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Estrogeni GIP e GLP-2, effetti sul turnover osseo dei pazienti con diabete di tipo 2

Gli individui con diabete di tipo 2 (T2D) hanno un rischio maggiore di fratture ossee nonostante la densità minerale ossea normale o aumentata. Le cause non sono ancora ben comprese, ma potrebbero includere disturbi nell’asse intestino-osso, in cui sia il polipeptide insulinotropico glucosio-dipendente (GIP) che il peptide-2 glucagone-simile (GLP-2) sono regolatori del turnover osseo. 

Partendo da queste considerazioni, uno studio, che ha coinvolto 10 pazienti con diabete di tipo 2 (T2D), ha indagato gli effetti degli estrogeni GIP e GLP-2, somministrati per via sottocutanea: l’obiettivo dell’analisi è verificare l’incidenza di questi estrogeni sul turnover osseo in individui con T2D.

Risultati

Ai partecipanti sono stati iniettati per via sottocutanea GIP, GLP-2 o placebo a digiuno in 3 giorni di test separati: GIP e GLP-2 hanno ridotto significativamente il telopeptide C-terminale. Inoltre, Propeptide Aminoterminale Procollagene Tipo 1 e sclerostina sono aumentati acutamente dopo GIP, mentre è stata osservata una diminuzione di P1NP dopo GLP-2. I livelli di PTH sono scesi al 67 ± 2,5% del basale dopo GLP-2 e solo all’86 ± 3,4% dopo GIP. 

In conclusione, quindi, si può sostenere che GIP e GLP-2 sottocutanei influenzano il collagene di tipo 1 (CTX e P1NP) negli individui con T2D nella stessa misura di quanto precedentemente dimostrato negli individui sani.

Lo studio

Kirsa Skov-Jeppesen, Charlotte B Christiansen, Laura S Hansen, Johanne A Windeløv, Nora Hedbäck, Lærke S Gasbjerg, Morten Hindsø, Maria S Svane, Sten Madsbad, Jens J Holst, Mette M Rosenkilde, Bolette Hartmann, Effects of Exogenous GIP and GLP-2 on Bone Turnover in Individuals With Type 2 DiabetesThe Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, Volume 109, Issue 7, July 2024, Pages 1773–1780.

Ictus ischemico, fattore di rischio per osteoporosi, cadute e fratture

Uno studio, pubblicato a maggio 2024, ha analizzato la prevalenza di osteoporosi, cadute e fratture negli adulti con ictus ischemico.

L’analisi, condotta tramite intervista telefonica, ha coinvolto più di 300 pazienti, di età superiore ai 50 anni, ad un anno dal loro ricovero per ictus, permettendo di calcolare il rischio di frattura dopo un ictus ischemico (FRAC-stroke).

I dati raccolti mostrano una differenza significativa nei pazienti che hanno avuto cadute prima e dopo l’ictus (19,8% vs 31,3%). Il punteggio FRAC per l’ictus, quindi, risulta essere più alto in coloro che avevano avuto una frattura post-ictus rispetto a quelli che non l’avevano avuta.

Conclusioni

L’ictus è un fattore di rischio di frattura dovuta all’immobilizzazione, alla carenza di vitamina D e all’aumento del rischio di cadute.

Questo studio ha evidenziato come il punteggio FRAC-ictus può prevedere la frattura dopo un ictus ischemico. Il punteggio FRAC-ictus, quindi, è un semplice strumento clinico che può essere utilizzato per identificare i pazienti ad alto rischio di frattura post-ictus che trarrebbero maggior beneficio dalla terapia per l’osteoporosi.

Lo studio

Liu B, Ng CY, La PBD, Wong P, Ebeling PR, Singhal S, Phan T, Trinh A, Milat F. Osteoporosis and fracture risk assessment in adults with ischaemic stroke. Osteoporos Int. 2024 Jul;35(7):1243-1247. doi: 10.1007/s00198-024-07099-0. Epub 2024 May 4. PMID: 38703219.

Ipoparatiroidismo cronico, effetti del trattamento con Palopegteriparatide

PaTHway è uno studio di fase 3 che ha esaminato l’impatto del trattamento con palopegteriparatide sulla funzione renale negli adulti con ipoparatiroidismo cronico.

Gli individui con ipoparatiroidismo cronico gestiti con terapia convenzionale (vitamina D attiva e calcio), infatti, hanno un rischio aumentato di disfunzione renale rispetto ai controlli abbinati per età e sesso: lo studio muove dalla considerazione che i trattamenti che sostituiscono gli effetti fisiologici dell’ormone paratiroideo (PTH), riducendo al contempo la necessità della terapia convenzionale, possono aiutare a prevenire il declino della funzionalità renale.

Metodologia

Lo studio comprendeva un periodo di 26 settimane randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, seguito da un periodo di estensione in aperto (OLE) di 156 settimane. Le variazioni della funzionalità renale nell’arco di 52 settimane (26 settimane in cieco – 26 settimane OLE) sono state valutate utilizzando la velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR).

Risultati e conclusioni

Alla settimana 52, oltre il 95% (78/82) dei partecipanti è rimasto arruolato nell’OLE e di questi, l’86% ha mantenuto la normocalcemia e il 95% ha raggiunto l’indipendenza dalla terapia convenzionale (nessuna vitamina D e B attiva 600 mg/die di calcio ), senza che nessuno richiedesse vitamina D attiva. Il trattamento con palopegteriparatide per 52 settimane ha comportato un aumento dell’eGFR.

Il trattamento con palopegteriparatide, quindi, è stato associato a un miglioramento significativo dell’eGFR alla settimana 52 oltre al mantenimento e alla normalizzazione precedentemente riportati dei parametri biochimici del siero e delle urine: lo studio, quindi, dimostra che il trattamento con palopegteriparatide migliora la funzione renale negli adulti con ipoparatiroidismo cronico.

Lo studio

Rejnmark, Lars; Gosmanova, Elvira O.; Khan, Aliya A.; Makita, Noriko; Imanishi, Yasuo; Takeuchi, Yasuhiro; Sprague, Stuart; Shoback, Dolores M.; Kohlmeier, Lynn; Rubin, Mishaela R.; Palermo, Andrea; Schwarz, Peter; Gagnon, Claudia; Tsourdi, Elena; Zhao, Carol; Makara, Michael A.; Ominsky, Michael S.; Lai, Bryant; Ukena, Jenny; Sibley, Christopher T.; Shu, Aimee D. Palopegteriparatide Treatment Improves Renal Function in Adults with Chronic Hypoparathyroidism: 1-Year Results from the Phase 3 PaTHway Trial
Advances in therapy, 2024, Vol.41 (6), p.2500-2518

Abaloparatide, trattamento nelle donne con osteoporosi postmenopausale

Abaloparatide, farmaco anabolizzante, è stato approvato per il trattamento delle donne con osteoporosi postmenopausale ad alto rischio di frattura, grazie alla capacità, dimostrata da diversi studi clinici, di ridurre l’incidenza delle fratture vertebrali, non vertebrali, delle fratture cliniche e delle principali fratture osteoporotiche.

Uno studio, pubblicato nel 2024, ha osservato i modelli di trattamento con Abaloparatide, al fine di analizzare l’adesione del paziente alla terapia: sono stati coinvolti 173 pazienti,  donne con osteoporosi postmenopausale, che non avevamo mai utilizzato Abaloparatide.
I dati di follow-up sono stati raccolti per i successivi 24 mesi dalla data di inizio del trattamento.

Risultati

L’esame delle cartelle cliniche dei pazienti coinvolti nello studio ha rivelato che il 96,0% ha avuto almeno una visita per la gestione dell’osteoporosi e il 55,5% ha avuto accesso a gruppi di supporto farmacologico.

La durata media della terapia è stata di 18,6 mesi e il 64,8% dei pazienti hanno completato il trattamento con Abaloparatide come prescritto.

Le ragioni più comuni per l’interruzione del trattamento sono state finanziarie (31,2%) e di tollerabilità (22,8%). Dopo il completamento di un ciclo di trattamento con Abaloparatide, il 50,6% dei pazienti sono passati a un altro farmaco per l’osteoporosi.

Conclusioni

La maggior parte dei pazienti (il 64,8%) ha completato il trattamento con Abaloparatide come prescritto e oltre la metà ha continuato con un agente antiriassorbitivo. Questa condotta favorevole potrebbe essere stata favorita dalle visite di follow-up regolari e dell’accessibilità sia ai farmaci che ai servizi di supporto al paziente.

Lo studio

Gold DT, Beckett T, Deal C, James AL, Mohseni M, McMillan A, Bailey T, Pearman L, Caminis J, Wang Y, Williams SA, Kernaghan JM. Treatment patterns in women with postmenopausal osteoporosis using abaloparatide: a real-world observational study. Osteoporos Int. 2024 Apr 24. doi: 10.1007/s00198-024-07070-z. Epub ahead of print. PMID: 38653862.

Camminare all’aperto, predisposizione genetica e rischio di osteoporosi tra gli anziani

Diversi studi hanno suggerito che la camminata aerobica può offrire benefici per la salute delle ossa, riducendo i marcatori del turnover osseo, prevenendo la perdita ossea e preservando la densità minerale ossea (BMD).

Partendo da queste considerazioni, uno studio cinese pubblicato ad aprile 2024 ha condotto un’analisi prospettica sulla correlazione tra camminata all’aperto e osteoporosi, esaminando anche le potenziali variazioni influenzate dalla suscettibilità genetica all’osteoporosi.

Metodologia e Analisi

I ricercatori hanno coinvolto 24700 partecipanti senza osteoporosi, tra i 63 e i 73 anni di età, con una maggioranza, pari al 51,9%, di donne.
Ai partecipanti è stato raccomandato di camminare almeno per 60 minuti al giorno: in 37,3 mesi sono stati registrati un totale di 4.586 casi di osteoporosi.

L’incidenza dell’osteoporosi per individui con una bassa predisposizione genetica all’osteoporosi ha mostrato una diminuzione sequenziale con l’aumentare della durata della camminata quotidiana all’aperto, suggerendo un’associazione negativa tra la camminata all’aperto e l’incidenza dell’osteoporosi.

Inoltre, gli individui che camminavano all’aperto per più di 60 minuti al giorno tendevano ad avere il rischio complessivo di osteoporosi più basso anche tra quelli ad alto rischio genetico.

Conclusioni

Lo studio ha evidenziato un’associazione significativa tra una maggiore durata della camminata quotidiana all’aperto e un ridotto rischio di osteoporosi tra gli anziani, in particolare tra quelli con una bassa predisposizione genetica all’osteoporosi. Ma la correlazione risulta essere positiva anche tra gli individui con un alto rischio genetico.

Questo studio ha quindi dimostrato una correlazione tra camminare e salute delle ossa: è fondamentale riconoscere, inoltre, che camminare può servire da indicatore per altre attività benefiche e fattori legati allo stile di vita. Pertanto, la camminata può essere incorporata come parte della promozione della salute generale delle ossa, considerando anche ulteriori attività benefiche e fattori legati allo stile di vita, come alimentazione, allenamento di resistenza ed esercizi con pesi, per mantenere in modo efficace la salute ottimale delle ossa.

Lo studio

Yue YS, Liu Y, Lu K, Shi Q, Zhou KX, Li C. Outdoor walking, genetic predisposition, and the risk of incident osteoporosis among older adults: A prospective large population-based cohort study. Osteoporos Int. 2024 May 21. doi: 10.1007/s00198-024-07122-4. Epub ahead of print. PMID: 38771526.

 

L’efficacia del Romosozumab può essere attenuata da fattori correlati all’artrite reumatoide

Nei pazienti con osteoporosi postmenopausa, il Romosozumab ha dimostrato miglioramenti superiori nella densità minerale ossea rispetto ad Alendronato, Teriparatide e Denosumab (DMAb): tuttavia, non è chiaro se il metabolismo osseo alterato a causa dell’artrite reumatoide (AR) potrebbe potenziare o diminuire il effetti del ROMO.

Attraverso una controllo retrospettivo, che ha coinvolto 171 pazienti in postmenopausa, uno studio, pubblicato nel 2024, ha cercato di chiarire l’impatto del Romosozumab in presenza di AR rispetto all’effetto dei farmaco su pazienti con osteoporosi postmenopausale non affetti da AR.

Risultati

Lo studio presenta alcune criticità: in primis, la sua natura retrospettiva potrebbe aver generato bias in ordine alla selezione nelle caratteristiche di base dei pazienti; in secondo luogo, la rilevanza statistica dei risultati potrebbe essere compromessa a causa del numero esiguo di pazienti inclusi.

Nonostante questi aspetti, le evidenze recuperate dall’analisi portano a sostenere che l’efficacia del trattamento ROMO può essere attenuata nei pazienti con RA rispetto al gruppo non RA: si nota una finestra anabolica più stretta nei pazienti con artrite reumatoide, con un conseguente aumento inferiore della densità minerale ossea rispetto ai pazienti senza artrite reumatoide.

Lo studio

Ebina K, Nagayama Y, Kashii M, Tsuboi H, Okamura G, Miyama A, Etani Y, Noguchi T, Hirao M, Miura T, Fukuda Y, Kurihara T, Nakata K, Okada S. An investigation of the differential therapeutic effects of romosozumab on postmenopausal osteoporosis patients with or without rheumatoid arthritis complications: a case-control study. Osteoporos Int. 2024 May;35(5):841-849. doi: 10.1007/s00198-024-07019-2. Epub 2024 Jan 31. PMID: 38296866; PMCID: PMC11031444.

Diabete mellito di tipo 2 incide sulla BMD delle donne con frattura dell’anca

Ipotizzando che i livelli di densità minerale ossea femorale potessero essere più alti nelle donne con diabete mellito di tipo 2 rispetto a donne senza T2DM, alcuni ricercatori hanno provato, attraverso uno studio trasversale, a quantificare la discrepanza della densità minerale ossea associata alla presenza di T2DM.

Sono state coinvolte 751 donne con frattura dell’anca subacuta, e le analisi condotte hanno rilevato una BMD femorale significativamente più alta nelle 111 donne con T2DM rispetto alle 640 senza diabete.
Al contrario, è emersa un’associazione significativa tra l’assenza di T2DM e la prevalenza di bassi livelli di densità minerale ossea femorale.

Lo studio, quindi, ha dimostrato un apparente paradosso nei pazienti con diabete mellito di tipo 2 (T2DM): la densità minerale ossea (BMD) è da normale ad alto rispetto ai pazienti controllati di pari età senza diabete, ma il rischio di frattura è significativamente aumentato.

La discrepanza tra BMD e rischio di frattura è stata attribuita a diversi meccanismi che influenzano la qualità e la resistenza dell’osso indipendentemente dalla BMD, insieme ad un aumento del rischio di cadute accidentali dovute a complicanze del diabete.

Conclusioni

Emerge una correlazione, nelle donne, tra fratture all’anca e diabete mellito di tipo 2, al quale corrisponde un livello di BMD femorale superiore rispetto alla densità ossea femorale analizzata su donne senza T2DM.

Lo studio

Di Monaco M, Castiglioni C, Bardesono F, Freiburger M, Milano E, Massazza G., Femoral bone mineral density at the time of hip fracture is higher in women with versus without type 2 diabetes mellitus: a cross-sectional study. J Endocrinol Invest. 2024 Jan;47(1):59-66. doi: 10.1007/s40618-023-02122-3. Epub 2023 Jun 10. PMID: 37296371.

Linee guida per la gestione dell’osteoporosi negli uomini

Storicamente, l’osteoporosi è stata vista come una malattia delle donne, ma nel 2023, la European Society for Clinical and Economic Aspects of Osteoporosis, Osteoarthritis and Musculoskeletal Diseases (ESCEO) ha convocato un gruppo di lavoro per affrontare la questione dell’osteoporosi negli uomini.

Il gruppo di lavoro multidisciplinare e internazionale composto da medici (reumatologi, endocrinologi, chirurghi ortopedici), epidemiologi, esperti della sanità pubblica e degli aspetti normativi, provenienti da almeno 18 paesi in tre continenti, ha condotto una revisione completa delle ricerche più recenti relative agli approcci diagnostici e di screening per osteoporosi e il suo elevato rischio di frattura associato negli uomini, copertura carico di malattia, interpretazione appropriata della densitometria ossea e rischio assoluto di frattura, soglie di trattamento, e interventi che possono essere utilizzati a livello terapeutico e per la loro salute valutazione economica.

L’articolo proposto dal gruppo di lavoro presenta un’analisi gli aspetti clinici ed economici dell’osteoporosi, dell’osteoartrite e delle malattie muscoloscheletriche, nonché linee guida per la diagnosi, il monitoraggio e il trattamento dell’osteoporosi maschile.

Gli studi analizzati dimostrano che i farmaci anti-osteoporosi possono apportare benefici sostanziali allo scheletro maschile attraverso l’accumulo di BMD, ma anche attraverso il miglioramento negli esiti delle fratture.
Risulta indispensabile, tuttavia, la cooperazione del paziente, che in molti casi vede l’osteoporosi come una patologia legata al mondo femminile.

Il lavoro futuro dovrebbe affrontare in modo specifico la questione efficacia dei farmaci anti-osteoporosi, tra cui denosumab e terapie per la formazione ossea.

 

Fuggle, N.R., Beaudart, C., Bruyère, O. et al. Evidence-Based Guideline for the management of osteoporosis in menNat Rev Rheumatol 20, 241–251 (2024).

 

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Supplementazione di Calcio e Vitamina D, gli effetti sulle donne in menopausa

Uno studio clinico randomizzato ha analizzato la correlazione, a lungo termine, tra l’integrazione di calcio e vitamina D e la salute delle donne anziane.
Lo studio ha coinvolto 36.282 donne in postmenopausa a cui è stato assegnato in modo casuale la somministrazione integrata di calcio e vitamina D (CaD): l’attività di follow-up, condotta dopo 7 e dopo 20 anni dall’inizio della somministrazione, ha cercato di analizzare i risultati al fine di comprendere se e quale possa essere la correlazione tra l’incidenza di forme tumorali ed effetti a lungo termine a seguito della supplementazione di CaD.

Lo stato di salute è stato documentato nel 93% dei partecipanti alla chiusura dello studio CaD (marzo 2005); di queste, oltre l’86% ha acconsentito ad ulteriori trattamenti e conseguente follow-up.

L’analisi delle informazioni recuperate mostra una riduzione complessiva del 7% della mortalità per cancro, mentre non sembra significativa la correlazione tra integrazione combinata di calcio e vitamina D rispetto ad altre patologie.
La lettura dei risultati del follow-up registra, tuttavia, un aumento del 6% nella mortalità per malattie cardiovascolari: le prove, recuperate nel lungo periodo, evidenziano che gli integratori di calcio possono aumentare la calcificazione delle arterie coronarie, aumentando così la mortalità CVD.
La più elevata mortalità per malattie cardiovascolari emersa nel follow-up più lungo, se attribuibile alla supplementazione di CaD, suggerisce che la malattia può manifestarsi solo dopo un periodo prolungato ed è dovuta all’integrazione con il calcio: la sola supplementazione di Vitamina D non è associata al rischio CVD (Barbarawi M, Kheiri B, Zayed Y, et al. Vitamin D supplementation and cardiovascular disease risks in more than 83 000 individuals in 21 randomized clinical trials: ameta-analysis. JAMA Cardiol. 2019).

Conclusioni

Integratori di calcio e vitamina D sembrano ridurre la mortalità per cancro, mentre non sembra significativa l’incidenza sulla mortalità per altre cause. Il follow-up, tuttavia, mostra che dopo 20 anni la mortalità per malattie cardiovascolari per donne in postmenopausa registra un aumento del rischio parti al 6%. 

In conclusione, quindi, queste analisi suggeriscono la possibilità di riduzione della mortalità per cancro tra le donne in postmenopausa a seguito dell’integrazione di CaD, come così come la possibilità di un aumento della mortalità per malattie cardiovascolari senza alcun effetto netto sulla mortalità per tutte le cause.
Tuttavia, anche per la natura dello studio, emerge una non facile lettura dei benefici aggiuntivi o dei danni dell’integrazione con CaD in combinazione rispetto alla sola supplementazione di vitamina D, rendendo necessari approfondimenti futuri.

Thomson CA, Aragaki AK, Prentice RL, Stefanick ML, Manson JE, Wactawski-Wende J, Watts NB, Van Horn L, Shikany JM, Rohan TE, Lane DS, Wild RA, Robles-Morales R, Shadyab AH, Saquib N, Cauley J. Long-Term Effect of Randomization to Calcium and Vitamin D Supplementation on Health in Older Women: Postintervention Follow-up of a Randomized Clinical Trial. Ann Intern Med. 2024 Apr;177(4):428-438. doi: 10.7326/M23-2598. Epub 2024 Mar 12. PMID: 38467003.

Algodistrofia, terapie attuali e future

Il dott. Massimo Varenna, Responsabile U.O. Centro Diagnosi e Terapie Patologiche Osteometaboliche dell’Istituto Ortopedico Pini di Milano, riassume le principali caratteristiche cliniche dell’algodistrofia e fa luce sui risultati a lungo termine e sulle prospettive future di trattamento con il neridronato.

 

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