osteoporosi, fratture e cadute. Il professionista dovrebbe anche valutare la BMD (bone mass density) in tutte le donne che presentano almeno uno di questi fattori:

Si può valutare di misurare la BMD anche in donne molto magre (più leggere di 57,7 kg o con BMI inferiore ai 21 kg/m2), fumatrici o che assumono troppo alcol, assunzione discontinua di estrogeni con altri fattori di rischio per fratture, assunzione di farmaci che predispongono a perdita di massa ossea o con storia di fratture in famiglia.

 

Raccomandazioni per la valutazione clinica per l’osteoporosi nelle donne post-menopausa

Il NAMS indica il DXA come tecnica di indagine preferenziale. Non è raccomandato l’uso routinario di marcatori biochimici per il turnover osseo. I parametri per la diagnosi sono da individuarsi nel T-score a livello di spina lombare, collo del femore e anca:

  • T-score superiore a -1,0: normale;
  • tra -1,0 e -2,5: osteopenia (ridotta massa ossea);
  • inferiore a -2,5: osteoporosi.

Prima dei trattamenti per osteoporosi, per indagare possibili cause secondarie di osteopenia può essere utile anche eseguire esami del sangue (in particolare, conta completa delle cellule del sangue, calcio, albumina, fosfati, fosfatasi e creatinina).

Secondo il NAMS, l’imaging vertebrale è appropriato nelle donne dai 70 anni in su o in coloro che presentano una riduzione dell’altezza (HHL, historical height loss, calcolata come la differenza tra la maggiore altezza ricordata dalla paziente e quella attuale) superiore ai 3,8 cm.

Raccomandazioni per prevenzione farmacologica dell’osteoporosi nelle donne in menopausa

In ogni caso è consigliata un’attenta valutazione della storia medica della donna e l’intervento sulla dieta affinché sia corretta e fornisca la giusta dose di calcio e vitamina D. Il follow-up consentirà di rimodulare la terapia (che dovrà essere a vita) ove necessario.

Il NAMS raccomanda l’uso di farmaci per la prevenzione dell’osteoporosi in pazienti:

  • che presentano T-score inferiore a -1,0 e una rapida perdita di massa ossea (causata ad esempio da una deficienza di estrogeni o l’interruzione di terapia ormonale sostitutiva);
  • che presentano T-score inferiore a -1,0 e altri fattori di rischio (come una storia familiare di osteoporosi). In questo caso sono consigliati i bisfosfonati;
  • la cui menopausa è prematura.

Nelle donne più giovani e in salute, soprattutto in quelle che presentano sintomi vasomotori, è raccomandata una terapia di estrogeni più progesterone o più bazedoxifene (o solo estrogeni nelle donne prive di utero). Dove gli estrogeni sono controindicati, il NAMS consiglia di preferire i bisfosfonati. Il raloxifene è indicato nelle donne a rischio di sviluppare cancro al seno e con sintomi vasomotori poco frequenti.

Raccomandazioni per il trattamento dell’osteoporosi

Tutti i farmaci approvati per l’osteoporosi hanno dimostrato di ridurre il rischio di fratture. Generalmente non è raccomandato assumere più farmaci differenti allo stesso tempo, mentre in alcuni casi le terapie sequenziali possono essere di aiuto in alcuni casi.

Il NAMS raccomanda il trattamento dell’osteoporosi con farmaci nelle donne in menopausa che:

  • hanno avuto fratture all’anca o vertebrali;
  • presentano T-score inferiori a -2,5 a livello di anca, spina lombare o collo del femore;
  • hanno T-score superiori a -1,0 ma inferiori a -2,5 e una storia di fratture (esclusi a viso, piedi e mani) o un aumentato rischio di presentare fratture.

La terapia ottimale varia da caso a caso, in base a BMD e rischio di frattura. Nelle donne con rischio di frattura moderato si consiglia una terapia iniziale di bisfosfonati (soprattutto se in ottime condizioni renali) o raloxifene (soprattutto nelle donne ad alto rischio di cancro al seno e a basso rischio di frattura all’anca, ictus e tromboembolie venose). Se il rischio è alto, si raccomandano bisfosfonati o denosumab. Nelle donne ad altissimo rischio di frattura (ad esempio con fratture recenti, con molteplici fattori di rischio o con T-score inferiore a -3,0) è bene considerare terapie osteoanaboliche.

L’efficacia va sempre valutata tramite follow-up; se risulta subottimale occorre capirne i motivi. È consigliato cambiare terapia se non porta a miglioramenti entro pochi mesi o se dà effetti avversi non gestibili. Il trattamento deve essere continuato anche se il T-score supera il valore di -2,5, per cui il medico ha il compito di incoraggiare la paziente ad aderire alla terapia.

 

Fonte:

Management of osteoporosis in postmenopausal women: the 2021 position statement of The North American Menopause Society. Menopause. 2021 Sep 1;28(9):973-997. doi: 10.1097/GME.0000000000001831. PMID: 34448749.

 

Displasie scheletriche monogeniche: come scoprire e individuare nuove terapie

Le malattie genetiche a carico dell’osso, e in particolare quelle monogeniche, sono rare, ma complessivamente risultano molto rilevanti clinicamente, in quanto colpiscono circa 1 bambino su 5mila. Ciononostante, sono ancora poco conosciute e comprese. Quindi, è importante studiarle, per poterle diagnosticare e trattare e per conoscerne gli impatti. Inoltre, queste ricerche possono condurre ad avanzamenti scientifici di cui si potrebbe beneficiare anche in altre patologie ossee, ad esempio nel caso dell’osteoporosi. Il progetto GEMSTONE (GEnomics of MuscoSkeletal traits TranslatiOnal NEtwork) ha unito professionisti di diversi campi per tradurre le scoperte genetiche in applicazioni cliniche. Il gruppo 3 si è occupato di riassumere le displasie genetiche monogeniche ora conosciute e i metodi per identificarne di nuove e sviluppare nuove terapie.

Le displasie scheletriche

Attualmente conosciamo oltre 460 tipi di displasie scheletriche, che aumentano o diminuiscono la massa ossea. La maggior parte di queste patologie è monogenica: deriva da mutazioni nei geni che regolano la composizione e la funzione di proteine essenziali in:

Le displasie scheletriche possono avere diversi effetti, da un rischio di frattura leggermente aumentato fino alla morte neonatale. Per alcuni tipi di questi disturbi ancora non conosciamo la causa, per cui la diagnosi è particolarmente complessa e i trattamenti potrebbero essere migliorati. Inoltre, sembra essere necessario modificare le nostre conoscenze su malattie più note.

La displasia scheletrica più conosciuta è l’osteogenesi imperfetta, caratterizzata da una bassa massa ossea che rende le ossa della persona deformi e più propense alle fratture, e da problemi extrascheletrici (lassità della pelle e delle articolazioni, sclere bluastre, problemi dentali e deficit uditivi). A causarla sono circa 20 diversi tipi di problemi genetici che alterano quantità o qualità del collagene di tipo I, ma i meccanismi che potrebbero influenzare questa proteina risultano essere più di quelli che conosciamo, per cui potrebbero essere necessarie revisioni della classificazione di questa malattia. Inoltre, alcune forme di osteogenesi imperfetta sono poco note e potrebbero essere confuse con osteoporosi primaria

Diagnosticare le displasie genetiche monogeniche: l’anamnesi

È importante prestare molta attenzione al fenotipo a causa dello spettro di patologie della massa ossea. La diagnosi clinica, infatti, restringe molto il campo. Quindi, un’anamnesi dettagliata è essenziale: in presenza di sospette malattie ossee rare, è bene soffermarsi su:

  • crescita e sviluppo;
  • salute dentale;
  • sintomi a carico dello scheletro ed extrascheletrici;
  • malattie e trattamenti precedenti;
  • storia familiare delle patologie;
  • storia delle fratture subite dal soggetto (con età alla frattura, meccanismo, tipo e sito della frattura, trattamento e tempo necessario per la guarigione);
  • ridotta mobilità e altri fattori legati allo stile di vita.

È fondamentale anche effettuare visite mediche frequentemente, prestando attenzione a sintomi scheletrici ed extrascheletrici che potrebbero aiutare nella diagnosi di specifici tipi di malattie ossee (come i segni dell’osteogenesi imperfetta) o che potrebbero indicare la presenza di malattie secondarie (come sindrome di Cushing, disturbi tiroidei o malnutrizione).

Diagnosticare le displasie genetiche monogeniche: gli esami di laboratorio

A seconda del caso, gli esami di laboratorio dovrebbero includere analisi utili a indagare l’omeostasi calcio-fosforo ed escludere cause secondarie di osteoporosi. Possono essere utili analisi quali:

Sono di supporto anche i test di imaging (radiografie, tomografia computerizzata, risonanza magnetica, scintigrafia ossea con radionuclidi) e l’analisi della BMD con densitometria ossea, soprattutto se ripetuta nel tempo. In alcuni casi può essere utile una biopsia ossea transiliaca, ma occorre un istopatologo molto esperto di ossa per una diagnosi corretta.

In seguito a una biopsia ossea (o, dove non sia possibile, dei fibroblasti cutanei) è possibile effettuare:

  • esami istologici;
  • esami istomorfometrici;
  • back-scattering electron imaging;
  • microspettroscopia di Raman;
  • tecniche di immunoistochimica;
  • colture delle cellule mesenchimali e/o degli osteoblasti.

Diagnosticare le displasie genetiche monogeniche: le analisi genetiche

In alcuni casi è applicabile la tecnica di Sanger, altrimenti sono disponibili sempre più numerosi gene panel sequencing tool. Per interpretare correttamente i dati, i ricercatori consigliano di consultare le linee guida dell’ACMG (American College of Medical Genetics and Genomics). Il sequenziamento di tutto il genoma (WES) o di tutto l’esoma (WGS) consente di individuare nuove varianti, ma è necessario filtrarle; a questo scopo sono utili le indicazioni dell’ACMG e strumenti come SIFT e CADD. I dati potranno essere caricati su GeneMatcher. È possibile integrare le informazioni a partire dal Muscoskeletal Knowledge Portal e dall’IMPC.

Un altro metodo utile di indagine è quello dell’RNA-seq.

Diagnosticare le displasie genetiche monogeniche: le analisi in vitro e in vivo

Per ottenere buoni risultati è bene selezionare le giuste colture cellulari: la scelta deve essere individuata a seconda del singolo caso (variante genetica, modello di ereditarietà genetica, livelli di espressione genica, funzione della proteina associata). Tra i migliori modelli animali, i topi rappresentano il gold standard, ma sembra che i pesci zebra (Danio rerio) potrebbero rappresentare un’ottima alternativa. Secondo gli autori dello studio, sfruttare tecniche in vitro e in vivo contemporaneamente e in modo coordinato con altri ricercatori potrebbe accelerare la scoperta di nuovi trattamenti, applicabili non soltanto a displasie genetiche ma anche ad altre patologie più comuni.

Fonte:

Formosa MM, Bergen DJM, Gregson CL, et al. A Roadmap to Gene Discoveries and Novel Therapies in Monogenic Low and High Bone Mass Disorders. Front Endocrinol (Lausanne). 2021;12:709711. Published 2021 Aug 13. doi:10.3389/fendo.2021.709711

Alendronato effervescente: nuova formulazione per una nuova aderenza alla terapia

Recentemente è stata proposta per l’Alendronato una nuova formulazione di 70 mg in soluzione tamponata effervescente che, sulla base di recenti evidenze, sembrerebbe aiutare a contrastare gli eventi avversi delle altre forme farmaceutiche, permettendo alle donne affette da osteoporosi di portare avanti in maniera continuativa la terapia prescritta. Uno studio condotto in Italia mostrerebbe inoltre come questa nuova formulazione si accompagnerebbe anche ad un migliore bilanciamento nel rapporto costo-efficacia.

L’annoso problema dell’aderenza alla terapia con Alendronato

L’osteoporosi è caratterizzata da una bassa densità minerale ossea (Bone Mineral Density, BMD) che, secondo le ultime indicazioni provenienti dalla WHO, si riduce di circa 2,5 deviazioni standard rispetto a donne giovani e in salute. I trattamenti di questa patologia prevedono l’assunzione regolare di bisfosfonati, tra i quali troviamo l’Alendronato.

La forma farmaceutica più diffusa di questo farmaco è quella di compresse da 70 mg, che va assunta una volta alla settimana e riduce il rischio di fratture in maniera consistente. Purtroppo, gli effetti collaterali che spesso si accompagnano a questa terapia sono importanti e si localizzano a livello del tratto gastrointestinale, provocando nausea, reflusso gastrico e dolori acuti. Questa condizione porta in molti alla diminuzione dell’aderenza alla terapia da parte dei pazienti nel giro di un anno, compromettendo l’efficacia della terapia.

Cambio di rotta, Alendronato effervescente

Con l’avvento della nuova formulazione in soluzione tamponata effervescente, sembrerebbe che molti dei problemi relativi alla formulazione in compresse siano stati superati. Uno studio condotto dal gruppo di Giusti mostra come l’utilizzo di questa nuova forma farmaceutica abbia portato ad una aderenza alla terapia molto più alta rispetto alle pazienti trattate con compresse. Nel corso dello studio, circa il 91% dei partecipanti del gruppo con formulazione effervescente rispetto al 75% di quelle che hanno assunto la formulazione in compresse dopo un periodo di 6 mesi e tale differenza si è mantenuta più o meno simile fino alla fine del periodo dello studio (12 mesi).

Questo fenomeno potrebbe essere ricondotto alle caratteristiche intrinseche della nuova formulazione. La forma effervescente, infatti, aiuterebbe a minimizzare l’esposizione della mucosa alla forma solida dell’Alendronato che solitamente non supera i 30 minuti dopo l’assunzione del farmaco. Al contrario invece, la forma in capsule permette di liberare per più tempo l’Alendronato in forma libera, cosa altamente irritante per lo stomaco e che porta ad episodi acuti di reflusso esofageo.

Benefici importanti anche sul versante costo-efficacia

La mancata aderenza alla terapia con Alendronato si traduce con un aumento del rischio di fratture per le donne affette da osteoporosi, cosa che comporta anche un pesante onere per il sistema sanitario nazionale che deve gestire tutti i costi del paziente che ha subito la frattura. Si stima che nell’area di soli sei paesi europei (Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Spagna e Svezia) il costo di questa gestione ammonti a circa 37,5 miliardi di euro all’anno.

Alla luce di questo rilevamento, è stata condotta in Italia un’analisi della durata di 1 e 3 anni per determinare il rapporto costo-efficacia del trattamento delle pazienti con osteoporosi trattate con Alendronato effervescente rispetto ad altre strategie terapeutiche (Alendronato in capsule, acido zolendronico, denosumab e nessuna terapia).

I criteri adottati per la valutazione hanno mostrato come la formulazione effervescente abbiamo portato un miglioramento del rapporto costo-efficacia rispetto alle altre strategie, nonostante il costo sia maggiore rispetto alla sua controparte in capsule.

Un approccio che pone il paziente al centro della strategia terapeutica

I risultati illustrati fino a questo momento mettono in luce come in questo caso sia avvenuto un cambiamento nel paradigma del trattamento dell’osteoporosi, passando dalla mera adozione del trattamento più convenzionale all’ascolto dei bisogni del diretto interessato, ovvero il paziente. Questo cambiamento ha portato a perfezionare la forma farmaceutica per adattarla alle sue necessità, permettendogli di proseguire il suo percorso terapeutico e dimostrando così che la strategia migliore è sempre quella di rimuovere gli ostacoli, piuttosto che crearne di nuovi.

 

Fonti:

Giusti A, Bianchi G, Barone A, Black DM. A novel effervescent formulation of oral weekly alendronate (70 mg) improves persistence compared to alendronate tablets in post-menopausal women with osteoporosis. Aging Clin Exp Res. 2021 Jan 15. doi: 10.1007/s40520-020-01777-9. Epub ahead of print. PMID: 33449337.

Hiligsmann M, Maggi S, Veronese N, Sartori L, Reginster JY. Cost-effectiveness of buffered soluble alendronate 70 mg effervescent tablet for the treatment of postmenopausal women with osteoporosis in Italy. Osteoporos Int. 2021 Jan 14. doi: 10.1007/s00198-020-05802-5. Epub ahead of print. PMID: 33443610.

Artrite reumatoide: il trattamento COBRA attenuato è efficace quanto la terapia COBRA e ha effetti avversi ridotti

Tra i trattamenti per l’artrite reumatoide, la terapia COBRA è tra le più efficaci; per limitarne gli effetti avversi, negli ultimi anni è stata valutata una terapia COBRA attenuata, che prevede dosi diverse dei farmaci. La terapia COBRA light risulta trattare con efficacia l’artrite reumatoide dando meno effetti negativi rispetto alla terapia COBRA.

Trattamenti per l’artrite reumatoide

L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune cronica che può diventare disabilitante. I trattamenti sono più efficaci quanto prima vengono iniziati, per cui è importante diagnosticare la malattia precocemente. Si parla di Early RA, artrite reumatoide all’esordio, entro l’anno dall’inizio della malattia. Attualmente, i farmaci più efficaci risultano essere naproxen, prednisolone e prednisone, ma non sono esenti da effetti avversi. Quindi, la ricerca spinge per trovare soluzioni alternative, come per trattamenti anti-interleuchine e inibitori delle Jak, o per ottimizzare le terapie esistenti. Ad esempio, studi recenti hanno indagato la possibilità di attenuare il trattamento COBRA per limitare gli effetti avversi da corticosteroidi, che includono problemi gastrointestinali e osteoporosi.

Terapia COBRA e COBRA light per l’artrite reumatoide

La terapia COBRA (COmbinatietherapie Bij Reumatoide Artritis) prevede la somministrazione di 7,5 mg di metotrexato al giorno e 2 grammi di sulfasalazina al giorno e, inizialmente, 6 mg al giorno di prednisolone. Questo trattamento è efficace, poiché riduce i danni a livello articolare e migliora la performance fisica dei pazienti, tuttavia vi sono effetti avversi legati all’assunzione di elevate dosi di prednisolone e delle possibili interazioni fra sulfasalazina e metotrexato.

Gli effetti collaterali derivanti dai glucocorticoidi sono dose-dipendenti. Recentemente, quindi, è stata studiata una nuova terapia “attenuata”, detta COBRA light, in cui si somministrano 25 mg di metotrexato e, all’inizio, 30 mg al giorno di prednisolone.

La ricerca

Lo studio follow-up di quattro anni di Lucassen e colleghi, pubblicato nel gennaio del 2021 su Osteoporosis International, ha indagato la densità minerale ossea (BMD) di 155 pazienti con artrite reumatoide agli esordi che assumevano il trattamento COBRA oppure il trattamento COBRA light. Dopo un anno, il trattamento antireumatico era a discrezione del reumatologo del singolo paziente. Il gruppo di ricerca ha misurato la BMD dei pazienti all’inizio della terapia e poi a uno, due e quattro anni di distanza. A questo scopo ha sfruttato la assorbimetria a raggi X a doppia energia.

La terapia COBRA è risultata associata a un decremento nella BMD pari all’1,7% nell’anca, al 3,0% nel collo del femore e all’1% nella spina lombare. La terapia COBRA light si è associata a decrementi lievemente maggiori della BMD dell’anca (-3,3%) e del collo del femore (-3,7%), mentre è risultata inferiore la diminuzione della BMD della spina lombare (-0,5%). Questi risultati mostrano che i benefici dei due trattamenti sono paragonabili e che è possibile modulare gli effetti avversi da prednisolone regolandone le dosi.

L’efficacia del trattamento COBRA light per l’artrite reumatoide

La perdita di BMD rilevata nei pazienti che assumevano la combinazione di farmaci COBRA light è risultata simile a quella che si osserva mediamente nelle donne post-menopausa, intorno all’1-2%, mentre inizialmente i pazienti mostravano una perdita ossea superiore al 5%.

Rispetto ad altri studi sull’argomento, la perdita di BMD a livello della spina lombare è risultata inferiore. Questo si spiega con alcuni fattori legati allo studio, quali:

  • l’età della popolazione considerata (due terzi erano donne con un’età media di 52 anni);
  • la bassa incidenza di osteoporosi (solo il 6-7% dei pazienti presentava questa condizione, una percentuale più bassa di quella considerata in altri studi);
  • l’assunzione di farmaci protettivi (come i bisfosfonati).

In ogni caso, la ricerca conferma risultati precedenti secondo i quali gli effetti a lungo termine della terapia COBRA light sono favorevoli e comportano meno effetti avversi della terapia COBRA.

Fonti:

Lucassen MJJ, Ter Wee MM, den Uyl D, Konijn NPC, Nurmohamed MT, Voskuyl AE, van Schaardenburg D, Kerstens PJSM, Bultink IEM, Boers M, Lems WF. Long-term effects on bone mineral density after four years of treatment with two intensive combination strategies, including initially high-dose prednisolone, in early rheumatoid arthritis patients: the COBRA-light trial. Osteoporos Int. 2021 Jul;32(7):1441-1449. doi: 10.1007/s00198-020-05781-7. Epub 2021 Jan 19. PMID: 33464392; PMCID: PMC8192358.

Paglia MDG, Silva MT, Lopes LC, Barberato-Filho S, Mazzei LG, Abe FC, et al. (2021) Use of corticoids and non-steroidal anti-inflammatories in the treatment of rheumatoid arthritis: Systematic review and network meta-analysis. PLoS ONE 16(4): e0248866. doi:10.1371/journal.pone.0248866

Osteoporosi e sarcopenia: l’acido zoledronico può migliorare entrambi i disturbi?

Insieme all’osteoporosi, la sarcopenia (perdita di forza e massa muscolare) costituisce un importante fattore di rischio di disabilità, fratture e incidenti che possono portare anche al decesso. L’acido zoledronico è un bisfosfonato di terza generazione che, se iniettato per via intravenosa una volta l’anno, riduce notevolmente il rischio di fratture in pazienti con osteoporosi. Uno studio pubblicato in Drug Design, Development and Therapy ha indagato la possibilità che questo farmaco possa migliorare anche la riduzione di massa muscolare che, con l’avanzare dell’età, si presenta insieme alla riduzione di massa ossea.

Acido zoledronico, osteoporosi e sarcopenia

Sono diversi i trattamenti per l’osteoporosi, mentre sono ancora carenti quelli che migliorerebbero la perdita di massa muscolare che si può avere con l’invecchiamento. Alcuni studi precedenti hanno suggerito che alcuni bisfosfonati potrebbero inibire l’atrofia muscolare e promuovere la capacità rigenerativa dei muscoli tramite downregulation del SIRT3 o stimolare la formazione di miotubi. Tuttavia, il fenomeno non è mai stato indagato negli esseri umani.

L’acido zoledronico è uno dei bisfosfonati più efficaci nel trattamento dell’osteoporosi, in quanto in vitro mostra la maggiore affinità per l’idrossiapatite. Nelle donne in menopausa ha dimostrato di aumentare la massa ossea e di diminuire fortemente il rischio di fratture. Questo farmaco risulta anche aumentare la funzione e la massa muscolare in topi sotto chemioterapia proteggendo dall’indebolimento muscolare, effetto collaterale di carboplatino e cisplatino. Quindi, il gruppo di studio di Huang, Shiao e Mao ha quindi indagato se questo fosse vero anche nella specie umana.

Lo studio

Per capire se l’acido zoledronico migliorasse la sarcopenia negli umani, i ricercatori hanno eseguito uno studio di coorte retrospettivo a partire da pazienti della contea di Yilan (Taiwan) tra il maggio 2013 e l’aprile 2020. Hanno considerato, inizialmente, 1418 individui con osteoporosi (con T-score inferiore o uguale a -2,5, ottenuto dalla densità minerale ossea misurata a livello di anca, collo del femore o spina lombare). Sono stati esclusi pazienti che:

Il campione finale includeva 113 pazienti trattati con acido zoledronico (5 mg iniettati una volta l’anno per 3 anni) e 118 non trattati (gruppo di controllo). A 4 anni, i pazienti sono stati esaminati tramite DXA (dual-energy X-ray absorptiometry) per valutare:

  • la BMD (bone mineral density) della spina lombare e delle anche;
  • la ASM (massa muscolare scheletrica appendicolare);
  • l’ASMI (indice di massa scheletrica appendicolare, calcolata dividendo l’ASM per il quadrato dell’altezza).

 

Risultati e conclusioni

Inizialmente, il gruppo sotto acido zoledronico e il gruppo di controllo non presentavano differenze statisticamente significative a livello di sesso, età media, BMI, ASM, ASMI o BMD. Aggiustando il risultato per altezza, massa corporea e dati iniziali, a distanza di 3 anni il gruppo di controllo vede BMD, ASM e ASMI più bassi. Al contrario, il primo insieme di pazienti risulta essere migliorato significativamente sia dal punto di vista della BMD sia per quanto riguarda ASM (aumentata di 841 g) e ASMI (aumentata di 0,35 kg/m2). Inoltre, tali livelli di miglioramento di BMD e quelli di ASM e ASMI risultano essere positivamente correlati.

Questa ricerca è la prima che abbia indagato gli effetti dell’acido zoledronico sulla massa muscolare e presenta un’importante limitazione: non ha esaminato l’effetto sulla performance dei muscoli. Tuttavia, mostra che l’acido zoledronico potrebbe produrre non solo effetti positivi sulla massa ossea, ma anche miglioramenti clinici a livello muscolare. È quindi una ricerca molto importante, perché mostra che studi più approfonditi su questo bisfosfonato potrebbero aprire la strada a terapie efficaci per la sarcopenia.

Fonte:

Huang CF, Shiao MS, Mao TY. Retrospective Study of the Effects of Zoledronic Acid on Muscle Mass in Osteoporosis Patients. Drug Des Devel Ther. 2021;15:3711-3715 doi: 10.2147/DDDT.S328858.

La qualità della vita dopo le fratture alla cintura pelvica

Le fratture possono limitare l’indipendenza e il benessere psicologico di chi ne è colpito, anche molto significativamente. Queste conseguenze sono più studiate per quanto riguarda alcuni tipi di fratture, come quelle al femore e all’anca; altre, invece, sono poco conosciute, come quelle all’anello pelvico. Lo studio di Juliana Hack e colleghi, pubblicato su Osteoporosis International, ha indagato quanto la qualità di vita dei pazienti sia peggiorata dalle fratture della cintura pelvica.

La ricerca: scopo e metodi

Negli ultimi decenni stiamo assistendo a un aumento dell’età media della popolazione e a un cambiamento demografico. Per queste ragioni, i disturbi ossei legati all’invecchiamento stanno crescendo e sono sempre più studiati. Tra questi vi sono le fratture, che si presentano con l’avanzare dell’età a causa di vari fattori tra cui l’osteoporosi.

Le fratture della cintura pelvica sono tra le meno indagate. In particolare, sono poco studiati gli esiti dei trattamenti per quanto riguarda il benessere della persona. Juliana Hack e i suoi colleghi hanno indagato la percezione della propria qualità di vita nei pazienti post-fratture alla cintura pelvica e i fattori sottostanti.

A tale scopo, i ricercatori hanno reclutato 134 pazienti dall’ospedale universitario Giessen e Marburg GmbH tra il primo giugno 2012 e il 31 dicembre 2016. Sono stati esclusi i pazienti con fratture acetabolari isolate, traumi ad alta energia e fratture derivanti da cancro.

I pazienti, con età uguale o superiore a 60 anni (mediamente, 80) e trattati sia conservativamente sia chirurgicamente, sono stati esaminati prima della frattura (in modo retrospettivo) e poi a 6 settimane, 6 mesi e 12 mesi di distanza. Tra i fattori considerati:

  • attività quotidiane compiute in autonomia (o ADL, Activities of Daily Living), valutate mediante Barthel Index e scala IADL (Lawton Instrumental Activities of Daily Living);
  • stato di salute percepito dal paziente (tramite questionario EQ-5D).

Insieme all’analisi statistica, gli studiosi hanno estrapolato i fattori associabili a migliori o peggiori esiti delle fratture.

Qualità della vita e fratture alla cintura pelvica

I risultati della ricerca di Hack e colleghi mostrano che la maggior parte del recupero dei pazienti è avvenuto entro i 6 mesi dalla frattura all’anello pelvico. Anche il miglioramento della qualità della vita dopo la frattura è risultato concentrato in questo arco temporale. Tuttavia, non è risultato molto elevato: secondo le analisi, la frattura della cintura pelvica conduce a un deterioramento rilevante e duraturo dell’autonomia di chi ne è colpito.

A influire sull’esito risultano essere fattori quali:

  • livelli di assistenza da parte di operatori sanitari prima della frattura;
  • stato fisico, mobilità e attività antecedenti la frattura;
  • sesso del paziente.

Infatti, alti livelli di assistenza, peggiore stato fisico, mobilità limitata e sesso maschile risultano peggiorare la qualità della vita post-frattura. Queste indicazioni possono essere utili allo scopo di prevenire fratture dell’anello pelvico.

Lo studio presenta diversi limiti, tra cui una parziale disomogeneità e il ristretto numero di pazienti (solo 89 di essi hanno raggiunto la fase finale dello studio). Tuttavia, mostra risultati interessanti, che forniscono indicazioni su provvedimenti da mettere in atto in ambito clinico e su aspetti da approfondire con ulteriori ricerche.

 

Fonte:

Hack J, Buecking B, Strauch L, Lenz J, Knauf T, Ruchholtz S, Oberkircher L. Self-rated health status and activities of daily living in the first 12 months after fragility fractures of the pelvis-a prospective study on 134 patients. Osteoporos Int. 2021 Aug 31. doi: 10.1007/s00198-021-06104-0. Epub ahead of print. PMID: 34463843.

 

Il diabete aumenta il rischio di fratture ossee in pazienti sotto terapie sostitutive per patologie renali

Secondo uno studio danese pubblicato nell’agosto del 2021, il diabete aumenta il rischio di fratture ossee nei pazienti con insufficienza renale in fase terminale, in particolare in coloro che sono sotto terapie sostitutive per patologie renali (kidney replacement therapy, KRT).

Diabete, fratture ossee e insufficienza renale

Il diabete di tipo 1 e, in minore misura, il diabete di tipo 2 sono associati a un aumento nel rischio di fratture, probabilmente perché comportano indirettamente un’alterazione nel metabolismo del calcio e del rimodellamento osseo. Questo rischio risulta ancora maggiore in caso di comorbidità con problemi ai reni, dove infatti sono spesso riscontrati valori di BMD (Bone Mineral Density) inferiori al normale. Probabilmente ciò si deve al ruolo dei reni nel metabolismo osseo, di vitamina D, ormoni paratiroidei, calcio e fosfato: problemi renali comportano disturbi nella regolazione di tutti questi meccanismi fisiologici.

Lo studio

Nella popolazione danese, il diabete è presente in circa il 20% delle persone con insufficienza renale terminale. Dal momento che sia le persone con insufficienza renale sia coloro che sono colpite da diabete risultano essere a rischio di sviluppare fratture, un gruppo di ricerca danese guidato dalla nefrologa Ditte Hansen ha indagato sulla possibilità che la presenza di diabete in persone sotto KRT (dialisi e trapianto di reni) aggravi il rischio di fratture.

A questo scopo, i ricercatori hanno esaminato registri nazionali includendo i dati tra il primo gennaio del 2000 e il 31 dicembre 2011. Nello studio sono stati considerati coloro che erano sotto emodialisi o dialisi peritoneale e che avevano ricevuto un trapianto di reni. Coloro che non erano sotto KRT sono stati considerati come gruppo di riferimento. Entrambe le categorie sono poi state divise in base alla presenza di diabete. La popolazione considerata, che includeva 4.083.138 pazienti, è quindi risultata suddivisa in 4 gruppi:

  • pazienti sotto KRT senza diabete;
  • pazienti sotto KRT con diabete;
  • pazienti non sotto KRT senza diabete;
  • pazienti non sotto KRT con diabete.

Quindi, i pazienti sono stati seguiti fino a che non hanno presentato fratture oppure fino al 31 dicembre 2016 (salvo interruzioni per altre cause).

Gli hazard ratio risultati dalla comparazione tra persone con diabete e persone senza diabete sono stati i seguenti (con intervallo di confidenza del 95%):

  • 1,2 (1,0-1,3) nella popolazione sotto emodialisi;
  • 1,4 (1,1-1,7) nella popolazione sotto dialisi peritoneale;
  • 1,7 (1,4-2,2) nella popolazione che aveva ricevuto subito di reni.

Gli aggiustamenti per età, sesso, comorbidità, precedenti di fratture e trattamenti non ha cambiato in modo significativo il risultato.

Il diabete aggrava il rischio di fratture nei pazienti sotto dialisi e trapianto di reni

Dallo studio di Hauge, Abrahamsen e colleghi risulta quindi che la presenza di diabete sembra aumentare il rischio di fratture nelle persone con insufficienza renale terminale sotto KRT, e in particolare in coloro sotto emodialisi, dialisi peritoneale o con reni trapiantati. Questi dati sono da approfondire, dal momento che il tema non è molto studiato, ma potrebbero dare importanti indicazioni su prevenzione e precauzioni da considerare nei pazienti con diabete e insufficienza renale.

 

Fonti

Hauge SC, Abrahamsen B, Gislason G, Olesen JB, Hommel K, Hansen D. Diabetes increases the risk of bone fractures in patients on kidney replacement therapy: A DANISH national cohort study. Bone. 2021 Aug 27:116158. doi: 10.1016/j.bone.2021.116158. Epub ahead of print. PMID: 34461286.

Vestergaard P, Rejnmark L, Mosekilde L. Diabetes and Its Complications and Their Relationship with Risk of Fractures in Type 1 and 2 Diabetes. Calcified Tissue International. 2008 Dec 84(1), 45–55. doi:10.1007/s00223-008-9195-5.

Il neridronato intramuscolo per il trattamento domiciliare della CRPS-1

Il neridronato per via endovenosa è l’unica terapia approvata in Italia per il trattamento della sindrome dolorosa regionale complessa di tipo 1 (CRPS-1), anche conosciuta come algodistrofia, ma presenta dei limiti che potrebbero essere superati se si somministrasse per via intramuscolare. Infatti, il Sistema Sanitario Nazionale prevede che la terapia endovenosa sia eseguita negli ospedali, ma senza ospedalizzazione, con conseguenze problematiche per i pazienti fortemente debilitati. Al contrario, i farmaci usati per via intramuscolare possono essere impiegati a casa, autonomamente.

Massimo Varenna, Vania Braga e colleghi hanno indagato quindi l’efficacia del neridronato per via intramuscolare in uno studio multicentrico, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo. I risultati ottenuti sono positivi e clinicamente rilevanti, anche se da approfondire con ulteriori ricerche.

Trattamento con neridronato per la CRPS-1

La CRPS-1 è una condizione dolorosa che in genere fa seguito a  una lesione a un osso (più frequentemente traumi o fratture). Tra i sintomi, oltre al dolore prolungato di entità superiore rispetto a quello che dovrebbe causare la lesione, comporta anche sudorazione, anomalie vasomotorie, debolezza, distonia, problemi di sensibilità, retrazioni articolari e disturbi a livello della cute.

Il meccanismo patogenico della malattia non è ancora del tutto noto, per cui i trattamenti disponibili spesso sono poco soddisfacenti. I bisfosfonati, come il neridronato (usato anche nell’osteogenesi imperfetta e nella malattia di Paget), si sono dimostrati tra i farmaci più efficaci per la terapia del CRPS-1, poiché hanno dato effetti positivi su funzionalità, controllo del dolore e delle infiammazioni locali. Il neridronato per via intravenosa è l’unico trattamento per il CRPS-1, approvato in Italia sin dal 2014; tuttavia può essere impiegato soltanto in regime ospedaliero. Dal momento che, nelle altre patologie per le quali ha l’indicazione, è stata dimostrata l’efficacia del neridronato somministrato anche per via intramuscolare, il gruppo di ricerca italiano guidato da Massimo Varenna ha verificato l’efficacia di neridronato intramuscolo per la terapia della CRPS-1.

La ricerca

Lo studio ha incluso 78 adulti con CRPS-1 malati da non più di 4 mesi, reclutati tramite 10 centri reumatologici italiani. I criteri di selezione per i soggetti ricalcavano quelli dello studio Varenna e colleghi del 2013, che valutava l’efficacia del neridronato per via intravenosa:

  • i pazienti rientravano nei cosidetti criteri di Budapest – i criteri diagnostici IASP (International Association for the Study of Pain) e la scintigrafia ossea era positiva;
  • non presentavano danni ai nervi, che avrebbero suggerito la presenza di CRPS-2;
  • non avevano problemi renali;
  • non avevano assunto bisfosfonati precedentemente;
  • l’intensità del dolore percepito nell’arto colpito era di almeno 50 mm (su un massimo di 100) nella scala visuo-analogica del dolore (Visual Analogue Scale, VAS);
  • è stata richiesta la sospensione di terapie (quali analgesici, anticonvulsivanti, antidepressivi e altre terapie non farmacologiche prescritte per il CRPS-1) entro i 5 giorni antecedenti l’inizio della somministrazione di neridronato. Sono state fornite compresse da 500 mg di acetaminofene (paracetamolo) come farmaco di salvataggio.

La terapia prevedeva l’iniezione intramuscolo di fiale da 2 ml di neridronato (25 mg), mentre il placebo consisteva in soluzione salina (0,9% di soluzione di cloruro di sodio). L’iniezione veniva eseguita dai pazienti, dietro consiglio di operatori sanitari, nel muscolo ventrogluteale dell’anca. Andava eseguita per 16 giorni consecutivi, preferibilmente alla stessa ora ogni giorno: il dosaggio finale era di 400 mg di neridronato, pari a quanto somministrato per via endovenosa.

Lo studio, durato dall’aprile del 2015 all’aprile del 2019, era randomizzato e in doppio cieco. Il gruppo di ricerca ha valutato dolore, presenza di sintomi clinici e qualità della vita dei pazienti nel giorno della prima iniezione, al giorno 8, al giorno 16 e a un mese dall’inizio del trattamento.

Il neridronato per via intramuscolare nel trattamento del CRPS-1

Dalla ricerca di Varenna e colleghi risulta che il neridronato dà effetti positivi clinicamente significativi nei pazienti con CRSP-1 anche se iniettato per via intramuscolare. I risultati, infatti, sono paragonabili a quelli ottenuti con la terapia iniettata endovena studiata precedentemente (400 mg per 10 giorni).

  • Il punteggio VAS è diminuito gradualmente nell’arco dei 30 giorni, dimezzandosi significativamente nel 65,9% dei pazienti sottoposti a neridronato (contro il 29.7%% tra le persone trattate con placebo).
  • La diminuzione di allodinia, iperalgesia, edema e dolore al movimento passivo è risultata significativamente superiore nei pazienti sotto neridronato.
  • I punteggi nel McGill Pain Questionnaire e del Short-Form Health Survey (per la valutazione della qualità di vita dei pazienti) sono migliorati maggiormente nelle persone sotto terapia, anche se in modo non statisticamente significativo per quanto riguardava le componenti affettive del dolore.
  • Nessun paziente ha riportato eventi avversi gravi.

Va sottolineato che l’efficacia del farmaco è legata alla durata della malattia: il trattamento deve essere impostato precocemente quando la risposta del paziente è elevata. In ogni caso, questo studio mostra l’efficacia del neridronato come terapia del CRPS-1 a prescindere dalla modalità di somministrazione e apre la strada a una nuova possibile modalità di trattamento che potrebbe essere eseguita presso il domicilio del paziente, alleviandone i problemi legati agli spostamenti e permettendogli una rapida riabilitazione.

Fonti:

Varenna M, Braga V, Gatti D, Iolascon G, Frediani B, Zucchi F, Crotti C, Nannipieri F, Rossini M. Intramuscular neridronate for the treatment of complex regional pain syndrome type 1: a randomized, double-blind, placebo-controlled study. Therapeutic Advances in Musculoskeletal Disease. 2021 Jun;13:1–12. DOI: 10.1177/1759720X211014020

Pendón G, Salas A, García M, Pereira D. Complex Regional Pain Syndrome Type 1: Analysis of 108 Patients. Reumatología Clínica (Eng Ed) 2016 Mar;13(2), 73–77. doi:10.1016/j.reumae.2016.03.010

 

Osteoporosi da morbo di Crohn: prevenirla con un programma di esercizio fisico

Il morbo di Crohn può comportare osteoporosi e, conseguentemente, maggiore incidenza di fratture ossee. È noto che gli esercizi fisici di impatto e resistenza aiutano a prevenire l’osteoporosi da malattia di Crohn. Tuttavia, non esiste molta letteratura in merito e le raccomandazioni si basano principalmente sulla popolazione generale, i cui dati potrebbero non essere generalizzabili alle persone con morbo di Crohn. Il gruppo di ricerca di Katherine Jones ha, quindi, condotto uno studio controllato randomizzato, denominato PROTECT (PROgressive resistance Training Exercise and Crohn’s disease Trial), per valutare l’efficacia di un programma di allenamento della durata di 6 mesi. Combinando esercizi di resistenza e di impatto, questo programma ha portato a un miglioramento nella densità minerale ossea (BMD) nella spina lombare dei pazienti.

Morbo di Crohn, osteoporosi ed esercizio fisico

Studi osservazionali e studi controllati randomizzati mostrano che l’attività fisica ha effetti benefici sulla massa ossea a tutte le età. Infatti, la forza esercitata dai muscoli sullo scheletro assiale stimola la formazione ossea. In particolare, risultano ottimali combinazioni di esercizi di impatto, come corsa e salto, e di resistenza, come le flessioni. Nel luglio del 2020, su Alimentary Pharmacology & Therapeutics, è stata pubblicata la prima ricerca che valuta l’efficacia di un trattamento che combina entrambe le forme di esercizio fisico sull’osteoporosi derivante da morbo di Crohn.

La malattia di Crohn, infatti, può comportare indebolimento osseo a causa di fattori quali:

Lo studio

Lo studio PROTECT di Katherine Jones e colleghi ha indagato l’effetto sulla BMD e sulla funzionalità muscolare di un programma di esercizio fisico in persone con morbo di Crohn. I pazienti, maggiori di sedici anni d’età, sono stati divisi in due gruppi:

  • 23 pazienti che seguivano il programma di allenamento oltre a essere sottoposti alle cure per la malattia di Crohn;
  • 24 pazienti sottoposti solo al trattamento per il morbo di Crohn.

Il programma di allenamento, della durata di 6 mesi, consisteva in sessioni di un’ora, 3 volte a settimana, in giorni non consecutivi, per un totale di 78 sessioni. Dodici sessioni erano supervisionate, inoltre i partecipanti ricevevano telefonate di supporto ogni mese.

Ogni sessione era suddivisa in tre parti:

  • i primi 5 minuti erano dedicati al riscaldamento, in cui i pazienti eseguivano esercizi quali camminamento sul posto, punch, squat e di stretching dinamico.
  • Per circa 50 minuti, i pazienti alternavano esercizi di impatto (salto della corda per almeno 5 minuti, 2-3 set di ripetizioni di salti quali scissor jump, squat jump, salti in lungo) ed esercizi di resistenza (2-3 set di 10-15 ripetizioni di esercizi come flessioni, squat, affondi, ponti, reverse fly, estensione dei tricipiti, sollevamenti laterali). Gli esercizi di resistenza erano eseguiti a corpo libero o con bande elastiche TheraBand® e la loro intensità era da moderata a forte, valutata secondo la Resistance Intensity Scale for Exercise.
  • Nella fase di defaticamento, della durata di circa 5 minuti, i pazienti eseguivano esercizi di stretching per i principali gruppi muscolari.

Il giorno prima dell’inizio del programma e poi a distanza di 3 e 6 mesi di tempo, i ricercatori misuravano la BMD (tramite assorbimetria a raggi X a doppia energia) e la funzionalità muscolare (valutata tramite forza e resistenza muscolare degli arti).

Esercizi di resistenza e impatto: i benefici sulle ossa nei pazienti con morbo di Crohn

Dallo studio risulta che, a 6 mesi di distanza dall’inizio dell’allenamento, i pazienti che avevano praticato l’attività fisica indicata presentavano un valore di BMD significativamente superiore a livello della spina lombare, con un effetto medio pari al 3,8%. Non si sono riscontrate differenze rilevanti a livello di grande trocantere o collo del femore, in cui il miglioramento medio era del 2,3%. Tali risultati sono comunque importanti, perché sono associati a una riduzione del 28% del rischio di frattura vertebrale e al 15-22% di riduzione del rischio di frattura dell’anca. Naturalmente, affinché l’effetto positivo sulle ossa sia duraturo occorre continuare il programma.

Occorre osservare che la BMD è responsabile di circa il 65% della resistenza meccanica dell’osso: tenere in considerazione altri parametri come la microarchitettura ossea potrebbe evidenziare ulteriori vantaggi della terapia.

Emergono inoltre altri effetti positivi, poiché gli esercizi sembrano implementare la funzionalità muscolare e diminuire l’affaticamento dei pazienti con morbo di Crohn. Tuttavia, occorrono ulteriori indagini in merito.

Fonte: Jones K, Baker K, Speight RA, Thompson NP, Tew GA. Randomised clinical trial: combined impact and resistance training in adults with stable Crohn’s disease. Aliment Pharmacol Ther. 2020 Sep;52(6):964-975. doi: 10.1111/apt.16002. Epub 2020 Jul 30. PMID: 331

L’icosapent etile mantiene la salute delle ossa in persone con sindrome metabolica?

L’icosapent etile è impiegato nel trattamento di malattie cardiovascolari e ha mostrato effetti positivi anche nei pazienti con sindrome metabolica. Un gruppo di ricerca guidato da Miller ha verificato se questo prodotto abbia effetti positivi anche sulla salute dell’osso, dal momento che la sindrome metabolica può comportare osteoporosi. Lo studio pilota ha dato risultati promettenti: i pazienti che hanno assunto icosapent etile hanno mostrato una minore riduzione di densità minerale ossea rispetto ai pazienti che assumevano placebo.

Sindrome metabolica e ossa

La sindrome metabolica, o sindrome da insulino-resistenza, colpisce circa una persona su quattro. La presenza di questo disturbo è definita quando coesistono almeno tre tra questi fattori:

Oltre a predisporre a gravi problemi cardiovascolari, la sindrome metabolica è associata a una diminuzione di grasso ginoide (l’accumulo di adipe sottocutaneo a livello di glutei, cosce e parte bassa dell’addome) e a una minore salute ossea. I pazienti con sindrome metabolica, infatti, presentano ridotta densità minerale ossea (Bone Mineral Density, BMD) e maggiore incidenza di fratture osteoporotiche.

Icosapent etile e salute delle ossa

L’icosapent etile (prodotto puro a base di grassi di omega-3, principalmente acido eicosapentaenoico) ha proprietà anti-aterogene, anti-ossidanti e anti-infiammatorie. Per queste ragioni è impiegato nel trattamento di malattie cardiovascolari, con risultati significativi anche nei pazienti ad alto rischio. Miller e il suo gruppo hanno quindi indagato l’effetto preventivo dell’icosapent etile in pazienti con sindrome metabolica, concentrandosi su due fattori correlati alla malattia: la presenza di grasso ginoide e la salute delle ossa.

I ricercatori hanno studiato 13 pazienti tra i 44 e i 77 anni, 10 donne e 3 uomini, con sindrome metabolica. Ai partecipanti è stato richiesto di mantenere per tutto il periodo dello studio, della durata di 9 mesi, il peso corporeo e le terapie in corso per sindrome metabolica. Sono stati suddivisi in modo casuale:

  • 8 pazienti hanno ricevuto la terapia (4 g di icosapent etile, in due capsule da 2 g assunte con il cibo);
  • a 5 pazienti è andato il placebo (4 g di olio di paraffina assunti in due capsule di 2 g con il cibo).

I ricercatori hanno considerato numerosi parametri prima dell’inizio e alla fine dello studio, incluse misure antropometriche, analisi biochimiche e massa grassa. Relativamente alla salute dell’osso, il gruppo di ricerca ha considerato la BMD e la BMC (Bone Mineral Content), misurate tramite assorbimetria a raggi X a doppia energia).

Conclusioni

I partecipanti che hanno ricevuto l’icosapent etile hanno mostrato diminuzioni in grasso ginoide, BMD e BMC significativamente inferiori rispetto a coloro che hanno assunto il placebo. Dalla ricerca pilota di Miller e il suo gruppo, quindi, risulta che l’assunzione di icosapent etile potrebbe aiutare a mantenere la densità minerale ossea e la distribuzione di grasso ginoide nelle persone con sindrome metabolica. Per verificare l’efficacia del trattamento sono, però, necessari ulteriori studi, longitudinali e con campioni più grandi di pazienti.

Fonti:

Miller, M., Ryan, A., Reed, R. M., Goggins, C., Sorkin, J., & Goldberg, A. P. (2020). Effect of Icosapent Ethyl on Gynoid Fat and Bone Mineral Health in the Metabolic Syndrome: a Preliminary Report. Clinical Therapeutics. DOI: 10.1016/j.clinthera.2020.09.0

Von Muhlen, D., Safii, S., Jassal, S. K., Svartberg, J., & Barrett-Connor, E. (2007). Associations between the metabolic syndrome and bone health in older men and women: the Rancho Bernardo Study. Osteoporosis International, 18(10), 1337–1344. DOI: 10.1007/s00198-007-0385-1

Nedungadi, T. P., & Clegg, D. J. (2009). Sexual Dimorphism in Body Fat Distribution and Risk for Cardiovascular Diseases. Journal of Cardiovascular Translational Research, 2(3), 321–327. DOI: 10.1007/s12265-009-9101-1